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Appello. La risposta di Motta (Terzo Polo) e le nostre repliche.

A seguire la riposta al nostro appello della candidata del centrosinistra Laura Bartesaghi, comprensiva di nostre repliche e valutazione delle risposte. Qui è possibile leggere il testo completo del nostro appello. Sono disponibili anche le risposte degli altri candidati: qui la risposta di Giovanni Galimberti (M5S) e le nostre repliche; qui la risposta di Maurizio Lupi (CDX) e le nostre repliche; qui la risposta di Laura Bartesaghi (CSX) e le nostre repliche.

1 – CONTI PUBBLICI
E’ pacifico e non contestabile il fatto che l’indebitamento dello Stato italiano sia troppo elevato e costituisca un peso enorme per le politiche economiche dei prossimi anni. Senza diffondersi in analisi storiche va detto che le ragioni di tale problema vanno individuate, oltre che in politiche economiche e finanziarie non adeguate particolarmente nel ventennio 1974–1994, nella esplosione della spesa pubblica per ragioni anche clientelari e assistenzialistiche degli anni scorsi e che sono purtroppo proseguite sino ad oggi.
Altrettanto indubitabile è che nell’ultimo periodo le situazioni di emergenza riconducibili alla crisi economica, alla crisi pandemica, alla crisi climatica, alla crisi internazionale con la guerra ucraina ed alla conseguente crisi energetica abbiano costretto i Governi ad intervenire pesantemente per mettere in sicurezza lo stato sociale.
Considerando i programmi elettorali e le strabilianti promesse dei leader politici di destra e di sinistra non pare che vi sia piena consapevolezza del problema ed una assunzione di responsabilità collettiva anche perché, è giusto che si sappia, nelle attuali condizioni congiunturali ogni ulteriore aumento di spesa viene automaticamente scaricato sulle future generazioni.
A differenza delle altre forze politiche il programma di ItaliaSulSerio con Calenda non contiene promesse strabilianti, fa leva sulla crescita per la sostenibilità del bilancio (in particolare attraverso una politica industriale fondata su incremento della produttività, detassazione degli investimenti, innovazione tecnologica, libera concorrenza, sburocratizzazione dei processi, crescita dimensionale delle imprese, digitalizzazione ecc.), non prevede alcun aumento delle tasse e prevede una forte azione di efficientamento dei processi della pubblica amministrazione.
Non ho pertanto alcuna difficoltà ad assumere personalmente l’impegno ad evitare aumenti delle tasse ed a promuovere una riduzione della spesa pubblica, anche perché relativamente a quest’ultimo aspetto ho maturato una lunga esperienza amministrativa che mi consente di comprendere i punti di debolezza del sistema e gli aspetti critici su cui intervenire. Ho in mente alcune proposte di riorganizzazione dei servizi pubblici locali e di miglioramento dell’efficienza del sistema che possono portare a risparmi significativi.

LA NOSTRA REPLICA. Una risposta tutto sommato buona. Corretta e condivisibile l’analisi delle cause dell’elevato livello di indebitamento dello stato italiano e positivo l’impegno a “promuovere una riduzione della spesa pubblica”. Non possiamo, però, non far notare un paio di punti deboli: (1) Ci sarebbe piaciuto qualche dettaglio in più in merito alle “proposte di riorganizzazione dei servizi pubblici locali e di miglioramento dell’efficienza del sistema che possono portare a risparmi significativi” che ha in mente il candidato. (2) Il programma di Azione-Italia Viva è sì l’unico ad indicare chiaramente una proposta di riduzione della spesa pubblica (relativamente ai consumi intermedi della pubblica amministrazione), ma essa è troppo timida e insufficiente a garantire la copertura delle nuove spese previste dal programma stesso.
VALUTAZIONE: SEMAFORO GIALLO

2 – PENSIONI
La spesa per le pensioni in Italia (ultimo dato disponibile 2020) ammonta in totale a 329,3 miliardi di euro, comprendente le pensioni di vecchiaia, inabilità e per i superstiti, ossia le pensioni riconosciute ai familiari di un pensionato deceduto, e vale il 19,9 per cento del Pil, quasi come la spesa per istruzione e sanità messe insieme.
Si tratta della terza spesa più alta tra i 27 Paesi dell’Ue in termini assoluti, superata solo da Germania e Francia, e della spesa più alta in rapporto al Pil.
Al riguardo va detto con chiarezza che nell’attuale fase di emergenza economica e pandemica non vi sono margini per un intervento incisivo sul sistema pensionistico e ciò che ragionevolmente è possibile fare per iniziare ad impostare un sistema più equo è una ridistribuzione della spesa pensionistica prevedendo uscite anticipate per lavori usuranti.
Proposte elettorali di pensionamento anticipato come quelle della Lega che prevede la cosiddetta “quota 41” ovvero che tutti i lavoratori possano raggiungere il diritto alla pensione anticipata di anzianità con 41 anni di contributi, indipendentemente dalla loro età anagrafica, sono irrealizzabili per il costo enorme che comporterebbero. Nel caso specifico si tratterebbe di un costo pari a 65 miliardi di euro che finirebbe per gravare sulle future generazioni.
Questo atteggiamento non è solo sbagliato, è immorale.

LA NOSTRA REPLICA. Anche in questo caso, un’ottima premessa. Purtroppo ciò che segue non è altrettanto coerente e l’unica proposta concreta, seppur condivisibile, avrebbe come unico effetto l’aumento della spesa pensionistica, anziché la sua riduzione. Ribadiamo quanto già scritto in risposta agli altri candidati (in particolare alla proposta di Laura Bartesaghi sulla contribuzione figurativa per le carriere discontinue): in assenza di un disegno più ampio che miri a risolvere i problemi strutturali di un sistema pensionistico a ripartizione, anche buone idee rischiano di avere come effetto principale il peggioramento della non-sostenibilità di medio-lungo periodo del sistema.
VALUTAZIONE: SEMAFORO ROSSO

3 – LIBERALIZZAZIONI
Sul tema delle liberalizzazioni e della concorrenza manca spesso la consapevolezza nei cittadini che si tratta di una leva importante e strategica per ridurre i prezzi di beni e servizi.
Purtroppo la percezione dei cittadini è condizionata dal fatto che i benefici si verificano e si apprezzano nel lungo periodo e non nell’immediato. Per ragioni di consenso elettorale le forze politiche populiste di destra e di sinistra preferiscono incassare la rendita di posizione derivante dalla difesa incondizionata degli interessi particolari e di categoria, come avvenuto anche di recente su taxisti e concessionari balneari, anziché guardare al futuro, alla diminuzione dei costi ed al miglioramento dei servizi.
I rappresentanti in Parlamento che oggi si riconoscono in ItaliaSulSerio hanno già dato ampia prova di sostegno alle iniziative del Governo Draghi dirette alle liberalizzazioni e il programma proposto agli elettori, in cui mi riconosco pienamente anche nella parte che prevede una attenzione alla gradualità e alla sostenibilità sociale dei cambiamenti, contiene puntuali indicazioni e azioni in tal senso per favorire l’innovazione, la crescita e la tutela dei consumatori in tutti i settori, compreso il trasporto pubblico non di linea.

LA NOSTRA REPLICA. Un’ottima risposta. Ci sarebbe piaciuta un po’ di concretezza in più nell’indicare i settori sui quali si vuole intervenire, ma da questo punto di vista sopperisce più che bene il programma depositato da Azione-Italia Viva.
VALUTAZIONE: SEMAFORO VERDE

4 – AUTONOMIA REGIONALE
ItaliaSulSerio è per un vero federalismo che preveda, congiuntamente ed imprescindibilmente, Autonomia e Responsabilità e propone una rivisitazione dei livelli di governo e della relazione tra gli stessi.
Secondo la nostra concezione i livelli di governo devono essere tre, Comuni, Regioni e Stato, mentre le Province devono completare la transizione e diventare “centro servizi” dei Comuni: centrale unica di committenza, ambito ottimale per la gestione dei servizi pubblici locali, assistenza amministrativa e tecnica. I tre livelli di governo devono avere competenze esclusive e chiaramente ripartite in modo che sia chiaro “chi fa cosa”.
Ciascun ente deve avere strumenti fiscali esclusivi del cui gettito è titolare e responsabile così da superare commistioni di gettito e sovrapposizioni inefficienti. Per raggiungere gli obiettivi di Autonomia e Responsabilità serve una riforma complessiva e strutturale che deve tener conto anche del dettato costituzionale relativo al regionalismo differenziato: gli amministratori locali devono poter esercitare le funzioni loro attribuite in maniera libera ed autonoma, nel rispetto dell’unità nazionale; i cittadini devono poter pagare, comprendere in assoluta trasparenza e votare; lo Stato deve essere garante dei diritti costituzionali in tutto il territorio nazionale ma anche dell’efficienza della spesa pubblica, con potere sostitutivo in caso di inerzia.

LA NOSTRA REPLICA. Poco da aggiungere: è un’ottima risposta.
VALUTAZIONE: SEMAFORO VERDE

5 – NUCLEARE
Se vogliamo raggiungere realmente il traguardo di “emissioni zero” nel 2050 si deve pensare ad una forte elettrificazione degli usi di energia, con un fabbisogno elettrico per il nostro Paese tra il doppio e il triplo dell’attuale.
Per poter ottenere questo obiettivo è inevitabile ricorrere ad un mix di generazione che includa rinnovabili e nucleare, impiegando le migliori tecnologie disponibili che garantiscono un livello di sicurezza certificato.
Ovviamente, poiché il nucleare non è immediatamente realizzabile ma va inserito in una strategia di lungo periodo, vanno promossi e consolidati nel breve e nel medio periodo tutti gli interventi di sostegno al processo di decarbonizzazione, non solo operando sul piano energetico ma intervenendo anche nei settori che possono influire maggiormente sulla riduzione delle emissioni quali in particolare il trasporto, che è responsabile del 26% delle emissioni totali (investendo in particolare nel trasporto merci ferroviario, in metropolitane e tranvie, incentivando auto ibride ed elettriche), e l’edilizia che incide per il 19% circa (migliorando in particolare l’efficienza energetica degli edifici e abbassando i consumi). 
Occorre acquisire la consapevolezza che tutte le iniziative di riduzione delle emissioni in atto sono importanti, vanno sostenute ed implementate ma non saranno sufficienti a garantire l’equilibrio e la stabilità del sistema.

LA NOSTRA REPLICA. Poco da aggiungere: è un’ottima risposta.
VALUTAZIONE: SEMAFORO VERDE

6 – DIRITTI CIVILI
Il programma elettorale di ItaliaSulSerio prevede un intero capitolo dedicato a Diritti Civili e Pari Opportunità e prevede indicazioni chiare ad esempio per l’approvazione in tempi brevi di una legge contro l’omotransfobia, su cui concordo pienamente.
Non credo sia tuttavia opportuno che un candidato assuma impegni generici sui “diritti civili” perché diversissimi sono i temi e gli argomenti sensibili oggi in discussione e sui quali rivendico personalmente la libertà di coscienza.
Per essere chiari e fare un esempio concreto non credo che la “cannabis legale” rappresenti una conquista sociale e possa essere annoverata tra i “diritti civili” ma ritengo comunque importante che questo tema, come ogni altro argomento sensibile, possa essere portato all’attenzione del Parlamento e discusso senza essere accantonato e rinviato sine die. Il Parlamento deve assumere le responsabilità che gli competono.

LA NOSTRA REPLICA. Forse la peggior risposta ricevuta dai candidati. Pur non condividendo molte delle cose dette dalle quattro persone che hanno dato riscontro al nostro appello, rispettiamo le idee di tutti e il coraggio di esprimerle. In questo caso, invece, il candidato preferisce nascondere la testa sotto la sabbia ed evitare di prendere posizione sul tema dei diritti civili.
Nello specifico, segnaliamo che non abbiamo chiesto “impegni generici”, bensì di prendere posizioni chiare su temi quali eutanasia, cannabis e famiglie LGBTQ+. A parte un riferimento (quello sì generico) all’importanza di portare all’attenzione del Parlamento e discutere il tema delle droghe, la risposta non offre alcuna concreta garanzia.
VALUTAZIONE: SEMAFORO ROSSO

Appello. La risposta di Bartesaghi (CSX) e le nostre repliche.

A seguire la riposta al nostro appello della candidata del centrosinistra Laura Bartesaghi, comprensiva di nostre repliche e valutazione delle risposte. Qui è possibile leggere il testo completo del nostro appello. Sono disponibili anche le risposte degli altri candidati: qui la risposta di Giovanni Galimberti (M5S) e le nostre repliche; qui la risposta di Maurizio Lupi (CDX) e le nostre repliche; qui la risposta di Stefano Motta (Terzo Polo) e le nostre repliche.

