Appello ai candidati del collegio di Lecco

AppelloA seguire il testo completo del nostro appello ai candidati lecchesi. A questo link è possibile leggere la risposta di Galimberti (M5S) e le nostre repliche. A questo link è possibile leggere la risposta di Lupi (CDX) e le nostre repliche. A questo link è possibile leggere la risposta di Bartesaghi (CSX) e le nostre repliche. A questo link è possibile leggere la risposta di Stefano Motta (Terzo Polo) e le nostre repliche.

Perché un appello ai candidati del collegio di Lecco? L’associazione lecchese L’Asino di Buridano nasce con l’obiettivo di fornire informazioni utili per fare scelte consapevoli, affinché l’elettore non cada nella trappola di dire “sono tutti uguali” e non rischi di fare la fine, politicamente parlando, dell’asino protagonista dell’apologo del filosofo Giovanni Buridano. Ma noi possiamo solo limitarci a dare informazioni e fornire stimoli, sta ai partiti il compito di dimostrare che sono effettivamente “diversi”. Come? In vista delle elezioni del 25 settembre, abbiamo deciso di lanciare un pubblico appello ai candidati del collegio uninominale di Lecco, invitandoli a fornire una risposta concreta e precisa su 6 temi che, dalla fondazione dell’associazione, sono stati al centro del nostro interesse e delle tante iniziative organizzate con la collaborazione di diversi comuni della nostra provincia: conti pubblici, pensioni, liberalizzazioni, autonomia regionale, nucleare e diritti civili. Chiediamo pertanto ai candidati di Lecco delle quattro coalizioni principali, ossia Laura Bartesaghi (centrosinistra), Giovanni Galimberti (Movimento 5 Stelle), Maurizio Lupi (centrodestra) e Stefano Motta (Azione – Italia Viva), di rispondere alle domande contenute nel nostro appello e di accettare l’invito a dibatterne pubblicamente. L’Asino di Buridano vorrebbe scegliere: mettetelo nelle condizioni di farlo!

1 – CONTI PUBBLICI
Il quadro programmatico del Documento di Economia e Finanza 2022 indica che questo anno si chiuderà con un indebitamento netto dello Stato italiano pari al 5,6% del PIL e con un debito pubblico al 147%. Tali numeri sono sicuramente stati aggravati dalla pandemia, ma evidenziano un’abitudine italiana tale da spingere il direttore dell’Istituto Bruno Leoni Alberto Mingardi a definire l’Italia una “Repubblica fondata sul debito”: il nostro bilancio non è mai stato in pareggio e, dalla fine della Seconda guerra mondiale ad oggi, la spesa pubblica è aumentata di cinquanta volte, passando da circa il 10% del PIL a oltre il 50%. Tale situazione non è più sostenibile e alimenta una dinamica che mette sempre più a rischio il futuro dei giovani. Intende lei impegnarsi affinché il prossimo governo metta mano ai conti pubblici per ridurre deficit e debito? Considerando che, come evidenziato da illustri economisti quali Alesina, Favero e Giavazzi, tagliare le spese è molto meno dannoso che aumentare le tasse (le quali sono già molto elevate in Italia, con una pressione fiscale che nel 2022 si attesta al 43,1%) ed è dimostrato dall’esperienza di paesi come Belgio, Canada e Irlanda che possono esistere programmi di aggiustamento delle finanze pubbliche di successo, intende lei impegnarsi affinché il miglioramento dei conti sia ottenuto mediante tagli alla spesa pubblica anziché aumenti di tasse? Quali spese intende eventualmente impegnarsi a tagliare?

2 – PENSIONI
La sostenibilità di lungo periodo del sistema pensionistico pubblico italiano, come per tutti i sistemi a ripartizione, è messa in pericolo dal progressivo invecchiamento della popolazione, tanto che oggi il futuro pensionistico dei giovani è tutt’altro che roseo. Tutto ciò in un paese in cui l’incidenza della povertà assoluta nel 2021 è stata dell’11,1% nella fascia d’età 18-34 contro il 5,3% della fascia superiore ai 65 anni, con un gap tra le due coorti anagrafiche che è andato crescendo dall’inizio della crisi Covid. Intende lei impegnarsi affinché il sistema pensionistico non venga ulteriormente utilizzato per fini elettorali ai danni delle future generazioni? Premesso che le politiche tese ad invertire le tendenze demografiche sono molto costose e producono effetti solo nel lunghissimo periodo, come intende impegnarsi affinché ai giovani sia garantita una pensione certa e dignitosa?

3 – LIBERALIZZAZIONI
Se è indubbio che nel corso degli ultimi anni l’Italia ha fatto passi avanti nell’ambito della concorrenza, tanto da salire al quinto posto in Europa nell’”Indice delle liberalizzazioni” curato dall’Istituto Bruno Leoni, la crisi Covid-19 e le sue conseguenze pongono seri problemi e rischiano di far fare passi indietro al nostro paese: dalle telecomunicazioni al servizio postale, passando per l’elettricità e soprattutto i servizi pubblici locali, sono tante le conquiste da difendere e i passi avanti ancora necessari. Le recenti impasse parlamentari sui temi taxi e concessioni balneari lo dimostrano. A ciò si aggiunga che il grado di concorrenza influisce sui prezzi e ulteriori liberalizzazioni in settori quali, per esempio, trasporti e telecomunicazioni, potrebbero risolvere il problema dei prezzi nel lungo termine, riducendo le pressioni inflazionistiche e proteggendo il potere d’acquisto dei salari. Intende lei impegnarsi affinché cresca lo spazio di concorrenza in quei settori in cui ancora manca, senza lasciarsi influenzare da lobby e difensori di rendite di posizione parassitarie? In che modo?

4 – AUTONOMIA REGIONALE
Il 22 ottobre 2017, oltre 3 milioni di elettori lombardi si sono recati alle urne per richiedere che, in coerenza con il terzo comma dell’articolo 116 della Costituzione, a Regione Lombardia siano concesse ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia nell’ambito dell’organizzazione della giustizia di pace, delle norme generali sull’istruzione e della tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali, nonché delle materie di competenza concorrente. A tale richiesta – rimasta inascoltata dal governo e del Parlamento – si sono associate altre regioni, tra cui l’Emilia Romagna guidata dall’esponente PD Stefano Bonaccini, a conferma del fatto che trattasi di tema apartitico. È lei a favore della richiesta di maggiore autonomia regionale? Come intende muoversi affinché si ponga fine allo stallo attuale? Qualora nel corso della prossima legislatura dovesse porsi la questione di una nuova riforma costituzionale, intende impegnarsi affinché essa sia improntata ad una visione federalistica, con maggiore autonomia in capo alle regioni anche in materia fiscale?

5 – NUCLEARE
La transizione green e la necessità di contenere l’aumento delle temperature sono un tema non più prorogabile da parte del governo e del Parlamento italiano. Ciononostante, il dibattito pubblico è ancora troppo imperniato sull’ideologia anziché sui numeri: l’UNECE ha messo nero su bianco che non sarà possibile raggiungere la decarbonizzazione completa entro il 2050 senza ricorrere al nucleare, con cui integrare le intermittenti fonti rinnovabili; l’IEA (International Energy Agency) ha documentato la necessità di raddoppiare la potenza installata nel mondo di nucleare entro il 2050 per rispettare gli obiettivi climatici; il JRC della Commissione europea ha certificato che il nucleare è ecosostenibile e sicuro come o più delle tecnologie rinnovabili. L’Italia, sotto questo aspetto, è ancora bloccata dall’emotività che ha caratterizzato i referendum del 1987 e del 2011. È lei favorevole al ritorno dell’Italia al nucleare? Come eventualmente intende impegnarsi affinché ciò avvenga?

6 – DIRITTI CIVILI
L’estate 2021 è stata caratterizzata dalla grandissima partecipazione popolare alla raccolta firme per i referendum Eutanasia Legale e Cannabis Legale, che hanno raccolto 1 milione e 200 mila firme il primo e 600 mila firme (in poche settimane) il secondo: nonostante la bocciatura da parte della Corte Costituzionale, i sondaggi indicano che la maggioranza della popolazione è a favore di tali temi. Allo stesso tempo, il dibattito sul Ddl Zan ha oscurato l’impegno di molte associazioni a favore dei diritti LGBTQ+, in primis matrimonio egualitario, adozioni e gestazione per altri. È lei a favore di una legislazione che garantisca i diritti civili oggi negati nel nostro paese? Come eventualmente intende muoversi per superare il disinteresse dei partiti e l’inattività del Parlamento?

Ci auguriamo che il nostro appello ai candidati del collegio di Lecco non resti inascoltato. Tutti – dai semplici cittadini alla stampa locale, passando per i candidati stessi – abbiamo una responsabilità e possiamo giocare un ruolo per far sì che la politica si occupi di temi concreti. Speriamo che non sia l’ennesima occasione persa.

