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Sistemi a capitalizzazione e sistemi a ripartizione.

Articolo_1Parlare di pensioni non è mai semplice: è un tema che accende gli animi. Basti pensare che Elsa Fornero, la quale ha dato il suo nome ad una delle più recenti riforme del settore, è ancora oggi costretta a muoversi con la scorta a causa delle minacce ricevute, il che – indipendentemente da come la si pensi sul merito del suo operato – dà l’idea di quanto il tema sia delicato.
È quindi necessario partire dalle basi, perché solo in questo modo è possibile intraprendere una discussione seria e consapevole sul tema delle pensioni: così come non parleremmo mai di fisica nucleare ad una persona che non sa nemmeno fare le addizioni, allo stesso modo dobbiamo iniziare col domandarci come funzioni un sistema pensionistico; in caso contrario, ogni ragionamento ed ogni proposta sarebbero privi di senso.
Il primo passo è chiarire la distinzione tra sistemi a capitalizzazione e sistemi a ripartizione. Per alcuni tale differenza pare scontata, ma così non è: se fermassimo un passante per strada e gli chiedessimo “Dove sono i tuoi contributi pensionistici?”, il più delle volte otterremmo come risposta “All’Inps”. Ma la realtà è diversa.

Sistema a capitalizzazione
In un sistema a capitalizzazione, il lavoratore versa i propri contributi ad un fondo pensione e questo li investe per conto del lavoratore in obbligazioni ed altri titoli finanziari, che formano il cosiddetto “montante contributivo”. Quando raggiunge l’età di pensionamento, al lavoratore viene pagato un importo mensile calcolato tenendo conto di quanto complessivamente versato, degli interessi e dell’aspettativa di vita media.
Il punto chiave è che il montante contributivo è reale: quei soldi – per usare un’espressione poco elegante – “sono lì”. In parole semplici: il lavoratore versa, il fondo pensione accumula e alla fine – in un certo senso – restituisce. In questo caso, i contributi previdenziali rappresentano una vera e propria forma di risparmio.10

Sistema a ripartizione
Il sistema pensionistico pubblico italiano, però, non è a capitalizzazione: è a ripartizione. In tale sistema, il lavoratore versa i propri contributi all’Inps, il quale non li investe per conto del lavoratore ma li utilizza immediatamente per pagare le pensioni in essere. Il montante contributivo, in questo caso, è puramente figurativo: è un numero che verrà utilizzato al momento opportuno per calcolare l’importo dell’assegno pensionistico, ma non ha alle sue spalle alcun “tesoretto” fatto di investimenti finanziari.
Alla base del sistema vi è un patto intergenerazionale (che i più cinici paragonano ad una sorta di Catena di Sant’Antonio): il lavoratore versa e l’Inps spende, e il tutto si regge sulla consapevolezza che domani – quando il lavoratore sarà diventato un pensionato – ci sarà una nuova generazione di contributori, i cui soldi permettano di pagare le pensioni in essere.11

E se la popolazione invecchia?
Il meccanismo funziona così per un motivo semplice: quando si è deciso di creare da zero un sistema previdenziale pubblico, era necessario trovare un modo per poter pagare da subito le pensioni a quella fascia di popolazione anziana che per forza di cose non aveva mai versato alcun contributo. Il patto tra generazioni inizia lì. Ma cosa succede se la popolazione invecchia? Quali sono le conseguenze per la stabilità del sistema se – per ragioni demografiche – aumenta sempre di più il numero di pensionati che ricevono pagamenti dall’Inps e parallelamente diminuisce il numero di giovani lavoratori che versano contributi? E quali sono i possibili interventi per evitare che l’intero meccanismo smetta di funzionare? Non sono quesiti banali – come invece si potrebbe supporre guardando le discussioni sul tema nei talk show – e proviamo a rispondere in questo articolo.

Libertà economica vo’ cercando.

Libertà economica vo'cercandoLa libertà economica di un Paese è una variabile chiave per poter analizzarne correttamente la situazione e soprattutto le prospettive di sviluppo e di prosperità. Ciò nonostante, è un concetto difficile da definire e troppo spesso ignorato nel dibattito pubblico: tutti ci appassioniamo al tema delle libertà civili, tutti ci indigniamo se un governo limita diritti fondamentali come quelli di parola o di stampa, ma in pochi ci preoccupiamo sul serio di fronte a limitazioni alla libertà economica.
Essa può essere definita, prendendo la cosa molto alla larga, come la libertà di scegliere e di farsi scegliere, per usare un’espressione usata da Alberto Mingardi nel suo libro L’intelligenza del denaro (Marsilio, 2013). Al centro della questione vi è, quindi, l’autonomia dell’individuo, il suo diritto a soddisfare i propri desideri e i propri bisogni nel modo che ritiene più opportuno, guidato dalle proprie priorità e non da quelle del governo.

L’Index of Economic Freedom
A partire dal 1995, la Heritage Foundation ha messo a disposizione di tutti un indice, l’Index of Economic Freedom, che ci fornisce una visione sintetica del grado di libertà economica di un Paese: più il punteggio è alto, più il Paese è economicamente libero (al primo posto troviamo Hong Kong con 90.2 punti); viceversa più il punteggio è basso, meno il Paese è economicamente libero (l’ultimo posto è occupato dalla Corea del Nord con 5.9 punti). Tale valutazione si basa sull’analisi di quattro macro-aspetti fondamentali: stato di diritto, dimensioni del governo, efficienza normativa e apertura dei mercati.
Come scrive la Heritage Foundation nel suo ultimo report, negli ultimi 25 anni la libertà economica è andata aumentando in tutto il mondo: il punteggio medio globale è aumentato di 3.2 ed oggi si assesta a 60.8, il terzo punteggio più alto da quando è iniziata la rilevazione. In tutto questo periodo, però, l’Italia è rimasta al palo: mentre lo score della Germania saliva da 69.8 a 73.5 (+ 3.7) e quello dell’Europa nel suo complesso da 57.5 a 68.6 (+ 11.1, grazie soprattutto ai Paesi dell’Est), l’Italia si doveva accontentare di migliorare il suo score solamente di un punto (da 61.2 a 62.2, poco al di sopra della media di tutto il mondo). Eccolo, dunque, il grande problema del nostro Paese, di cui nessuno sembra avere interesse ad occuparsi sul serio.FreedomStato di diritto
La valutazione di questa macro-area riguarda tre aspetti: i diritti di proprietà (poiché il rispetto dei contratti e la capacità di accumulare proprietà privata e ricchezza sono caratteristiche vitali di un’economia di mercato ben funzionante), efficacia del sistema giudiziario (al fine di garantire il pieno rispetto delle leggi) e l’integrità del governo (la corruzione sistemica delle istituzioni, il nepotismo e il clientelismo possono, infatti, limitare la libertà economica di un individuo).
Da questo punto di vista, l’Italia soffre di un ritardo dovuto principalmente alla lentezza della giustizia e all’estensione della corruzione (favorita dall’ingombrante burocrazia) che scoraggia gli investimenti e la crescita economica e comporta oltre 60 miliardi all’anno in sprechi di risorse pubbliche (o meglio: risorse del contribuente).