1 – CONTI PUBBLICI
Tagliare la spesa pubblica significa ridurre i servizi, cosa alla quale sono fermamente contraria, perché queste operazioni vanno a svantaggio della fascia di popolazione più fragile e impediscono la crescita del nostro Paese. Ricordiamo, infatti, come in passato i settori colpiti nel momento in cui occorreva ridurre la spesa sono stati la scuola, la ricerca e la sanità. Ritengo che, piuttosto che diminuire gli esborsi, occorra concentrarsi su azioni volte a garantire il reperimento di maggiori risorse economiche da parte dello Stato, prima fra tutte la lotta all’evasione fiscale.
LA NOSTRA REPLICA. Affermare che tagliare la spesa pubblica equivalga inevitabilmente ad una riduzione dei servizi pubblici è totalmente insensato e dispiace che a dirlo sia l’esponente di un partito che, almeno in teoria, provò a mettere prima Carlo Cottarelli (attualmente candidato tra le fila dello stesso Partito Democratico) e poi Roberto Perotti nelle condizioni di fare una seria spending review. Si ritiene forse che tutti i 984,5 miliardi (pari al 55,3% del PIL) di spesa pubblica italiana del 2021 siano destinati a servizi pubblici essenziali e non esistano capitoli di spesa su cui è possibile intervenire? Si ritiene forse che Germania e Olanda, che nel 2020 spendevano circa 10 punti percentuali di PIL in meno dell’Italia, siano paesi privi di servizi pubblici o con servizi pubblici scadenti? Inoltre: come si pensa di ridurre deficit e debito se non si è intenzionati a intervenire sul lato della spesa? Come si pensa di finanziare un programma di governo come quello del Partito Democratico che prevede circa 110 miliardi di costi aggiuntivi? Solo con i circa 12 miliardi l’anno di supposta lotta all’evasione previsti dal PNRR? Pare tutto molto in linea con il motto “tassa e spendi” che opprime l’economia di questo paese.
VALUTAZIONE: SEMAFORO ROSSO

2 – PENSIONI
Le scelte pensionistiche devono essere fatte in un’ottica di sostenibilità del sistema nel lungo periodo, evitando misure favorevoli nell’immediato che poi producano un aggravio sulle future generazioni, come purtroppo si è già verificato in passato. Garantire un accesso il prima possibile ai giovani al mondo del lavoro con salari adeguatamente retribuiti è essenziale. A ciò si aggiunge la necessità di tutelare tutti quei giovani che, purtroppo, vivono una condizione lavorativa caratterizzata da precariato, discontinuità e percorsi di formazione o abilitazione lunghi, prevedendo una pensione di garanzia, ossia un’integrazione dei contributi pensionistici di questi cittadini da parte dello Stato.
LA NOSTRA REPLICA. Anche questa risposta, come quelle di Lupi (centrodestra) e Galimberti (Movimento 5 Stelle) pare ignorare i problemi strutturali del sistema pensionistico: come si risolve la questione della non sostenibilità di un sistema a ripartizione in un paese che invecchia in maniera sempre più inevitabile? Come si interviene per ribilanciare lo squilibrio dovuto al fatto che sempre più persone riceveranno un assegno dall’INPS e sempre meno lo finanzieranno versando i contributi? A queste domande non viene data alcuna risposta. Bene che ci si interessi del problema delle carriere lavorative discontinue ma, se non si interviene sulle questioni sopra esposte, porre ulteriori oneri a carico della finanza pubblica mediante contribuzione figurativa o pensioni di garanzia finirà per aggravare il problema anziché risolverlo.
VALUTAZIONE: SEMAFORO ROSSO

3 – LIBERALIZZAZIONI
Ritengo sia necessario impegnarsi sul fronte delle liberalizzazioni, per migliorare la qualità dei nostri mercati. Sappiamo bene che numerosi passi avanti sono stati fatti, in molti casi su operato del Partito Democratico, ma in diversi settori le lobby rappresentano ancora un ostacolo. È ovvio che l’unico modo per non essere influenzati è non lasciarsi influenzare: occorre rescindere quello stretto legame presente oggi tra rappresentanti politici e rappresentanze di categorie.
LA NOSTRA REPLICA. Una risposta tutto sommato buona. Corretto il riferimento al fatto che storicamente il Partito Democratico sia stata la forza politica maggiormente impegnata nell’ambito delle liberalizzazioni (sperando, però, che ciò non venga rinnegato come recentemente fatto in merito alle riforme del lavoro). Vi sono però evidenti lacune nella concretezza delle proposte: su quali settori si intende intervenire per aumentare gli spazi di concorrenza? Con quali modalità?
VALUTAZIONE: SEMAFORO GIALLO

4 – AUTONOMIA REGIONALE
Ritengo non necessario modificare l’attuale assetto di ripartizione di competenze e risorse tra Stato e Regioni. Piuttosto, reputo si debba rivedere la qualifica delle Regioni a Statuto speciale. La vera necessità che avverto è quella di riattribuire poteri e competenze agli enti provinciali, poichè l’attuale situazione creatasi a seguito della Riforma Delrio e della mancata approvazione del referendum costituzionale non è più accettabile. La Provincia, lo si comprende bene considerando anche quella lecchese, deve tornare ad avere maggiori competenze, poteri di intervento e risorse finanziarie.
LA NOSTRA REPLICA. Poco da dire in quanto risposta scarsamente argomentata. Potremmo anche condividere l’idea di maggior autonomia in capo alle province, ma non si capisce il motivo per cui da tale processo di devoluzione e avvicinamento delle competenze al territorio dovrebbero rimanere escluse le Regioni, quando in altri paesi occidentali come Germania e Stati Uniti sono proprio gli enti di tali dimensioni a godere maggiormente delle autonomie previste in un sistema federale.
VALUTAZIONE: SEMAFORO ROSSO

5 – NUCLEARE
Quella del nucleare non è una scelta percorribile per due ordini di ragioni. La prima concerne l’opinione pubblica, che in passato si è espressa in senso contrario. Prima di procedere all’apertura di centrali bisognerebbe risentire i cittadini su tale tema. Si consideri, infatti, che tutt’oggi l’Italia è sprovvista di depositi per i rifiuti radioattivi e i rappresentanti dei siti idonei individuati si sono espressi contrari ad accogliere un eventuale deposito.  La seconda è di carattere tecnico: i tempi di realizzazione di una centrale nucleare sono troppo lunghi rispetto all’obiettivo di decarbonizzazione entro il 2050. A ciò si aggiunge il fatto che, secondo gli esperti, le attuali tecnologie di nucleare emettono una quantità di CO2 maggiore rispetto alle rinnovabili e questo rende il nucleare meno efficace per il raggiungimento di un altro obiettivo, ossia quello di ridurre le emissioni di CO2 entro il 2030.
LA NOSTRA REPLICA. Le argomentazioni contrarie al nucleare sono poco convincenti: (1) Che i cittadini si siano espressi oltre dieci anni fa in un referendum, peraltro influenzato dalla sovraesposizione mediatica del recente incidente di Fukushima, è argomentazione priva di valore: anzitutto, i cittadini possono cambiare idea; secondariamente perché non risulta che, ad esempio, la Rai sia stata privatizzata nonostante nel 1995 i cittadini si siano espressi in tal senso in una consultazione referendaria. (2) Che non si riesca a realizzare il deposito nazionale nonostante la CNAPI di Sogin abbia individuato ben 67 aree idonee, è il sintomo più evidente della gravità della sindrome NIMBY italiana: la politica dovrebbe svolgere un ruolo di persuasione basata su numeri e dati di fatto, non riconcorrere l’emotività dei cittadini. (3) Sui tempi di realizzazione delle centrali nucleari, i quali sarebbero “troppo lunghi”, ricordiamo che per la realizzazione del Parco Eolico di Taranto sono stati necessari oltre 14 anni, che è grosso modo lo stesso intervallo di tempo in cui è possibile costruire una centrale nucleare. (4) Le rinnovabili da sole sono insufficienti per rispettare gli obiettivi di decarbonizzazione. Basta guardare a ciò che avviene in tempo reale sul sito app.electricitymaps.com: nel momento in cui stiamo scrivendo questa risposta (le ore 12.00 del 15/09), la Germania emette 375 grammi di CO2 equivalente per kWh, mentre la Francia 120 grazie al nucleare che rappresenta oltre il 50% del totale; tali numeri, inoltre, restano stabili per la Francia mentre sfondano quota 450 per la Germania quando, nelle ore serali e notturne, il fotovoltaico non produce energia. (5) Si rimanda al già citato JRC della Commissione Europea, che ha certificato che il nucleare è ecosostenibile come le tecnologie rinnovabili.
VALUTAZIONE: SEMAFORO ROSSO

6 – DIRITTI CIVILI
Sono pienamente favorevole ad una legislazione che garantisca tutti quei diritti civili oggi negati, attraverso l’approvazione del DDL Zan, l’introduzione dello ius scholae, del matrimonio egualitario e di una legge che disciplini e riconosca il diritto della persona a decidere sul proprio fine vita. Su questi temi le forze politiche di centrodestra da sempre hanno mostrato un atteggiamento avverso e ostruzionistico. Non sono io singola, ma la collettività dei cittadini che può superare l’impasse creata da una parte delle forze politiche su questi temi, eleggendo per il prossimo Parlamento i rappresentanti della mia coalizione.
LA NOSTRA REPLICA. Premesso che è scorretto affermare che solo dal centrodestra siano arrivati atteggiamenti ostruzionistici nei confronti dei diritti civili (non risulta che nel corso del Governo Conte II, con una maggioranza giallorossa teoricamente favorevole, siano stati fatti passi avanti a livello legislativo) e che il programma del PD è alquanto lacunoso su alcuni temi (vedasi eutanasia, dove propone di limitarsi a codificare in legge la sentenza della Corte Costituzionale sul caso Cappato-Antoniani, quindi non modificando in alcun modo la situazione attuale che già prevede la liceità del suicidio assistito, come dimostrato qualche mese fa dal caso di Federico Carboni nelle Marche), consideriamo positivo l’impegno della candidata sul tema.
VALUTAZIONE: SEMAFORO VERDE

Appello. La risposta di Lupi (CDX) e le nostre repliche.

A seguire la riposta al nostro appello del candidato del centrodestra Maurizio Lupi, comprensiva di nostre repliche e valutazione delle risposte. Qui è possibile leggere il testo completo del nostro appello. Sono disponibili anche le risposte degli altri candidati: qui la risposta di Giovanni Galimberti (M5S) e le nostre repliche; qui la risposta di Laura Bartesaghi (CSX) e le nostre repliche; qui la risposta di Stefano Motta (Terzo Polo) e le nostre repliche.

1 – CONTI PUBBLICI
Per quanto riguarda la sostenibilità del debito, occorre puntare su due concetti per proporre soluzioni rapide e concrete: crescita e semplificazione.
Noi dobbiamo aumentare la nostra crescita per assicurare maggiori entrate senza aumentare le tasse. Come ha detto il presidente del Consiglio Mario Draghi nel suo intervento all’Accademia dei Lincei: “Dobbiamo crescere di più di quanto si stima oggi, anche per contenere l’aumento del debito. Se portiamo il tasso di crescita strutturale dell’economia oltre quello che avevamo prima della crisi sanitaria, saremo in grado di aumentare le entrate fiscali abbastanza da bilanciare l’aumento del debito che abbiamo emesso durante la pandemia.”
Ora giustamente direte: “Siamo d’accordo, ma come pensate di aumentare la crescita?”. Innanzitutto, semplificando le procedure amministrative, sia in termini di costi che riguardo al tempo che le imprese devono dedicare alla burocrazia. L’eccesso di burocrazia costa alle aziende circa 57 miliardi di euro (Cgia Mestre) e provoca una perdita di crescita stimata in 70 miliardi (Ufficio studi Confcommercio): in totale si tratta di 127 miliardi, il 7% del Pil, ogni anno. Per avere un’idea delle proporzioni, ricordo che il PNRR vale un totale di circa 220 miliardi. Ora, è evidente che il costo della burocrazia non si può azzerare, ma basterebbe ridurlo del 20% per garantire alle imprese un risparmio di 24 miliardi ogni anno: è una legge di Bilancio in più. Se guardiamo al tempo impiegato, un’impresa deve dedicare in media 312 ore all’anno (Bureaucracy Index 2020) alla compilazione di documenti e alla richiesta di certificazioni e bolli.
Per questo, noi vogliamo alleviare il peso della burocrazia per le imprese e per i liberi professionisti che spesso si trovano a doverne gestire gli eccessi attraverso la riduzione degli enti pubblici coinvolti nella medesima procedura e l’imposizione di indennizzi in caso di ritardi nella conclusione dei procedimenti amministrativi. Serve poi fare un po’ di debito – questo sì – ma debito “buono”, cioè proseguire il percorso di aggiornamento delle competenze della Pubblica Amministrazione, senza il quale qualsiasi progetto di lotta alla burocrazia resterebbe solamente sulla carta.
Per rispondere all’ultima parte della prima domanda, cioè se intendiamo ridurre la spesa pubblica e come, rispondo che noi desideriamo impegnarci innanzitutto a ridurre gli sprechi che risultano dall’elefantiasi amministrativa che pesa non solo sul bilancio dello Stato, ma sul potenziale della nostra economia. Un intervento serio di semplificazione permetterebbe infatti di razionalizzare la spesa e al contempo, come ho già detto, favorire la crescita, così da ridurre il debito pubblico “cattivo”.

LA NOSTRA REPLICA. Il candidato ha brillantemente eluso la domanda. Siamo senza dubbio d’accordo con lui sulla necessità che la dinamica del PIL sia tale da rendere sostenibile un appropriato livello di indebitamento e che la crescita lasci gli attuali livelli da “zero virgola”, ma è altrettanto evidente che oggi il nostro livello di debito pubblico sia eccessivo e che non basti crescere di più per porvi rimedio: come evidenziano Sofia Bernardini, Carlo Cottarelli, Giampaolo Galli e Carlo Valdes nel loro paper “La riduzione del debito pubblico: l’esperienza delle economie avanzate negli ultimi 70 anni”, essa «non è mai stata conseguita attraverso politiche fiscali espansive (riducendo le tasse o aumentando la spesa), con la speranza che questo avrebbe messo in moto una crescita economica sufficientemente forte da determinare una riduzione del debito pubblico (il cosiddetto “approccio del denominatore”). Le evidenze empiriche suggeriscono che, nelle condizioni attuali, un avanzo primario sufficientemente ampio è l’unica opzione praticabile per ridurre il rapporto debito pubblico/PIL».
Sotto tale aspetto, la risposta è assai lacunosa: la promessa di generiche riduzioni degli sprechi, oltretutto nel contesto di una coalizione i cui principali partiti propongono spese aggiuntive tra i 120 e i 160 miliardi di euro, non offre alcuna garanzia circa un impegno concreto alla riduzione del deficit e del debito.
VALUTAZIONE: SEMAFORO ROSSO

2 – PENSIONI
Il capitolo del calo demografico è forse il problema centrale che abbiamo davanti, anche se purtroppo viene spesso trattato come se fosse una “forza naturale” contro la quale non si può fare niente e anzi è inutile da affrontare.
Per quanto riguarda il giudizio sulle singole misure in vigore e gli adeguamenti prossimi, innanzitutto penso che la pensione di cittadinanza, contrariamente al reddito di cittadinanza, sia una misura che garantisce un contrasto concreto alla povertà delle persone anziane, quindi andrebbe confermata. Per il resto vale il programma del centrodestra: un sistema di “flessibilità in uscita dal mondo del lavoro e accesso alla pensione, favorendo il ricambio generazionale”. Per quanto riguarda le pensioni minime, è evidente che vadano adeguate al crescente costo della vita.
Anche per rispondere a questa domanda, mi permetto di riprendere la risposta precedente: non possiamo considerare accettabile il tasso di crescita degli ultimi anni, prima della pandemia. Se vogliamo contrastare le disuguaglianze del Paese, comprese quelle generazionali, dobbiamo tornare ad alcuni fondamentali che abbiamo un po’ lasciato da parte negli ultimi tempi. Primo: i giovani hanno bisogno del lavoro, perché impegnandosi riscoprono la propria dignità e crescono come cittadini e come persone adulte. Il primo modo per garantire in futuro una pensione dignitosa alle nuove generazioni è dunque creare le condizioni per favorire uno sviluppo economico reale, così che le nuove generazioni non debbano contare sull’assistenzialismo di Stato. Per farlo occorre alleviare i pesi che gravano sulle imprese, per esempio detassando il welfare aziendale come proponiamo nel nostro programma. Inoltre, dovremo utilizzare tutta la crescita potenziale aggiuntiva per sostenere la natalità ma, contestualmente, evitare punte di sofferenza e di disagio negli anziani che si ritrovano senza i mezzi di sussistenza sufficienti, per questo motivo ho citato la pensione di cittadinanza.

