Capita frequentemente, in questi giorni, di interrogarsi su quello che sarà il futuro dell’economia reale nei prossimi mesi. Così come accade sovente che i politici forniscano le proprie ricette, le quali spesso menzionano la necessità di sostenere e alimentare la domanda – riferendosi tendenzialmente alla domanda interna –. Tale dibattito ha in realtà il pregio di sollevare un quesito fondamentale: la diffusione del COVID-19, e il lockdown imposto al fine di contrastare la riproduzione epidemica del virus hanno generato uno shock di domanda o uno shock di offerta? Comprendere la natura dello shock risulta infatti imprescindibile al fine di delineare le risposte che devono pervenire dalla politica, in quanto, di norma, uno shock di domanda introduce una spirale deflazionaria, mentre uno shock di offerta contribuisce a generare una situazione inflazionaria.
Uno studio condotto da Guerrieri, Lorenzoni, Straub e Werning ha teorizzato che ci troveremmo di fronte a uno shock atipico di offerta, il quale indurrebbe un ancor maggiore shock di domanda, nella misura in cui la domanda potrebbe reagire in modo eccessivo all’iniziale shock di offerta portando a una recessione carente della domanda (Keynesian supply shock). Questo accadrebbe a seguito del forte grado di interrelazione che contraddistingue le economie moderne. Intuitivamente, se i voli sono cancellati, vi è un minor bisogno di provvedere ad acquistare i bagagli, e di conseguenza questo influenzerebbe i redditi anche dei settori economici non direttamente colpiti, affievolendo dunque la loro propensione al consumo.
Sebbene essi affermino come un trasferimento diretto di liquidità a coloro che hanno perso il lavoro possa mitigare lo shock di domanda, hanno altresì posto in evidenza come le tradizionali politiche fiscali, e in particolare l’aumento della spesa pubblica, siano “less powerful in a pandemic shock”. Tale conclusione deriva dal fatto che il moltiplicatore keynesiano avrebbe un’entità minore rispetto a quella usuale, nella misura in cui l’intervento governativo potrebbe sostenere un incremento dei redditi esclusivamente nei settori non direttamente colpiti dall’emergenza – sottolineando altresì come i lavoratori dei settori direttamente colpiti abbiano, di norma, una maggiore propensione al consumo –.
Un secondo studio di Brinca, Duarte e Faria-e-Castro ha mostrato empiricamente come negli Stati Uniti, la riduzione dell’orario lavorativo nel settore privato, sebbene sia in parte dovuta a uno shock di domanda, derivi principalmente da uno shock di offerta. Per quanto restino valide le assunzioni dello studio precedentemente citato, anche in questo caso si evidenzia come l’utilizzo della spesa pubblica al fine di stimolare la domanda debba essere limitato a quei settori non direttamente colpiti dal lockdown e che hanno subito uno shock di domanda. In poche parole, lo studio incoraggia vivamente il governo statunitense a seguire un approccio scientifico nella determinazione delle proprie politiche fiscali volte a stimolare la domanda – l’esatto contrario dell’helicopter money dunque –, ribadendo anche in questo caso come sia necessario un intervento per mezzo di politiche di stabilizzazione.
La riduzione della domanda colpisce dunque i diversi settori seguendo modalità differenti – tenendo altresì in considerazione che, eccezion fatta per i beni complementari, è altresì probabile che si inneschino delle dinamiche tali da modificare le condotte di consumo degli individui, spostando la domanda in settori differenti –. Un aumento di liquidità non innescherebbe automaticamente un aumento dell’inflazione in presenza di un parallelo incremento della domanda di moneta. Incremento della domanda di moneta che nella prima fase dell’emergenza deriva tanto da ragioni squisitamente transattive, ovvero per scopi precauzionali a fronte dell’incertezza derivante tanto dal rischio che si ripresenti la necessità di un lockdown, quanto dagli effetti delle recenti restrizioni sull’economia reale.
Non può dirsi lo stesso invece per quanto potrebbe occorrere in futuro. Più soldi nelle tasche dei cittadini potrebbero portare a una riduzione dell’utilità marginale della liquidità aggiuntiva messa a disposizione degli stessi, potendo potenzialmente generare un incremento nel prezzo di beni e servizi. Tutto questo in presenza di un altamente probabile regime definibile di “offerta ridotta” derivante dalle restrizioni imposte a buona parte dei settori economici al fine di contrastare la riproduzione epidemica del virus. Considerato un dato livello di incremento di liquidità dunque, tanto maggiore è la decrescita della produzione, quanto maggiore potrebbe essere la riduzione del potere di acquisto – Michael J. Hoffman, per il Ludwig von Mises Institute, sottolinea come potrebbe innescarsi altresì una spirale di riduzione della produttività –.
Per quanto riguarda la situazione interna all’Unione Europea, è difficile prevedere se a seguito di un eventuale aumento dei prezzi, la BCE deciderà di optare per una stretta monetaria. Ad ogni modo, a seguito dei recenti sviluppi concernenti il piano per la ripresa “Next Generation EU”, risulta evidente che emergeranno, all’interno dei singoli Stati membri, dibattiti circa le modalità con cui verranno utilizzati tali fondi per fronteggiare l’emergenza. Se si assume quanto si è in precedenza sostenuto, quale dovrebbe dunque essere la strategia del governo italiano?
Se si considera che la minore propensione al consumo deriva dalla riduzione degli stipendi, ma anche dai giustificati timori relativi alla possibilità di contrarre il virus, ovvero concernenti l’incertezza sugli sviluppi futuri tanto dal punto di vista economico, quanto dal punto di vista sanitario, è evidente come il primo intervento a rendersi necessario sia quello di intraprendere un percorso che inverta il trend nell’offerta, per mezzo di investimenti in sanità, e più nello specifico in relazione alla capacità di tracciamento della riproduzione epidemica, tali da permettere agli agenti economici di operare nella massima sicurezza – ricordiamoci che il governo italiano continua a temporeggiare in merito alla decisione di utilizzare i fondi derivanti dal MES –.
Alla luce del sopracitato regime di “offerta ridotta” saranno altresì necessari degli interventi mirati a consentire un aumento della produttività al fine di contrastare un potenziale incremento del prezzo di beni e servizi. Parallelamente, l’intervento pubblico di breve periodo dovrà indirizzarsi ai lavoratori rimasti senza impiego a causa della situazione emergenziale, per mezzo di erogazioni temporanee, ovvero di una sempre più probabile necessità di estensione del periodo di erogazione della cassa integrazione. Per quanto riguarda quest’ultima, considerando che sentiamo spesso parlare di “patto sociale”, non risulterebbe spregevole ipotizzare che tale erogazione sia subordinata alla partecipazione di corsi di formazione, che possano permettere alle imprese, per mezzo di una riqualificazione dei propri dipendenti, di rimodulare la propria offerta, indirizzandola a settori maggiormente produttivi.
La lista delle misure da prendersi è in realtà ben più lunga, e siamo sicuri che tra Stati Generali dell’Economia e sterili dibattiti sul MES, la politica ne stia discutendo ampiamente. Come cantava Lucio Battisti, lo scopriremo solo vivendo.
Tag: Coronavirus
Dobbiamo rassegnarci ad avere “più Stato”?
Lasciamo stare gli zoppi tentativi del governo di regolare le relazioni affettive dei cittadini. Abbiamo già avuto modo di criticare la sciagurata scelta di fissare un prezzo calmierato per le mascherine. Concentriamoci invece su quello che sarà il futuro che ci troveremo davanti. Due fattori suscitano una particolare preoccupazione: gli appelli volti a un ripensamento di quello che è il mondo del lavoro e delle relazioni sociali e Mariana Mazzucato. Le due cose sono tra di loro interconnesse.