Dimensioni del governo
La valutazione in questo caso riguarda la tassazione (maggiore è la quota di reddito e di ricchezza assorbita dal governo, minore è la ricompensa dell’individuo per la propria attività e dunque minore è l’incentivo a intraprendere un lavoro), la spesa pubblica (la cui espansione distorce l’allocazione delle risorse sul mercato e gli incentivi agli investimenti privati, oltre a comportare un aumento della pressione fiscale) e la stabilità delle finanze pubbliche (poiché deficit e debito crescenti tendono a disturbare la stabilità macroeconomica, a introdurre incertezza e a limitare la libertà economica).
Sotto questi aspetti i problemi del nostro Paese sono enormi: la spesa pubblica pesa circa il 50% del PIL, la pressione fiscale è al 43%, il rapporto deficit/PIL fatica a scendere al di sotto del 2% e il debito pubblico sta al di sopra del 130%. Non sorprende che questa sia la macro-area che più penalizza l’Italia nella valutazione complessiva del suo grado di libertà economica.

Efficienza normativa
L’efficienza normativa di un paese dipende dalla sua libertà d’impresa (la capacità di un individuo di creare e gestire un’impresa senza indebite interferenze da parte dello stato), dalla sua libertà del mercato del lavoro (poiché la rigidità normativa impedisce ai datori di lavoro e ai dipendenti di negoziare liberamente termini e condizioni di lavoro, generando spesso una discrepanza cronica tra domanda e offerta) e dalla sua libertà monetaria (che richiede una valuta stabile e prezzi determinati dal mercato).
Anche in questo caso, eccezion fatta per la libertà monetaria che è di competenza europea, l’Italia non brilla: la creazione e gestione di nuove imprese resta un processo lungo e burocratico e l’inefficienza della pubblica amministrazione ne aumenta il costo in maniera rilevante; inoltre, le carenze sistemiche del mercato del lavoro continuano ad impedire la crescita dell’occupazione.

Apertura dei mercati
Dal punto di vista della libertà commerciale, di investimento e finanziaria le cose vanno, invece, molto meglio ma solo grazie all’influenza della tanto odiata Unione Europea.

I benefici della libertà
Ma perché la libertà è tanto importante? La risposta ce la fornisce Friedrich Von Hayek, Premio Nobel per l’Economia e tra i maggiori esponenti della cultura liberale del XX secolo: l’uomo è fondamentalmente ignorante su moltissime cose; ciò che sappiamo e che usiamo consapevolmente è solo una piccola parte di tutta la conoscenza che contribuisce al successo delle nostre azioni. È dunque necessario un “qualcosa” che permetta di mobilitare la conoscenza, che è dispersa, che nessuno possiede per intero e che nessuno può centralizzare: questo “qualcosa” è il libero mercato. Come scrive Hayek ne La società libera (Rubbettino, 2011), «la libertà è essenziale per far posto all’imprevedibile e all’impredicibile; ne abbiamo bisogno perché abbiamo imparato ad aspettarci da essa le occasioni per raggiungere molti dei nostri obiettivi. Siccome ogni individuo sa poco e, in particolare, raramente sa chi di noi sa fare meglio, ci affidiamo agli sforzi indipendenti e concorrenti dei molti, per propiziare la nascita di quel che desidereremo quando lo vedremo».
Guariamo ora ai dati: essi ci dicono che la libertà economica è la causa principale del miglioramento delle condizioni di vita. I Paesi classificati dall’Index of Economic Freedom come più liberi, infatti, hanno un livello medio di PIL pro-capite di gran lunga maggiore rispetto agli altri; più libertà economica significa anche una maggiore felicità (così come misurata nel World Happiness Report delle Nazioni Unite) ed un minor livello di disoccupazione.
Ciò di cui veramente l’Italia avrebbe bisogno è, dunque, un’azione concreta e decisa volta a ridurre il perimetro di intervento dello stato nell’economia. Ma trovare qualche politico che lo proponga seriamente è un’impresa titanica.Liberismo

La svalutazione risolve tutti i problemi?

