Dobbiamo rassegnarci ad avere “più Stato”?

Dobbiamo rassegnarci ad avere più statoLasciamo stare gli zoppi tentativi del governo di regolare le relazioni affettive dei cittadini. Abbiamo già avuto modo di criticare la sciagurata scelta di fissare un prezzo calmierato per le mascherine. Concentriamoci invece su quello che sarà il futuro che ci troveremo davanti. Due fattori suscitano una particolare preoccupazione: gli appelli volti a un ripensamento di quello che è il mondo del lavoro e delle relazioni sociali e Mariana Mazzucato. Le due cose sono tra di loro interconnesse.
Si parla spesso di dispositivi di protezione, smart working, ripensamento del modello scolastico, distanziamento sociale, razionalizzazione dei trasporti pubblici, e ingressi scaglionati al lavoro. In una situazione di incertezza su quelli che saranno gli sviluppi della riproduzione epidemica, ovvero della capacità di produrre un vaccino e dalla sua reale efficacia, la cautela deve essere per forza di cose massima. Stante il terribile impatto che questa pandemia ha avuto sulle vite di numerose famiglie italiane, e considerando che i tentacoli dell’italico leviatano afferrano e controllano la vasta maggioranza dei rapporti che contraddistinguono il tessuto economico del Paese – controllo che è altresì ovviamente sensibilmente accresciuto in questi mesi –le aspettative dei cittadini nei confronti delle decisioni del governo saranno per forza di cosa elevate, tanto per quel che concerne la capacità di far fronte alla crisi economica che ci troveremo di fronte, quanto quella di disciplinare e limitare il godimento degli spazi pubblici e lavorativi. La paura negli occhi delle persone, la perdita di cari e la terribile incertezza potrebbero originare un istinto di autodifesa che si esplica per mezzo dell’accettazione di un definitivo mutamento delle nostre vite.
Questo è quanto si è letto in queste settimane. Ma può tutto ciò essere sostenibile nel lungo periodo? Si pensi ai viaggi in aereo. Si stima che, a seguito di un aumento dei controlli e delle misure di distanziamento sociale, si profileranno attese di almeno quattro ore prima dell’imbarco, e che la paventata necessità di consentire ai voli di partire esclusivamente con la metà dei passeggeri implicherà un sensibile aumento dei prezzi dei biglietti che potrebbero arrivare a costare più di mille euro per voli interni all’Unione Europea. Ovviamente l’alternativa a un esponenziale aumento dei costi si configura in un drastico aumento dei sussidi statali alle compagnie aeree o in una loro nazionalizzazione. Scenario che si è in realtà già profilato in molti paesi europei, Italia inclusa – la differenza è che i soldi dei contribuenti tengono a galla Alitalia da molti, troppi anni –. Il settore aereo è solo un esempio dell’insostenibilità di tali misure nel lungo periodo, stante soprattutto la crescente domanda di sussidi che nascerà trasversalmente da ogni associazione di categoria. Se da un lato dobbiamo ammettere che siano necessarie determinate misure, dall’altro dobbiamo altresì assumere che la mannaia dello Stato calata sul mondo lavorativo può causare danni irreparabili. Obblighi indiscriminati di sanificazione, contingentamenti degli ingressi, distanziamenti tra lavoratori, hanno per forza di cose un impatto sui bilanci e sulla produttività delle aziende, alcune della quali potrebbero non sopravvivere.
In tutto questo, si inserisce la fantastica teoria dello Stato imprenditore della consulente del governo Mariana Mazzucato, ai sensi della quale sarebbe competenza del potere centrale distinguere tra attività economiche essenziali da finanziare, o nazionalizzare – il pensiero, in questo caso, non può che andare ad Alitalia – e altre da tassare maggiormente. Quindi abbiamo uno scenario in cui, da un lato, molte imprese sono costrette ad indebitarsi al fine di garantire la loro sopravvivenza – alcune di esse sono purtroppo destinate a chiudere i battenti – e indotte a cambiare radicalmente la propria organizzazione interna e i rapporti con la clientela, dall’altro, lo Stato sceglie chi merita di sopravvivere indipendentemente da quelle che sono le scelte e le preferenze dei consumatori delle quali esso non può essere a conoscenza – Alitalia docet –, così come non può comprendere come essi reagiranno alle regole imposte per la convivenza col virus.
La figura dello Stato pianificatore si è più volte dimostrata tanto fallimentare, quanto pericolosa. Anche un’associazione liberale e liberista come la nostra assume ed ammette la necessità di un intervento statale al fine di mettere a disposizione risorse e strumenti per permettere agli imprenditori di riprendere le rispettive attività – necessità che deriva altresì dal fatto che questa sospensione forzosa deriva da una legittima scelta governativa – e laddove possibile rafforzarsi al fine di poter competere con quelle imprese straniere che si sono trovate avvantaggiate in questa situazione. Qui deve però fermarsi il suo raggio di azione. La stessa regolamentazione e disciplina degli spazi lavorativi dovrà essere quanto più decentralizzata – controbilanciata ovviamente dalla possibilità di arginare immediatamente a livello locale la creazione di focolai –, limitandosi a fornire linee guida ed evidenze scientifiche. L’interesse nell’evitare la riproduzione di focolai giace infatti in primis nelle aziende. Come sosteneva Mises, «l’imprenditorialità è la forza trainante dei processi dinamici di interazione e scambio volontari che caratterizzano la vita nella società». È dunque da questo spirito di imprenditorialità – non dallo Stato imprenditore – che dovranno nascere le soluzioni affinché queste interazioni sociali si riproducano nella massima sicurezza. D’altronde, il libero mercato si sostanzia in un coordinamento delle diverse parti sociali nella misura in cui un’impresa può prosperare esclusivamente se è in grado di identificare e risolvere le problematiche e i bisogni della controparte e dei propri lavoratori. Risoluzione che può avvenire esclusivamente permettendo agli imprenditori di liberarsi dalle briglie burocratiche e fiscali così da adottare soluzioni innovative che garantiscano tanto la sicurezza dei cittadini e dei lavoratori, quanto la propria sopravvivenza, ovvero che consentano di non inficiare la produttività delle proprie attività con conseguenti ripercussioni sui consumatori, fatto salvo il caso in cui lo Stato decida appunto di intervenire per mezzo di sussidi che ci introdurrebbero in una spirale di debito alquanto pericolosa.

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