Si parla spesso di dispositivi di protezione, smart working, ripensamento del modello scolastico, distanziamento sociale, razionalizzazione dei trasporti pubblici, e ingressi scaglionati al lavoro. In una situazione di incertezza su quelli che saranno gli sviluppi della riproduzione epidemica, ovvero della capacità di produrre un vaccino e dalla sua reale efficacia, la cautela deve essere per forza di cose massima. Stante il terribile impatto che questa pandemia ha avuto sulle vite di numerose famiglie italiane, e considerando che i tentacoli dell’italico leviatano afferrano e controllano la vasta maggioranza dei rapporti che contraddistinguono il tessuto economico del Paese – controllo che è altresì ovviamente sensibilmente accresciuto in questi mesi –le aspettative dei cittadini nei confronti delle decisioni del governo saranno per forza di cosa elevate, tanto per quel che concerne la capacità di far fronte alla crisi economica che ci troveremo di fronte, quanto quella di disciplinare e limitare il godimento degli spazi pubblici e lavorativi. La paura negli occhi delle persone, la perdita di cari e la terribile incertezza potrebbero originare un istinto di autodifesa che si esplica per mezzo dell’accettazione di un definitivo mutamento delle nostre vite.
Questo è quanto si è letto in queste settimane. Ma può tutto ciò essere sostenibile nel lungo periodo? Si pensi ai viaggi in aereo. Si stima che, a seguito di un aumento dei controlli e delle misure di distanziamento sociale, si profileranno attese di almeno quattro ore prima dell’imbarco, e che la paventata necessità di consentire ai voli di partire esclusivamente con la metà dei passeggeri implicherà un sensibile aumento dei prezzi dei biglietti che potrebbero arrivare a costare più di mille euro per voli interni all’Unione Europea. Ovviamente l’alternativa a un esponenziale aumento dei costi si configura in un drastico aumento dei sussidi statali alle compagnie aeree o in una loro nazionalizzazione. Scenario che si è in realtà già profilato in molti paesi europei, Italia inclusa – la differenza è che i soldi dei contribuenti tengono a galla Alitalia da molti, troppi anni –. Il settore aereo è solo un esempio dell’insostenibilità di tali misure nel lungo periodo, stante soprattutto la crescente domanda di sussidi che nascerà trasversalmente da ogni associazione di categoria. Se da un lato dobbiamo ammettere che siano necessarie determinate misure, dall’altro dobbiamo altresì assumere che la mannaia dello Stato calata sul mondo lavorativo può causare danni irreparabili. Obblighi indiscriminati di sanificazione, contingentamenti degli ingressi, distanziamenti tra lavoratori, hanno per forza di cose un impatto sui bilanci e sulla produttività delle aziende, alcune della quali potrebbero non sopravvivere.
In tutto questo, si inserisce la fantastica teoria dello Stato imprenditore della consulente del governo Mariana Mazzucato, ai sensi della quale sarebbe competenza del potere centrale distinguere tra attività economiche essenziali da finanziare, o nazionalizzare – il pensiero, in questo caso, non può che andare ad Alitalia – e altre da tassare maggiormente. Quindi abbiamo uno scenario in cui, da un lato, molte imprese sono costrette ad indebitarsi al fine di garantire la loro sopravvivenza – alcune di esse sono purtroppo destinate a chiudere i battenti – e indotte a cambiare radicalmente la propria organizzazione interna e i rapporti con la clientela, dall’altro, lo Stato sceglie chi merita di sopravvivere indipendentemente da quelle che sono le scelte e le preferenze dei consumatori delle quali esso non può essere a conoscenza – Alitalia docet –, così come non può comprendere come essi reagiranno alle regole imposte per la convivenza col virus.
La figura dello Stato pianificatore si è più volte dimostrata tanto fallimentare, quanto pericolosa. Anche un’associazione liberale e liberista come la nostra assume ed ammette la necessità di un intervento statale al fine di mettere a disposizione risorse e strumenti per permettere agli imprenditori di riprendere le rispettive attività – necessità che deriva altresì dal fatto che questa sospensione forzosa deriva da una legittima scelta governativa – e laddove possibile rafforzarsi al fine di poter competere con quelle imprese straniere che si sono trovate avvantaggiate in questa situazione. Qui deve però fermarsi il suo raggio di azione. La stessa regolamentazione e disciplina degli spazi lavorativi dovrà essere quanto più decentralizzata – controbilanciata ovviamente dalla possibilità di arginare immediatamente a livello locale la creazione di focolai –, limitandosi a fornire linee guida ed evidenze scientifiche. L’interesse nell’evitare la riproduzione di focolai giace infatti in primis nelle aziende. Come sosteneva Mises, «l’imprenditorialità è la forza trainante dei processi dinamici di interazione e scambio volontari che caratterizzano la vita nella società». È dunque da questo spirito di imprenditorialità – non dallo Stato imprenditore – che dovranno nascere le soluzioni affinché queste interazioni sociali si riproducano nella massima sicurezza. D’altronde, il libero mercato si sostanzia in un coordinamento delle diverse parti sociali nella misura in cui un’impresa può prosperare esclusivamente se è in grado di identificare e risolvere le problematiche e i bisogni della controparte e dei propri lavoratori. Risoluzione che può avvenire esclusivamente permettendo agli imprenditori di liberarsi dalle briglie burocratiche e fiscali così da adottare soluzioni innovative che garantiscano tanto la sicurezza dei cittadini e dei lavoratori, quanto la propria sopravvivenza, ovvero che consentano di non inficiare la produttività delle proprie attività con conseguenti ripercussioni sui consumatori, fatto salvo il caso in cui lo Stato decida appunto di intervenire per mezzo di sussidi che ci introdurrebbero in una spirale di debito alquanto pericolosa.
Cosa sappiamo dell’app “Immuni”.
Scrivemmo in tempi non sospetti sulla necessità di prestare particolare attenzione a una tematica estremamente sensibile quale l’utilizzo della tecnologia finalizzato all’accompagnamento della cosiddetta fase 2 della “lotta al Covid-19”. Da allora, di acqua sotto i ponti ne è passata: le lodi alle strategie sudcoreane e israeliane (a titolo informativo, la Knesset ha da poco sospeso l’utilizzo della sorveglianza per mezzo delle celle telefoniche) e le grida di battaglia contro le “inutili fisime sulla privacy” dei convinti sostenitori del tracciamento sono state rimpiazzate – come era auspicabile che avvenisse – da un approccio più ponderato a una questione che non poteva evidentemente essere ricondotta a quelli che sono dei banali slogan. D’altronde, il diritto alla protezione dei dati personali è tutelato dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea e, sebbene il giudice europeo abbia più volte ribadito come tale protezione non si sostanzi in una prerogativa assoluta, è necessario ricordarci come esso sia sempre più interconnesso all’esercizio e al godimento degli altri diritti e delle altre libertà fondamentali (vedasi il caso Cambridge Analytica).
La scelta del Ministero dell’Innovazione è ricaduta su di un progetto la cui idea di fondo non si discosta da quanto auspicammo all’interno del nostro primo articolo dedicato a suddetta tematica. Arrivati a questo punto sono però necessarie ulteriori considerazioni e precisazioni.
Un modello decentralizzato
Sintetizzandone il funzionamento, l’applicazione scelta dal governo (Immuni) permetterà il tracciamento di prossimità (contact tracing) per mezzo del Bluetooth degli smartphone di coloro che se ne servono. Una soluzione dunque che si pone in antitesi con le dichiarazioni degli sloganisti, dal momento che non ha l’obiettivo di geolocalizzare gli individui per mezzo di un tracciamento continuo (eventualità che sarebbe invece perseguibile con un’applicazione che sfruttasse il GPS).
Il tracciamento di prossimità si sostanzia in una memorizzazione degli identificativi dei cellulari con il quale un dispositivo è venuto in contatto ravvicinato volta a inviare una notifica qualora un individuo sia entrato in contatto con una persona che è poi risultata positiva al Covid-19. Attenzione, a differenza di quanto sostenuto dal perennemente distratto Ministro Di Maio, la segnalazione è ovviamente successiva al contatto.