Il killeraggio politico della Corte Costituzionale

Il killeraggio politico della CorteNei giorni scorsi, la Corte Costituzionale ha dichiarato inammissibili i referendum Eutanasia Legale e Cannabis Legale: nonostante l’elevato numero di firme raccolte (1 milione e 200mila per l’eutanasia e 600mila in un solo mese per la cannabis), gli italiani non potranno votare su questi due temi. Essendosi la nostra associazione spesa in prima persona per la raccolta firme, contribuendo alle quasi 10mila raccolte in Provincia di Lecco, ci sentiamo in dovere di spiegare cosa è accaduto e, soprattutto, perché consideriamo la decisione ingiustificabile e a tratti quasi vergognosa.
Innanzitutto: ad oggi non abbiamo ancora le motivazioni delle sentenze, ma possiamo basare le affermazioni sulla conferenza stampa del presidente della Corte Costituzionale Giuliano Amato. Una conferenza stampa irrituale e inopportuna, condita da numerose imprecisioni e falsità fattuali, che ha rappresentato un attacco politico (e non semplicemente tecnico-giuridico) alle battaglie per la libertà e ai comitati promotori che tali battaglie hanno cercato di portarle avanti, accusati di aver cercato di “imbrogliare” i cittadini e di essere incapaci di scrivere i quesiti.
I titoli e i comitati
Per prima cosa, Giuliano Amato si è scagliato contro i titoli dei quesiti referendari e i nomi dei comitati promotori, i quali avrebbero cercato di trarre in inganno gli elettori: i referendum su eutanasia e cannabis, infatti, riguarderebbero in realtà l’omicidio del consenziente e le sostanze stupefacenti in generale. Ora, in merito a questa affermazione ci sono tre considerazioni da fare: (1) i titoli dei quesiti non vengono scelti dai comitati promotori bensì dalla Corte di Cassazione, tant’è che citavano esplicitamente l’omicidio del consenziente e le sostanze stupefacenti in generale, senza alcun riferimento a eutanasia (termine che giuridicamente non esiste e non è possibile rinvenire in alcun testo di legge) o cannabis; (2) sia i moduli di raccolta firme sia la scheda elettorale riportano il quesito per intero, il che significa che i cittadini hanno la possibilità di verificare direttamente ciò che stanno firmando/votando; (3) i comitati promotori hanno il diritto di usare il nome che preferiscono senza che questo possa andare ad inficiare l’ammissibilità, tanto che non risulta che nel 2011 la Corte abbia fatto rilievi al vergognoso nome-truffa del cosiddetto “Referendum Acqua Pubblica”.
L’omicidio del consenziente
Il Referendum Eutanasia Legale prevedeva l’abrogazione parziale dell’art. 579 del codice penale relativo all’omicidio del consenziente. Perché? Facciamo un passo indietro: nel 2019, con la sentenza sul caso Cappato – DJ Fabo, la Corte Costituzionale ha dichiarato la parziale illegittimità dell’art. 580 del codice penale (relativo all’aiuto al suicidio) e così facendo ha aperto le porte alla legalizzazione del suicidio assistito. Questo, però, in un paese civile non è sufficiente: tralasciando il fatto che il Parlamento da allora si rifiuta di discutere una legge che regoli puntualmente il fenomeno, ad esempio prevedendo una tempistica certa, il suicidio assistito permette solo la prescrizione del farmaco letale e non la somministrazione da parte di personale medico; questo significa che i pazienti che, per le loro gravi condizioni, non sono in grado di autosomministrarselo, vengono lasciati privi di qualsiasi opzione legale. Ecco perché l’abrogazione parziale dell’omicidio del consenziente: per depenalizzare l’intervento di un terzo nella somministrazione.
Trattandosi di scelte sulla vita umana, il consenso (elemento fondamentale, parlando appunto di omicidio del consenziente) sarebbe stato puntualmente e rigidamente regolato dalla legge 219/2017 in materia di consenso informato. Inoltre, l’abrogazione sarebbe stata solamente parziale: sarebbero rimaste intatte le tutele nei confronti di «persona minore degli anni diciotto», «persona inferma di mente, o che si trova in condizioni di deficienza psichica, per un’altra infermità o per l’abuso di sostanze alcooliche o stupefacenti» e «persona il cui consenso sia stato dal colpevole estorto con violenza, minaccia o suggestione, ovvero carpito con inganno» (si tratta di citazioni letterali dal comma 3 dell’art. 579, che sarebbe rimasto intatto). Minorenni, incapaci di intendere e di volere, ubriachi, drogati e – importante! – anche le persone depresse non sarebbero state coinvolte dal referendum.
Il comunicato stampa con cui la Corte Costituzionale ha annunciato l’inammissibilità scrive che «a seguito dell’abrogazione, ancorché parziale, della norma sull’omicidio del consenziente, cui il quesito mira, non sarebbe preservata la tutela minima costituzionalmente necessaria della vita umana, in generale, e con particolare riferimento alle persone deboli e vulnerabili». Giuliano Amato, nella sua conferenza stampa, ha citato l’esempio di un amico che, dopo aver «bevuto un po’» chiede ad un altro amico di ucciderlo. Sono tutti casi che sarebbero rimasti tutelati dalla legislazione anche a seguito della vittoria del referendum abrogativo: il comunicato stampa e le parole di Amato sono, pertanto, in un caso discutibili e nell’altro palesemente false.
Giova infine ricordare che, nell’applicazione concreta della normativa di risulta, i giudici avrebbero benissimo potuto ricorrere alla cosiddetta interpretazione teleologica della normativa, ossia andare a chiedersi quali fossero le intenzioni del legislatore. Nel caso di specie, le intenzioni del comitato promotore del referendum son ben specificate sul sito dello stesso, in cui si parla di applicabilità «in presenza dei requisiti introdotti dalla Sentenza della Consulta sul “Caso Cappato”». Pertanto, anche nella peggiore delle ipotesi, ossia in presenza di un vuoto normativo che avrebbe “liberalizzato” completamente l’omicidio del consenziente (cosa che comunque, per quanto detto sopra, non avrebbe mai potuto concretizzarsi), i tribunali avrebbero avuto gli appigli per evitare il “far west” denunciato dai vari Adinolfi di turno, a cui pare il presidente Amato si sia largamente ispirato nelle sue parole.
Cannabis e droghe pesanti
Le contestazioni mosse da Giuliano Amato al Referendum Cannabis Legale sono due: (1) che, a causa di un errore del comitato promotore nella scrittura del quesito, il referendum non riguarderebbe la cannabis; (2) che il referendum avrebbe comportato la legalizzazione di droghe pesanti quali cocaina ed eroina, con conseguente violazione di trattati interazionali cui l’Italia ha aderito.
In merito al primo punto, Amato ha sostenuto che il comma 1 dell’articolo 73 del Testo unico sulle droghe (quello da cui il referendum andava ad abrogare la parola “coltiva”) faccia riferimento alle tabelle 1 e 3 delle sostanze stupefacenti, che non includono nemmeno la cannabis, che si trova nella tabella 2. Così non è: come scrive il comitato promotore, infatti, «il comma 4 richiama testualmente le condotte di cui al comma 1 dello stesso articolo 73, tra le quali è ricompresa proprio quella della coltivazione. Appare evidente, dunque, come non si possa prescindere da una lettura combinata dei due commi. In altre parole, i proponenti non hanno fatto riferimento al comma 1 perché volevano legalizzare la coltivazione di droghe pesanti, bensì perché non si poteva fare altrimenti, dal momento che i due commi sono legati». Che in Italia le leggi siano scritte con i piedi è cosa ovvia, meno ovvio è che il presidente della Consulta non sappia come orientarsi all’interno dei vari rimandi di un testo di legge per capirne il significato: se davvero il comma 1 non riguardasse la cannabis, questo significherebbe che dal 1990 ad oggi migliaia di persone sono state condannate e incarcerate senza che esistesse un fondamento di legge per farlo. Cosa fa più paura?
In merito alle droghe pesanti, è opportuno ricordare che l’unica sostanza che può essere consumata senza lavorazione è la cannabis: eroina e cocaina (ma persino l’hashish, che è un derivato della cannabis) necessitano di processi di lavorazione e raffinazione che avrebbero continuato ad essere puniti, dal momento che il referendum abrogava solo la parola “coltiva”. È pertanto falso sostenere che si sarebbero legalizzate le droghe pesanti. Per quanto riguarda il rispetto dei trattati internazionali, invece, va sottolineato che, come ricordato da Andrea Pertici (avvocato e professore ordinario di Diritto Costituzionale all’Università degli Studi di Pisa), il quesito è stato scritto tenendo ben in considerazione precedenti pronunciamenti della Corte su analoghi referendum del 1981 e 1993: mantenendo il divieto di produzione, fabbricazione, estrazione e raffinazione e finanche la rilevanza della coltivazione prevista dall’art. 26 del Testo unico (interpretata come coltivazione massiva destinata all’ingrosso e non coltivazione rudimentale ad uso personale, la sola che sarebbe stata depenalizzata), nessun trattato internazionale sarebbe stato violato.
Da ultimo, è necessario far notare un’enorme incoerenza sostenuta da Giuliano Amato nella sua a tratti delirante conferenza stampa: il presidente della Corte Costituzionale ha aggiunto che l’eliminazione della parola “coltiva” dall’art. 73 comma 1 non ne avrebbe comunque determinato l’impunità (proprio a causa dell’art. 26 appena citato), definendo pertanto il quesito come inidoneo a conseguire lo scopo abrogativo perseguito dal comitato promotore. Questa argomentazione, però, è in totale contraddizione con le altre: o il quesito determina la possibilità di coltivare tutte le piante e comporta la violazione dei trattati interazionali o è inutile e non riduce la rilevanza penale delle condotte. Le due cose non possono evidentemente coesistere.
L’inammissibilità dei referendum
Il presidente emerito della Corte Costituzionale Gaetano Silvestri ha recentemente ricordato che, in materia di referendum abrogativi, l’inammissibilità dovrebbe essere l’eccezione e non la regola. Di fronte a proposte referendarie sostenute da insigni giuristi, che hanno collaborato a scrivere i quesiti o hanno dichiarato successivamente il proprio sostegno (si citano, solo a titolo di esempio, lo stesso Silvestri, Michele Ainis, Tullio Padovano, Andrea Pugiotto, Vladimiro Zagrebelsky), l’orientamento della Corte avrebbe dovuto prediligere la possibilità di lasciare ai cittadini il diritto di esprimersi, anche considerando che la valutazione di inammissibilità non si basa sui rigidi criteri di esclusione previsti dall’art. 75 della Costituzione («non è ammesso il referendum per le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali») ma su valutazioni decisamente più opinabili. Scegliere di adottare l’approccio più restrittivo, è un scelta che deriva da una valutazione politica.
Le parole di Giuliano Amato (persona che, da Presidente del Consiglio, decise di disertare la conferenza stampa del suo stesso ministro della Sanità Umberto Veronesi, che chiedeva una diversa legislazione in tema di cannabis) confermano che la decisione della Corte Costituzionale è stata di natura prevalentemente politica: dire, come ha fatto Amato, che «se questi temi escono dal Parlamento, possono alimentare dissensi e rompere la coesione di cui la società ha bisogno» ha poco a che fare con le solide basi giuridiche su cui dovrebbe fondarsi la Corte. Nel 1995, Marco Pannella definì la Consulta la «cupola della mafiosità partitocratica»: oggi è difficile dargli torto e il percorso per la libertà in Italia si conferma arduo.
P.S. La Corte ha dichiarato inammissibile anche il quesito sulla giustizia relativo alla responsabilità civile diretta dei magistrati. Questi potranno continuare a sbagliare e fare carriera, mentre i costi dei loro errori resteranno a carico dei contribuenti. Viva l’Italia!