LA NOSTRA REPLICA. Al di là delle condivisibili considerazioni circa la necessità di affrontare il calo demografico, non disincentivare la partecipazione al mondo del lavoro, creare le condizioni per favorire lo sviluppo economico e potenziare il welfare aziendale, il candidato “cade” in quello che – a nostro parere – rappresenta il grande errore di tutta la coalizione di centrodestra: un approccio al tema pensioni incentrato sulla “flessibilità in uscita” senza tener conto delle condizioni strutturali del sistema pensionistico. In un modello a ripartizione – dove i contributi versati dai lavoratori sono immediatamente spesi per pagare le pensioni in essere e non accantonati a montante contributivo – aumentare la platea di chi riceve somme dall’INPS e ridurre il numero di quelli che versano contributi, rappresenta un pericolo per la sostenibilità del sistema e, dunque, per il futuro pensionistico dei più giovani. Il tutto in un paese in cui la spesa pensionistica è già la più elevata in Europa dopo la Grecia e dove, pertanto, ci si dovrebbe impegnare per eliminare le storture (vedasi alla voce pensioni retributive), ridurre l’ammontare di risorse pubbliche stanziato per tale capitolo di spesa e creare meccanismi di flessibilità in entrata, offrendo maggiore libertà di scelta a chi inizia a lavorare.
VALUTAZIONE: SEMAFORO ROSSO

3 – LIBERALIZZAZIONI
La nostra storia politica recente dimostra che anche sulle liberalizzazioni non è possibile applicare delle regole ideologiche. Da ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti ho vissuto con buoni risultati l’apertura del mercato delle ferrovie nel settore dell’alta velocità, con l’esperienza di Italo – Ntv che ha segnato una novità e un caso di studio per buona parte dei Paesi europei. Adesso abbiamo davanti i nuovi pacchetti di liberalizzazioni, penso – per restare in tema – al trasporto ferroviario regionale: dovremo valutare come favorire condizioni trasparenti e chiare per impedire casi spiacevoli di bandi di gara poi annullati – e trasformati in battaglie in tribunale – come avvenuto recentemente, un vizio che dobbiamo imparare a superare.
Io sono convinto della bontà della concorrenza, sempre nel rispetto degli investimenti pregressi e della tutela dei livelli occupazionali. Per questo dobbiamo portare avanti una progressiva liberalizzazione del mercato per consentire a tutte le imprese, ma non solo per evitare la fuga degli investimenti esteri. Le condizioni del nostro mercato interno devono permettere alle nostre imprese di “allenarsi” per essere competitive a livello internazionale. Sempre più settori stanno affrontando processi di internazionalizzazione, dove la capacità di competizione in diversi Stati – se non in diversi continenti – sta diventando un fattore decisivo della sopravvivenza delle aziende. Se vogliamo utilizzare una formula sintetica, potremmo dire che o si hanno le condizioni per competere su più mercati oppure diventa molto difficile mantenere anche solo lo spazio di mercato che si occupa nel proprio Paese.
Due proposte chiare ed efficaci per impedire che le posizioni di rendita ostruiscano la concorrenza sono in primis la definizione di regole trasparenti per l’ingresso nei mercati, per esempio garantendo che il sistema delle concessioni sia caratterizzato da criteri di equità, con un orizzonte temporale che sfavorisca le sacche di improduttività senza però scoraggiare gli investimenti. Dall’altro, è necessario investire ancor di più nella qualità della Pubblica Amministrazione e nella formazione dei manager pubblici, per permettere alle aziende partecipate dallo Stato o dagli enti locali di restare al passo con i tempi. Per quanto riguarda le lobby, mi si permetta di fare due osservazioni: dobbiamo rilevare che una legge di settore è stata approvata e permette di avere un monitoraggio più nitido del rapporto tra chi lavora nelle istituzioni e rappresentanti di interessi particolari. Però non possiamo ignorare che il taglio dei parlamentari può incidere negativamente su questo punto: se diminuisce in modo importante il numero dei componenti di una commissione parlamentare, è chiaro che l’influenza delle lobby rischia di aumentare.

LA NOSTRA REPLICA. Una risposta tutto sommato buona: bene il riferimento alla “bontà della concorrenza”, alla necessità di liberalizzare il trasporto ferroviario regionale e di “costringere” le imprese a competere a livello internazionale e alla definizione di regole trasparenti per l’accesso ai mercati. Al di là del fatto che ci saremmo aspettati qualche riferimento concreto in più (ad esempio agli altri servizi pubblici locali, in cui al momento la concorrenza è quasi del tutto assente), facciamo notare due punti deboli: (1) Non si può ignorare che il candidato rappresenti, nel collegio uninominale di Lecco, una coalizione che ha diversi problemi con il tema della concorrenza. Si ricordi, per esempio, l’opinione di Matteo Salvini secondo cui il libero mercato sarebbe un “caos” e la recente battaglia di Fratelli d’Italia contro la privatizzazione della fu Alitalia. (2) Esiste un modo molto semplice per risolvere il problema della qualità dei manager: lasciare che siano scelti dal mercato, privatizzando quelle imprese pubbliche di cui ancora lo Stato (mediante MEF e CDP) detiene il controllo, svincolandole da qualunque logica di interesse politico. Su questo punto, nessuna assicurazione da parte del candidato.
VALUTAZIONE: SEMAFORO GIALLO

4 – AUTONOMIA REGIONALE
Io mi sono speso personalmente a favore dell’autonomia differenziata, per cui credo sia facile interpretare la mia posizione in merito. Noi moderati appoggia una riforma costituzionale che metta le regioni nelle condizioni di sviluppare al meglio le potenzialità e le peculiarità dei territori. Dobbiamo farlo però senza delegare al livello locale delle funzioni che possono generare nuove disuguaglianze, o accentuarne di antiche. Per questo motivo sono convinto che lo Stato deve mantenere dei poteri di revoca di alcune prerogative delegate alle regioni, perché in questi anni abbiamo visto anche situazioni di degrado e di disuguaglianza che non sono accettabili.
Però vorrei aggiungere un aspetto che ancora una volta viene omesso puntualmente: l’autonomia differenziata non serve solo alle Regioni del Nord, ma serve a tutte le Regioni per metterle nelle condizioni di partire dai propri territori e avere uno Stato che svolge una funzione di coordinamento, senza entrare in materie che possono essere gestite meglio dal livello locale. L’autonomia differenziata è la modalità con cui i singoli cittadini, i territori e le regioni tornano a essere protagonisti di uno Stato che dà pari dignità a tutti, al Nord come al Sud. Per questo sono convinto che potremo trovare forme di sostegno a una riforma in tal senso anche in quelle regioni che oggi sono dipinte come incapaci di camminare con le proprie gambe.

LA NOSTRA REPLICA. Poco da aggiungere. È una buona risposta e ci auguriamo che alle parole seguano i fatti.
VALUTAZIONE: SEMAFORO VERDE

5 – NUCLEARE
Sappiamo che 31 paesi nel mondo ospitano reattori sul loro territorio e che l’Italia è l’unico paese del G7 che non produce energia nucleare. Il pericolo è stato non aver realizzato le centrali, non il contrario. Inoltre, secondo l’Agenzia internazionale dell’energia entro il 2050 il 24% dell’energia mondiale sarà probabilmente prodotta utilizzando l’energia nucleare.
Spesso si agitano degli spettri senza lasciare spazio a uno sguardo complessivo. Pensiamo alla Finlandia, dove un terzo del suo fabbisogno energetico viene soddisfatto dal nucleare e che a dicembre 2021 ha acceso il suo reattore EPR di terza generazione: a regime produce da solo il 15% del suo fabbisogno energetico. È vero che ci sono stati 10 anni di ritardi, ma il beneficio adesso è evidente. C’è anche un fattore geopolitico rilevante, che si chiama indipendenza energetica: la Finlandia dipendeva dal gas russo solo per il 5% del suo fabbisogno, per questo ha potuto rifiutare le forniture di Mosca. Se fosse stata legata mani e piedi, cosa sarebbe successo? Avrebbe potuto chiedere di aderire alla NATO?
Sappiamo che nel 2011 i cittadini italiani hanno espresso un parere contrario all’energia nucleare. Io intendo impegnarmi in una forte azione di mobilitazione a favore sia perché oggi soprattutto le nuove generazioni hanno una sensibilità diversa, meno condizionata da alcuni episodi passati, sia perché la tecnologia attuale garantisce maggiori tutele. E il lato quasi ironico di quest’ultima affermazione è che dal punto di vista scientifico l’Italia forma alcuni dei migliori talenti del settore, che vengono richiesti in tutto il mondo per elaborare soluzioni sempre più sicure ed efficienti.
Dobbiamo tentare di riaprire il dibattito sulla fissione nucleare e verificare la possibilità di un nuovo pronunciamento da parte dei cittadini. Inoltre, occorre evitare che le sperimentazioni sulla fusione nucleare, che richiederanno ancora diversi anni, sia portata a termine solo nel Regno Unito, in Francia o negli Stati Uniti, anche perché una delle imprese italiane più famose al mondo, l’Eni, è protagonista della fusione a contenimento magnetico. Quindi sarebbe un dispiacere non dare ospitalità a un’impresa che ci vede già coinvolti come partner industriale, scientifico e tecnologico.

LA NOSTRA REPLICA. Anche in questo caso, una buona risposta. Apprezziamo in particolare l’impegno del candidato ad intraprendere un’azione di mobilitazione sul tema: Einaudi scriveva «conoscere per deliberare» e se vogliamo fare passi avanti sul tema del nucleare, abbandonando l’emotività e consentendo ai cittadini di farsi un’opinione basata su numeri e dati di fatto, la sensibilizzazione su questo argomento deve essere la priorità nel breve periodo.
VALUTAZIONE: SEMAFORO VERDE

6 – DIRITTI CIVILI
I diritti civili sono forse il tema che è stato più preda di spettacolarizzazioni mediatiche che poco hanno avuto a che fare con il merito delle proposte, per esempio nel caso del DDL Zan. Più volte abbiamo richiamato al ruolo fondamentale del Parlamento per evitare che la società sia spinta a radicalizzare la propria posizione. Ne è stato un esempio il lavoro minuto che è avvenuto nella Commissione Affari Sociali della Camera dei Deputati riguardo al testo base sulla morte volontaria medicalmente assistita, soprattutto se paragonato al clima da “tifoseria” a cui abbiamo assistito in occasione del dibattito sul referendum riguardo la depenalizzazione dell’omicidio del consenziente, erroneamente rinominata “eutanasia legale”. Solo un Parlamento forte e che funziona sa evitare che la politica si radicalizzi: la soluzione non è semplicemente rincorrere il consenso, ma dimostrare che oggi le istituzioni democratiche sanno affrontare i temi, confrontarsi e decidere assumendosi le proprie responsabilità.
La mia posizione personale è abbastanza chiara e l’ho ribadita più volte in aula, quando sono intervenuto in occasione dei lavori parlamentari. Sul DDL Zan noi ci siamo espressi contro l’introduzione del concetto di identità di genere, senza per questo – ovviamente – avvallare alcuna forma di violenza che colpisce la persona. La legge prevede già delle tutele importanti in grado di proteggere da atti violenti verbali e fisici. Per quanto riguarda i diritti LGBTQ+, sono convinto che la legge sulle unioni civili sia il limite adeguato, senza prevedere la stepchild adoption oppure promuovere il matrimonio egualitario. Anche riguardo la coltivazione e l’uso della cannabis, non sono favorevole ad allentare le maglie perché dopo molti anni è acclarato l’effetto nocivo per la salute e per la salute mentale, soprattutto dei giovani.