Laddove un soggetto che ha effettuato il download risultasse positivo, l’applicazione di un altro individuo che è entrato in contatto con il contagiato riconosce il codice identifico di quest’ultimo nella propria memoria e notifica l’utente. Il governo ha dunque optato per un modello decentralizzato che esclude de facto la possibilità che i dati vengano conservati su un server, centralizzato appunto, a cui potrebbero avere quindi accesso anche le autorità statali, le quali potrebbero effettuare il cosiddetto singling out, ovvero l’identificazione tanto dei contagiati quanto di coloro che sono entrati in contatto con questi – si ricordi che ai sensi della normativa dell’Unione è sufficiente la possibilità di individuare dei soggetti, e dunque non per forza di cose la conoscenza delle loro generalità, al fine di poter parlare di trattamento di dati personali –. Si presti attenzione al fatto che, molte compagnie di advertising utilizzano i dispositivi Bluetooth al fine di intercettare gli individui, e dunque, laddove Immuni caricasse i dati su di un server centralizzato accessibile allo Stato, quest’ultimo potrebbe intrecciare questi identificativi con altri dati al fine di tracciare con una certa precisione i movimenti e le interazioni degli individui.
La scelta di un modello decentralizzato è dunque fondamentale tanto al fine di rispettare il principio di minimizzazione dei dati – imprescindibile alla luce dell’elevato valore commerciale dei dati sanitari –, quanto per consentire l’interoperabilità con le altre applicazioni e soprattutto con il sistema ideato da Google e Apple.
Demagogia del tracciamento
Avendo citato le due multinazionali statunitensi è giunto il momento di sfatare un altro mito. Abbiamo sentito e letto parecchie volte affermazioni come “ci facciamo geolocalizzare tutti i giorni da Google, Facebook e simili”. Bene, in primo luogo, si è già detto come Immuni non ha nulla a che vedere con la geolocalizzazione. In secondo luogo, se è vero che spesso i colossi del web effettuano attività di contact tracing e tentano di eseguire delle associazioni tra individui – si pensi per esempio a quanto fa Facebook per mezzo del riconoscimento facciale per quel che concerne le foto pubblicate dagli utenti –, dobbiamo però ricordarci che in questo caso stiamo parlando di dati che, ai sensi della normativa europea, sono considerati sensibili.
Dovremmo invece, in una certa misura, essere grati ad Apple e Google, in quanto la tempestività con cui essi hanno proposto una strategia di intervento, ovvero la crucialità dell’interoperabilità delle diverse applicazioni, ha di fatto evitato che il governo optasse per un modello centralizzato. La nostra non è una “semplice fisima sulla privacy” o “un’ingiustificata avversione nei confronti dello Stato”. Laddove per esempio Google e Apple avessero deciso di consentire ai governi centrali di raccogliere i dati degli utenti, tale eventualità sarebbe divenuta perseguibile in tutti i Paesi, compresi quelli autoritari. L’interoperabilità tra le diverse applicazioni sarà poi fondamentale al fine di una riapertura delle frontiere dell’Unione Europea e per tornare a godere pienamente dei benefici che derivano dalle 4 libertà fondamentali dell’ordinamento europeo, dando altresì linfa vitale a tutte le economie del Vecchio continente.
Volontarietà o coercizione?
Avendo parlato di modello decentralizzato è a questo punto necessaria un’altra precisazione. Lo Stato rimane ad ogni modo il titolare del trattamento, mentre il gestore dell’applicazione agirà in qualità di responsabile del trattamento. Saranno dunque riconducibili allo Stato tutti gli obblighi che gravano sul titolare ai sensi della normativa dell’Unione, compreso quello di condurre la valutazione d’impatto sulla protezione dei dati personali al fine di valutare e comunicare il rischio che potrà originare da tale trattamento per i diritti e le libertà fondamentali di coloro che utilizzano l’applicazione, ma non solo. Va ricordato che stiamo approcciando la fase 2 e che auspicabilmente dovrà altresì in un futuro non troppo lontano cessare lo stato di emergenza, e sarà dunque fondamentale che l’utilizzo di Immuni non divenga un pretesto al fine di inficiare l’esercizio e il godimento di altri diritti.
Questo esplica il motivo per cui, tanto il Garante europeo, quanto il Parlamento Europeo, hanno precisato che l’utilizzo di qualsiasi applicazione dovrà essere volontario e che il godimento di altre libertà costituzionalmente garantite non potrà essere subordinato al download di queste – si pensi per esempio alla libertà di circolazione, e a quanti auspicavano che Immuni fungesse anche da autocertificazione digitale –.
Si rende necessaria un’altra chiarificazione. Utilizzo volontario non implica che la base giuridica atta a legittimare il trattamento sia il consenso degli interessati. Se è vero che l’articolo 9 del GDPR permette il trattamento dei dati sensibili laddove l’interessato presti il proprio esplicito consenso, è parimenti vero che, considerando che ai sensi della normativa dell’Unione il consenso deve, tra le altre, sostanziarsi in una manifestazione di volontà liberamente espressa, risulta evidente come l’eventuale presenza di coercizioni laddove l’individuo non acconsenta al trattamento si ponga come un ostacolo alla validità del consenso. L’asimmetria di potere che contraddistingue le relazioni tra Stato e individui esacerba ulteriormente le criticità che deriverebbero dall’impossibilità di sottrarsi a suddette coercizioni. Ecco spiegato perché risulta fondamentale che la base giuridica giaccia nel contenuto dell’articolo 23 del GDPR, ovvero nell’adozione di misure legislative atte a limitare il godimento del diritto alla protezione dei dati personali.
Come specificato all’interno dello stesso regolamento, e come richiesto per qualsiasi restrizione di diritti e libertà costituzionalmente garantiti, le limitazioni devono risultare proporzionate e necessarie – la stessa valutazione d’impatto che lo Stato condurrà dovrà contenere una disamina di suddetti requisiti in relazione al trattamento posto in essere –. In parole molto povere, la strategia deve dimostrarsi essere la meno restrittiva e la più appropriata al raggiungimento dell’obiettivo prefissato.
Il trade-off tra sicurezza e libertà
Qual è dunque l’obiettivo perseguito dal governo? Il debellamento del virus? L’azzeramento dei contagi? Per buona pace degli sloganisti, niente di tutto ciò. È stato lo stesso Ministero dell’Innovazione ad affermare che Immuni non assicurerà l’interruzione della riproduzione epidemica, ma contribuirà in modo più o meno irrilevante a efficientare e velocizzare il tracciamento tradizionale degli infetti. Per onestà intellettuale si dovrebbe inoltre ammettere che la scelta di optare per un modello decentralizzato e di garantire la volontarietà nell’utilizzo dell’applicazione testimoniano, al netto della volontà di garantire la massima protezione dei dati personali, un certo pragmatismo. Le cosiddette “3 T” impongono che la fase successiva al tracciamento sia la conduzione di test su color che sono entrati in contatto con una persona che ha contratto il virus. È evidentemente utopistico ritenere che lo Stato possa essere in grado di effettuare tamponi a un elevatissimo numero di individui, considerando inoltre che Immuni non permetterà di registrare la qualità dei contatti tra gli individui, segnalando per esempio se essi indossavano mascherine o se erano per esempio all’interno delle rispettive automobili bloccati nel traffico.
Questo dibattito ci ha dunque riportato sul pianeta Terra. D’altronde, gli americani non sono stati i primi ad arrivare sulla Luna per mezzo di semplici slogan. Questa vicenda testimonia ancora una volta come lo Stato non deve, e ad ogni modo non può, avere la piena disponibilità e il pieno controllo sugli individui, e come le soluzioni più efficaci derivino sempre da scelte individuali per mezzo delle quali ognuno, agendo nel proprio interesse, tutela l’intera collettività (a prescindere dall’utilizzo o meno di un’applicazione come Immuni, è nell’interesse di ogni individuo evitare di contagiare le persone a lui più care).