Un nuovo ruolo in Europa per i paesi “frugali”?

Un nuovo ruolo in Europa per i paesi frugaliDurante le negoziazioni che hanno portato all’adozione del Next Generation EU sono emerse le posizioni di quelli che nel dibattito pubblico sono stati definiti “i paesi frugali”. Si tratta di un gruppo composto da quattro Stati, precisamente Olanda, Danimarca, Svezia e Austria, ai quali lo scorso anno si è aggiunta la Finlandia, noti per le loro idee piuttosto restrittive in tema di politiche fiscali, per la difesa dei cosiddetti rebates (ossia i meccanismi di correzione dei contributi al bilancio dell’UE a favore di determinati paesi istituiti dal Consiglio di Fontainebleau del 1984) e per l’opposizione agli schemi di redistribuzione e di debito comune europei.
Infatti, i paesi frugali, che sono spesso indicati come eredi della Nuova Lega Anseatica (una formazione nata dopo la Brexit tra alcuni Stati membri sulla base di determinati obiettivi e valori condivisi) scontano una pessima fama, soprattutto in Italia. Questi, anche in seguito alle aspre contrapposizioni nei negoziati europei di luglio, sono stati additati quali elementi di frizione per il processo di integrazione europea. In realtà, partendo da una prospettiva più obiettiva, le cose non stanno esattamente così. Al contrario, i frugali possono potenzialmente ricoprire un prezioso ruolo guida per il motore europeo, in particolare quali strenui difensori di una sana gestione finanziaria e dei principi democratici.
Anzitutto, a dispetto dell’appellativo e come testimonia un sondaggio condotto da Susi Dennison e Pawel Zerka per lo European Council of Foreign Relations del novembre 2020, le preoccupazioni dei cittadini dei paesi frugali sono collegati anzitutto alla gestione dei fondi: solo il 20% degli intervistati in Austria è preoccupata dall’ammontare del bilancio dell’UE, mentre il 48% lo è per i rischi di sprechi e corruzione; in Olanda, tale rapporto è di 24% a 38%; anche i numeri degli altri paesi frugali sono molto simili a quelli rilevati dai sondaggi in Germania, Francia e Polonia. In generale, i cittadini di questi paesi temono che l’influenza dei loro governi sulle decisioni dell’UE stia diminuendo e così anche la capacità di contrastare i malfunzionamenti che si verificheranno nell’attuazione del bilancio pluriennale.
Non solo, anche la popolarità dell’Unione europea ha subito una evidente flessione all’interno di questi Stati membri, che si è acuita come conseguenza degli scarsi risultatati raggiunti in merito alla questione dello Stato di diritto. Si deve ricordare, infatti, che è stato proprio il Premier olandese Rutte ad assumere la posizione più intransigente (supportata poi anche dagli altri paesi frugali) nei confronti dei veti di Polonia e Ungheria, che erano intenzionate a bloccare il collegamento tra meccanismi di condizionalità dello Stato di diritto e bilancio pluriennale europeo.
In ogni caso, è evidente che lo stesso Next Generation EU costituisca una importante opportunità per i paesi frugali al fine di recuperare un ruolo propositivo e, allo stesso tempo, capace di influenzare l’UE dall’interno. A questo proposito, come sottolinea lo stesso rapporto dello ECFR, essi dovrebbero evitare di “cadere nella trappola britannica di incolpare Bruxelles” e “riformulare sé stessi”. È altrettanto chiaro che questa eventualità dipenderà, da un lato, dalle scelte dei leader dei paesi frugali e, dall’altro, dalla capacità di inclusione dell’Unione Europea e dai progressi della stessa.
Per quanto riguarda il primo punto, è quindi necessario che l’azione dei governi dei paesi frugali si concretizzi in una partecipazione attiva all’integrazione europea piuttosto che in sterili proteste, che spesso assumono la forma di retorica elettorale. Fino ad ora, però, i segnali non sono stati troppo incoraggianti: i paesi frugali non hanno avuto alcun ruolo particolare nella definizione del meccanismo di condizionalità dello Stato di diritto (che è un’iniziativa del Parlamento Europeo); essi non si sono resi protagonisti nel supportare le procedure pendenti nei confronti di Polonia e Ungheria e non si sono mai rivolti alla Corte di Giustizia dell’UE; infine, a proposito di lotta alla corruzione, hanno dimostrato uno scarso interesse nei confronti dello strumento della Procura Europea (Svezia e Danimarca non sono nemmeno parti dell’istituzione nata nel 2017).
Per colmare il vuoto ideologico lasciato dalla Gran Bretagna e quello derivante dalla scomparsa di un vero contrappeso “nordico” alla nuova versione dell’asse franco-tedesco, i paesi frugali dovrebbero quindi ritrovare una posizione più partecipativa e, a differenza però di quella britannica, più comunitaria. Questo discorso vale soprattutto per l’Olanda, storico paese fondatore e partecipante a pieno titolo a tutti i pilastri dell’integrazione, ma allo stesso tempo da sempre intrappolato in una perenne indecisione verso l’UE.
Come si accennava, un auspicato risvolto positivo dipenderà anche dalla capacità dell’UE di creare un ambiente credibile e coeso, anzitutto scongiurando i rischi di uno scontro tra paesi meridionali e paesi nordici sulle questioni legate alla gestione delle risorse. In particolare, come ha scritto Mark Leonard, Berlino e Parigi hanno una responsabilità particolare in questo senso. La scarsa sensibilità del format franco-tedesco, si pensi all’insistenza sui cosiddetti “momenti hamiltoniani” e al controverso compromesso raggiunto dalla Merkel sullo Stato di diritto, ha contribuito ad alimentare quella percezione di impotenza e di assenza di controllo sugli affari europei ora molto presente nei paesi frugali. È quindi necessario un maggiore coinvolgimento, che si potrebbe realizzare anche nell’ambito del NGEU con collaborazioni ambiziose in settori molto cari ai frugali come ambiente e digitale (in realtà, un altro esempio è dato dalla stretta partnership che già lega Olanda e Germania nel settore della difesa).
Sarebbe opportuno, in definitiva, uno sforzo condiviso e mutuamente vantaggioso: il supporto dei paesi frugali è fondamentale per rafforzare un’integrazione coerente con i principi e valori cardine dell’UE, che sono alle volte meno popolari in altri Stati membri, e quindi per svolgere un vero e proprio ruolo di contrappeso all’interno del blocco. Ciò però è anche legato alla capacità dell’Unione e dei suoi maggiori decisori di permettere che i cittadini dei paesi frugali tornino (o inizino) a sentirsi protagonisti capaci di influenzare in modo tangibile le politiche dell’UE in un momento storico così decisivo.