La svalutazione risolve tutti i problemiIl tema dell’uscita dall’euro, in Italia, è così sdoganato e fluttuante che pare spesso difficile capire quanto, effettivamente, rispecchi l’opinione comune. Questo argomento è stato utilizzato spesso nelle varie fasi delle campagne elettorali dai maggiori partiti (anti)sistema, tanto da diventare un vero e proprio cavallo di battaglia. Con l’esperienza di governo – in realtà già da qualche mese prima – esso è stato sostanzialmente depotenziato, tanto che oggi, seppur con riluttanza, anche lo stesso Salvini sembrerebbe essersi convinto dell’irreversibilità della moneta unica. Sta di fatto che, esperienze come la proposta dei minibot (di cui vi avevamo già parlato qui) e il fatto che personaggi come Borghi e Bagnai siano rispettivamente presidente della Commissione Bilancio alla Camera e presidente della Commissione Finanze al Senato, non possono certo portare ad escludere che questa arma elettorale possa tornare in qualche modo in auge.
Obiettivo di questo articolo non è quello di addentrarsi nella solita retorica di quanto una tale soluzione sarebbe impraticabile, bensì quello di confutare un argomento ancora più antico ma abbastanza popolare, ovvero la più importante giustificazione per uscire dall’euro: sintetizzando, i sostenitori dell’uscita dall’euro – almeno quelli che abbiano voglia di fare dei ragionamenti economici e non parlino esclusivamente in base alle antipatie aprioristiche nei confronti dell’Eurozona – sostengono che, all’interno dell’area valutaria, “l’Italia può recuperare competitività esclusivamente attraverso una riduzione dei salari, non potendo più utilizzare la tanto semplice ed efficace svalutazione del tasso di cambio”. Ciò è spesso tecnicamente sbagliato.
In realtà, in linea generale, non si può banalizzare un argomento molto importante come il costo di rinunciare alla politica monetaria, ma ciò non esclude che si possa confutare la citata interpretazione dei fatti. Per farlo bisogna concentrare il ragionamento su un concetto fondamentale: i salari reali (ovvero W/P, il salario nominale sui prezzi o, in altre parole, ciò che si può effettivamente acquistare con il salario). Si consideri, allora, un semplice esempio. Del resto, per usare le parole di Richard Baldwin, sebbene lo scenario risulterà sostanzialmente irrealistico, esattamente come alcune più importanti lezioni di vita possono essere meglio trasmesse attraverso semplici parabole, anche concetti economici molto complessi possono essere meglio spiegati con esempi intuitivi.
Si considerino ora due paesi aperti al commercio internazionale e in condizioni di piena occupazione (poniamo Italia e Germania) e l’esistenza di uno shock reale asimmetrico dal lato della domanda, il quale potrebbe derivare da un mutamento nelle preferenze dei consumatori, come immaginato da Mundell (1961), pioniere della Teoria delle Aree Valutarie Ottimali. Nel nostro esempio, vi sarà uno spostamento permanente delle domande aggregate verso i beni tedeschi, a scapito di quelli italiani, con conseguente riduzione della produzione e aumento della disoccupazione in Italia (il contrario accade per la Germania). Ciò che si intende dimostrare è che, sia nel caso di una unione valutaria che di un sistema di cambi liberi, ciò che deve accadere per tornare ai livelli iniziali di output in Italia è la riduzione dei salari reali (si assume che il processo di aggiustamento nell’unione valutaria necessiti di una deflazione reale mediante riduzione dei salari nominali, oltreché reali). Ora, si immagini di trovarsi in un sistema in cui Italia e Germania abbiano due monete distinte: l’Italia potrebbe ripristinare lo squilibrio svalutando la lira o permettendo il deprezzamento del cambio a seconda del regime e guadagnando per via del cambiamento dei prezzi relativi. Secondo i teorici dell’uscita dall’euro, il discorso si fermerebbe a questo punto.
Milton Friedman paragonava la svalutazione del tasso di cambio al cambiamento dell’ora legale e la svalutazione interna a un cambiamento delle abitudini (svegliarsi un’ora prima, andare in ufficio un’ora prima, pranzare un’ora prima ecc), poiché, in fin dei conti, la differenza tra le due è veramente piccola. Infatti, l’equilibrio che è stato descritto poc’anzi non è un equilibrio sostenibile: in poche parole, la svalutazione nominale ha un effetto temporaneo sul tasso di cambio reale, lasciandolo praticamente invariato nel lungo periodo. Ma perché? La ragione è che la svalutazione del tasso di cambio rende sì le merci nazionali più competitive sui mercati internazionali (nell’esempio in Germania, essendo questo l’unico mercato internazionale) e, quindi, aumenta la domanda per i beni domestici, ma ha anche un altro effetto, ovvero rende il prezzo delle merci importate più caro in termini di moneta nazionale. Ciò poi, verosimilmente, provocherà un aumento diretto dei costi di produzione, la riduzione dei salari reali e le conseguenti pressioni interne per aumentare i salari nominali a seguito della perdita del potere d’acquisto. Gli effetti positivi di breve periodo vengono progressivamente erosi, sebbene sia impossibile stabilire se essi scompaiano del tutto oppure no in quanto dipendenti da fattori come il grado di apertura, il mercato del lavoro e le istituzioni in generale. L’inflazione importata, espressione che descrive il fenomeno descritto, non è una regola ma una tendenza. Detto ciò, esiste una forte evidenza empirica per i paesi europei che il deterioramento degli effetti iniziali della svalutazione è molto forte, laddove non comporti un annullamento completo dei benefici (esistono alcuni casi in cui la svalutazione del tasso di cambio è stata efficace, come in Francia nel 1982-83, o in Danimarca e in Belgio nel 1982, ma questi esempi sarebbero poco indicativi se si pensa ad un paese come l’Italia per via della debolezza delle sue finanze pubbliche e della sua scarsa credibilità nei mercati internazionali). L’Italia, peraltro, verosimilmente, non disporrebbe nemmeno della credibilità delle proprie istituzioni nell’attività di contrasto all’inflazione (le si immagini, ovviamente, in un contesto esterno all’Eurozona).
L’elemento interessante interviene però ora. Come si è visto, quando Italia e Germania hanno due monete nazionali, il processo di aggiustamento a seguito di uno shock asimmetrico necessita di una riduzione dei salari reali. Tornando alla metafora di Friedman, però, si può affermare che spostare l’ora legale sia più semplice rispetto a cambiare le abitudini. Esiste, naturalmente, una spiegazione economica: l’illusione monetaria. Nel caso di una deflazione interna a seguito di uno shock in una unione valutaria, i lavoratori devono accettare una riduzione del salario nominale. Ciò che accade, invece, nel caso della svalutazione è che i lavoratori vedono erodersi il loro salario reale per mezzo dell’aumento dei prezzi. Certamente la percezione è diversa: è verosimile che i lavoratori accettino con più facilità, magari in modo inconsapevole, la seconda ipotesi rispetto alla prima (poiché il salario nominale rimane costante).
In definitiva, come scrivevano Codogno e Galli sul Sole24Ore nel 2017, la svalutazione del cambio non è un’alternativa alla compressione dei salari (la cosiddetta svalutazione interna), bensì un modo alternativo per ridurre i salari reali. Se vogliamo, la differenza è che, se nel caso della svalutazione del cambio l’Italia recuperava competitività ingannando i lavoratori – spesso ignari della riduzione del salario reale – mentre, nel caso della svalutazione interna, le imprese e il governo devono per forza trattare con i lavoratori stessi.