La tecnologia, se è vero che può fornire un prezioso aiuto nel contenimento del virus, deve essere utilizzata con parsimonia ed esclusivamente in modo funzionale alla finalità perseguita. Non sarà possibile sconfiggere il Covid-19 per mezzo dell’utilizzo di Immuni, nemmeno se il fatidico 60% della popolazione decidesse di scaricarla (utopistico pensare che si possa arrivare a una tale percentuale in assenza di incentivi, i quali come detto si sostanzierebbero in realtà in coercizioni e restrizioni sul godimento di altre libertà). Fornirebbe di sicuro un prezioso ausilio, ma persisterebbero le lacune strutturali di sistema e l’impossibilità di comprendere la qualità dei contatti. Il rischio di generare un maggiore allarmismo è dunque alto. Ecco perché una comunicazione politica di qualità è imprescindibile in questa situazione. Una comunicazione politica che assuma i limiti insiti nell’utilizzo di tale tecnologia, e che rimarchi l’importanza e la maggiore efficienza dell’azione dei singoli individui. Parimenti sarà fondamentale che l’applicazione non fornisca esclusivamente messaggi automatizzati, permettendo invece ai singoli utenti di interagire con il personale sanitario.
Comunicare che, nel caso non si palesassero dei risultati ritenuti positivi, si renderebbero necessarie ulteriori restrizioni del diritto alla protezione dei dati personali, vorrebbe dire automaticamente assumere un mutamento nell’obiettivo perseguito dal governo sebbene qualsiasi strategia alternativa non permetterebbe comunque di sconfiggere il virus – e no, invocare il successo conseguito dalla Corea del Sud per mezzo di applicazioni che, a differenza di Immuni, consentono la geolocalizzazione tramite GPS sarebbe un’altra semplificazione della realtà, nella misura in cui tali informazioni venivano combinate con i controlli sulle carte di credito e le registrazioni delle telecamere a corto circuito –. Si assuma per esempio la possibilità di adottare un modello centralizzato, ovvero di preferire un’applicazione che geolocalizza gli individui. Cosa farebbe il governo in tal caso? Si attiverebbe per testare tutte le persone entrate in contatto con coloro che sono risultati positivi? Istituirebbe nuovamente delle zone rosse esclusivamente sulla base di un elevato numero di contatti tra contagiati e non senza al contempo poter registrare, come si è detto prima, la qualità dei contatti, ovvero poter conoscere quale fosse la percentuale degli immuni all’interno di questo ipotetico focolaio? Ancora, siamo nel campo dell’utopia. Un’errata comunicazione sulla necessità di limitare i diritti fondamentali degli individui causerebbe danni irreparabili nel lungo periodo. È infatti estremamente difficile regredire da regimi restrittivi delle libertà fondamentali laddove si fosse erroneamente ritenuto che tali abbiano giocato un ruolo nel raggiungimento dell’obiettivo prefissatosi – si pensi alle persistenti criticità concernenti le normative in materia di privacy statunitensi adottate successivamente all’11 settembre 2001.
Siamo una democrazia liberale, ricordiamocelo. Non giochiamo con i diritti degli individui, responsabilizziamoli, forniamogli un’informazione onesta e di qualità, e assumiamo la bontà dei singoli interessi individuali per il perseguimento del bene comune.
Quella lettera che abbiamo dimenticato.
La settimana scorsa abbiamo pubblicato uno sfogo diretto verso i tantissimi politici, opinionisti e comuni cittadini indignati per il trattamento che la Germania e gli altri paesi del Nord Europa starebbero riservando all’Italia in questo momento di crisi, mancando di fornirle la solidarietà che – secondo i suddetti – sarebbe dovuta. Un episodio, ormai caduto nel dimenticatoio, è utile per capire come la responsabilità della situazione attuale sia da ricercare soprattutto nell’incapacità dell’Italia di sfruttare le occasioni che le vengono offerte e agire con lungimiranza: stiamo parlando della lettera della BCE dell’agosto 2011.
Nel pieno della crisi del debito sovrano e della tempesta finanziaria abbattutasi sui cosiddetti PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna), il governatore della Banca Centrale Europea Jean-Claude Trichet ed il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi (il quale non smetterà mai, durante tutto il suo successivo mandato a capo della BCE, di ricordare che al whatever it takes devono necessariamente accompagnarsi le riforme) firmano una lettera destinata al nostro governo per invitarlo ad adottare tempestivamente le misure necessarie a riformare il “sistema paese”, ad assicurare la sostenibilità delle finanze pubbliche e a placare la crisi di credibilità che rendeva impervio per l’Italia finanziarsi sui mercati.
Nella prima sezione della lettera, si indicano gli interventi necessari per accrescere il potenziale di crescita del nostro paese: l’aumento della concorrenza e della qualità dei servizi pubblici (da realizzare in particolare mediante radicali azioni di liberalizzazione e privatizzazioni su larga scala), il ridisegno dei sistemi regolativi e fiscali (così da sostenere la competitività delle imprese) e la riforma del mercato del lavoro (ossia rivedere il sistema di contrattazione salariale collettiva per permettere accordi a livello di impresa e le norme che regolano assunzioni e licenziamenti). Nella seconda parte, l’attenzione è rivolta ai conti pubblici e le indicazioni principali riguardano il taglio della spesa pubblica e la riforma del sistema pensionistico. Infine, la lettera si conclude con un invito a garantire una revisione della pubblica amministrazione, così da migliorarne l’efficienza e la capacità di assecondare le esigenze delle imprese.
Di tutto questo, poco o nulla è stato fatto (se non grazie alla Riforma Fornero e al Jobs Act), e quel poco è stato oggetto di contro-riforme da parte del Governo Conte-Salvini-DiMaio, responsabile dei deleteri Decreto Dignità e Quota 100. In un articolo pubblicato sul Foglio del 3 agosto 2019, Stefano Cingolani richiama il titolo di una celebre opera di Luigi Einaudi, “Prediche inutili”, e conclude: «Otto anni dopo [ora diventati quasi nove], le raccomandazioni della Banca Centrale Europea sono ancora inattuate. Prediche inutili? Ci vuole forse un’altra lettera o un’altra crisi da spread quando il debito italiano verrà di nuovo bocciato dai mercati, cioè dai risparmiatori che lo comprano?». La nuova crisi è arrivata e con lei il fondato timore che l’inevitabile incremento del debito pubblico possa rendere nuovamente l’Italia poco credibile agli occhi di chi deve prestarle denaro, e noi ci siamo fatti trovare impreparati. Ma, ovviamente, “è tutta colpa dell’Europa e della Germania”.
La cicala Italia e la formica Germania.