Per le politiche attive serve discontinuità.

Discontinuità. È uno dei vocaboli più in voga da quanto Mario Draghi è stato eletto Presidente del Consiglio dei Ministri. Ma dove è maggiormente necessario che l’esecutivo apporti un cambio di passo? Siamo sicuri che Di Maio e Tridico non saranno d’accordo con noi, ma la discontinuità dell’agenda Draghi non può che partire dal Reddito di cittadinanza. Perché no, “NON abbiamo abolito la povertà”, e quando il divieto dei licenziamenti verrà sospeso rischiamo di trovarci di fronte a una vera è propria bomba sociale. Ma in fondo la parola “discontinuità” rischia di essere riduttiva, laddove è invece necessario un reale cambio di paradigma, il quale non può che avvenire tramite l’adozione di politiche pubbliche la cui concezione è diametralmente opposta a quelle precedenti. Per questo il Reddito di cittadinanza così come concepito dai discepoli di Rousseau dovrà fare spazio alle Politiche attive per il lavoro.
Il Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR), affronta il tema delle Politiche attive del lavoro all’interno della prima componente della missione 5 “Inclusione e Sociale”, a cui vengono allocati 27,63 miliardi. Alla prima componente, la quale è appunto intitolata “Politiche attive del lavoro e sostegno all’occupazione” beneficerà di 7,5 miliardi, articolandosi in quattro pilastri: politiche attive del lavoro e formazione; piano nuove competenze, apprendistato duale, sostegno all’imprenditoria femminile. Il contenuto dei pilastri è in primo luogo esplicativo della volontà di non focalizzarsi esclusivamente sui disoccupati, ma di sviluppare altresì un sistema permanente di formazione, il quale dovrà giocare un ruolo fondamentale per assicurare la transizione di parte della forza lavoro nei settori che garantiranno una maggiore occupabilità – ad oggi solo il 41% della popolazione adulta partecipa a percorsi di formazione –. Viene a tal proposito confermato il Fondo nuove competenze istituito dal decreto Rilancio, nel contesto del quale le organizzazioni sindacali continuano però a ritenere la facoltà di pattuire accordi collettivi con le aziende al fine di rimodulare l’orario di lavoro dei dipendenti al fine di intraprendere attività di formazione. Sono altresì da accogliere positivamente la volontà di rafforzare la formazione terziaria non accademica, nonché l’allocazione di fondi per il cosiddetto apprendimento duale, il quale, sulla base dell’esperienza tedesca, ambisce a complementare la formazione professionale con percorsi sul posto di lavoro.
I sopracitati obiettivi verranno perseguiti rafforzando i centri per l’impiego e affidando al “nuovo” Programma nazionale Garanzia di occupabilità dei lavoratori (GOL) la presa in carico dei disoccupati e delle persone in transizione occupazionale, nonché la profilazione per i servizi al lavoro e per la formazione. Il virgolettato sottende in realtà una tendenziale mancanza di discontinuità, in quanto le misure di rafforzamento dell’occupabilità erano già previste dalla disciplina esistente, esplicandosi nella presa in carico del disoccupato da parte dei centri per l’impiego, il bilancio delle competenze e dell’orientamento professionale, e l’avviamento ai percorsi formativi. Ma per apportare un reale cambio di passo, nel nome della discontinuità, servirà spingersi ben oltre la mera enumerazione di obiettivi, ovvero al timido annuncio della creazione di reti territoriali di servizi di formazione e lavoro tramite partenariati pubblico-privato in forma di “industry accademy”.
La parola d’ordine sarà dunque flessibilità. Se ANPAL ha sino ad oggi dimostrato di non poter garantire quel ruolo di indirizzo, coordinamento e monitoraggio all’interno di un panorama costellato da modelli fra loro differenti, risulta dunque evidente la necessità di delineare un differente modus operandi, il quale dovrà per forza di cose riuscire a conciliare le diverse esigenze regionali. La necessità più impellente è senza dubbio quella di valutare la capacità dei centri per l’impiego di condurre le attività di profilazione per i servizi al lavoro e alla formazione. Abbandonare il tabù dell’esternalizzazione dei servizi per l’impiego potrebbe contribuire ad efficientare tale processo, limitando al soggetto pubblico il compito di garantire la collaborazione tra i diversi providers su scala regionale, e la creazione di un sistema informativo unitario. Sul fronte dell’erogazione dei servizi al lavoro e alla formazione, l’esperienza tedesca insegna che un effettivo coinvolgimento delle parti sociali – e in primo luogo delle Camere di Commercio le quali rappresentano il vero punto di contatto con le dinamiche produttive su scala regionale e locale, e le associazioni dei datori di lavoro – nella definizione dei curricula e degli standard formativi, nonché nella valutazione ex post della qualità dei servizi erogati, permette di far fronte al disallineamento di competenze e fabbisogni delle imprese, il quale si sta ulteriormente esacerbando in questa fase alla luce del rapido sviluppo tecnologico che alcune realtà produttive sono state costrette ad inglobare all’interno dei rispettivi processi aziendali. La stessa volontà di favorire i percorsi di apprendimento duale necessità di un approccio maggiormente flessibile all’interno del mercato del lavoro, in stretta collaborazione con il pilastro relativo al piano per le nuove competenze. La predisposizione di rigidi accordi collettivi tra i sindacati e aziende al fine di rimodulare l’orario di lavoro dei dipendenti per intraprendere percorsi formativi rischia di ostacolare la possibilità dei soggetti che prendono parte ai percorsi di apprendimento duale di essere pienamente coinvolti nella fase di apprendimento sul posto di lavoro. Anche in questo caso il modello tedesco fornisce dei preziosi spunti di riflessione tramite flessibili meccanismi di job rotation per mezzo del quale i dipendenti che intraprendono attività di formazione per il rinnovo delle proprie competenze, cedono momentaneamente il posto agli individui che beneficiano dei servizi alla formazione e del programma di apprendimento duale.
Al fine, dunque, di trasformare i sopracitati obiettivi in azioni concrete, ovvero di garantire che lo stanziamento di ingenti risorse produca effetti tangibili, l’esecutivo dovrà focalizzarsi sulla governance delle politiche attive del lavoro, garantendo che la catena decisionale sia in contatto con le realtà produttive al fine di assicurare un efficace interconnessione dei quattro pilastri della componente “Politiche attive del lavoro e sostegno all’occupazione”.

Un approccio liberale al Recovery Fund.

Un approccio liberale al recoveryIl Recovery Fund (di cui abbiamo scritto una breve guida introduttiva che potete leggere qui) può rappresentare una grande opportunità per l’Italia, ma allo stesso tempo un cappio attorno al collo di un paese che da tempo pare destinato ad un lento ma inevitabile declino: basti pensare che uno dei più importanti e tangibili vantaggi derivanti dall’ingresso nella moneta unica all’inizio degli Anni Duemila, ossia la drastica riduzione dei tassi di interesse sul debito pagati dal nostro paese (il cosiddetto “dividendo dell’euro”), divenne l’occasione per i governi italiani di aumentare la spesa pubblica corrente anziché rimettere in ordine i conti pubblici ed avviare quelle riforme indispensabili per rilanciare la produttività (negli stessi anni, la Germania adottava l’Agenda 2010, l’ampio pacchetto di riforme che permise a quello che da alcuni anni era considerato il “malato d’Europa” di diventare la “locomotiva d’Europa”). Su un totale di circa 200 miliardi destinati all’Italia, più di 100 sono rappresentati da prestiti e dovranno quindi essere restituiti nel corso di prossimi decenni. Affinché, dunque, il Next Generation non diventi un nuovo peso sulle spalle delle future generazioni, ma piuttosto la scintilla che inneschi il rilancio italiano, è necessario che tali fondi vengano impiegati in riforme utili ad aumentare il potenziale di crescita del nostro paese.

Il motore della libertà
A questo punto è necessario domandarsi se esistano politiche in grado di centrare tale obiettivo. Nell’ultimo “Index of Economic Freedom”, la Heritage Foundation ricorda che gli stati, in qualsiasi fase di sviluppo si trovino, possono alimentare il proprio dinamismo economico adottando politiche che incoraggino una maggiore imprenditorialità, conferendo agli individui e alle imprese maggior libertà d’azione. In particolare, un più elevato grado di libertà economica è associato a: (1) Un maggior livello di PIL pro capite: la media per i paesi classificati come “liberi” è pari a 71.576 dollari, contro i 6.834 dei paesi “prevalentemente non liberi”. (2) Una maggior crescita economica: indipendentemente dall’orizzonte temporale considerato (25, 15 o 5 anni), vi è una relazione positiva tra variazioni del livello di libertà economica e variazioni nella crescita del Pil pro capite. (3) Un maggior dinamismo imprenditoriale: vi è una forte correlazione tra libertà economica e densità di nuove imprese, ossia il numero di società create ex novo ogni 1.000 persone in età lavorativa. Va inoltre sottolineato, a favore dei critici preoccupati dai presunti effetti collaterali del libero mercato, che una maggiore libertà economica si associa altresì ad un minor tasso di povertà e ad una miglior prestazione nel “Environmental Protection Index” dell’Università di Yale, due temi al centro dell’azione del Governo italiano e della Commissione Europa.