La forte tentazione di tassare la morte.

La forte tentazione di tassare la morteCi capita spesso di criticare l’alto livello di tassazione che colpisce il nostro Paese. C’è una cosa, però, che nonostante se ne parli di tanto in tanto, non vogliamo cambi: è il caso della tassa di successione.
Si dà il caso, infatti, che la tassa di successione prevista dalla normativa italiana sia una delle più basse all’interno dell’Unione Europea: entrando nel dettaglio, l’imposta ordinaria è pari all’8%, ma scende al 6% per quanto riguarda fratelli e parenti fino al quarto grado e addirittura al 4% in caso di eredi diretti (trattasi di figli, coniuge o compagno unito civilmente); esistono poi le così dette soglie di esenzione, che ammontano a 100.000 euro per i fratelli, e 1 milione di euro per coniuge e parenti in linea retta. Nella pratica, buona parte dell’eredità che viene lasciata all’interno del territorio italiano è esente da tasse. Nella legislatura precedente venne presentata una proposta di legge volta ad abbassare la franchigia per coniuge e figli a 500.000 euro e ad alzare l’aliquota al 7% (e al 21% per i patrimoni superiori al milione); si prevedeva altresì di portare l’aliquota per i fratelli all’8%, quella per gli altri parenti al 10% e quella per tutti gli altri casi al 15%.
Ora, noi capiamo che la tentazione di alzare questa tassa in un Paese vecchio e con un debito pubblico elevato sia forte, ma cercheremo allo stesso tempo di argomentare perché non è auspicabile alcun cambiamento in tal senso. Coloro che sono a favore difenderanno la propria tesi sostenendo che un’alta tassa di successione sia un buon mezzo per assicurare a tutti i cittadini le stesse condizioni di partenza. Ammettiamo anche che da ciò derivi un’allocazione di servizi di un’efficienza tale da garantire al settore più povero della popolazione le stesse opportunità di quello più ricco. Ad ogni modo, a nostro avviso, l’unico effetto che una tale tassazione avrà nei fatti sarà di accrescere le differenze negli stili di vita dell’attuale generazione, nella misura in cui per fuggire dall’attività predatoria dello Stato qualsiasi individuo “sperpererà” i suoi averi in beni di lusso/di consumo. I difensori della tassa potranno domandare quale sia la minaccia in tutto ciò, argomentando anzi che essa abbia un ruolo positivo nell’aumento dei consumi: la risposta è ovviamente nessuna, se non che si dissipa qualsiasi possibilità di investimento e innovazione.
Tornando ai difensori, questi potranno argomentare ponendosi la questione del perché un’azienda o un privato cittadino, anche in caso di un’elevata tassa, non possano decidere di investire piuttosto che consumare. La risposta è semplice: gli investimenti e le innovazioni non sono sempre possibili allo stato attuale delle conoscenze, o di altri fattori, quali possono ad esempio essere (come nel caso italiano) gli ostacoli burocratici; occorre dunque ragionare secondo un’ottica intragenerazionale. Considerando poi che al giorno d’oggi il termine sostenibilità va molto di moda, è doveroso sottolineare che sostenibilità implica altresì il dovere morale di garantire alle generazioni future le stesse possibilità di sviluppo di quelle attuali e, aggiungeremmo noi, se possibile di accrescerle.
Diceva Milton Friedman, in risposta a coloro che attaccavano le idee liberiste accusandole di avere un impianto eccessivamente individualista, che noi tutti viviamo all’interno di una “family society”. Se i nostri genitori hanno avuto la possibilità di avere degli standard di vita migliori dei nostri nonni, e se noi abbiamo avuto a nostra volta la possibilità di averne di migliori dei nostri genitori, tutto ciò è dovuto a una sola cosa: il risparmio. È solo dal risparmio che possono nascere investimenti e innovazione. Alcuni paesi dai più considerati socialisti (Svezia e Norvegia) hanno colto queste dinamiche e di conseguenza eliminato quella che in America è chiamata “death tax”, tassa sulla morte. Noi chiediamo alla nostra classe dirigente di continuare su questa linea e di non azzardarsi a sostenere qualsiasi riduzione del deficit con una tassa che potremmo definire immorale. In un’era dove il concetto di risparmio ha visto gradualmente sminuirsi il suo valore e dove la classe dirigente sostiene che la crescita economica sia soprattutto guidata dall’aumento dei consumi, noi continueremo a difendere i cittadini da ogni tassa che vada a ledere qualsiasi forma di risparmio.

È tutta colpa del liberismo?

Locandina Mingardi«Non c’è disastro, dall’incendio della Grenfell Tower a Londra al crollo del ponte Morandi a Genova, che non sia “colpa del neoliberismo”. Secondo un importante giornalista, è una specie di calamità che ogni tanto fa deragliare i treni. Per l’ex presidente della Camera dei Deputati Laura Boldrini avrebbe qualche cosa a che fare con la diffusione di Ebola, al pari di quei pipistrelli dell’Africa subsahariana il cui sangue conterrebbe il ceppo del virus. Del resto, c’è chi parla di “intossicazione ideologica” neoliberista: come la salmonella». Così scrive Alberto Mingardi nel suo ultimo libro La verità, vi prego, sul neoliberismo (Marsilio 2019). Ma questo presunto neoliberismo imperante è come l’araba fenice per Metastasio: che vi sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa.
Per dirimere la questione parlando anzitutto con fatti e numeri e sfuggendo alle logiche della propaganda politica, l’associazione L’Asino di Buridano, col patrocinio del Comune di Molteno, organizza “È tutta colpa del liberismo?”, serata di dibattito con l’autore Alberto Mingardi, direttore generale dell’Istituto Bruno Leoni e ricercatore di Storia delle Dottrine Politiche presso l’Università Iulm di Milano. L’evento, ad ingresso libero, si terrà giovedì 17 ottobre dalle ore 20.30 presso la sala consiliare di Molteno e sarà introdotto da Simone Galimberti, presidente dell’associazione L’Asino di Buridano, e da Giuseppe Chiarella, sindaco di Molteno.