«In una calda estate, un’allegra cicala cantava sul ramo di un albero, mentre sotto di lei una lunga fila di formiche faticava per trasportare chicchi di grano. Fra una pausa e l’altra del canto, la cicala si rivolge alle formiche: “Ma perché lavorate tanto? Venite qui all’ombra a ripararvi dal sole, potremo cantare insieme!”. Ma le formiche, instancabili, senza fermarsi continuavano il loro lavoro: “Non possiamo! Dobbiamo preparare le provviste per l’inverno! Quando verrà il freddo e la neve coprirà la terra, non troveremo più niente da mangiare e solo se avremo le dispense piene potremo sopravvivere!”. “L’estate è ancora lunga e c’è tempo per fare provviste prima che arrivi l’inverno! Io preferisco cantare! Con questo sole e questo caldo è impossibile lavorare!”. Per tutta l’estate la cicala continuò a cantare e le formiche a lavorare. Ma i giorni passavano veloci, poi le settimane e i mesi. Arrivò l’autunno e gli alberi cominciarono a perdere le foglie e la cicala scese dall’albero ormai spoglio. Anche l’erba diventava sempre più gialla e rada. Una mattina la cicala si svegliò tutta infreddolita, mentre i campi erano coperti dalla prima brina. Il gelo bruciò il verde delle ultime foglie: era arrivato l’inverno. La cicala cominciò a vagare cibandosi di qualche gambo rinsecchito che spuntava ancora dal terreno duro e gelato. Venne la neve e la cicala non trovò più niente da mangiare: affamata e tremante di freddo, pensava con rimpianto al caldo e ai canti dell’estate. Una sera vide una lucina lontana e si avvicinò affondando nella neve: “Aprite! Aprite, per favore! Sto morendo di fame! Datemi qualcosa da mangiare!”. La finestra si aprì e la formica si affacciò: “Chi è? Chi è che bussa?”. “Sono io, la cicala! Ho fame, freddo e sono senza casa!”. “La cicala?! Ah! Mi ricordo di te! Cosa hai fatto durante l’estate, mentre noi faticavamo per prepararci all’inverno?”. “Io? Cantavo e riempivo del mio canto cielo e terra!”. “Hai cantato?” replicò la formica, “Adesso balla!”». La celebre favola di Esopo è la metafora più calzante per raccontare le trattative europee che si stanno svolgendo in questi giorni e le isteriche reazioni di molti politici italiani.
L’Italia è ovviamente la cicala, che per tanti anni ha cantato: ha cantato all’inizio del millennio quando, anziché sfruttare il “dividendo dell’Euro” (ossia il massiccio calo nella spesa per interessi sul debito conseguente all’introduzione della moneta unica) per fare le riforme, ha preferito usarlo per aumentare la spesa pubblica corrente; ha cantato negli anni post crisi del debito sovrano quando, alla possibilità di rimettere i conti in ordine offerta dalla flebile ripresa della crescita, ha opposto i bonus elettorali, i redditi di cittadinanza e le contro-riforme delle pensioni. Di contro, i paesi del Nord Europa (Germania in testa) sono le formiche: dopo l’unificazione il paese teutonico era considerato il “malato d’Europa” ma, mentre noi italiani cantavamo, ha intrapreso un piano di riforme (la cosiddetta Agenda 2010) che le ha permesso di trasformarsi nella “locomotiva d’Europa”; nel frattempo ha continuato, sia informalmente sia ufficialmente (le raccomandazioni annuali della Commissione Europea all’Italia sono lì a dimostrarlo), a spronarci a fare altrettanto. Abbiamo deciso di voltarci e non ascoltare.
Cosa chiede oggi la cicala Italia? Il punto in discussione non riguarda il poter spendere i nostri soldi quanto e come vogliamo: il Patto di Stabilità (da cui derivano i famigerati “vincoli europei”) è stato sospeso e il Presidente della Commissione Ursula Von Der Leyen ha dichiarato che i governi possono pompare nel sistema denaro finché serve. Il punto è che noi non abbiamo denaro da pompare perché lo abbiamo già speso e faremmo fatica ad indebitarci ulteriormente sul mercato perché lo stato delle nostre finanze pubbliche è già pericolante così; il tutto nonostante anni di inviti a sistemare le cose. Oggi chiediamo che i nostri partner europei, le formiche, firmino per noi una cambiale, “spendano” il credito e l’affidabilità duramente conquistati per garantire il nostro debito aggiuntivo; il tutto senza condizionalità, ossia lasciandoci liberi di utilizzare quei soldi come vogliamo, compresi i soliti sprechi. Voi prestereste soldi ad un conoscente rinomato per il suo vizio di giocare alle slot machine? Se la risposta è no – ed è molto probabile che sia così – allora pensateci due volte prima di prendervela con la Germania.
Sia chiaro: oggi l’Europa si trova dinnanzi ad una sfida cruciale e un passo avanti nell’integrazione, compresa la condivisione del rischio, è una soluzione opportuna per il presente e per il futuro; la rigidità dei paesi del Nord Europa potrebbe costare caro al progetto comunitario. Ma la solidarietà e la responsabilità viaggiano di pari passo: pretendere, anche con arroganza e vittimismo, è l’ultima cosa che siamo autorizzati a fare. E la lezione che deve essere imparata e ricordata bene quando ci troveremo nuovamente nella cabina elettorale è una sola: l’irresponsabilità si paga, sempre.
L’ennesima svolta autoritaria dell’Ungheria.
I recenti avvenimenti che riguardano l’Ungheria ricordano all’Unione Europea un’ulteriore problematica piuttosto imminente che – se mai ce ne fosse bisogno – va ad aggiungersi a quelle sanitaria ed economica. Difatti, la decisione del Premier ungherese Orbán di conferirsi pieni poteri (che a breve verrà approfondita) palesa la necessità da parte dell’UE di salvaguardare gli assetti democratici dei propri Stati Membri.
Con una maggioranza di 137 voti a favore e 57 contrari, ottenuta grazie al partito del Premier Fidesz (che, si pensi, a seguito delle contestate elezioni dell’8 aprile 2018 detiene ben 133 seggi sui 199 dell’Assemblea Nazionale, già ridotti rispetto ai 386 vigenti prima della riforma elettorale del 23 dicembre 2001, votata proprio durante i primi periodi del secondo governo Orbán) e ad alcuni voti provenienti dall’estrema destra, il Parlamento ungherese ha approvato la Legge di Autorizzazione per contrastare il Coronavirus. La legge, senza troppi giri di parole, attribuisce appunto pieni poteri al Premier, il quale potrà d’ora in poi governare per decreto, bloccare le elezioni e sospendere le leggi che sono già in vigore, di fatto congelando il ruolo dell’organo legislativo. La nuova legge prevede pene severissime per chi non rispetta il coprifuoco imposto dalle autorità (fino a 8 anni di carcere) e per chi diffonde notizie false (fino a 10 anni di carcere), non essendo poi chiaro chi potrà stabilire effettivamente la veridicità delle informazioni e – anche per via della vaghezza del testo – lasciando intatta la possibilità di includere in tali fattispecie anche qualsiasi tipo di manifestazione di dissenso politico e critica al governo.
L’elemento più grave di questa legge è però un altro: tutto ciò a cui si è appena accennato vale a tempo indeterminato. Si noti, a questo proposito, che le stesse opposizioni avevano effettivamente dichiarato la loro disponibilità a votare favorevolmente il testo qualora Orbán avesse provveduto a fornire una scadenza delle misure. Nonostante ciò, però, proprio per via della sproporzionata maggioranza di cui gode Fidesz, il Premier, oltre ad aver seccamente rifiutato la proposta, ha addirittura asserito che coloro che non si schiereranno dalla sua parte staranno “dalla parte del virus”.
È indiscutibile che tali misure siano gravissime, tanto più che vengono autorizzate da uno Stato Membro dell’Unione Europea. Ciò detto, però, agli occhi un osservatore informato, la mossa di Orbán non può certo costituire un elemento di sorpresa. Essa si pone a coronamento della strategia della cosiddetta democrazia illiberale che il Premier ha, neanche troppo gradualmente, instaurato in Ungheria a partire dal 2010 mediante l’erosione dell’indipendenza giudiziaria, le “leggi schiavitù” sul lavoro, la progressiva scomparsa dell’informazione libera (la maggior parte dei media indipendenti sono stati acquistati dagli oligarchi vicini alla figura di Orbán) e altri atteggiamenti di deriva autoritaria.
Non solo: la reiterata azione estremamente spregiudicata di Orbán costituisce una vera e propria umiliazione per l’UE, soprattutto se si considera che grandissima parte della rapida crescita economica del Paese magiaro verificatasi negli scorsi anni (la quale ha certamente contribuito ad arricchire la popolarità di Orbán, che è poi esplosa per via delle efficaci propagande anti-migranti di Fidesz durante le campagne elettorali per le elezioni politiche del 2018 e europee del 2019) si deve proprio alla sua appartenenza alla grande area commerciale europea e ai trasferimenti ricevuti dal bilancio di Bruxelles.