LA NOSTRA REPLICA. Anzitutto una premessa: siamo concordi sull’importanza del ruolo del Parlamento ed è per questo che abbiamo inserito il tema dei diritti civili nel nostro appello; è però evidente che se il Parlamento decide di ignorare pervicacemente le istanze che provengono dalla società (vedasi legge di iniziativa popolare sull’eutanasia mai discussa dal 2013 ad oggi e l’inerzia delle Camere ad intervenire sul suicidio assistito nonostante i richiami della Corte Costituzionale), è giusto e financo doveroso che i cittadini si attivino in prima persona usando gli strumenti che la Costituzione mette a loro disposizione.
Dopodiché, passiamo al merito di quanto scritto dal candidato. La sua è una risposta che ci aspettavamo vista la sua storia politica e personale e che, pur non condividendo, rispettiamo. Ci piacerebbe però sapere: (1) Perché garantire alle coppie LGBTQ+ gli stessi diritti delle coppie eterosessuali in termini di matrimonio sarebbe oltre il “limite adeguato”. (2) Perché, se la posizione sulla cannabis è dettata da preoccupazioni circa la salute dei più giovani, allora non ci si impegna in una conseguente battaglia per vietare anche l’alcol e il tabacco che, come rilevato da numerosi studi (su tutti: Nutt, King, Saulsbury e Blakemore, “Development of a rational scale to assess the harm of drugs of potential misuse”), creano maggior danno fisico e maggior dipendenza dei cannabinoidi.
VALUTAZIONE: SEMAFORO ROSSO

Appello. La risposta di Galimberti (M5S) e le nostre repliche.

A seguire la riposta al nostro appello del candidato del Movimento 5 Stelle Giovanni Galimberti, comprensiva di nostre repliche e valutazione delle risposte. Qui è possibile leggere il testo completo del nostro appello. Sono disponibili anche le risposte degli altri candidati: qui la risposta di Maurizio Lupi (CDX) e le nostre repliche; qui la risposta di Laura Bartesaghi (CSX) e le nostre repliche; qui la risposta di Stefano Motta (Terzo Polo) e le nostre repliche.

1 – CONTI PUBBLICI
Bisogna sganciare le politiche espansive dall’emissione di nuovo debito, ciò è possibile -ed è stato dimostrato- attraverso l’emissione di crediti fiscali; quando si sostengono attraverso crediti fiscali i settori ad elevato coefficiente moltiplicatore, come l’edilizia, possiamo generare maggior gettito fiscale rispetto a quanto immesso, in tal modo rendiamo finanziariamente sostenibile il sistema.
Non deve esserci nessun taglio alla spesa pubblica quando questo significa taglio ai servizi pubblici, che vorremmo invece potenziare ed ampliare; perseguiremo piuttosto l’efficientamento dei servizi sostenuti dalla spesa pubblica. Bisogna inoltre considerare una delle piaghe che mina la stabilità dei nostri conti pubblici, del nostro sistema di welfare e dei servizi pubblici: il lavoro irregolare, che interessa il 12,5% dei lavoratori (si stimano circa 3,5 milioni di lavoratori in nero o irregolari) un dato a cui si sommano gli oltre 100 miliardi di evasione fiscale totale all’anno. Questa piaga va affrontata con decisione, e va abbattuta utilizzando le migliori tecnologie di incrocio dati che recentemente hanno visto uno sviluppo straordinario. Le principali PA ed enti pubblici interessati (Agenzia delle entrate, INPS, INAIL, INL, Guardia di Finanza e altre forze dell’ordine) saranno chiamate a fornire una strategia di contrasto all’evasione fiscale, basata sulle nuove piattaforme e l’incrocio e la interoperabilità dei dati, affiancata da una strategia di repressione imponente, e da una forte stretta sulle pene legate all’evasione. L’evasione contributiva stimata a causa del lavoro sommerso si aggira intorno ai 12 miliardi di euro e l’effetto negativo sulle minori entrate non è l’unico impatto rilevante; interverremo con politiche per il contrasto al lavoro sommerso, realizzando una piattaforma nazionale di dialogo automatico tra i sistemi di vigilanza documentale, vigilanza ispettiva, recupero crediti, gestione contributiva con lo scopo di ampliare, anche attraverso l’intelligenza artificiale, le catene di blockchain, i data mining e il machine learning, le analisi sulla solvibilità e l’affidabilità delle aziende e rendere più celeri le operazioni di riscossione prevenendo il deterioramento dei crediti.
Proponiamo l’introduzione dei Conti Correnti Fiscali, su cui far circolare liberamente i crediti d’imposta analoghi al Superbonus 110%, eliminando tutti i vincoli introdotti dal Governo Draghi, che hanno messo a rischio migliaia di imprese virtuose che avevano creduto nello Stato; saranno uno strumento utile per finanziare la spesa pubblica e realizzare investimenti senza la necessità di emettere titoli del debito pubblico, senza pagare interessi, ma semplicemente riconoscendo crediti d’imposta non pagabili, cedibili e liberamente scambiabili tra i soggetti residenti. Inoltre, può essere utilizzato per sostenere famiglie ed imprese per l’aumento del costo di energia e materie prime.
Da sottolineare che il nostro bilancio è sotto pressione anche a causa degli interessi sul debito che crescono anche a causa dello spread che durante i Governi Conte 1 e 2 è rimasto a livelli molto inferiori rispetto a quelli del Governo Draghi. Vi è peraltro l’altra faccia “buona” del debito pubblico italiano: è risparmio privato, detenuto da famiglie direttamente o indirettamente attraverso banche, assicurazioni, poste, società di gestione del risparmio. Il problema nasce quando si lascia in balìa del mercato e della speculazione il debito pubblico.
Un inciso estratto dal preambolo del nostro programma: “Occorre anche liberarsi dall’ossessione del debito, che cresce in tutte le nazioni al mondo, nessuna esclusa, e che condiziona e orienta le scelte politiche. Esattamente come la crescita del PIL, deficit e debito non sono certo obiettivi in sé, ma solo strumenti di politica economica, da attivare unicamente in funzione del vero obiettivo, quello del benessere e della prosperità. Parallelamente servono nuovi strumenti in grado di finanziare la spesa pubblica, senza aumentare il debito verso l’esterno, privilegiando forme di autofinanziamento interno.”

LA NOSTRA REPLICA. Il candidato ha eluso brillantemente la domanda: di fronte alla richiesta di specificare come ci si intende impegnare per ridurre deficit e debito, ha risposto occupandosi semplicemente di come finanziare politiche espansive senza emettere nuovo debito (quindi senza ridurre lo stock esistente) e di come riqualificare la spesa per servizi pubblici (quindi non riducendo l’ammontare complessivo della spesa pubblica). Il motivo è abbastanza semplice: il programma del Movimento 5 Stelle prevede un totale di costi calcolabili pari a 106 miliardi, a fonte di soli 2,6 di coperture derivanti da tagli alle spese militari (che peraltro ci metterebbero in violazione del Trattato Atlantico).
Due ulteriori note rispetto a quanto altresì affermato: (1) I crediti fiscali – che si traducono in una riduzione di imposte per l’erario – non servono per finanziare la spesa, ma viceversa per eroderne le coperture: il recente rapporto Ance sul Superbonus ha infatti certificato che, a fronte di 38,7 miliardi di euro di detrazioni maturate, i ritorni nelle casse dello stato sono stati pari a 18,2 miliardi; dunque nessun “coefficiente moltiplicatore” bensì un coefficiente divisore, senza considerare poi gli effetti distorsivi, iniqui e inflazionistici della misura. (2) In merito alla questione spread, urge ricordare che esso si attestava a 132 nella settimana precedente le elezioni 2018 vinte dal Movimento 5 Stelle, per poi crescere oltre i 300 sul finire dell’anno, in corrispondenza delle discussioni sui “Piani B” del quasi-ministro gialloverde Savona e delle celebrazioni dal balcone per l’”abolizione della povertà” ottenuta aumentando il deficit. Se si vuole ridurre l’impatto che spread e costo degli interessi hanno sul bilancio pubblico vi è un’unica soluzione ed è ridurre l’attuale livello del debito. Dal M5S e dal suo candidato, nessuna indicazione sul come farlo.
VALUTAZIONE: SEMAFORO ROSSO

2 – PENSIONI
In risposta alla prima domanda “Intende lei impegnarsi affinché il sistema pensionistico non venga ulteriormente utilizzato per fini elettorali ai danni delle future generazioni?”, faccio presente che nella campagna elettorale il M5S non sta strumentalizzando il tema delle pensioni, come invece stanno facendo altre forze politiche che propongono ricette liberiste nei propri programmi e promettono “il bengodi” ai pensionati. Impegnarmi per evitare che il tema delle pensioni non venga strumentalizzato? Non saprei come evitare che le altre forze politiche in futuro facciano campagna elettorale sul tema delle pensioni, se non risolvendo questa importante questione con le nostre proposte descritte nel programma.
Per quanto riguarda le future pensioni dei giovani, dobbiamo prendere in considerazione che secondo il Censis ci sono 5,7 milioni di giovani precari, NEET e working poor che rischiano di avere nel 2050 pensioni sotto la soglia di povertà. Noi proponiamo un intervento che consenta di riscattare gratuitamente gli anni della formazione, sul modello tedesco; l’introduzione di una pensione di garanzia soprattutto per i giovani assunti dopo il 1996 che tenga in considerazione sia i contributi versati ma anche quelli figurativi calcolati sulla base della disoccupazione involontaria o della minor contribuzione dovuta a stipendi troppo bassi. Sarà necessario riconoscere un giusto trattamento economico anche per i tirocini curricolari e relativi contributi figurativi ai fini pensionistici. Proponiamo di garantire ai giovani lavoratori precari che hanno contratti ad intermittenza di poter versare i contributi volontari, per un totale massimo dei mesi lavorati.
Proponiamo inoltre la creazione di un fondo pubblico gestito dall’INPS, per una previdenza complementare pubblica, ampiamente descritto al punto 4.3.2 del nostro programma.

LA NOSTRA REPLICA. Il candidato sostiene che il Movimento 5 Stelle non starebbe strumentalizzando il tema delle pensioni. Il programma, però, dice altro e afferma che è necessario “evitare il ritorno della Fornero”, esattamente come le altre forze politiche. Ci si domanda poi in quale universo le ricette che promettono il “bengodi” ai pensionati sarebbero liberistiche: le poche associazioni liberiste di questo paese da anni si battono affinché il sistema pensionistico sia messo in sicurezza, opponendosi con forza ad ulteriori aumenti della spesa pubblica in pensioni.
Alcune delle ricette proposte, inoltre, contribuirebbero ad aggravare l’insostenibilità del sistema: in un sistema a ripartizione – ossia un sistema dove i contributi versati dai lavoratori sono immediatamente spesi per pagare le pensioni in essere e non accantonati a montante contributivo – il riscatto gratuito degli anni di laurea peserebbe ulteriormente sull’equilibrio dei conti pensionistici, andando ad incrementarne la spesa (che è già la più alta in Europa dopo quella della Grecia) e riducendone una fonte di entrata. E a sostenerlo è un’associazione come la nostra fondata da 4 laureati under 30 che avrebbero tutto l’interesse personale affinché una misura del genere fosse approvata.
VALUTAZIONE: SEMAFORO ROSSO

3 – LIBERALIZZAZIONI
Che le liberalizzazioni portino a risolvere il problema dei prezzi è un mito che trova poco riscontro nella realtà, spesso e volentieri invece liberalizzare aiuta la formazione di cartelli e trust o mercati speculativi che gravano molto sulle tasche dei Cittadini e dello Stato (vedesi prezzi di metano e benzina). Vanno bene il libero mercato e la concorrenza in settori non strategici o non essenziali per il cittadino, ma controllo statale ferreo nei servizi base come sanità, acqua, infrastrutture, energia, telecomunicazioni ecc… (infrastrutture, energia e telecomunicazione devono essere statali anche per quanto riguarda la difesa della nazione, contro eventuali ingerenze esterne).
LA NOSTRA REPLICA. Il “mito” della riduzione dei prezzi derivante da liberalizzazioni è facilmente verificabile chiedendo a chi è vissuto prima degli anni ’90 – ossia prima della liberalizzazione dei mercati chiesta dall’Unione Europea – quanto costasse un volo aereo o una linea telefonica fissa (priva peraltro dei servizi aggiuntivi come la connessione internet di cui godiamo oggi ad un prezzo inferiore). Ma non è nemmeno necessario ricorrere alla storia, basta verificare le bollette: come ha documentato l’Osservatorio italiano sulla povertà energetica, tra inizio 2021 e inizio 2022 i prezzi sul mercato libero sono cresciuti del 23%, mentre per i clienti rimasti sotto l’ombrello dello Stato (in quella che viene definita “maggior tutela”) sono raddoppiati.
Ci si domanda, inoltre, con quali criteri dovrebbe essere stabilito quali sono i settori strategici e quali invece quelli non essenziali per il cittadino e chi dovrebbe farlo. La definizione di “strategico” è, infatti, altamente opinabile: come ci ha ricordato Alberto Saravalle durante il nostro evento intitolato “Come peggiorare la crisi” di inizio 2021, in Francia persino lo yogurt era considerato strategico per impedire l’acquisizione di Danone da parte di un gruppo estero.
VALUTAZIONE: SEMAFORO ROSSO