La Nadef ci regala più deficit per tutti.

La Nadef ci regala più debito per tuttiPochi giorni fa, il Governo Conte II ha approvato la Nota di Aggiornamento al Documento di Economia e Finanza (Nadef), ossia il testo di finanza pubblica che consente, da un lato, di aggiornare le previsioni economiche contenute nel Def approvato ad aprile e, dall’altro lato, di fissare nuovi obiettivi programmatici in vista della futura Legge di Bilancio (per maggiori informazioni circa tutti i Documenti di Finanza pubblica, è possibile vedere questo nostro video).
Osservando i numeri, pare purtroppo evidente l’assoluta continuità del governo giallorosso con quello gialloverde in merito ad una variabile chiave: il deficit, il quale si traduce in maggior debito pubblico sulle spalle degli Italiani, in particolare quelli più giovani.

Lo scenario tendenziale
Innanzitutto, è doveroso dare un’occhiata ai numeri del cosiddetto scenario tendenziale, ossia quello a legislazione vigente, che non tiene conto dei futuri interventi programmati dal governo.
A causa, in particolare, della situazione stagnante dell’economia mondiale, la crescita del PIL per il 2020 è rivista al ribasso dallo 0.8 allo 0.4%, per poi salire allo 0.8 e all’1% rispettivamente nel 2021 e nel 2022. Per quanto riguarda il deficit, la stima per il 2019 è del 2.2% (in calo rispetto al 2.4 preventivato dal Def di aprile grazie al miglioramento dell’avanzo primario e al calo degli interessi sul debito), mentre nel triennio 2020-2022 è prevista una progressiva decrescita fino allo 0.9%. Infine, il debito salirebbe al 135.7% del PIL a fine 2019 (soprattutto a causa delle mancate privatizzazioni promesse dal Governo Conte I) per poi scendere fino al 130.4% nel 2022, il che non sarebbe comunque sufficiente a soddisfare la regola di riduzione del debito prevista dal Fiscal Compact.Nadef_tendenz.PNG

Lo scenario programmatico
Passiamo ora ad analizzare la parte più importante, ossia lo scenario programmatico. Come ha detto Mario Seminerio nel suo podcast (che potete ascoltare qui), la Nadef rappresenta la cornice complessiva all’interno di cui deve essere scritta la prossima Legge di Bilancio. I numeri ci parlano di una manovra per il 2020 che “peserà” circa 30 miliardi: di questi, oltre 14 derivano da maggiore flessibilità (cioè deficit) e 7 dalla lotta all’evasione (numero che sarebbe senza precedenti), a cui si aggiungerebbero le risorse derivanti dal taglio dei sussidi ambientalmente dannosi (che vuol dire tutto e vuol dire nulla) e dal risparmio in interessi passivi sul debito (che ha spinto Seminerio a dire che «questo è il primo paese al mondo che riesce a mettere in maniera assolutamente demenziale il risparmio nella spesa per interessi [come copertura] e a creare tesoretti dove praticamente tesoretti non esistono»), oltre alle solite privatizzazioni e spending review di cui ogni anno sentiamo parlare senza riuscire davvero a vederle.
Tutto ciò è evidenziato dalle previsioni dello scenario programmatico: in seguito agli interventi promessi dal governo, il PIL dovrebbe salire di appena lo 0.2% nel 2020 e nel 2021, ma il deficit resterebbe fermo al 2.2% nel 2020 (anziché scendere all’1.4) e il debito calerebbe solo al 135.2% (anziché al 134.1); e anche per il 2021 e per il 2022 è previsto un peggioramento dei saldi di finanza pubblica rispetto allo scenario tendenziale.
Insomma, un’altra “manovra del popolo” a spese delle generazioni future.Nadef_prog

Gli interventi previsti
La flebile speranza che, perlomeno, le misure promesse per il 2020 potessero avere un senso logico e portare il nostro Paese su quel necessario percorso di riduzione delle tasse, della spesa pubblica e del perimetro di intervento dello Stato nell’economia (di cui vi avevamo parlato qui) si scontra con il catalogo degli orrori contenuto a pagina 23 della Nadef, in cui spiccano: il disegno di legge per un Green New Deal (espressione coniata dalla paladina del comunismo madurista del XXI secolo, Alexandria Ocasio-Cortez) che si tradurrà in maggiori tasse e regolamentazioni per le imprese; la riforma del catasto, utile per colpire ulteriormente il già agonizzante mercato immobiliare; la creazione di una banca pubblica per gli investimenti, per cui ci prepariamo al ritorno in grande spolvero dell’IRI e della Cassa per il Mezzogiorno in salsa cinquestelle.
A ciò si aggiunga che nulla è stato fatto per rimediare agli errori del Conte I: infatti, non vengono in alcun modo toccati né il Reddito di Cittadinanza né Quota 100. In particolare, per quanto riguarda quest’ultima, la Nota di Aggiornamento al Def certifica quei numeri che molti esponenti della maggioranza hanno tentato nei mesi scorsi di negare: l’intervento pensionistico voluto dalla Lega produce, nel periodo 2019-2036, un incremento di spesa in rapporto al PIL pari in media a circa 0.2 punti annui, ossia oltre 60 miliardi nell’arco dei prossimi 17 anni.Pensioni.PNGIl governo della moderazione e della responsabilità, quindi, si scopre essere il perfetto staffettista della pessima esperienza gialloverde, nonostante i tanti proclami sulla discontinuità. Per citare nuovamente Mario Seminerio, «tanto tuonò che non piovve. O che piovvero idiozie».