Ci si chiede, allora, cosa faccia e cosa possa fare l’UE per frenare le continue violazioni dell’Art. 2 del Trattato sull’Unione Europea (TUE), che detta i principi democratici e i diritti fondamentali sui quali si fonda l’intero progetto europeo. In realtà, a giudicare dalle informazioni disponibili sino ad oggi, ben poco. Sebbene l’adesione dei 13 eurodeputati di Fidesz sia stata congelata dal Partito Popolare Europeo (PPE) e l’Ungheria sia finita sotto la procedura contemplata dall’art 7 TUE per violazione proprio dei diritti contenuti nell’art 2 TUE già da tempo (su un dossier che si trascinava ormai da anni, accompagnato dall’apertura di numerose procedure di infrazione da parte della Commissione Europea), l’azione dell’Ue non riesce ad essere incisiva. Infatti, nonostante lo storico voto a favore del cosiddetto Rapporto Sargentini da parte del Parlamento Europeo nel settembre del 2018, per arrivare a sanzionare uno Stato Membro attraverso l’art 7 TUE, sinteticamente, è necessario il voto unanime del Consiglio dell’Unione Europea, estremamente improbabile solo se si considera che sarebbe necessario anche quello della Polonia che, oltre ad essere politicamente molto vicina all’Ungheria di Orbán (così come gli Paesi del Gruppo di Visegrád), è essa stessa al centro di un’altra procedura attivatasi mediante l’articolo 7 TUE in considerazione delle minacce relative all’indipendenza della magistratura.
In parole povere, l’UE si trova intrappolata nel suo stesso assetto giuridico e non riesce a porre limiti all’atteggiamento di un governo a capo di un Paese dal peso decisamente relativo.
In questo contesto, l’emergenza Coronavirus, in particolare, rischia, come si legge nel focus dell’ISPI del 31 marzo, di mietere la prima vittima tra le democrazie senza che l’UE riesca ad intervenire (ad oggi, nonostante gli sforzi del comitato europeo per le libertà civili, dalla Commissione Europea arrivano solo timidi richiami generalizzati). Alla luce di ciò, non può quindi stupire che, rileggendo oggi, a posteriori, l’art. 49 TUE e i cosiddetti Criteri di Copenaghen (in particolare, il criterio politico, laddove stabilisce la necessità della “presenza di istituzioni stabili, garanti della democrazia, dello stato di diritto e dei diritti umani”) per l’adesione all’UE, il caso dell’Ungheria possa sembrare alquanto paradossale. Del resto, questo concetto è ormai piuttosto conosciuto con l’espressione “Copenaghen Dilemma”: sebbene esista la possibilità di porre un veto sull’adesione di uno Stato candidato in base alla compatibilità di quest’ultimo con i diritti fondamentali, non esiste un meccanismo efficace per supervisionare la sua aderenza a tali valori a seguito dell’accesso.
La soluzione europea può arrivare dalla BEI.
È vero: questa crisi colpirà tutta l’Unione Europea. Per onestà intellettuale dobbiamo anche ammettere che gli Stati membri hanno approcciato questa situazione in condizioni economiche sensibilmente differenti, che di conseguenza permettono una differente risposta. Se da un lato questo non giustifica una mancanza di solidarietà tra Paesi le cui economie sono strettamente interconnesse, dall’altro è necessario affrontare il dibattito con responsabilità e disponibilità al compromesso. Compromesso che ovviamente non deve discostarsi troppo da quella che è la realtà sottesa a questo shock, così da comprendere effettivamente quelle che sono le priorità per arginare e ricostruire.
Come si è detto in un nostro articolo precedente, ci troviamo di fronte a uno shock di offerta che ha indotto a una generalizzata chiusura delle fabbriche, con un conseguente tendenziale azzeramento della produzione (anche in questo caso è necessario ammettere che una tale esigenza non si è presentata in egual modo in tutti i Paesi dell’Unione). È evidente dunque come i principali destinatari delle misure economiche devono essere le imprese (il Governo sembra averlo capito, seppur con ingiustificato ritardo). In particolare, per un Paese come l’Italia, fortemente trainato dalle piccole e medie imprese, ovvero dalle esportazioni, questa situazione rischia, in assenza di un intervento mirato e tempestivo, di creare danni esponenziali. Ci ripetiamo: è importante sottolineare che la crisi colpirà tutta l’Unione, ma la serrata delle fabbriche non è stata imposta in tutti gli Stati membri. Questo è un aspetto di estrema rilevanza. La concorrenza colpisce tanto quanto il virus, e una chiusura prolungata delle fabbriche, combinata all’assenza di liquidità per affrontare la cosiddetta “fase uno”, rischia di condannare alcune delle nostre imprese a perdere importanti fette di mercato, a scapito magari di produttori di altri Paesi in cui non si è resa necessaria la chiusura. Questa è una triste realtà, ma pur sempre la realtà.
La realtà in quanto tale va sempre affrontata. Noi stessi siamo costretti ad accettare che ci troveremo di fronte a un assodato aumento del debito pubblico, ovvero a un maggiore intervento statale nell’economia pubblica. Fidatevi, non è una situazione che ci fa fare i salti di gioia. Per questo è necessario che tale intervento sia mirato e competente, in modo da permettere alle nostre imprese di tornare competitive sul mercato il più in fretta possibile. Questa è una preoccupazione che non riguarda solo noi che scriviamo, ma che è altresì sottesa alle preoccupazioni dei Paesi del Nord per quel che concerne l’emissione dei cosiddetti coronabond. La lista dei motivi è lunga e ben nota, e ci siamo onestamente stancati di ricordare come i governanti abbiano sprecato le limitate risorse pubbliche di cui in condizioni normalità si disponeva per le manovre economiche.
È necessario dunque trovare una soluzione comune, in grado altresì di garantire agli altri Paesi che tali fondi non saranno gestiti in malo modo, e magari di convincerli che la ricostruzione che deriverà da tale soluzione andrà a beneficio dell’integrazione europea. È evidente a tal proposito che l’approccio del Ministro Gualtieri non risulta conciliante, nella misura in cui si ritiene che la risposta europea “sarà adeguata solo se comprenderà l’emissione comune di bond europei per finanziare i piani nazionali di risposta all’emergenza coronavirus”. L’Unione ha sino ad ora fatto molto per l’Italia (vedasi i 220 miliardi di titoli di Stato acquisiti dalla BCE, che ci permettono di fatto di innalzare il nostro debito respingendo, potenzialmente, una risposta negativa dei mercati), e ovviamente può fare ancora molto. È arrivato però il momento della reciproca comprensione.
Una proposta interessante ce la suggeriscono Cottarelli, Galli e Letta, ai quali si aggiunge la voce del Professor Quadro Curzio. La protagonista della risposta alla crisi dovrebbe essere la Banca Europea per gli Investimenti (BEI), che guarda caso è considerata la banca per lo sviluppo delle piccole e medie imprese. I primi tre propongono la creazione di una piccola istituzione ad hoc all’interno della BEI, la quale, coordinandosi con le altre istituzioni europee, dovrà emettere uno strumento di raccolta finanziaria denominato “Special Issue European Security” per raccogliere 300-400 miliardi di euro a lunghissima scadenza (30-50 anni). La BEI è infatti considerata una delle istituzioni più affidabili al mondo, e ha un potenziale economico maggiore di quello della World Bank. Questo consentirebbe altresì alla BCE di acquisire parte di tali obbligazioni, e, aggiungono Cottarelli, Galli e Letta, il MES potrebbe decidere di indirizzare parte delle sue risorse in questa direzione.