4 – AUTONOMIA REGIONALE
Non ero a favore dell’iniziativa politica di portare i cittadini lombardi a referendum per chiedere maggiore autonomia da parte della Regione Lombardia; le mie ragioni erano due: (1) già oggi Regione Lombardia può usufruire di autonomia, che però non sfrutta o peggio ancora sfrutta male, mi riferisco ad esempio alla prevenzione sanitaria, alla sicurezza sul lavoro, alle politiche attive del lavoro, al sostegno alle imprese e alla loro transizione ecologica (Finlombarda sotto-utilizzata), alle politiche sui rifiuti; (2) il referendum è stato inutile, si è trattato di un voto consultivo politicizzato, la Giunta chiedeva agli elettori una sorta di mandato politico per intavolare una discussione con il Governo, ma non era necessario, questa possibilità è già prevista e non è necessaria una investitura popolare; ad esempio l’Emilia Romagna ha semplicemente votato in seno al Consiglio Regionale una risoluzione -con formule sostanzialmente diverse- per richiedere maggiori autonomie. I Presidenti di Lombardia e Veneto, Maroni e Zaia, promosso il referendum per cercare una sorta di accompagnamento da parte dei cittadini, pratica che tra le altre cose non è prevista dalle nostra Carta costituzionale. Non possiamo dimenticare che alcuni politici di maggioranza in regione, hanno incalzato i cittadini parlando non di autonomia, ma anche di “statuto speciale” per la Regione, una bufala incostituzionale.
Il risultato del referendum e della vittoria del sì, è sotto gli occhi di tutti: nessuno. Ai Veneti è costato 14 milioni di euro, a noi Lombardi quasi 50 milioni di euro, i costi sono superiori a quelli del Veneto a causa dell’acquisto di 24mila tablet utilizzati per le procedure di voto elettronico, dispositivi che dopo il referendum sono stati donati alle scuole, ma sono inutilizzati perché non è possibile modificare il sistema operativo -soldi buttati e di fatto i tablet ora sono dei rifiuti elettronici-. Solo per l’acquisto dei tablet e dei software relativi, la Lombardia ha speso 23 milioni. Altri 24 milioni sono serviti per pagare gli scrutatori e garantire il resto delle operazioni, mentre altri 1,6 milioni di euro sono stati spesi per la campagna elettorale. Per avere un termine di paragone, 50 milioni di euro è più o meno quello che ha speso la Regione fra il 2017 e il 2019 per finanziare le tariffe agevolate del trasporto pubblico.
Nel nostro programma, in in merito all’autonomia differenziata, la posizione è chiara: nessuna nuova funzione potrà essere delegata alle Regioni se prima non si siano definiti, con le adeguate coperture, i Livelli Essenziali delle Prestazioni. Dovrà comunque essere il Parlamento a definire le regole d’ingaggio con una legge quadro che tenga in massima considerazione le varie commissioni parlamentari coinvolte. Prevediamo di completare la riforma del federalismo fiscale e la riforma degli enti di area vasta con particolare attenzione alle funzioni e alle competenze.
Per quanto riguarda invece la tutela della salute, proponiamo la revisione del Titolo V della Parte Seconda della Costituzione, con riguardo al riparto delle competenze tra Stato e Regioni per riassegnare la salute alla competenza esclusiva dello Stato. La sanità pubblica deve essere liberata dalle interferenze della politica, in particolare per quanto riguarda la nomina dei dirigenti sanitari: decenni di “gestione di partito” delle aziende sanitarie hanno portato alla riduzione di alcuni servizi essenziali, a una cattiva organizzazione nell’erogazione delle prestazioni e ciò ha spostato l’equilibrio in favore della sanità privata; tutti i cittadini lombardi hanno provato sulla propria pelle la difficoltà nell’accedere al servizio pubblico e sono stati costretti a rivolgersi alla sanità privata, bisogna rilanciare un modello di assistenza sanitaria, sociosanitaria e socioassistenziale prevalentemente pubblica. Per fare ciò riteniamo indispensabile riformare il Titolo V della Costituzione, per riportare la salute alla gestione diretta dello Stato, così da azzerare le attuali disfunzioni dei 20 sistemi regionali, che sono fortemente emerse durante la pandemia.

LA NOSTRA REPLICA. Anche in questo caso, il candidato fa una lunga premessa (a tratti condivisibile) sui costi del referendum, sulla politicizzazione dello stesso e sulla necessità di stabilire Livelli Essenziali delle Prestazioni, ma non risponde chiaramente alla domanda: siccome è ovvio che la concessione di maggiore autonomia debba passare attraverso una legge del Parlamento, in qualità di parlamentare sarebbe disposto a votarla? E se si verificasse nuovamente il disinteresse mostrato negli ultimi cinque anni, sarebbe pronto a fare fronte comune con deputati lombardi di altri partiti per ottenerne la discussione? Il “completamento del federalismo fiscale” passerebbe, nelle intenzioni del M5S, da una riforma costituzionale che dia vera autonomia in quel campo alle Regioni?
Rileviamo inoltre un controsenso logico: bene che ci si scagli contro le nomine politiche nei servizi pubblici come la sanità, ma ciò è in controtendenza con l’opposizione alle liberalizzazioni. Finché tali servizi saranno nelle mani della politica, le nomine saranno politiche; e trasferirne la competenza dalle Regioni allo Stato (oltre a provocare un appiattimento verso il basso del livello qualitativo dei servizi) avrebbe come unico risultato di rendere i dirigenti espressione del partito che detiene le redini del governo centrale anziché di quelli che controllano le Regioni.
VALUTAZIONE: SEMAFORO ROSSO

5 – NUCLEARE
Siamo assolutamente concordi sulla necessità di aprire un dibattito ampio e privo di preconcetti riguardo il futuro energetico del nostro Paese. Non concordiamo però su molti assunti di questo quesito: L’energia rinnovabile è discontinua, solo se presa puntualmente, ma se analizzata in smart grid, ovvero in reti, l’energia rinnovabile è continua e immagazzinabile (grazie a batterie, idroelettrico, idrogeno). Inoltre un recente studio dell’istituto degli ingegneri elettrici ed elettronici, che analizza le pubblicazioni scientifiche degli ultimi 20 anni inerenti alla possibilità di produzione energetica totalmente green conclude che è possibile, entro il 2050 arrivare ad una produzione energetica 100% rinnovabile.
Il M5S si oppone senza riserve al nucleare come mezzo di produzione dell’energia: si tratta di un modello pericoloso, costoso e con controindicazioni importanti dal punto di vista ambientale, che non può avere spazio nella transizione energetica verde. Purtroppo, in un voto controverso il 06 luglio 2022 il Parlamento Europeo ha respinto la proposta di rigettare l’atto delegato della Commissione che includeva nella tassonomia degli investimenti verdi il gas e l’energia nucleare: pertanto, alcuni investimenti inerenti la produzione di energia attraverso il nucleare o il gas saranno definiti come sostenibili e potranno ricevere agevolazioni, favorendo quegli Stati che più di altri utilizzano il nucleare, come la Francia, o che basano il loro processo di transizione sul gas, come la Germania. Abbiamo combattuto contro questa proposta della Commissione e continueremo a opporci a ogni iniziativa di greenwashing che tenti di far rientrare fonti energetiche non green e sostenibili come nucleare e gas nella tassonomia verde, poiché riteniamo che la proposta approvata sia un vero e proprio tradimento degli intenti europei di compiere una transizione energetica sostenibile.

LA NOSTRA REPLICA. L’ipotesi di raggiungere una produzione di energia al 100% da fonti rinnovabili è un’illusione utopistica: nessun paese al mondo, se non quelli che possono contare su un elevatissimo apporto dell’idroelettrico (che l’Italia sta già sfruttando al suo massimo potenziale), si avvicina a tale soglia. Anzi, i paesi che hanno deciso di non ricorrere al nucleare e puntare solo sulle rinnovabili oggi si ritrovano in totale controtendenza con gli obiettivi di decarbonizzazione. Ciò è verificabile in tempo reale sul sito app.electricitymaps.com: nel momento in cui stiamo scrivendo questa risposta (le ore 12.00 del 15/09), la Germania emette 375 grammi di CO2 equivalente per kWh, mentre la Francia 120 grazie al nucleare che rappresenta oltre il 50% del totale; tali numeri, inoltre, restano stabili per la Francia mentre sfondano quota 450 per la Germania quando, nelle ore serali e notturne, il fotovoltaico non produce energia.
Le argomentazioni secondo cui il nucleare sarebbe un modello “pericoloso, costoso, e con controindicazioni importanti dal punto di vista ambientale” sono facilmente smentibili: (1) Il nucleare causa 0.03 morti per TWh di elettricità, un numero paragonabile a quello del solare (0.02) e dell’eolico (0.04) e decisamente inferiore all’idroelettrico (1.3). (2) Il costo del nucleare è inferiore a quello necessario per sistemi di immagazzinamento dell’energia prodotta da rinnovabili che consentano di arrivare al famigerato 100% (100 TWh ora di batterie ai prezzi attuali avrebbero un costo di circa 25.000 miliardi, cioè circa 17 volte il nostro PIL), per non parlare degli oltre 10 miliardi all’anno che già spendiamo in incentivi alle rinnovabili. (3) Si rimanda al già citato JRC della Commissione Europea, che ha certificato che il nucleare è ecosostenibile come le tecnologie rinnovabili.
VALUTAZIONE: SEMAFORO ROSSO

6 – DIRITTI CIVILI
Siamo a favore dell’introduzione di Leggi che possano garantire i diritti civili a tutte le persone, lo strumento per superare l’immobilismo parlamentare su queste ed altre questioni è IL VOTO! Basta non votare le forze politiche retrograde, conservatrici e troglodite. Serve votare #DallaParteGiusta.
LA NOSTRA REPLICA. Sui diritti civili, siamo certi della bontà dell’impegno. Il Movimento 5 Stelle a Lecco si è speso molto l’anno scorso per il Referendum Eutanasia Legale, sia organizzando tavoli di raccolta firme in proprio sia mettendo a disposizione il consigliere regionale Raffaele Erba come autenticatore ai gazebo del comitato di cui abbiamo fatto parte. Speriamo che a tale dichiarazione di intenti segua un’effettiva azione legislativa in Parlamento, che è mancata quando nel corso del governo giallorosso vi erano teoricamente le condizioni per “affondare il colpo”.
VALUTAZIONE: SEMAFORO VERDE

Appello ai candidati del collegio di Lecco

AppelloA seguire il testo completo del nostro appello ai candidati lecchesi. A questo link è possibile leggere la risposta di Galimberti (M5S) e le nostre repliche. A questo link è possibile leggere la risposta di Lupi (CDX) e le nostre repliche. A questo link è possibile leggere la risposta di Bartesaghi (CSX) e le nostre repliche. A questo link è possibile leggere la risposta di Stefano Motta (Terzo Polo) e le nostre repliche.

Perché un appello ai candidati del collegio di Lecco? L’associazione lecchese L’Asino di Buridano nasce con l’obiettivo di fornire informazioni utili per fare scelte consapevoli, affinché l’elettore non cada nella trappola di dire “sono tutti uguali” e non rischi di fare la fine, politicamente parlando, dell’asino protagonista dell’apologo del filosofo Giovanni Buridano. Ma noi possiamo solo limitarci a dare informazioni e fornire stimoli, sta ai partiti il compito di dimostrare che sono effettivamente “diversi”. Come? In vista delle elezioni del 25 settembre, abbiamo deciso di lanciare un pubblico appello ai candidati del collegio uninominale di Lecco, invitandoli a fornire una risposta concreta e precisa su 6 temi che, dalla fondazione dell’associazione, sono stati al centro del nostro interesse e delle tante iniziative organizzate con la collaborazione di diversi comuni della nostra provincia: conti pubblici, pensioni, liberalizzazioni, autonomia regionale, nucleare e diritti civili. Chiediamo pertanto ai candidati di Lecco delle quattro coalizioni principali, ossia Laura Bartesaghi (centrosinistra), Giovanni Galimberti (Movimento 5 Stelle), Maurizio Lupi (centrodestra) e Stefano Motta (Azione – Italia Viva), di rispondere alle domande contenute nel nostro appello e di accettare l’invito a dibatterne pubblicamente. L’Asino di Buridano vorrebbe scegliere: mettetelo nelle condizioni di farlo!

1 – CONTI PUBBLICI
Il quadro programmatico del Documento di Economia e Finanza 2022 indica che questo anno si chiuderà con un indebitamento netto dello Stato italiano pari al 5,6% del PIL e con un debito pubblico al 147%. Tali numeri sono sicuramente stati aggravati dalla pandemia, ma evidenziano un’abitudine italiana tale da spingere il direttore dell’Istituto Bruno Leoni Alberto Mingardi a definire l’Italia una “Repubblica fondata sul debito”: il nostro bilancio non è mai stato in pareggio e, dalla fine della Seconda guerra mondiale ad oggi, la spesa pubblica è aumentata di cinquanta volte, passando da circa il 10% del PIL a oltre il 50%. Tale situazione non è più sostenibile e alimenta una dinamica che mette sempre più a rischio il futuro dei giovani. Intende lei impegnarsi affinché il prossimo governo metta mano ai conti pubblici per ridurre deficit e debito? Considerando che, come evidenziato da illustri economisti quali Alesina, Favero e Giavazzi, tagliare le spese è molto meno dannoso che aumentare le tasse (le quali sono già molto elevate in Italia, con una pressione fiscale che nel 2022 si attesta al 43,1%) ed è dimostrato dall’esperienza di paesi come Belgio, Canada e Irlanda che possono esistere programmi di aggiustamento delle finanze pubbliche di successo, intende lei impegnarsi affinché il miglioramento dei conti sia ottenuto mediante tagli alla spesa pubblica anziché aumenti di tasse? Quali spese intende eventualmente impegnarsi a tagliare?

2 – PENSIONI
La sostenibilità di lungo periodo del sistema pensionistico pubblico italiano, come per tutti i sistemi a ripartizione, è messa in pericolo dal progressivo invecchiamento della popolazione, tanto che oggi il futuro pensionistico dei giovani è tutt’altro che roseo. Tutto ciò in un paese in cui l’incidenza della povertà assoluta nel 2021 è stata dell’11,1% nella fascia d’età 18-34 contro il 5,3% della fascia superiore ai 65 anni, con un gap tra le due coorti anagrafiche che è andato crescendo dall’inizio della crisi Covid. Intende lei impegnarsi affinché il sistema pensionistico non venga ulteriormente utilizzato per fini elettorali ai danni delle future generazioni? Premesso che le politiche tese ad invertire le tendenze demografiche sono molto costose e producono effetti solo nel lunghissimo periodo, come intende impegnarsi affinché ai giovani sia garantita una pensione certa e dignitosa?