Vietare la plastica non è la soluzione.

Vietare la plastica non è la soluzioneÈ giunto il momento di dirci la verità sull’inquinamento ambientale causato dalla plastica: il problema non è la plastica in sé, bensì l’uomo. Significa dunque che abbiamo perso la nostra fiducia nell’essere umano, ripudiando la sua centralità all’interno del sistema economico? La risposta è no. Si dà il caso sia appunto l’esatto contrario. È proprio alla luce della fiducia nell’attività del singolo individuo come vettore in grado di massimizzare il benessere che riteniamo l’abolizione della plastica una misura inefficace.
Parliamo di inefficacia in quanto è la stessa economia dello sviluppo ambientale a descrivere come qualsiasi errata fissazione di uno standard ambientale causa una perdita di benessere sociale: data la difficoltà per gli attori politici di stimare i costi marginali di inquinamento e di abbattimento dell’inquinamento, la difficoltà nella stima ambientale è insita al processo, e dunque uno standard così restrittivo come l’abolizione della plastica potrebbe provocare dei danni gravi in termini di benessere sociale. In aggiunta a ciò, occorre sottolineare come l’utilizzo di standard non induce i produttori a sviluppare tecnologie meno inquinanti di produzione o – come sarebbe auspicabile nel caso della plastica – di smaltimento e riciclaggio. Dal punto di vista delle imprese poi, esse sono costrette ad allinearsi allo standard prestabilito indipendentemente dai costi da sostenere, riducendo dunque la loro competitività.
Avendo parlato della mancanza di incentivi all’innovazione dovuta alla fissazione di uno standard ambientale, è doveroso ritornare alla tematica dell’attività umana. Quando leggete o sentite parlare di isole di plastica che si formano nei mari vi domandate mai come sia stata possibile la loro formazione? La risposta è semplice, al limite del banale: la responsabilità è dell’uomo e dei suoi modelli di consumo. Quest’ultimi sono cambiati fortemente nel corso degli ultimi decenni, soprattutto sotto la spinta del turismo (è inutile nasconderci dietro a un dito: il turismo genera inquinamento, nella misura in cui il legame che si instaura tra il visitatore e il luogo di accoglienza è meramente temporaneo). Vi sembrerà dunque che stiamo rievocando la storiella del consumismo, ma in questo caso un ragionamento è doveroso farlo. La critica non è rivolta ai consumi in sé, bensì a tutti quei politici che ci riempiono le orecchie con il fatto che la crescita economica possa essere trainata meramente dai consumi. Per la tematica presa in questione, non stiamo auspicando una drastica riduzione dei consumi (e difatti osteggiamo la stessa abolizione della plastica), ma vogliamo proporre un ragionamento che si basi su di un altro paradigma.
Per quanto riguarda le risorse non rinnovabili, Hartwick giunse a sostenere che vi fosse sostituibilità tra capitale naturale e artificiale, e che dunque reinvestendo le rendite dovute allo sfruttamento in capitale industriale, conoscenze e capitale naturale riproducibile si potesse garantire lo stesso livello di benessere alle generazioni future. Ora, nel caso della plastica ovviamente non stiamo parlando di una risorsa non rinnovabile, ma si potrebbe adoperare un ragionamento simile. Non tanto l’abolizione della plastica, ma forti incentivi (sotto forma di sgravi fiscali), così da poter sviluppare nuove tecnologie di riciclaggio e di smaltimento dei rifiuti o – perché no? – tecniche di produzione che consentano di produrre materiali alternativi alla plastica a costi inferiori.
Ovviamente questo non è sufficiente. L’uomo, come elemento centrale del sistema economico, deve contribuire a tutto ciò eliminando qualsiasi forma di comportamento inquinante a lui direttamente dovuto. A ogni modo, abbiamo fiducia nell’uomo e quindi nella sua capacità di risolvere i problemi dell’inquinamento dovuto alla plastica. Molta più fiducia di quella che riponiamo in uno standard fissato dal governo centrale.

Alla Casa Bianca il caos regna sovrano.