La libertà economica in Italia
Come sta l’Italia in termini di libertà economica? Non bene: l’ultimo report posiziona l’Italia al 69° posto in classifica con un punteggio di 64.9, ben lontana dai migliori paesi europei come Irlanda (5° posto con un punteggio di 81.4), Regno Unito (7° posto con un punteggio di 78.4) ed Estonia (8° posto con un punteggio di 78.2) e al di sotto della Germania (29° posto con un punteggio di 72.5) e persino della statalista Francia (64° posto con un punteggio di 65.7). Guardando ai singoli indicatori che compongono l’indice, è possibile verificare i settori in cui il nostro paese è più debole: la tabella, che confronta la performance dell’Italia con quella del miglior paese dell’Unione Europea per ogni singolo settore, ci evidenzia i forti ritardi sui temi della “rule of law” (in particolare efficienza della giustizia e pervasività della corruzione), delle dimensioni dell’intervento governativo nell’economia (pressione fiscale, spesa pubblica e stabilità dei conti pubblici) e delle regolamentazioni che limitano la libertà di impresa e il mercato del lavoro; gli unici settori in cui l’Italia resta al passo dei migliori sono quelli su cui si fa sentire l’influenza di Bruxelles (il punteggio relativo alla libertà di commercio, ad esempio, è lo stesso per tutti i paesi aderenti al mercato unico).

LIBERTà
Pare dunque evidente quale debba essere la strada da perseguire. Non servono ulteriori interventi diretti dello Stato nell’economia, quanto la necessità di utilizzare le risorse a disposizione per implementare quelle riforme finalizzate a creare maggiori margini di libertà per imprese e famiglie. La riforma della giustizia (non intesa come un semplice incremento delle piante organiche dei tribunali), la lotta alla corruzione (che prolifera laddove la burocrazia la rende un inevitabile strumento per accelerare le pratiche od ottenere favori dal pianificatore pubblico), la riforma del fisco (tesa non solo a ridurre la pressione fiscale, ma anche a semplificare e rendere maggiormente trasparente il sistema), il taglio della spesa pubblica corrente (necessario per finanziare la sforbiciata alle tasse di cui sopra, oltre che per rimettere i conti pubblici su un percorso di sostenibilità) e la riforma del mercato del lavoro (finalizzata in particolare a decentrare la contrattazione salariale e a rendere le remunerazioni maggiormente dipendenti dalle dinamiche della produttività): queste devono essere le priorità del governo, che invece negli anni ci ha abituato – salvo rarissime occasioni – all’approccio opposto di stampo dirigista e statalista.

La valutazione delle politiche
C’è infine un ultimo aspetto che deve essere considerato nell’affrontare il tema di un approccio liberale al Recovery Fund: come ha scritto Elisa Serafini nel suo libro “Fuori dal Comune”, «ciò che oggi viene utilizzato come principio di sostegno a una proposta è la sola intenzione. Se l’intenzione è considerata buona, […] allora va tutto bene. Il problema è che le politiche pubbliche non dovrebbero essere basate sulle sole intenzioni: possono essere più che nobili, ma portano a delle conseguenze». È dunque necessario adottare la soluzione recentemente proposta, con riferimento al Next Generation Eu, da Carlo Stagnaro e Guglielmo Barone in un loro articolo su “lavoce.info”: rendere trasparenti e facilmente accessibili i dati affinché ricercatori (accademici e non) in concorrenza tra di loro possano valutare l’efficacia delle riforme adottate (ossia «misurarne l’impatto causale, ovvero la differenza tra il valore della variabile di interesse dopo l’intervento di politica economica e il valore che la stessa variabile avrebbe assunto senza quell’intervento»); intervenire in corso d’opera per migliorare ciò che si sta facendo, anche in considerazione del fatto che i fondi europei non saranno erogati in un’unica soluzione ma a tranche condizionate al raggiungimento di obiettivi specifici, sarebbe il modo migliore per evitare l’ennesimo sperpero dello Stato italiano a danno delle future generazioni.

Breve guida introduttiva al Recovery Fund.

Breve guida introduttiva al RFIl tema del Recovery Fund si appresta ad essere tra i più importanti di tutta l’agenda europea dell’anno corrente. Tradotto in lingua italiana con il termine “Fondo di recupero”, esso è uno dei più noti e discussi strumenti europei ideato per porre un freno alla crisi economica generata dal Sars-CoV-2. Per meglio comprenderne la genesi, nonché i meccanismi di funzionamento, occorre fare un passo indietro.
Primavera 2020. Stretti tra chiusure e pesanti restrizioni imposte dalla malattia pandemica, i Paesi della Ue si ritrovano a fare i conti con una nuova crisi, che da sanitaria muta presto in economica. L’Unione non perde tempo e corre subito ai ripari, dimostrando un forte spirito di adattamento – alla luce della nuova situazione – nell’applicare con flessibilità la normativa inerente al bilancio. Inizialmente si pensa allo stanziamento di un fondo emergenziale di 540 miliardi di euro, sperando in una rapida quanto definitiva scomparsa del virus. Non passa molto prima che ci si renda conto della vitale importanza di una soluzione più articolata e duratura nel lungo periodo. Si arriva così alla presentazione, nel maggio dello scorso anno, di un vero e proprio Piano per la ripresa dell’Ue, che trova però una prima intesa solo dopo tre mesi. A luglio, infatti, i vertici dell’Unione concordano un piano economico per la ripresa – a titolo provvisorio – di ben 2.364,3 miliardi di euro. Dopo una nuova ed estenuante trattativa tra i Paesi membri, a dicembre arriva l’intesa. In seguito al voto favorevole del Parlamento e all’adozione da parte del Consiglio dell’Ue – rispettivamente in data 9 ed 11 febbraio 2021 – del relativo regolamento, viene ufficialmente approvato il Piano economico per la ripresa. Esso viene così strutturato: i sopracitati 540 miliardi del pacchetto inizialmente previsto quale sostegno alle imprese e ai lavoratori dei Paesi membri più colpiti; 1.074,3 miliardi del quadro finanziario pluriennale; 750 miliardi di un piano denominato “Next Generation EU”. Questo fondo di 750 miliardi – di cui 360 sotto forma di prestiti e 390 di sovvenzioni – finanziato quasi esclusivamente con l’emissione di titoli sui mercati per opera della Commissione europea, ha come obiettivi principali la ripresa economica degli Stati membri e il sostegno agli investimenti privati.
Lo strumento maggiormente incisivo del NGEU è costituito, per l’appunto, dal cosiddetto “Recovery and Resilience Facility”, o, più semplicemente: Recovery Fund. Esso è infatti il più corposo dei sette programmi di cui si compone Next Generation EU, ed è composto da 672,5 miliardi di euro, così ripartiti: 360 miliardi in prestiti e 312,5 in sovvenzioni. Riguardo a queste ultime, il 70% dovrà essere impiegato nel biennio 2021-22 nel rispetto di alcuni specifici criteri e parametri (tasso di disoccupazione nel periodo 2015-19; inverso del Pil pro capite; quota di popolazione). Il 30% dovrà di contro essere impiegato entro il termine del 2023, sempre nel rispetto di specifici criteri (calo del Pil reale nell’anno 2020; calo del Pil reale nel biennio 2020-21; inverso del Pil pro capite; quota di popolazione). Inoltre, ogni singolo Stato membro dovrà redigere e consegnare – entro la fine di aprile dell’anno corrente – un Piano nazionale personalizzato all’interno del quale definire la propria agenda per il periodo 2021-2023. Questi Piani saranno successivamente esaminati dalla Commissione europea. Per poter superare il controllo finale del Consiglio dietro proposta della Commissione, e sbloccare i relativi fondi, essi dovranno avere specifiche peculiarità: adozione di una linea d’azione coerente con le raccomandazioni dell’Ue, impegno costante nella creazione di posti di lavoro, attenzione all’ambito socioeconomico e alla transizione ecologica e digitale.
Per quanto riguarda l’Italia, ad oggi il Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) consta di 6 pilastri, dette anche macromissioni o aree di investimento: digitalizzazione/innovazione/competitività – cultura; rivoluzione verde e transizione ecologica; infrastrutture per la mobilità sostenibile; istruzione e ricerca; inclusione e sociale; salute. Dopo la consegna del suddetto Piano, in caso di approvazione, i Paesi Ue otterranno subito (a partire dal secondo semestre del 2021) il 13% della cifra loro spettante. Il rimanente sarà loro erogato con cadenza semestrale, sempre e comunque sulla base valutativa della Commissione per ciò che concerne gli obiettivi elencati e previsti all’interno del Piano stesso.
Tuttavia, il processo che ha prodotto quanto esposto sin qui non è stato privo di imprevisti e neppure di opposizioni. Alcuni Paesi membri dell’Ue, infatti, dimostrano tuttora molto scetticismo nei confronti del Recovery Fund, soprattutto per quanto riguarda il modo in cui i fondi erogati saranno spesi. Come ben evidenziato in un recente sondaggio del Consiglio europeo per le relazioni estere (ECFR), questi Stati temono lo spreco di risorse e il rischio corruzione ad esse legato molto più di quanto non temano l’ammontare del bilancio dell’intera Unione. Susi Dennison e Pawel Zerka, autori del rapporto, hanno ben dimostrato come alcuni Paesi Ue, detti “frugali”, non siano per nulla convinti del grado di affidabilità dei maggiori beneficiari del Fondo di recupero. Per Austria, Finlandia, Svezia, Danimarca e Paesi Bassi, alla paura di perdere peso politico in seno all’Unione si aggiungono lo spettro di un colossale spreco di denaro nonché il timore di una fraudolenta spartizione delle risorse economiche. Il rapporto dei due studiosi indica che questi malumori e paure rischiano di condurre l’intera Ue nella direzione opposta a quella della reciproca collaborazione, specialmente in un momento di grande difficoltà generale, da cui nessuno Stato membro è risparmiato. Ci sono due differenti modi di interpretare le difficoltà: limitarsi a vederle come tali oppure leggerle come opportunità. È quello che i cosiddetti frugali sono chiamati a fare, ovvero intravedere nel Recovery Fund la chance di riprogrammare il proprio ruolo europeo, ponendosi come nuove guide potenziali dell’Unione e facendosi ancor più sostenitori di quei principi che – a loro detta – gli altri Stati non stanno più considerando: democrazia, lotta alla corruzione, sicurezza, difesa dei valori dello Stato di diritto. La ferita inferta dalla “Brexit” non si è ancora rimarginata. In un contesto perennemente emergenziale, il Recovery Fund, sia pure non perfetto e con limiti, può essere quella svolta liberale tanto auspicata e di cui l’intera Unione europea ha bisogno, forse ora più che mai.