La BEI è dunque un’istituzione da non sottovalutare, perché permetterebbe agli Stati di approcciare la crisi non limitandosi dunque a un raggio temporale di breve periodo. Come giustamente sottolinea il Presidente di Confindustria Boccia su La Stampa, le imprese italiane dovranno affrontare due fasi. Nella prima fase, dovrà essere garantita loro la liquidità necessaria per poter riaprire. Nella seconda fase dovranno essere in grado di trasformare il debito accumulato in un debito di lungo periodo. La BEI dunque, alla luce della sua estrema affidabilità e della capacità di garantire prestiti a lunga scadenza, può essere la soluzione giusta per la ripartenza. Sarebbe dunque opportuno cavalcare gli spiragli di apertura provenienti da questa istituzione (essa ha recentemente deciso di attivare un fondo da 25 miliardi che ne mobiliterà 200) e di sfruttare la maggiore flessibilità prevista dal funzionamento della stessa, considerando che, a differenza del MES, non si prendono mai decisioni all’unanimità (se non in merito alla decisione di sospendere i prestiti).
Un ulteriore punto di interesse riguarda il fatto che la BEI potrebbe, per quanto riguarda l’Italia, agire per mezzo della Cassa Depositi e Prestiti, bypassando de facto il timore per gli altri Stati che i fondi da essa derivanti possano, transitando nelle mani del Governo, essere mal spesi. Come dice il Professor Paganetto su La Stampa, l’esempio della Kreditanstalt für Wiederaufbau (KfW) tedesca testimonia la desiderabilità dell’intervento di istituti che operano sul mercato, e che dall’alto delle loro specifiche competenze possono valutare le effettive esigenze per il Paese. Aggiungiamo noi, perché la Germania, che fa grande ricorso alle attività della KfW, dovrebbe dunque opporsi a un ruolo da protagonista della BEI?
La realtà ci impone però di affrontare la crisi che ci troveremo davanti, come si dice in guerra, senza lasciare nessuno indietro. Sono dunque legittime le preoccupazioni per il disordine sociale e la disoccupazione. Per quanto riguarda la seconda, essa è purtroppo un problema che precede questa emergenza. Un intervento mirato, e coordinato con l’Unione, ci permetterà potenzialmente di contenere l’aumento del numero di disoccupati derivante da una definitiva chiusura di migliaia di attività, e di affrontare le problematiche esistenti. Seguendo gli insegnamenti di Jacques Delors servirà un approccio pragmatico e rispettoso del principio di sussidiarietà, e la BEI è lo strumento ideale per una tale linea di intervento. Cottarelli propone di utilizzare gli “Special Issue European Security” per gli interventi a sostegno delle partite Iva e per quelli relativi al sistema sanitario. La BEI potrebbe, come si è detto, occuparsi della sopravvivenza e del rilancio delle piccole e medie imprese. Parallelamente l’intervento promesso dalla Commissione per mezzo del programma SURE, ci permetterebbe di affrontare con più serenità le inevitabili perdite di posti di lavoro. Lo Stato italiano sarà dunque chiamato a complementare quando sopra indicato, ovvero a sostenere le imprese di maggiori dimensioni e a prolungare la sospensione del pagamento delle tasse per le piccole e medie imprese. Come si è detto nel nostro articolo precedente, è necessario un approccio responsabile della nostra classe politica per convincere gli altri Paesi ad intraprendere questa strada, per mezzo di interventi strutturali, in grado altresì di consentire una crescita economica sostenibile.
Un approccio responsabile che potrebbe estendere lo spettro di cooperazione tra gli Stati membri, così da affrontare ulteriori problematiche che potrebbero originare da questa crisi, quali per esempio la precedentemente citata perdita di competitività di alcune imprese europee, alla luce anche del fatto che la Cina, che ha avuto la fortuna di “uscire” dall’emergenza in anticipo, è ipotizzabile non perderà l’occasione di acquisire importanti fette di mercato. Una cooperazione che potrebbe portarci anche a comprendere la necessità di stimolare la domanda a livello europeo, per mezzo di investimenti infrastrutturali transnazionali, magari lasciandoci definitivamente alle spalle quel retaggio culturale nazionalista tipico dell’Ottocento.
Cosa fare (e non) per l’emergenza economica.
In un articolo apparso sul Foglio il 24 marzo e intitolato “Bisogna sfruttare la chiusura per riaprire il prima possibile”, gli economisti Luigi Guiso e Daniele Terlizzese hanno calcolato il costo del lockdown sul nostro Prodotto Interno Lordo: secondo le loro stime, se l’attuale chiusura dovesse arrivare a durare 45 giorni (come avvenuto in Cina), l’Italia perderebbe circa 9 punti percentuali di PIL. Uno scenario disastroso, che si verificherebbe in un contesto totalmente inedito: uno shock di offerta (e non, come siamo abituati nelle tradizionali recessioni, di domanda) con conseguenze di gran lunga peggiori rispetto al molto citato caso della distruzione provocata dalle guerre, le quali mai nella storia hanno spinto alla chiusura della quasi totalità delle fabbriche e ad un azzeramento della produzione. Una crisi così profonda per un’economia già debole come la nostra rappresenta un costo molto difficile da sostenere.
Preservare l’economia reale
La priorità numero uno deve, dunque, essere quella di mettere le attività nelle condizioni di continuare il più possibile a produrre (o comunque di riprendere a farlo il prima possibile) nel rispetto delle norme di sicurezza. Nel sopracitato articolo, gli autori propongono una serie di iniziative utili a ottenere tale obiettivo: dalla sanificazione dei luoghi di lavoro alle modifiche della turnazione (in modo da distribuire il lavoro su un arco temporale maggiore), dalla riorganizzazione degli spazi interni (per aumentare la distanza tra i lavoratori) all’effettuazione di screening sanitari all’ingresso e all’uscita (così da individuare i possibili asintomatici). Certo, si tratta di un enorme sforzo organizzativo, ma è necessario ricordare che ogni giorno di produzione guadagnata si traduce in un costo inferiore per la nostra economia.
Un tale approccio non può che essere accompagnato da una drastica riduzione dei molti vincoli inutili che l’eccesso di regolamentazione ha fatto gravare sulle nostre imprese. A questo proposito, è illuminante un passaggio della lettera di Alberto Mingardi al Foglio: «In punta di piedi, il fissato liberista fa osservare che là dove bisogna “fare presto”, le autorità stanno facendo di tutto per abbandonare quel “vincolismo” che in altri tempi le ha rese tanto fiere: si snelliscono i protocolli dell’Aifa, si producono mascherine anche al di fuori degli standard, si riqualificano aree ed edifici per farne ospedali da battaglia senza curarsi delle liturgie della pianificazione urbanistica. Si pensa, cioè, che chi ha voglia di fare qualcosa vada incoraggiato e considerato con favore, senza asfissiarlo di norme e adempimenti. È così che il fissato liberista vorrebbe che, anche in tempo di pace, funzionasse il rapporto tra stato e produttori». Come ha fatto notare Carlo Stagnaro nel suo paper “L’economia digitale ai tempi del coronavirus”, la riduzione del vincolismo dovrebbe riguardare soprattutto quel campo (negli ultimi anni molto bistrattato) che oggi tanto preziosamente ci consente di sfruttare le tecnologie digitali per, ad esempio, ricevere il cibo a casa.