Alla Casa Bianca il caos regna sovranoDue settimane fa, Donald Trump, mantenendo fede al suo stile, ha invitato con un tweet John Bolton a dimettersi dalla posizione di Consigliere della Sicurezza Nazionale (CSN) dopo 520 giorni di lavoro. Come del resto è successo per diversi altri importanti ruoli dell’amministrazione durante la Presidenza Trump, in questo caso particolare la tendenza a cambiare frequentemente i vertici della gestione della sicurezza nazionale si distanzia considerevolmente dalle esperienze precedenti. In particolare, se si considera il periodo dalla Presidenza George H.W. Bush in avanti, si ha modo di comprendere come, prima di Trump, il CSN abbia di norma accompagnato il Presidente per tutta la durata del mandato o comunque per diversi anni.
La seguente lista testimonia appieno questa considerazione:
Presidenza George H.W. Bush: Brent Scowcroft – 1461 giorni
Presidenza Clinton: Anthony Lake – 1514 giorni; Sandy Berger – 1408 giorni
Presidenza George W. Bush: Condoleeza Rice – 1464; Stephen Hadley – 1455
Presidenza Barack Obama: James Jones – 626; Tom Dodilon – 997; Susan Rice – 1299
Presidenza Trump: Michael Flynn – 24; Keith Kellogg (ad interim) – 7; H.R McMaster – 412; John Bolton – 520; Robert O’Brien  – in carica
Il ruolo di CSN non è previsto dalla legislazione americana e non necessita di una conferma del Senato, come spesso accade, invece, per i ruoli di particolare rilievo. Esso è, sin dalla sua creazione, un’esclusiva prerogativa presidenziale.  Il fatto, però, che vi sia una tale differenza tra le esperienze degli ultimi Presidenti USA e quella di Trump non può che suggerire la presenza, in quest’ultima, di una caratteristica tipica che, nella nostra opinione così come per la maggior parte dei commentatori americani, coincide con la preoccupante impreparazione di questa amministrazione: secondo Daalder e Destler di Foreign Affairs, addirittura, “Few presidents had thought less about the management of national security policy the day they entered the White House than Donald J. Trump”.  In particolare, la giustificazione di una tale conclusione potrebbe risiedere in due circostanze rilevanti.
In primo luogo, l’anomala frequenza dei licenziamenti non riguarda solo il CSN ma anche altri ruoli fondamentali nell’apparato della sicurezza nazionale, suggerendo così un atteggiamento piuttosto diffuso e generalizzato. Si ricordi in questo senso che durante l’esperienza di Trump, sino ad oggi, sono cambiati i vertici del Segretario di Stato, del General Attorney, del Segretario della Difesa, del Direttore dell’FBI, del Direttore dell’Intelligence Nazionale, del Segretario della Homeland Security, del Capo Gabinetto della Casa Bianca (per ben due volte) e, per cinque volte, il vice CSN. Inoltre, è stato sostituito anche l’Ambasciatore americano presso le Nazioni Unite, oltre a moltissimi altri esperti di sicurezza nazionale di rango inferiore.
In secondo luogo, poi, anche la profonda differenza caratteriale dei tre CSN (escludendo l’esperienza interinale di Kellogg in quanto irrilevante) che si sono susseguiti dimostra una totale assenza di coerenza nelle decisioni presidenziali. Originariamente la scelta di Trump ricadde su Flynn, un generale in pensione con una visione esasperata sulla minaccia terrorista di matrice islamica e, allo stesso tempo, un’idea piuttosto ambigua sulla Russia. Una scelta strana, anche in virtù delle scarse capacità manageriali di Flynn, che finì molto presto il suo lavoro a causa del coinvolgimento nello scandalo russo. Flynn nutriva un rapporto personale piuttosto stretto con Trump e a testimonianza di ciò vi era la sua fitta relazione con figure estremamente vicine al Presidente come Bannon e Kushner, tanto che, al momento del forzato licenziamento, Trump si trovò estremamente impreparato nel scegliere il successore.
Venne scelto McMaster, altro generale, veterano delle guerre irachene e afghane, oltreché dotato di un certo spessore intellettuale nel campo della difesa e apprezzato dalla burocrazia di Washington. McMaster aveva un approccio meticoloso e fortemente anti-ideologico alle questioni legate alla difesa e il suo lavoro era caratterizzato dalla forte inclusione dei vertici della sicurezza nazionale e dall’alto livello di professionalità. Non certo, a giudicare dai casi concreti, lo stile adeguato all’azione di Donald Trump. La sua incapacità di avvicinarsi al Presidente e di stringere legami personali lo hanno progressivamente allontanato dal potere decisionale.
John Bolton, a differenza di McMaster, sia per propensione personale (non essendo particolarmente lontano dall’American Firts), sia per la sua grande esperienza, intuì il tipo di rapporto ideale per entrare nelle grazie del Presidente. Personaggio molto controverso e particolarmente osteggiato dall’establishment, soprattutto in virtù dei suoi atteggiamenti spesso guerrafondai maturati durante la sua longeva esperienza professionale (anche da Ambasciatore all’ONU; fu un grande sostenitore della guerra in Iraq). È stata, però, proprio l’ortodossia di Bolton, da potente ideologo qual è, a mettere in pericolo la sua posizione. Su tutte le questioni, probabilmente, la totale avversione di Bolton nei confronti di un qualsiasi dialogo con la Corea del Nord, così come la forte riluttanza verso il ritiro delle truppe in Afghanistan e l’insistenza nel porre in essere una rappresaglia a seguito dell’abbattimento di un drone americano da parte dell’Iran hanno giocato un ruolo decisivo.
Il fatto che il licenziamento di Bolton sia avvenuto solo due settimane prima dall’Assemblea Generale dell’Onu certo non rafforza l’idea di una solida strategia presidenziale, e ciò non è reso possibile nemmeno dalle parole di rassicurazione spese da Mnuchin e Pompeo. Anche considerando l’ormai palese divisione su alcuni temi chiave tra gli stessi paesi occidentali (si pensi al cambiamento climatico), è difficile intuire in che direzione di muoveranno gli Stati Uniti.
L’unica cosa evidente è che non c’è null’altro di evidente. La totale rottura con le esperienze storiche statunitensi rendono questa amministrazione estremamente imprevedibile del punto di vista delle decisioni strategiche in merito alla sicurezza nazionale. La sensazione, seppur un po’ forte, è che questi continui cambi nei ruoli chiave cerchino di trasmettere l’idea che qualcosa si stia facendo, quando poi sembra molto verosimile che nulla si stia veramente muovendo.

Siamo una Repubblica fondata sui sondaggi?