Al referendum L’Asino di Buridano voterà NO.

Al referendum LADB voterà NOIl nome della nostra associazione deriva da una storia allegorica del filosofo Giovanni Buridano: in essa, un asino si ritrova dinnanzi a due mucchi di fieno perfettamente identici e, non avendo elementi per preferire l’uno o l’altro, resta paralizzato dalla sua incapacità di scegliere e muore di fame. La nostra mission, il motivo per cui abbiamo deciso di intraprendere questo progetto, è fornire agli elettori elementi per prendere decisioni consapevoli. Ecco dunque che, in occasione del prossimo referendum costituzionale, non è certo nostra intenzione “fare come l’asino di Buridano”: il 20 e 21 settembre voteremo no e invitiamo tutti voi a fare altrettanto.
I motivi sono fondamentalmente due e sono tra di loro correlati. Il primo non necessita di molte argomentazioni a riguardo: il taglio dei parlamentari comporterà una riduzione della spesa pari a 1,20 euro a italiano ossia, per i più sfortunati, il costo di un caffè. Il secondo è collegato al primo, perché la demagogia è sempre figlia dell’incompetenza o – alternativamente, per i più maliziosi – di piani i cui fini, reconditi ai più, hanno una portata potenzialmente distruttiva: è questo il caso della riforma costituzionale che permetterebbe il taglio dei parlamentari, e le parole del segretario Pd Nicola Zingaretti e di Goffredo Bettini – secondo cui tale intervento diventerebbe pericoloso per mezzo degli effetti di una semplice legge ordinaria, in questo caso della non adozione di una nuova legge elettorale – dovrebbero indurci a una riflessione e spingerci a concludere che la modifica della Costituzione sia stata mal concepita nei suoi contenuti.
Non dimentichiamoci che i proponenti del taglio dei parlamentari sono coloro che si definiscono i paladini della democrazia diretta, che ha la sua massima esplicazione nella piattaforma Rousseau (gestita dall’Associazione Rousseau che fu, tra le altre, multata il 4 aprile dal Garante della Privacy a causa di potenziali problemi concernenti la sicurezza e la segretezza delle votazioni, e della scarsa protezione dei dati dei votanti). È evidente cosa sottenda tale proposta: l’erosione della centralità del Parlamento – che è per altro già in corso se si considera che in questa legislatura sono diventate legge l’1,36% dei ddl presentati dal Parlamento, a fronte del 68,69% per quel che concerne quelle di iniziativa governativa. In questo caso, è necessario argomentare, in quanto le ripercussioni sul funzionamento dell’organo legislativo non possono per forza di cose risultare immediate.
Riducendo il numero dei parlamentari da 945 a 600 si porranno dei seri problemi di rappresentanza in due modi. In primo luogo, l’Italia diventerebbe il Paese UE con il più alto numero di abitanti per deputato (151.210). Un problema non di poco conto, se si considera che esso dovrà per forza di cose trasformarsi in un aumento delle dimensioni dei collegi elettorali, che comporta dunque un ulteriore affievolimento della responsabilità di deputati e senatori nei confronti dei propri elettori.
In secondo luogo, si presenteranno altrettanto seri problemi di rappresentanza per quel che concerne gli organi interni del Parlamento, ovvero sul loro funzionamento. Si consideri in particolare il Senato, che, laddove la riforma costituzionale dovesse essere confermata, sarebbe composto da soli 200 senatori. I critici potrebbero argomentare: “Con la riforma Costituzionale del 2016 sarebbero divenuti 148”. È tutto vero, ma non si deve dimenticare che, in questo caso, le funzioni della camera alta del Parlamento rimarrebbero intatte, e con esse dunque la cosiddetta navetta parlamentare. Se le funzioni e il funzionamento rimangono intatti, significa che rimarranno immutate anche le prerogative degli organi del Senato. Avendo sostenuto che l’obiettivo della riforma è la definitiva erosione della centralità del Parlamento, l’attenzione deve spostarsi sul funzionamento delle Commissioni, ossia il vero motore dell’attività parlamentare. Se venisse ridotto il numero dei Senatori, si avrebbero Commissioni composte da 13-14 Senatori (!). Qui sorgono i problemi. Ai sensi dell’articolo 72 della Costituzione, 1/5 dei componenti delle Commissioni può richiedere che un ddl sia discusso e votato dal ramo del Parlamento competente, o alternativamente che sia sottoposto alla sua approvazione finale (ovviamente ad eccezione delle materie coperte da riserva all’assemblea). Matematica alla mano, basterebbero quattro senatori per l’approvazione di una legge all’interno di una Commissione. Commissioni con un ristretto numero di Senatori fanno insorgere altresì problemi di rappresentanza. Il medesimo articolo della Costituzione infatti, prescrive che esse siano composte in modo da rispecchiare la proporzione dei gruppi parlamentari, e dunque si rischierebbe che le forze politiche di minoranza non siano presenti in tutte le Commissioni.
Ecco svelato dunque il piano dei proponenti di questa sciagurata riforma. Al netto dei casi in cui le Commissioni svolgono le proprie attività in sede legislativa o deliberante, ovvero in sede redigente, esse sono il cuore del procedimento legislativo, che, come ormai risulterà più chiaro ai lettori, vuole essere tenuto a debita distanza dalle aule parlamentari. È evidente che per mezzo di questa riforma costituzionale non si sono volute affrontare le problematiche istituzionali che contraddistinguono l’Italia. Non vi è traccia del superamento del bicameralismo perfetto, ma anzi, alla luce del notevole potenziamento delle Commissioni, si corre il rischio di rallentare notevolmente il processo legislativo. Non vi è traccia della necessaria limitazione all’abuso di decreti legislativi, ma anzi, si giustificherà il loro ricorso sulla base del sopracitato rallentamento dell’iter legislativo. Potremmo andare avanti con la lista delle riforme istituzionali che necessiterebbe il nostro Paese, ma ci fermiamo qui. Siamo già abbastanza disgustati dall’ipocrisia di un “partito” che vuole permettere ai cittadini di giocare un ruolo fondamentale per il futuro del Paese, ma che distrugge le fondamenta della democrazia dello stesso. Siamo altrettanto disgustati dall’ipocrisia degli altri partiti che, per garantire la sopravvivenza del Governo, tacciono e rinnegano gli ideali da loro branditi in passato, quando per esempio, ad ogni proposta di riforma della legge elettorale, si erigevano a paladini della rappresentatività.
Bene, questa riforma distrugge tanto il concetto di rappresentatività, quanto quello di accountability. Si rafforzerà meramente il ruolo delle direzioni partiti, pardon, delle personalità che guidano i partiti. Il legame tra territorio e partiti è da anni compromesso, e questa riforma è solo la continuazione di tale processo. Un processo che mira alla creazione di un sistema dove le decisioni sono prese da élite ristrette, rigidamente sottomesse alla volontà del leader di partito, mentre gli spazi di dibattito, all’interno del luogo preposto allo stesso, si restringono.
Benvenuti nel futuro. Siamo ancora in tempo per cambiarlo però. Per questo motivo L’Asino di Buridano, il 20 e il 21 settembre voterà no: fatelo anche voi!