3 – LIBERALIZZAZIONI
Se è indubbio che nel corso degli ultimi anni l’Italia ha fatto passi avanti nell’ambito della concorrenza, tanto da salire al quinto posto in Europa nell’”Indice delle liberalizzazioni” curato dall’Istituto Bruno Leoni, la crisi Covid-19 e le sue conseguenze pongono seri problemi e rischiano di far fare passi indietro al nostro paese: dalle telecomunicazioni al servizio postale, passando per l’elettricità e soprattutto i servizi pubblici locali, sono tante le conquiste da difendere e i passi avanti ancora necessari. Le recenti impasse parlamentari sui temi taxi e concessioni balneari lo dimostrano. A ciò si aggiunga che il grado di concorrenza influisce sui prezzi e ulteriori liberalizzazioni in settori quali, per esempio, trasporti e telecomunicazioni, potrebbero risolvere il problema dei prezzi nel lungo termine, riducendo le pressioni inflazionistiche e proteggendo il potere d’acquisto dei salari. Intende lei impegnarsi affinché cresca lo spazio di concorrenza in quei settori in cui ancora manca, senza lasciarsi influenzare da lobby e difensori di rendite di posizione parassitarie? In che modo?

4 – AUTONOMIA REGIONALE
Il 22 ottobre 2017, oltre 3 milioni di elettori lombardi si sono recati alle urne per richiedere che, in coerenza con il terzo comma dell’articolo 116 della Costituzione, a Regione Lombardia siano concesse ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia nell’ambito dell’organizzazione della giustizia di pace, delle norme generali sull’istruzione e della tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali, nonché delle materie di competenza concorrente. A tale richiesta – rimasta inascoltata dal governo e del Parlamento – si sono associate altre regioni, tra cui l’Emilia Romagna guidata dall’esponente PD Stefano Bonaccini, a conferma del fatto che trattasi di tema apartitico. È lei a favore della richiesta di maggiore autonomia regionale? Come intende muoversi affinché si ponga fine allo stallo attuale? Qualora nel corso della prossima legislatura dovesse porsi la questione di una nuova riforma costituzionale, intende impegnarsi affinché essa sia improntata ad una visione federalistica, con maggiore autonomia in capo alle regioni anche in materia fiscale?

5 – NUCLEARE
La transizione green e la necessità di contenere l’aumento delle temperature sono un tema non più prorogabile da parte del governo e del Parlamento italiano. Ciononostante, il dibattito pubblico è ancora troppo imperniato sull’ideologia anziché sui numeri: l’UNECE ha messo nero su bianco che non sarà possibile raggiungere la decarbonizzazione completa entro il 2050 senza ricorrere al nucleare, con cui integrare le intermittenti fonti rinnovabili; l’IEA (International Energy Agency) ha documentato la necessità di raddoppiare la potenza installata nel mondo di nucleare entro il 2050 per rispettare gli obiettivi climatici; il JRC della Commissione europea ha certificato che il nucleare è ecosostenibile e sicuro come o più delle tecnologie rinnovabili. L’Italia, sotto questo aspetto, è ancora bloccata dall’emotività che ha caratterizzato i referendum del 1987 e del 2011. È lei favorevole al ritorno dell’Italia al nucleare? Come eventualmente intende impegnarsi affinché ciò avvenga?

6 – DIRITTI CIVILI
L’estate 2021 è stata caratterizzata dalla grandissima partecipazione popolare alla raccolta firme per i referendum Eutanasia Legale e Cannabis Legale, che hanno raccolto 1 milione e 200 mila firme il primo e 600 mila firme (in poche settimane) il secondo: nonostante la bocciatura da parte della Corte Costituzionale, i sondaggi indicano che la maggioranza della popolazione è a favore di tali temi. Allo stesso tempo, il dibattito sul Ddl Zan ha oscurato l’impegno di molte associazioni a favore dei diritti LGBTQ+, in primis matrimonio egualitario, adozioni e gestazione per altri. È lei a favore di una legislazione che garantisca i diritti civili oggi negati nel nostro paese? Come eventualmente intende muoversi per superare il disinteresse dei partiti e l’inattività del Parlamento?

Ci auguriamo che il nostro appello ai candidati del collegio di Lecco non resti inascoltato. Tutti – dai semplici cittadini alla stampa locale, passando per i candidati stessi – abbiamo una responsabilità e possiamo giocare un ruolo per far sì che la politica si occupi di temi concreti. Speriamo che non sia l’ennesima occasione persa.

Il killeraggio politico della Corte Costituzionale

Il killeraggio politico della CorteNei giorni scorsi, la Corte Costituzionale ha dichiarato inammissibili i referendum Eutanasia Legale e Cannabis Legale: nonostante l’elevato numero di firme raccolte (1 milione e 200mila per l’eutanasia e 600mila in un solo mese per la cannabis), gli italiani non potranno votare su questi due temi. Essendosi la nostra associazione spesa in prima persona per la raccolta firme, contribuendo alle quasi 10mila raccolte in Provincia di Lecco, ci sentiamo in dovere di spiegare cosa è accaduto e, soprattutto, perché consideriamo la decisione ingiustificabile e a tratti quasi vergognosa.
Innanzitutto: ad oggi non abbiamo ancora le motivazioni delle sentenze, ma possiamo basare le affermazioni sulla conferenza stampa del presidente della Corte Costituzionale Giuliano Amato. Una conferenza stampa irrituale e inopportuna, condita da numerose imprecisioni e falsità fattuali, che ha rappresentato un attacco politico (e non semplicemente tecnico-giuridico) alle battaglie per la libertà e ai comitati promotori che tali battaglie hanno cercato di portarle avanti, accusati di aver cercato di “imbrogliare” i cittadini e di essere incapaci di scrivere i quesiti.
I titoli e i comitati
Per prima cosa, Giuliano Amato si è scagliato contro i titoli dei quesiti referendari e i nomi dei comitati promotori, i quali avrebbero cercato di trarre in inganno gli elettori: i referendum su eutanasia e cannabis, infatti, riguarderebbero in realtà l’omicidio del consenziente e le sostanze stupefacenti in generale. Ora, in merito a questa affermazione ci sono tre considerazioni da fare: (1) i titoli dei quesiti non vengono scelti dai comitati promotori bensì dalla Corte di Cassazione, tant’è che citavano esplicitamente l’omicidio del consenziente e le sostanze stupefacenti in generale, senza alcun riferimento a eutanasia (termine che giuridicamente non esiste e non è possibile rinvenire in alcun testo di legge) o cannabis; (2) sia i moduli di raccolta firme sia la scheda elettorale riportano il quesito per intero, il che significa che i cittadini hanno la possibilità di verificare direttamente ciò che stanno firmando/votando; (3) i comitati promotori hanno il diritto di usare il nome che preferiscono senza che questo possa andare ad inficiare l’ammissibilità, tanto che non risulta che nel 2011 la Corte abbia fatto rilievi al vergognoso nome-truffa del cosiddetto “Referendum Acqua Pubblica”.
L’omicidio del consenziente
Il Referendum Eutanasia Legale prevedeva l’abrogazione parziale dell’art. 579 del codice penale relativo all’omicidio del consenziente. Perché? Facciamo un passo indietro: nel 2019, con la sentenza sul caso Cappato – DJ Fabo, la Corte Costituzionale ha dichiarato la parziale illegittimità dell’art. 580 del codice penale (relativo all’aiuto al suicidio) e così facendo ha aperto le porte alla legalizzazione del suicidio assistito. Questo, però, in un paese civile non è sufficiente: tralasciando il fatto che il Parlamento da allora si rifiuta di discutere una legge che regoli puntualmente il fenomeno, ad esempio prevedendo una tempistica certa, il suicidio assistito permette solo la prescrizione del farmaco letale e non la somministrazione da parte di personale medico; questo significa che i pazienti che, per le loro gravi condizioni, non sono in grado di autosomministrarselo, vengono lasciati privi di qualsiasi opzione legale. Ecco perché l’abrogazione parziale dell’omicidio del consenziente: per depenalizzare l’intervento di un terzo nella somministrazione.
Trattandosi di scelte sulla vita umana, il consenso (elemento fondamentale, parlando appunto di omicidio del consenziente) sarebbe stato puntualmente e rigidamente regolato dalla legge 219/2017 in materia di consenso informato. Inoltre, l’abrogazione sarebbe stata solamente parziale: sarebbero rimaste intatte le tutele nei confronti di «persona minore degli anni diciotto», «persona inferma di mente, o che si trova in condizioni di deficienza psichica, per un’altra infermità o per l’abuso di sostanze alcooliche o stupefacenti» e «persona il cui consenso sia stato dal colpevole estorto con violenza, minaccia o suggestione, ovvero carpito con inganno» (si tratta di citazioni letterali dal comma 3 dell’art. 579, che sarebbe rimasto intatto). Minorenni, incapaci di intendere e di volere, ubriachi, drogati e – importante! – anche le persone depresse non sarebbero state coinvolte dal referendum.
Il comunicato stampa con cui la Corte Costituzionale ha annunciato l’inammissibilità scrive che «a seguito dell’abrogazione, ancorché parziale, della norma sull’omicidio del consenziente, cui il quesito mira, non sarebbe preservata la tutela minima costituzionalmente necessaria della vita umana, in generale, e con particolare riferimento alle persone deboli e vulnerabili». Giuliano Amato, nella sua conferenza stampa, ha citato l’esempio di un amico che, dopo aver «bevuto un po’» chiede ad un altro amico di ucciderlo. Sono tutti casi che sarebbero rimasti tutelati dalla legislazione anche a seguito della vittoria del referendum abrogativo: il comunicato stampa e le parole di Amato sono, pertanto, in un caso discutibili e nell’altro palesemente false.
Giova infine ricordare che, nell’applicazione concreta della normativa di risulta, i giudici avrebbero benissimo potuto ricorrere alla cosiddetta interpretazione teleologica della normativa, ossia andare a chiedersi quali fossero le intenzioni del legislatore. Nel caso di specie, le intenzioni del comitato promotore del referendum son ben specificate sul sito dello stesso, in cui si parla di applicabilità «in presenza dei requisiti introdotti dalla Sentenza della Consulta sul “Caso Cappato”». Pertanto, anche nella peggiore delle ipotesi, ossia in presenza di un vuoto normativo che avrebbe “liberalizzato” completamente l’omicidio del consenziente (cosa che comunque, per quanto detto sopra, non avrebbe mai potuto concretizzarsi), i tribunali avrebbero avuto gli appigli per evitare il “far west” denunciato dai vari Adinolfi di turno, a cui pare il presidente Amato si sia largamente ispirato nelle sue parole.
Cannabis e droghe pesanti
Le contestazioni mosse da Giuliano Amato al Referendum Cannabis Legale sono due: (1) che, a causa di un errore del comitato promotore nella scrittura del quesito, il referendum non riguarderebbe la cannabis; (2) che il referendum avrebbe comportato la legalizzazione di droghe pesanti quali cocaina ed eroina, con conseguente violazione di trattati interazionali cui l’Italia ha aderito.
In merito al primo punto, Amato ha sostenuto che il comma 1 dell’articolo 73 del Testo unico sulle droghe (quello da cui il referendum andava ad abrogare la parola “coltiva”) faccia riferimento alle tabelle 1 e 3 delle sostanze stupefacenti, che non includono nemmeno la cannabis, che si trova nella tabella 2. Così non è: come scrive il comitato promotore, infatti, «il comma 4 richiama testualmente le condotte di cui al comma 1 dello stesso articolo 73, tra le quali è ricompresa proprio quella della coltivazione. Appare evidente, dunque, come non si possa prescindere da una lettura combinata dei due commi. In altre parole, i proponenti non hanno fatto riferimento al comma 1 perché volevano legalizzare la coltivazione di droghe pesanti, bensì perché non si poteva fare altrimenti, dal momento che i due commi sono legati». Che in Italia le leggi siano scritte con i piedi è cosa ovvia, meno ovvio è che il presidente della Consulta non sappia come orientarsi all’interno dei vari rimandi di un testo di legge per capirne il significato: se davvero il comma 1 non riguardasse la cannabis, questo significherebbe che dal 1990 ad oggi migliaia di persone sono state condannate e incarcerate senza che esistesse un fondamento di legge per farlo. Cosa fa più paura?
In merito alle droghe pesanti, è opportuno ricordare che l’unica sostanza che può essere consumata senza lavorazione è la cannabis: eroina e cocaina (ma persino l’hashish, che è un derivato della cannabis) necessitano di processi di lavorazione e raffinazione che avrebbero continuato ad essere puniti, dal momento che il referendum abrogava solo la parola “coltiva”. È pertanto falso sostenere che si sarebbero legalizzate le droghe pesanti. Per quanto riguarda il rispetto dei trattati internazionali, invece, va sottolineato che, come ricordato da Andrea Pertici (avvocato e professore ordinario di Diritto Costituzionale all’Università degli Studi di Pisa), il quesito è stato scritto tenendo ben in considerazione precedenti pronunciamenti della Corte su analoghi referendum del 1981 e 1993: mantenendo il divieto di produzione, fabbricazione, estrazione e raffinazione e finanche la rilevanza della coltivazione prevista dall’art. 26 del Testo unico (interpretata come coltivazione massiva destinata all’ingrosso e non coltivazione rudimentale ad uso personale, la sola che sarebbe stata depenalizzata), nessun trattato internazionale sarebbe stato violato.
Da ultimo, è necessario far notare un’enorme incoerenza sostenuta da Giuliano Amato nella sua a tratti delirante conferenza stampa: il presidente della Corte Costituzionale ha aggiunto che l’eliminazione della parola “coltiva” dall’art. 73 comma 1 non ne avrebbe comunque determinato l’impunità (proprio a causa dell’art. 26 appena citato), definendo pertanto il quesito come inidoneo a conseguire lo scopo abrogativo perseguito dal comitato promotore. Questa argomentazione, però, è in totale contraddizione con le altre: o il quesito determina la possibilità di coltivare tutte le piante e comporta la violazione dei trattati interazionali o è inutile e non riduce la rilevanza penale delle condotte. Le due cose non possono evidentemente coesistere.
L’inammissibilità dei referendum
Il presidente emerito della Corte Costituzionale Gaetano Silvestri ha recentemente ricordato che, in materia di referendum abrogativi, l’inammissibilità dovrebbe essere l’eccezione e non la regola. Di fronte a proposte referendarie sostenute da insigni giuristi, che hanno collaborato a scrivere i quesiti o hanno dichiarato successivamente il proprio sostegno (si citano, solo a titolo di esempio, lo stesso Silvestri, Michele Ainis, Tullio Padovano, Andrea Pugiotto, Vladimiro Zagrebelsky), l’orientamento della Corte avrebbe dovuto prediligere la possibilità di lasciare ai cittadini il diritto di esprimersi, anche considerando che la valutazione di inammissibilità non si basa sui rigidi criteri di esclusione previsti dall’art. 75 della Costituzione («non è ammesso il referendum per le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali») ma su valutazioni decisamente più opinabili. Scegliere di adottare l’approccio più restrittivo, è un scelta che deriva da una valutazione politica.
Le parole di Giuliano Amato (persona che, da Presidente del Consiglio, decise di disertare la conferenza stampa del suo stesso ministro della Sanità Umberto Veronesi, che chiedeva una diversa legislazione in tema di cannabis) confermano che la decisione della Corte Costituzionale è stata di natura prevalentemente politica: dire, come ha fatto Amato, che «se questi temi escono dal Parlamento, possono alimentare dissensi e rompere la coesione di cui la società ha bisogno» ha poco a che fare con le solide basi giuridiche su cui dovrebbe fondarsi la Corte. Nel 1995, Marco Pannella definì la Consulta la «cupola della mafiosità partitocratica»: oggi è difficile dargli torto e il percorso per la libertà in Italia si conferma arduo.
P.S. La Corte ha dichiarato inammissibile anche il quesito sulla giustizia relativo alla responsabilità civile diretta dei magistrati. Questi potranno continuare a sbagliare e fare carriera, mentre i costi dei loro errori resteranno a carico dei contribuenti. Viva l’Italia!