Siamo una repubblica fondata sui sondaggi.PNGSi è già parlato in un altro recente articolo di come la volatilità dei consensi sia uno dei problemi maggiormente da prendere in considerazione sulla scena politica contemporanea. Si è anche già abbondantemente trattato di come, da un punto di vista costituzionale, richiedere elezioni ogni anno sia contrario ai principi della democrazia parlamentare. Abbiamo dunque deciso di depotenziare, attraverso l’uso di dati, tutti quegli argomenti che affermano che sia necessario recarsi alle urne data la mutata situazione politica: più nello specifico, vogliamo mostrarvi come, nell’arco della legislatura, i risultati delle tornate elettorali e le previsioni dei sondaggi dimostrano che il consenso verso le forze politiche sia in continuo divenire.
Immediatamente dopo le elezioni del 2018, contestualmente alla formazione del Governo Conte, la Lega registrò un forte balzo in avanti nei sondaggi, fino ad arrivare al 25%, mentre a luglio aveva praticamente raggiunto il Movimento 5 stelle. Gli equilibri tra le forze governative erano dunque già mutati dopo solamente tre mesi. Si sarebbero dunque dovute sciogliere le Camere per recarsi immediatamente alle urne? Alle elezioni europee questo mutamento era divenuto ancora più evidente, e lo scarto tra Lega e M5S andò rinforzandosi. Lo scenario antecedente alla crisi di governo nei sondaggi era infatti il seguente: Lega 38%, Pd 23%, M5S 17%, Forza Italia 7%. Questa dunque la situazione che giustificherebbe le pretese delle forze di centro-destra nella richiesta di nuove elezioni.
Quello che però è evidente dagli ultimi sondaggi – che come tutti i sondaggi andrebbero presi con le pinze – è che in una sola settimana il consenso alle forze politiche è cambiato in maniera repentina: la Lega avrebbe infatti perso il 7% dei consensi (!), mentre il M5S sarebbe tornato sopra quota 20%. Vi verrà da chiedervi se siamo appassionati di sondaggi, e potreste inoltre affermare che stiamo ragionando secondo la stessa ottica utilizzata dalle forze politiche. La risposta è ovviamente negativa. Questo grafico si limita a dimostrare come il consenso muti repentinamente: è avvenuto immediatamente dopo le elezioni del 2018, e si è ripetuto durante questi scenari di crisi.Volatilità.png
Quindi, anche risparmiandoci le lezioni di diritto costituzionale, determinate pretese di voto anticipato sono e saranno insensate fino a quando ovviamente non verrà constatata l’inesistenza di una maggioranza alternativa in parlamento. La stabilità delle istituzioni è un principio troppo importante, che non può dunque essere sacrificato sull’altare dei sondaggi elettorali: il rischio è quello di cadere in un perenne stato di campagna elettorale. I sondaggi sono senza dubbio uno strumento importante, ma si inseriscono in quell’ottica per cui gli elettori vogliono sentirsi sempre e profondamente raggiungibili. Proprio per questo, i sondaggi permettono di cogliere quale sia il comune sentire sull’implementazione di determinante politiche. Allo stesso tempo però, essi non devono diventare uno strumento di ricatto nelle mani delle forze politiche, e non dovranno mai minare le basi della democrazia parlamentare.

Gli insegnamenti di questa crisi di governo.

Gli insegnamenti di questa crisi di governoCosa ci sta insegnando questa crisi di governo (ammesso che di crisi si potrà parlare)? Si può dire che, sulla scia di quello che avvenne durante il referendum costituzionale del 2016, c’è in corso un tendenziale disaffezionamento per i principi fondamentali del diritto costituzionale. “Non abbiamo paura del voto”, “il popolo è sovrano”, “non vi è nulla di più democratico e trasparente delle elezioni”: queste le espressioni più pronunciate nelle fasi di avvicinamento di quella che potenzialmente potrà essere ufficialmente una crisi di governo. Tralasciando che si fatica ad annoverare il voto tra le prime dieci attività preferite dai cittadini italiani, queste affermazioni sono gravi e preoccupanti.
L’articolo 1 della Costituzione dice sì che la sovranità appartiene al popolo, ma aggiunge che essa è esercitate nelle forme e nei limiti previsti dalla Costituzione stessa. Quanto alle forme, si dà il caso che secondo il dettato costituzionale l’Italia sia una democrazia parlamentare, e che è dunque il Parlamento il luogo in cui la sovranità viene esercitata: Parlamento che è appunto eletto dai cittadini, i quali conferiscono un mandato parlamentare a deputati e senatori per cinque anni. Tralasciamo anche che certe pretese provengono da un partito che conta 125 deputati su 630, e 58 senatori su 319. Tolto anche questo cosa ci resta? Beh, ci restano 261 senatori e 505 deputati. Ovviamente non stiamo affermando che questi sono i numeri di una potenziale maggioranza, ma non si può trascurare come la volontà popolare resti ben rappresentata all’interno dei due rami del Parlamento, anche se un singolo gruppo parlamentare vorrebbe nuove elezioni. In una democrazia parlamentare è infatti compito del Presidente della Repubblica quello di nominare il governo, ovviamente sulla base delle possibili maggioranze che si creano in Parlamento, e solo in caso contrario è lo stesso a decretare lo scioglimento delle Camere.
Ci resta qualcos’altro? Quasi ci dimenticavamo. “No agli inciuci” “Un governo Renzi-Di Maio non sarebbe un governo naturale”: questo l’altro strumento di propaganda sventolato nell’ultima settimana. Si dà il caso che, essendo l’Italia una repubblica parlamentare, ed avendo un sistema elettorale che non può essere definito maggioritario (inoltre i sistemi elettorali maggioritari non sono sinonimo di automatico ottenimento di una maggioranza parlamentare), la maggioranza all’interno del Parlamento si dovrà per forza di cose trovare tramite l’alleanza di due o più forze politiche (così come è già avvenuto con il governo gialloverde). Si può dunque discutere dell’esigenza di avere un sistema elettorale diverso (cosa che puntualmente si fa ad ogni crisi di governo e prima di ogni tornata elettorale), di trasformare l’Italia in una Repubblica presidenziale, di adottare strumenti costituzionali volti a garantire la stabilità degli esecutivi (vedasi la sfiducia costruttiva), oppure di ridurre la durata delle legislature, ma quello che ci insegnano questi scenari di crisi è ben più preoccupante.
In questa fase della storia europea, la politica è cambiata, e con essa gli elettori. Come afferma Catherine Fieschi in “Populocracy. The Tyranny of Authenticity and the Rise of Populism” gli elettori vogliono sentirsi sempre e profondamente raggiungibili e per questo motivo i politici amano mostrarsi raggiungibili e rintracciabili. Per questo nascondersi dietro la bandiera della non paura del voto è molto preoccupante. Ed è preoccupante perché in tal modo le forze politiche, così come già avviene stante la perenne instabilità degli esecutivi, stazionano in una costante campagna elettorale. La volatilità del consenso è senza dubbio un problema dei giorni nostri, ma la soluzione non è certo la distruzione delle basi della democrazia parlamentare. Stabilità, responsabilità e alternanza sono le uniche cure che conosciamo per poter controllare i cambiamenti che per forza di cose sono avvenuti nella società contemporanea.