Semplificazione, dove sei finita?

Semplificazione, dove sei finitaSemplificare. Lo abbiamo sentito ripetere così spesso che, ormai, sembra aver perso qualsiasi significato reale: la lotta alla burocrazia, infatti, sebbene considerata a parole una priorità da tutti i governi succedutisi negli anni recenti, è sempre rimasta solo sulla carta. Ma cos’è la burocrazia? Nel suo libro “I Sette peccati capitali dell’economia italiana” (Feltrinelli, 2018), Carlo Cottarelli scrive che «esiste una piccola e una grande burocrazia. La piccola burocrazia è quella con cui ci scontriamo tutti i giorni: il modulo difficile da compilare, la coda all’Agenzia delle Entrate, e così via. La grande burocrazia è invece la ragnatela di leggi, norme, regolamenti che avvolge l’Italia e che ostacola il buon funzionamento dell’economia».
Che intervenire per sfoltire l’italico ginepraio di leggi e regolamenti sia una priorità, per noi è un’affermazione banale. Ma, come sempre, fatti e numeri possono darci un quadro più chiaro e oggettivo della situazione. L’indice Doing Businesss 2019 della Banca Mondiale, il quale classifica i paesi in base a quanto l’ambiente normativo è favorevole all’avvio e allo svolgimento di un’impresa, ci pone 59simi, dietro a Romania, Kenya e Kosovo; se si considerano solo i paesi OCSE ad alto reddito, l’Italia scivola al quart’ultimo posto. Secondo l’Osservatorio sulla Semplificazione di Assolombarda Confindustria (Milano e Monza Brianza), il peso della burocrazia sul fatturato di un’impresa può arrivare a pesare fino al 4%: si va da una stima di 108mila euro per una piccola impresa fino ai 710mila di una di medie dimensioni. Complessivamente, la CGIA di Mestre quantifica in 57 miliardi all’anno i costi delle aziende italiane per i rapporti con la pubblica amministrazione.
La tradizione politica italiana di annunciare provvedimenti tesi a ridurre i tentacoli della burocrazia è stata rispettata anche dal Governo Conte, che nei giorni scorsi ha approvato (salvo intese) il “Decreto Semplificazioni” promesso a maggio. Le aspettative sono state, però, ancora una volta deluse e la montagna ha partorito un topolino: Sabino Cassese, intervistato dall’Huffington Post, ha dichiarato che l’esecutivo ha fatto «il meno possibile, sul maggior numero di materie, e quel poco è stato fatto male» e ha sottolineato il paradosso di voler semplificare per mezzo di un decreto composto da 48 articoli e lungo 96 pagine. Anche Carlo Stagnaro, in un articolo pubblicato su Il Foglio dell’8 luglio, ha puntato il dito contro le misure messe in campo con la speranza di velocizzare i tempi di esecuzione delle opere pubbliche: concentrandosi sulla fase di affidamento, che in realtà occupa solo il 14% dei tempi complessivi (stimati in 4,4 anni), sono state aumentate le soglie per l’affidamento diretto e la procedura negoziale, col risultato di sbarazzarsi «dell’unico spazio di trasparenza e confronto concorrenziale in un iter kafkiano».
La pervasività della burocrazia sembra, dunque, un male impossibile da estirpare e diffuso non solo nel nostro Paese: nella sua prefazione a “Per una nuova libertà” di Murray Rothbard (Liberilibri, 2004), Marco Bassani denunciava già nei primi anni Duemila la convinzione che con la legislazione si possa ottenere qualsiasi cosa e scriveva che «la normofilia è ormai la più grave malattia politica contemporanea». Ma perché in Italia è così difficile semplificare? Una risposta a questa domanda si trova nell’articolo scritto da Nicola Rossi per l’inserto “L’Economia” del Corriere della Sera del 29 giugno: «le complicazioni non arrivano da Marte né sono il frutto di una maligna casualità. Le complicazioni – che vengono magnificate da una qualità legislativa in caduta libera ormai da qualche lustro – rispondono ad una esigenza ben precisa: nelle complicazioni nasce, dalle complicazioni si nutre e attraverso le complicazioni si esprime il potere della politica e della burocrazia». Ne consegue che, se si vuole restituire un senso al verbo “semplificare” e procedere concretamente con un taglio della burocrazia, la via maestra passa attraverso una riduzione del perimetro di intervento dello Stato nelle nostre vite e, in particolare, nell’economia. Il resto è vuota retorica.

Capire la crisi per poterla affrontare.

Comprendere la crisi per affrontarlaCapita frequentemente, in questi giorni, di interrogarsi su quello che sarà il futuro dell’economia reale nei prossimi mesi. Così come accade sovente che i politici forniscano le proprie ricette, le quali spesso menzionano la necessità di sostenere e alimentare la domanda – riferendosi tendenzialmente alla domanda interna –. Tale dibattito ha in realtà il pregio di sollevare un quesito fondamentale: la diffusione del COVID-19, e il lockdown imposto al fine di contrastare la riproduzione epidemica del virus hanno generato uno shock di domanda o uno shock di offerta? Comprendere la natura dello shock risulta infatti imprescindibile al fine di delineare le risposte che devono pervenire dalla politica, in quanto, di norma, uno shock di domanda introduce una spirale deflazionaria, mentre uno shock di offerta contribuisce a generare una situazione inflazionaria.
Uno studio condotto da Guerrieri, Lorenzoni, Straub e Werning ha teorizzato che ci troveremmo di fronte a uno shock atipico di offerta, il quale indurrebbe un ancor maggiore shock di domanda, nella misura in cui la domanda potrebbe reagire in modo eccessivo all’iniziale shock di offerta portando a una recessione carente della domanda (Keynesian supply shock). Questo accadrebbe a seguito del forte grado di interrelazione che contraddistingue le economie moderne. Intuitivamente, se i voli sono cancellati, vi è un minor bisogno di provvedere ad acquistare i bagagli, e di conseguenza questo influenzerebbe i redditi anche dei settori economici non direttamente colpiti, affievolendo dunque la loro propensione al consumo.
Sebbene essi affermino come un trasferimento diretto di liquidità a coloro che hanno perso il lavoro possa mitigare lo shock di domanda, hanno altresì posto in evidenza come le tradizionali politiche fiscali, e in particolare l’aumento della spesa pubblica, siano “less powerful in a pandemic shock”. Tale conclusione deriva dal fatto che il moltiplicatore keynesiano avrebbe un’entità minore rispetto a quella usuale, nella misura in cui l’intervento governativo potrebbe sostenere un incremento dei redditi esclusivamente nei settori non direttamente colpiti dall’emergenza – sottolineando altresì come i lavoratori dei settori direttamente colpiti abbiano, di norma, una maggiore propensione al consumo –.
Un secondo studio di Brinca, Duarte e Faria-e-Castro ha mostrato empiricamente come negli Stati Uniti, la riduzione dell’orario lavorativo nel settore privato, sebbene sia in parte dovuta a uno shock di domanda, derivi principalmente da uno shock di offerta. Per quanto restino valide le assunzioni dello studio precedentemente citato, anche in questo caso si evidenzia come l’utilizzo della spesa pubblica al fine di stimolare la domanda debba essere limitato a quei settori non direttamente colpiti dal lockdown e che hanno subito uno shock di domanda. In poche parole, lo studio incoraggia vivamente il governo statunitense a seguire un approccio scientifico nella determinazione delle proprie politiche fiscali volte a stimolare la domanda – l’esatto contrario dell’helicopter money dunque –, ribadendo anche in questo caso come sia necessario un intervento per mezzo di politiche di stabilizzazione.
La riduzione della domanda colpisce dunque i diversi settori seguendo modalità differenti – tenendo altresì in considerazione che, eccezion fatta per i beni complementari, è altresì probabile che si inneschino delle dinamiche tali da modificare le condotte di consumo degli individui, spostando la domanda in settori differenti –. Un aumento di liquidità non innescherebbe automaticamente un aumento dell’inflazione in presenza di un parallelo incremento della domanda di moneta. Incremento della domanda di moneta che nella prima fase dell’emergenza deriva tanto da ragioni squisitamente transattive, ovvero per scopi precauzionali a fronte dell’incertezza derivante tanto dal rischio che si ripresenti la necessità di un lockdown, quanto dagli effetti delle recenti restrizioni sull’economia reale.
Non può dirsi lo stesso invece per quanto potrebbe occorrere in futuro. Più soldi nelle tasche dei cittadini potrebbero portare a una riduzione dell’utilità marginale della liquidità aggiuntiva messa a disposizione degli stessi, potendo potenzialmente generare un incremento nel prezzo di beni e servizi. Tutto questo in presenza di un altamente probabile regime definibile di “offerta ridotta” derivante dalle restrizioni imposte a buona parte dei settori economici al fine di contrastare la riproduzione epidemica del virus. Considerato un dato livello di incremento di liquidità dunque, tanto maggiore è la decrescita della produzione, quanto maggiore potrebbe essere la riduzione del potere di acquisto – Michael J. Hoffman, per il Ludwig von Mises Institute, sottolinea come potrebbe innescarsi altresì una spirale di riduzione della produttività –.
Per quanto riguarda la situazione interna all’Unione Europea, è difficile prevedere se a seguito di un eventuale aumento dei prezzi, la BCE deciderà di optare per una stretta monetaria. Ad ogni modo, a seguito dei recenti sviluppi concernenti il piano per la ripresa “Next Generation EU”, risulta evidente che emergeranno, all’interno dei singoli Stati membri, dibattiti circa le modalità con cui verranno utilizzati tali fondi per fronteggiare l’emergenza. Se si assume quanto si è in precedenza sostenuto, quale dovrebbe dunque essere la strategia del governo italiano?
Se si considera che la minore propensione al consumo deriva dalla riduzione degli stipendi, ma anche dai giustificati timori relativi alla possibilità di contrarre il virus, ovvero concernenti l’incertezza sugli sviluppi futuri tanto dal punto di vista economico, quanto dal punto di vista sanitario, è evidente come il primo intervento a rendersi necessario sia quello di intraprendere un percorso che inverta il trend nell’offerta, per mezzo di investimenti in sanità, e più nello specifico in relazione alla capacità di tracciamento della riproduzione epidemica, tali da permettere agli agenti economici di operare nella massima sicurezza – ricordiamoci che il governo italiano continua a temporeggiare in merito alla decisione di utilizzare i fondi derivanti dal MES –.
Alla luce del sopracitato regime di “offerta ridotta” saranno altresì necessari degli interventi mirati a consentire un aumento della produttività al fine di contrastare un potenziale incremento del prezzo di beni e servizi. Parallelamente, l’intervento pubblico di breve periodo dovrà indirizzarsi ai lavoratori rimasti senza impiego a causa della situazione emergenziale, per mezzo di erogazioni temporanee, ovvero di una sempre più probabile necessità di estensione del periodo di erogazione della cassa integrazione. Per quanto riguarda quest’ultima, considerando che sentiamo spesso parlare di “patto sociale”, non risulterebbe spregevole ipotizzare che tale erogazione sia subordinata alla partecipazione di corsi di formazione, che possano permettere alle imprese, per mezzo di una riqualificazione dei propri dipendenti, di rimodulare la propria offerta, indirizzandola a settori maggiormente produttivi.
La lista delle misure da prendersi è in realtà ben più lunga, e siamo sicuri che tra Stati Generali dell’Economia e sterili dibattiti sul MES, la politica ne stia discutendo ampiamente. Come cantava Lucio Battisti, lo scopriremo solo vivendo.