Un nuovo ruolo in Europa per i paesi “frugali”?

Un nuovo ruolo in Europa per i paesi frugaliDurante le negoziazioni che hanno portato all’adozione del Next Generation EU sono emerse le posizioni di quelli che nel dibattito pubblico sono stati definiti “i paesi frugali”. Si tratta di un gruppo composto da quattro Stati, precisamente Olanda, Danimarca, Svezia e Austria, ai quali lo scorso anno si è aggiunta la Finlandia, noti per le loro idee piuttosto restrittive in tema di politiche fiscali, per la difesa dei cosiddetti rebates (ossia i meccanismi di correzione dei contributi al bilancio dell’UE a favore di determinati paesi istituiti dal Consiglio di Fontainebleau del 1984) e per l’opposizione agli schemi di redistribuzione e di debito comune europei.
Infatti, i paesi frugali, che sono spesso indicati come eredi della Nuova Lega Anseatica (una formazione nata dopo la Brexit tra alcuni Stati membri sulla base di determinati obiettivi e valori condivisi) scontano una pessima fama, soprattutto in Italia. Questi, anche in seguito alle aspre contrapposizioni nei negoziati europei di luglio, sono stati additati quali elementi di frizione per il processo di integrazione europea. In realtà, partendo da una prospettiva più obiettiva, le cose non stanno esattamente così. Al contrario, i frugali possono potenzialmente ricoprire un prezioso ruolo guida per il motore europeo, in particolare quali strenui difensori di una sana gestione finanziaria e dei principi democratici.
Anzitutto, a dispetto dell’appellativo e come testimonia un sondaggio condotto da Susi Dennison e Pawel Zerka per lo European Council of Foreign Relations del novembre 2020, le preoccupazioni dei cittadini dei paesi frugali sono collegati anzitutto alla gestione dei fondi: solo il 20% degli intervistati in Austria è preoccupata dall’ammontare del bilancio dell’UE, mentre il 48% lo è per i rischi di sprechi e corruzione; in Olanda, tale rapporto è di 24% a 38%; anche i numeri degli altri paesi frugali sono molto simili a quelli rilevati dai sondaggi in Germania, Francia e Polonia. In generale, i cittadini di questi paesi temono che l’influenza dei loro governi sulle decisioni dell’UE stia diminuendo e così anche la capacità di contrastare i malfunzionamenti che si verificheranno nell’attuazione del bilancio pluriennale.
Non solo, anche la popolarità dell’Unione europea ha subito una evidente flessione all’interno di questi Stati membri, che si è acuita come conseguenza degli scarsi risultatati raggiunti in merito alla questione dello Stato di diritto. Si deve ricordare, infatti, che è stato proprio il Premier olandese Rutte ad assumere la posizione più intransigente (supportata poi anche dagli altri paesi frugali) nei confronti dei veti di Polonia e Ungheria, che erano intenzionate a bloccare il collegamento tra meccanismi di condizionalità dello Stato di diritto e bilancio pluriennale europeo.
In ogni caso, è evidente che lo stesso Next Generation EU costituisca una importante opportunità per i paesi frugali al fine di recuperare un ruolo propositivo e, allo stesso tempo, capace di influenzare l’UE dall’interno. A questo proposito, come sottolinea lo stesso rapporto dello ECFR, essi dovrebbero evitare di “cadere nella trappola britannica di incolpare Bruxelles” e “riformulare sé stessi”. È altrettanto chiaro che questa eventualità dipenderà, da un lato, dalle scelte dei leader dei paesi frugali e, dall’altro, dalla capacità di inclusione dell’Unione Europea e dai progressi della stessa.
Per quanto riguarda il primo punto, è quindi necessario che l’azione dei governi dei paesi frugali si concretizzi in una partecipazione attiva all’integrazione europea piuttosto che in sterili proteste, che spesso assumono la forma di retorica elettorale. Fino ad ora, però, i segnali non sono stati troppo incoraggianti: i paesi frugali non hanno avuto alcun ruolo particolare nella definizione del meccanismo di condizionalità dello Stato di diritto (che è un’iniziativa del Parlamento Europeo); essi non si sono resi protagonisti nel supportare le procedure pendenti nei confronti di Polonia e Ungheria e non si sono mai rivolti alla Corte di Giustizia dell’UE; infine, a proposito di lotta alla corruzione, hanno dimostrato uno scarso interesse nei confronti dello strumento della Procura Europea (Svezia e Danimarca non sono nemmeno parti dell’istituzione nata nel 2017).
Per colmare il vuoto ideologico lasciato dalla Gran Bretagna e quello derivante dalla scomparsa di un vero contrappeso “nordico” alla nuova versione dell’asse franco-tedesco, i paesi frugali dovrebbero quindi ritrovare una posizione più partecipativa e, a differenza però di quella britannica, più comunitaria. Questo discorso vale soprattutto per l’Olanda, storico paese fondatore e partecipante a pieno titolo a tutti i pilastri dell’integrazione, ma allo stesso tempo da sempre intrappolato in una perenne indecisione verso l’UE.
Come si accennava, un auspicato risvolto positivo dipenderà anche dalla capacità dell’UE di creare un ambiente credibile e coeso, anzitutto scongiurando i rischi di uno scontro tra paesi meridionali e paesi nordici sulle questioni legate alla gestione delle risorse. In particolare, come ha scritto Mark Leonard, Berlino e Parigi hanno una responsabilità particolare in questo senso. La scarsa sensibilità del format franco-tedesco, si pensi all’insistenza sui cosiddetti “momenti hamiltoniani” e al controverso compromesso raggiunto dalla Merkel sullo Stato di diritto, ha contribuito ad alimentare quella percezione di impotenza e di assenza di controllo sugli affari europei ora molto presente nei paesi frugali. È quindi necessario un maggiore coinvolgimento, che si potrebbe realizzare anche nell’ambito del NGEU con collaborazioni ambiziose in settori molto cari ai frugali come ambiente e digitale (in realtà, un altro esempio è dato dalla stretta partnership che già lega Olanda e Germania nel settore della difesa).
Sarebbe opportuno, in definitiva, uno sforzo condiviso e mutuamente vantaggioso: il supporto dei paesi frugali è fondamentale per rafforzare un’integrazione coerente con i principi e valori cardine dell’UE, che sono alle volte meno popolari in altri Stati membri, e quindi per svolgere un vero e proprio ruolo di contrappeso all’interno del blocco. Ciò però è anche legato alla capacità dell’Unione e dei suoi maggiori decisori di permettere che i cittadini dei paesi frugali tornino (o inizino) a sentirsi protagonisti capaci di influenzare in modo tangibile le politiche dell’UE in un momento storico così decisivo.

Per le politiche attive serve discontinuità.

Discontinuità. È uno dei vocaboli più in voga da quanto Mario Draghi è stato eletto Presidente del Consiglio dei Ministri. Ma dove è maggiormente necessario che l’esecutivo apporti un cambio di passo? Siamo sicuri che Di Maio e Tridico non saranno d’accordo con noi, ma la discontinuità dell’agenda Draghi non può che partire dal Reddito di cittadinanza. Perché no, “NON abbiamo abolito la povertà”, e quando il divieto dei licenziamenti verrà sospeso rischiamo di trovarci di fronte a una vera è propria bomba sociale. Ma in fondo la parola “discontinuità” rischia di essere riduttiva, laddove è invece necessario un reale cambio di paradigma, il quale non può che avvenire tramite l’adozione di politiche pubbliche la cui concezione è diametralmente opposta a quelle precedenti. Per questo il Reddito di cittadinanza così come concepito dai discepoli di Rousseau dovrà fare spazio alle Politiche attive per il lavoro.
Il Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR), affronta il tema delle Politiche attive del lavoro all’interno della prima componente della missione 5 “Inclusione e Sociale”, a cui vengono allocati 27,63 miliardi. Alla prima componente, la quale è appunto intitolata “Politiche attive del lavoro e sostegno all’occupazione” beneficerà di 7,5 miliardi, articolandosi in quattro pilastri: politiche attive del lavoro e formazione; piano nuove competenze, apprendistato duale, sostegno all’imprenditoria femminile. Il contenuto dei pilastri è in primo luogo esplicativo della volontà di non focalizzarsi esclusivamente sui disoccupati, ma di sviluppare altresì un sistema permanente di formazione, il quale dovrà giocare un ruolo fondamentale per assicurare la transizione di parte della forza lavoro nei settori che garantiranno una maggiore occupabilità – ad oggi solo il 41% della popolazione adulta partecipa a percorsi di formazione –. Viene a tal proposito confermato il Fondo nuove competenze istituito dal decreto Rilancio, nel contesto del quale le organizzazioni sindacali continuano però a ritenere la facoltà di pattuire accordi collettivi con le aziende al fine di rimodulare l’orario di lavoro dei dipendenti al fine di intraprendere attività di formazione. Sono altresì da accogliere positivamente la volontà di rafforzare la formazione terziaria non accademica, nonché l’allocazione di fondi per il cosiddetto apprendimento duale, il quale, sulla base dell’esperienza tedesca, ambisce a complementare la formazione professionale con percorsi sul posto di lavoro.
I sopracitati obiettivi verranno perseguiti rafforzando i centri per l’impiego e affidando al “nuovo” Programma nazionale Garanzia di occupabilità dei lavoratori (GOL) la presa in carico dei disoccupati e delle persone in transizione occupazionale, nonché la profilazione per i servizi al lavoro e per la formazione. Il virgolettato sottende in realtà una tendenziale mancanza di discontinuità, in quanto le misure di rafforzamento dell’occupabilità erano già previste dalla disciplina esistente, esplicandosi nella presa in carico del disoccupato da parte dei centri per l’impiego, il bilancio delle competenze e dell’orientamento professionale, e l’avviamento ai percorsi formativi. Ma per apportare un reale cambio di passo, nel nome della discontinuità, servirà spingersi ben oltre la mera enumerazione di obiettivi, ovvero al timido annuncio della creazione di reti territoriali di servizi di formazione e lavoro tramite partenariati pubblico-privato in forma di “industry accademy”.
La parola d’ordine sarà dunque flessibilità. Se ANPAL ha sino ad oggi dimostrato di non poter garantire quel ruolo di indirizzo, coordinamento e monitoraggio all’interno di un panorama costellato da modelli fra loro differenti, risulta dunque evidente la necessità di delineare un differente modus operandi, il quale dovrà per forza di cose riuscire a conciliare le diverse esigenze regionali. La necessità più impellente è senza dubbio quella di valutare la capacità dei centri per l’impiego di condurre le attività di profilazione per i servizi al lavoro e alla formazione. Abbandonare il tabù dell’esternalizzazione dei servizi per l’impiego potrebbe contribuire ad efficientare tale processo, limitando al soggetto pubblico il compito di garantire la collaborazione tra i diversi providers su scala regionale, e la creazione di un sistema informativo unitario. Sul fronte dell’erogazione dei servizi al lavoro e alla formazione, l’esperienza tedesca insegna che un effettivo coinvolgimento delle parti sociali – e in primo luogo delle Camere di Commercio le quali rappresentano il vero punto di contatto con le dinamiche produttive su scala regionale e locale, e le associazioni dei datori di lavoro – nella definizione dei curricula e degli standard formativi, nonché nella valutazione ex post della qualità dei servizi erogati, permette di far fronte al disallineamento di competenze e fabbisogni delle imprese, il quale si sta ulteriormente esacerbando in questa fase alla luce del rapido sviluppo tecnologico che alcune realtà produttive sono state costrette ad inglobare all’interno dei rispettivi processi aziendali. La stessa volontà di favorire i percorsi di apprendimento duale necessità di un approccio maggiormente flessibile all’interno del mercato del lavoro, in stretta collaborazione con il pilastro relativo al piano per le nuove competenze. La predisposizione di rigidi accordi collettivi tra i sindacati e aziende al fine di rimodulare l’orario di lavoro dei dipendenti per intraprendere percorsi formativi rischia di ostacolare la possibilità dei soggetti che prendono parte ai percorsi di apprendimento duale di essere pienamente coinvolti nella fase di apprendimento sul posto di lavoro. Anche in questo caso il modello tedesco fornisce dei preziosi spunti di riflessione tramite flessibili meccanismi di job rotation per mezzo del quale i dipendenti che intraprendono attività di formazione per il rinnovo delle proprie competenze, cedono momentaneamente il posto agli individui che beneficiano dei servizi alla formazione e del programma di apprendimento duale.
Al fine, dunque, di trasformare i sopracitati obiettivi in azioni concrete, ovvero di garantire che lo stanziamento di ingenti risorse produca effetti tangibili, l’esecutivo dovrà focalizzarsi sulla governance delle politiche attive del lavoro, garantendo che la catena decisionale sia in contatto con le realtà produttive al fine di assicurare un efficace interconnessione dei quattro pilastri della componente “Politiche attive del lavoro e sostegno all’occupazione”.

Un approccio liberale al Recovery Fund.

Un approccio liberale al recoveryIl Recovery Fund (di cui abbiamo scritto una breve guida introduttiva che potete leggere qui) può rappresentare una grande opportunità per l’Italia, ma allo stesso tempo un cappio attorno al collo di un paese che da tempo pare destinato ad un lento ma inevitabile declino: basti pensare che uno dei più importanti e tangibili vantaggi derivanti dall’ingresso nella moneta unica all’inizio degli Anni Duemila, ossia la drastica riduzione dei tassi di interesse sul debito pagati dal nostro paese (il cosiddetto “dividendo dell’euro”), divenne l’occasione per i governi italiani di aumentare la spesa pubblica corrente anziché rimettere in ordine i conti pubblici ed avviare quelle riforme indispensabili per rilanciare la produttività (negli stessi anni, la Germania adottava l’Agenda 2010, l’ampio pacchetto di riforme che permise a quello che da alcuni anni era considerato il “malato d’Europa” di diventare la “locomotiva d’Europa”). Su un totale di circa 200 miliardi destinati all’Italia, più di 100 sono rappresentati da prestiti e dovranno quindi essere restituiti nel corso di prossimi decenni. Affinché, dunque, il Next Generation non diventi un nuovo peso sulle spalle delle future generazioni, ma piuttosto la scintilla che inneschi il rilancio italiano, è necessario che tali fondi vengano impiegati in riforme utili ad aumentare il potenziale di crescita del nostro paese.

Il motore della libertà
A questo punto è necessario domandarsi se esistano politiche in grado di centrare tale obiettivo. Nell’ultimo “Index of Economic Freedom”, la Heritage Foundation ricorda che gli stati, in qualsiasi fase di sviluppo si trovino, possono alimentare il proprio dinamismo economico adottando politiche che incoraggino una maggiore imprenditorialità, conferendo agli individui e alle imprese maggior libertà d’azione. In particolare, un più elevato grado di libertà economica è associato a: (1) Un maggior livello di PIL pro capite: la media per i paesi classificati come “liberi” è pari a 71.576 dollari, contro i 6.834 dei paesi “prevalentemente non liberi”. (2) Una maggior crescita economica: indipendentemente dall’orizzonte temporale considerato (25, 15 o 5 anni), vi è una relazione positiva tra variazioni del livello di libertà economica e variazioni nella crescita del Pil pro capite. (3) Un maggior dinamismo imprenditoriale: vi è una forte correlazione tra libertà economica e densità di nuove imprese, ossia il numero di società create ex novo ogni 1.000 persone in età lavorativa. Va inoltre sottolineato, a favore dei critici preoccupati dai presunti effetti collaterali del libero mercato, che una maggiore libertà economica si associa altresì ad un minor tasso di povertà e ad una miglior prestazione nel “Environmental Protection Index” dell’Università di Yale, due temi al centro dell’azione del Governo italiano e della Commissione Europa.

La libertà economica in Italia
Come sta l’Italia in termini di libertà economica? Non bene: l’ultimo report posiziona l’Italia al 69° posto in classifica con un punteggio di 64.9, ben lontana dai migliori paesi europei come Irlanda (5° posto con un punteggio di 81.4), Regno Unito (7° posto con un punteggio di 78.4) ed Estonia (8° posto con un punteggio di 78.2) e al di sotto della Germania (29° posto con un punteggio di 72.5) e persino della statalista Francia (64° posto con un punteggio di 65.7). Guardando ai singoli indicatori che compongono l’indice, è possibile verificare i settori in cui il nostro paese è più debole: la tabella, che confronta la performance dell’Italia con quella del miglior paese dell’Unione Europea per ogni singolo settore, ci evidenzia i forti ritardi sui temi della “rule of law” (in particolare efficienza della giustizia e pervasività della corruzione), delle dimensioni dell’intervento governativo nell’economia (pressione fiscale, spesa pubblica e stabilità dei conti pubblici) e delle regolamentazioni che limitano la libertà di impresa e il mercato del lavoro; gli unici settori in cui l’Italia resta al passo dei migliori sono quelli su cui si fa sentire l’influenza di Bruxelles (il punteggio relativo alla libertà di commercio, ad esempio, è lo stesso per tutti i paesi aderenti al mercato unico).

LIBERTà
Pare dunque evidente quale debba essere la strada da perseguire. Non servono ulteriori interventi diretti dello Stato nell’economia, quanto la necessità di utilizzare le risorse a disposizione per implementare quelle riforme finalizzate a creare maggiori margini di libertà per imprese e famiglie. La riforma della giustizia (non intesa come un semplice incremento delle piante organiche dei tribunali), la lotta alla corruzione (che prolifera laddove la burocrazia la rende un inevitabile strumento per accelerare le pratiche od ottenere favori dal pianificatore pubblico), la riforma del fisco (tesa non solo a ridurre la pressione fiscale, ma anche a semplificare e rendere maggiormente trasparente il sistema), il taglio della spesa pubblica corrente (necessario per finanziare la sforbiciata alle tasse di cui sopra, oltre che per rimettere i conti pubblici su un percorso di sostenibilità) e la riforma del mercato del lavoro (finalizzata in particolare a decentrare la contrattazione salariale e a rendere le remunerazioni maggiormente dipendenti dalle dinamiche della produttività): queste devono essere le priorità del governo, che invece negli anni ci ha abituato – salvo rarissime occasioni – all’approccio opposto di stampo dirigista e statalista.

La valutazione delle politiche
C’è infine un ultimo aspetto che deve essere considerato nell’affrontare il tema di un approccio liberale al Recovery Fund: come ha scritto Elisa Serafini nel suo libro “Fuori dal Comune”, «ciò che oggi viene utilizzato come principio di sostegno a una proposta è la sola intenzione. Se l’intenzione è considerata buona, […] allora va tutto bene. Il problema è che le politiche pubbliche non dovrebbero essere basate sulle sole intenzioni: possono essere più che nobili, ma portano a delle conseguenze». È dunque necessario adottare la soluzione recentemente proposta, con riferimento al Next Generation Eu, da Carlo Stagnaro e Guglielmo Barone in un loro articolo su “lavoce.info”: rendere trasparenti e facilmente accessibili i dati affinché ricercatori (accademici e non) in concorrenza tra di loro possano valutare l’efficacia delle riforme adottate (ossia «misurarne l’impatto causale, ovvero la differenza tra il valore della variabile di interesse dopo l’intervento di politica economica e il valore che la stessa variabile avrebbe assunto senza quell’intervento»); intervenire in corso d’opera per migliorare ciò che si sta facendo, anche in considerazione del fatto che i fondi europei non saranno erogati in un’unica soluzione ma a tranche condizionate al raggiungimento di obiettivi specifici, sarebbe il modo migliore per evitare l’ennesimo sperpero dello Stato italiano a danno delle future generazioni.

Breve guida introduttiva al Recovery Fund.

Breve guida introduttiva al RFIl tema del Recovery Fund si appresta ad essere tra i più importanti di tutta l’agenda europea dell’anno corrente. Tradotto in lingua italiana con il termine “Fondo di recupero”, esso è uno dei più noti e discussi strumenti europei ideato per porre un freno alla crisi economica generata dal Sars-CoV-2. Per meglio comprenderne la genesi, nonché i meccanismi di funzionamento, occorre fare un passo indietro.
Primavera 2020. Stretti tra chiusure e pesanti restrizioni imposte dalla malattia pandemica, i Paesi della Ue si ritrovano a fare i conti con una nuova crisi, che da sanitaria muta presto in economica. L’Unione non perde tempo e corre subito ai ripari, dimostrando un forte spirito di adattamento – alla luce della nuova situazione – nell’applicare con flessibilità la normativa inerente al bilancio. Inizialmente si pensa allo stanziamento di un fondo emergenziale di 540 miliardi di euro, sperando in una rapida quanto definitiva scomparsa del virus. Non passa molto prima che ci si renda conto della vitale importanza di una soluzione più articolata e duratura nel lungo periodo. Si arriva così alla presentazione, nel maggio dello scorso anno, di un vero e proprio Piano per la ripresa dell’Ue, che trova però una prima intesa solo dopo tre mesi. A luglio, infatti, i vertici dell’Unione concordano un piano economico per la ripresa – a titolo provvisorio – di ben 2.364,3 miliardi di euro. Dopo una nuova ed estenuante trattativa tra i Paesi membri, a dicembre arriva l’intesa. In seguito al voto favorevole del Parlamento e all’adozione da parte del Consiglio dell’Ue – rispettivamente in data 9 ed 11 febbraio 2021 – del relativo regolamento, viene ufficialmente approvato il Piano economico per la ripresa. Esso viene così strutturato: i sopracitati 540 miliardi del pacchetto inizialmente previsto quale sostegno alle imprese e ai lavoratori dei Paesi membri più colpiti; 1.074,3 miliardi del quadro finanziario pluriennale; 750 miliardi di un piano denominato “Next Generation EU”. Questo fondo di 750 miliardi – di cui 360 sotto forma di prestiti e 390 di sovvenzioni – finanziato quasi esclusivamente con l’emissione di titoli sui mercati per opera della Commissione europea, ha come obiettivi principali la ripresa economica degli Stati membri e il sostegno agli investimenti privati.
Lo strumento maggiormente incisivo del NGEU è costituito, per l’appunto, dal cosiddetto “Recovery and Resilience Facility”, o, più semplicemente: Recovery Fund. Esso è infatti il più corposo dei sette programmi di cui si compone Next Generation EU, ed è composto da 672,5 miliardi di euro, così ripartiti: 360 miliardi in prestiti e 312,5 in sovvenzioni. Riguardo a queste ultime, il 70% dovrà essere impiegato nel biennio 2021-22 nel rispetto di alcuni specifici criteri e parametri (tasso di disoccupazione nel periodo 2015-19; inverso del Pil pro capite; quota di popolazione). Il 30% dovrà di contro essere impiegato entro il termine del 2023, sempre nel rispetto di specifici criteri (calo del Pil reale nell’anno 2020; calo del Pil reale nel biennio 2020-21; inverso del Pil pro capite; quota di popolazione). Inoltre, ogni singolo Stato membro dovrà redigere e consegnare – entro la fine di aprile dell’anno corrente – un Piano nazionale personalizzato all’interno del quale definire la propria agenda per il periodo 2021-2023. Questi Piani saranno successivamente esaminati dalla Commissione europea. Per poter superare il controllo finale del Consiglio dietro proposta della Commissione, e sbloccare i relativi fondi, essi dovranno avere specifiche peculiarità: adozione di una linea d’azione coerente con le raccomandazioni dell’Ue, impegno costante nella creazione di posti di lavoro, attenzione all’ambito socioeconomico e alla transizione ecologica e digitale.
Per quanto riguarda l’Italia, ad oggi il Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) consta di 6 pilastri, dette anche macromissioni o aree di investimento: digitalizzazione/innovazione/competitività – cultura; rivoluzione verde e transizione ecologica; infrastrutture per la mobilità sostenibile; istruzione e ricerca; inclusione e sociale; salute. Dopo la consegna del suddetto Piano, in caso di approvazione, i Paesi Ue otterranno subito (a partire dal secondo semestre del 2021) il 13% della cifra loro spettante. Il rimanente sarà loro erogato con cadenza semestrale, sempre e comunque sulla base valutativa della Commissione per ciò che concerne gli obiettivi elencati e previsti all’interno del Piano stesso.
Tuttavia, il processo che ha prodotto quanto esposto sin qui non è stato privo di imprevisti e neppure di opposizioni. Alcuni Paesi membri dell’Ue, infatti, dimostrano tuttora molto scetticismo nei confronti del Recovery Fund, soprattutto per quanto riguarda il modo in cui i fondi erogati saranno spesi. Come ben evidenziato in un recente sondaggio del Consiglio europeo per le relazioni estere (ECFR), questi Stati temono lo spreco di risorse e il rischio corruzione ad esse legato molto più di quanto non temano l’ammontare del bilancio dell’intera Unione. Susi Dennison e Pawel Zerka, autori del rapporto, hanno ben dimostrato come alcuni Paesi Ue, detti “frugali”, non siano per nulla convinti del grado di affidabilità dei maggiori beneficiari del Fondo di recupero. Per Austria, Finlandia, Svezia, Danimarca e Paesi Bassi, alla paura di perdere peso politico in seno all’Unione si aggiungono lo spettro di un colossale spreco di denaro nonché il timore di una fraudolenta spartizione delle risorse economiche. Il rapporto dei due studiosi indica che questi malumori e paure rischiano di condurre l’intera Ue nella direzione opposta a quella della reciproca collaborazione, specialmente in un momento di grande difficoltà generale, da cui nessuno Stato membro è risparmiato. Ci sono due differenti modi di interpretare le difficoltà: limitarsi a vederle come tali oppure leggerle come opportunità. È quello che i cosiddetti frugali sono chiamati a fare, ovvero intravedere nel Recovery Fund la chance di riprogrammare il proprio ruolo europeo, ponendosi come nuove guide potenziali dell’Unione e facendosi ancor più sostenitori di quei principi che – a loro detta – gli altri Stati non stanno più considerando: democrazia, lotta alla corruzione, sicurezza, difesa dei valori dello Stato di diritto. La ferita inferta dalla “Brexit” non si è ancora rimarginata. In un contesto perennemente emergenziale, il Recovery Fund, sia pure non perfetto e con limiti, può essere quella svolta liberale tanto auspicata e di cui l’intera Unione europea ha bisogno, forse ora più che mai.