Dobbiamo rassegnarci ad avere “più Stato”?

Dobbiamo rassegnarci ad avere più statoLasciamo stare gli zoppi tentativi del governo di regolare le relazioni affettive dei cittadini. Abbiamo già avuto modo di criticare la sciagurata scelta di fissare un prezzo calmierato per le mascherine. Concentriamoci invece su quello che sarà il futuro che ci troveremo davanti. Due fattori suscitano una particolare preoccupazione: gli appelli volti a un ripensamento di quello che è il mondo del lavoro e delle relazioni sociali e Mariana Mazzucato. Le due cose sono tra di loro interconnesse.
Si parla spesso di dispositivi di protezione, smart working, ripensamento del modello scolastico, distanziamento sociale, razionalizzazione dei trasporti pubblici, e ingressi scaglionati al lavoro. In una situazione di incertezza su quelli che saranno gli sviluppi della riproduzione epidemica, ovvero della capacità di produrre un vaccino e dalla sua reale efficacia, la cautela deve essere per forza di cose massima. Stante il terribile impatto che questa pandemia ha avuto sulle vite di numerose famiglie italiane, e considerando che i tentacoli dell’italico leviatano afferrano e controllano la vasta maggioranza dei rapporti che contraddistinguono il tessuto economico del Paese – controllo che è altresì ovviamente sensibilmente accresciuto in questi mesi –le aspettative dei cittadini nei confronti delle decisioni del governo saranno per forza di cosa elevate, tanto per quel che concerne la capacità di far fronte alla crisi economica che ci troveremo di fronte, quanto quella di disciplinare e limitare il godimento degli spazi pubblici e lavorativi. La paura negli occhi delle persone, la perdita di cari e la terribile incertezza potrebbero originare un istinto di autodifesa che si esplica per mezzo dell’accettazione di un definitivo mutamento delle nostre vite.
Questo è quanto si è letto in queste settimane. Ma può tutto ciò essere sostenibile nel lungo periodo? Si pensi ai viaggi in aereo. Si stima che, a seguito di un aumento dei controlli e delle misure di distanziamento sociale, si profileranno attese di almeno quattro ore prima dell’imbarco, e che la paventata necessità di consentire ai voli di partire esclusivamente con la metà dei passeggeri implicherà un sensibile aumento dei prezzi dei biglietti che potrebbero arrivare a costare più di mille euro per voli interni all’Unione Europea. Ovviamente l’alternativa a un esponenziale aumento dei costi si configura in un drastico aumento dei sussidi statali alle compagnie aeree o in una loro nazionalizzazione. Scenario che si è in realtà già profilato in molti paesi europei, Italia inclusa – la differenza è che i soldi dei contribuenti tengono a galla Alitalia da molti, troppi anni –. Il settore aereo è solo un esempio dell’insostenibilità di tali misure nel lungo periodo, stante soprattutto la crescente domanda di sussidi che nascerà trasversalmente da ogni associazione di categoria. Se da un lato dobbiamo ammettere che siano necessarie determinate misure, dall’altro dobbiamo altresì assumere che la mannaia dello Stato calata sul mondo lavorativo può causare danni irreparabili. Obblighi indiscriminati di sanificazione, contingentamenti degli ingressi, distanziamenti tra lavoratori, hanno per forza di cose un impatto sui bilanci e sulla produttività delle aziende, alcune della quali potrebbero non sopravvivere.
In tutto questo, si inserisce la fantastica teoria dello Stato imprenditore della consulente del governo Mariana Mazzucato, ai sensi della quale sarebbe competenza del potere centrale distinguere tra attività economiche essenziali da finanziare, o nazionalizzare – il pensiero, in questo caso, non può che andare ad Alitalia – e altre da tassare maggiormente. Quindi abbiamo uno scenario in cui, da un lato, molte imprese sono costrette ad indebitarsi al fine di garantire la loro sopravvivenza – alcune di esse sono purtroppo destinate a chiudere i battenti – e indotte a cambiare radicalmente la propria organizzazione interna e i rapporti con la clientela, dall’altro, lo Stato sceglie chi merita di sopravvivere indipendentemente da quelle che sono le scelte e le preferenze dei consumatori delle quali esso non può essere a conoscenza – Alitalia docet –, così come non può comprendere come essi reagiranno alle regole imposte per la convivenza col virus.
La figura dello Stato pianificatore si è più volte dimostrata tanto fallimentare, quanto pericolosa. Anche un’associazione liberale e liberista come la nostra assume ed ammette la necessità di un intervento statale al fine di mettere a disposizione risorse e strumenti per permettere agli imprenditori di riprendere le rispettive attività – necessità che deriva altresì dal fatto che questa sospensione forzosa deriva da una legittima scelta governativa – e laddove possibile rafforzarsi al fine di poter competere con quelle imprese straniere che si sono trovate avvantaggiate in questa situazione. Qui deve però fermarsi il suo raggio di azione. La stessa regolamentazione e disciplina degli spazi lavorativi dovrà essere quanto più decentralizzata – controbilanciata ovviamente dalla possibilità di arginare immediatamente a livello locale la creazione di focolai –, limitandosi a fornire linee guida ed evidenze scientifiche. L’interesse nell’evitare la riproduzione di focolai giace infatti in primis nelle aziende. Come sosteneva Mises, «l’imprenditorialità è la forza trainante dei processi dinamici di interazione e scambio volontari che caratterizzano la vita nella società». È dunque da questo spirito di imprenditorialità – non dallo Stato imprenditore – che dovranno nascere le soluzioni affinché queste interazioni sociali si riproducano nella massima sicurezza. D’altronde, il libero mercato si sostanzia in un coordinamento delle diverse parti sociali nella misura in cui un’impresa può prosperare esclusivamente se è in grado di identificare e risolvere le problematiche e i bisogni della controparte e dei propri lavoratori. Risoluzione che può avvenire esclusivamente permettendo agli imprenditori di liberarsi dalle briglie burocratiche e fiscali così da adottare soluzioni innovative che garantiscano tanto la sicurezza dei cittadini e dei lavoratori, quanto la propria sopravvivenza, ovvero che consentano di non inficiare la produttività delle proprie attività con conseguenti ripercussioni sui consumatori, fatto salvo il caso in cui lo Stato decida appunto di intervenire per mezzo di sussidi che ci introdurrebbero in una spirale di debito alquanto pericolosa.