Draghi e le misure economiche
Quali dovrebbero essere, invece, gli interventi economici del governo? In un articolo pubblicato sul Financial Times, Mario Draghi ha scritto: «È ormai chiaro che la nostra reazione dovrà far leva su un aumento significativo del debito pubblico. La perdita di reddito a cui va incontro il settore privato – e l’indebitamento necessario per colmare il divario – dovrà prima o poi essere assorbita, interamente o in parte, dal bilancio dello stato. […] Le banche devono prestare rapidamente a costo zero alle aziende favorevoli a salvaguardare i posti di lavoro. E poiché in questo modo esse si trasformano in vettori degli interventi pubblici, il capitale necessario per portare a termine il loro compito sarà fornito dal governo, sottoforma di garanzie di stato su prestiti e scoperti aggiuntivi». Un tale massiccio programma di sostegno alla liquidità delle imprese deve essere accompagnato da due ulteriori interventi suggeriti da Alberto Mingardi in un suo articolo sul Sole24Ore intitolato “Per evitare il collasso economico dare subito liquidità alle aziende”: il primo è rafforzativo della proposta di Draghi e consiste nell’azzeramento della tassazione sui rendimenti dei prestiti alle imprese e nella concessione di significative deduzioni fiscali per i fondi che gli imprenditori faranno confluire in azienda; il secondo attiene invece alla credibilità del Paese e implica un forte impegno di lungo periodo sullo stato della finanza pubblica, a partire da misure simboliche come l’abolizione di Quota 100 (e, aggiungiamo noi, da una drastica revisione di tutta la spesa pubblica corrente).
Statalismo alla riscossa
Come abbiamo già avuto modo di ricordare in questo articolo, le emergenze possono essere fonte di pericoli per l’ordine liberale, soprattutto a causa della tendenza a rendere permanenti misure introdotte al fine di fronteggiare temporaneamente le conseguenze di breve periodo della crisi. Sono bastate poche settimane per fornirci più di un esempio. Sia Vincenzo Visco che Fabrizio Onida hanno lanciato l’idea di introdurre una patrimoniale utile per mobilitare il risparmio privato e metterlo al servizio della ripresa: la possibilità di ritrovarci, alla fine di questa emergenza, con più tasse (in particolare sugli immobili) non è un’ipotesi così peregrina. Anche le parole, messe nero su bianco in un articolo per Repubblica, del consigliere economico di Palazzo Chigi Mariana Mazzucato (già nota agli amici de L’Asino di Buridano per la sua teoria secondo cui lo stato avrebbe inventato internet, di cui si parla in questo video) fanno capire chiaramente che per alcuni intellettuali il coronavirus è solo la scusa per riformare secondo i propri desiderata il sistema capitalistico e plasmare i mercati: salviamo oggi le imprese, per far loro fare quel che vogliamo noi domani. Certe toppe potrebbero essere ben peggiori del buco.
Il ruolo dell’Europa
In questi giorni si sta discutendo molto anche dell’esigenza che l’Unione Europea faccia la sua parte nella gestione di questa emergenza, come d’altra parte abbiamo scritto anche noi qui, sottolineando la necessità di una risposta europea omogenea. L’opinione pubblica e la politica stanno rivolgendo la propria attenzione a due temi, ossia gli Eurobond (o i Coronabond) e il Meccanismo Europeo di Stabilità: ne parliamo in questo articolo.
MES, Eurobond o Coronabond?
In questi giorni si sta discutendo molto dell’esigenza che l’Unione Europea faccia la sua parte nella gestione dell’emergenza Covid-19, come d’altra parte abbiamo scritto anche noi qui, sottolineando la necessità di una risposta europea omogenea. L’opinione pubblica e la politica stanno rivolgendo la propria attenzione a due temi: gli Eurobond (o i Coronabond) e il Meccanismo Europeo di Stabilità. Cerchiamo quindi di capire di cosa si tratta.
Euro/Corona Bond
Gli Eurobond sono un tema spinoso e non nuovo in ambito europeo, considerando che furono proposti per la prima volta dall’ex Presidente della Commissione Europea Jacques Delors (in carica dal 1985 al 1995): si tratta di titoli di debito pubblico europei e presuppongono, quindi, una forma di mutualizzazione del debito, poiché la responsabilità ed il rischio sarebbero condivisi da tutti gli Stati membri. I Coronabond sono uno strumento del tutto simile, ma di carattere una tantum (ossia verrebbero emessi solo questa volta e non in maniera continuativa), finalizzato unicamente a far fronte all’emergenza in atto.
Perché non c’è accordo a livello europeo sulla loro introduzione? I profili di criticità sono principalmente due: (1) Essi non sono ritenuti una soluzione per l’immediato, in particolare a causa di questioni tecniche come l’eventuale modifica dei trattati o anche solo la creazione di un’apposita istituzione che si incarichi di emetterli. (2) La mutualizzazione del debito è una questione molto spinosa dal momento che i principali beneficiari sono paesi come il nostro che approfittano della crisi per inserire nei decreti emergenziali regalie e sprechi come gli ennesimi 700 milioni ad Alitalia.
Meccanismo Europeo di Stabilità
Il Meccanismo Europeo di Stabilità (MES, detto anche Fondo salva-stati) è una sorta di assicurazione comunitaria creata al fine di salvaguardare la stabilità finanziaria dell’eurozona, sostenendo i Paesi in difficoltà finanziarie. Nonostante le tante bufale sul tema propagandate nell’ultimo anno da partiti sia della maggioranza che dell’opposizione, oggi potrebbe rivelarsi lo strumento migliore per affrontare l’emergenza: come hanno scritto Lorenzo Codogno e Giampaolo Galli in un articolo sul Sole24Ore intitolato “Dal MES deve arrivare un salvagente per l’Italia”, l’Italia potrebbe avvalersi subito di una delle due linee di credito precauzionali previste per paesi che sono colpiti da shock avversi che sono al di fuori del loro controllo.
Il problema, però, è analogo a quello visto prima: le regole del MES prevedono la sottoscrizione di un “memorandum di intesa” (che richiede che il paese si sottoponga ad un programma di riforme e di aggiustamento dei conti pubblici), ma l’Italia e i paesi del Sud Europa stanno cercando di ottenere che l’accesso sia incondizionato. Gli altri partner europei possono fidarsi? Non sarebbe il caso, mentre chiediamo all’Europa di fare un passo avanti e venire incontro alle nostre richieste, di fare a nostra volta un passo di responsabilità ed affidabilità verso di loro, magari partendo – come proposto da Alberto Mingardi – da un gesto simbolico come l’abolizione di Quota 100?
Una proposta alternativa
Gianluca Codagnone e Thomas Manfredi, cofondatori di Liberi Oltre Le Illusioni, hanno lanciato una possibile soluzione alternativa in un loro articolo intitolato “Una Autorità sanitaria europea e un salute bond per battere Covid19” e apparso sul blog Econopoly. La proposta prevede la creazione di un’autorità sanitaria europea (EHA) che lanci un programma di emissioni obbligazionarie EHA COVID19 ABS con durata da 10-30 anni (la sigla ABS sta ad indicare titoli cosiddetti asset-backed, ossia garantiti dalle attività dell’autorità stessa). Il ricavato della vendita di tali obbligazioni verrebbe usato per strutture e attrezzature mediche (ospedali, laboratori, impianti di produzione di ventilatori, unità di terapia intensiva e tutti gli altri materiali che potrebbero essere necessari per affrontare una diffusione epidemica) e ogni Stato sarebbe lasciato libero di acquistare beni o servizi dalla rete EHA.
I vantaggi di tale proposta sono principalmente due: (1) Innanzitutto la natura dei titoli lascia molta flessibilità, dal momento che a crisi finita si potrebbe benissimo decidere di dismettere l’EHA, vendere i suoi asset e ripagare le obbligazioni anticipatamente. (2) Il fatto di essere specificatamente mirati a sostenere le spese per la sanità elimina l’eccessiva discrezionalità, evitando il rischio che i paesi meno seri possano approfittare dell’emissione di debito comune per finanziare misure clientelari.
Come reagire alla crisi che ci attende.
L’emergenza sanitaria causata dalla malattia Covid-19 e le sue conseguenze economiche – come era facilmente intuibile già da diversi giorni – stanno colpendo l’intera Unione Europea ponendo quest’ultima di fronte ad una sfida epocale, per molti aspetti profondamente diversa rispetto alla crisi dei debiti sovrani del 2010. In altre parole, si potrebbe dire che l’UME si trovi oggi ad affrontare uno shock simmetrico, a differenza dello shock asimmetrico che colpì Centro e Periferia a seguito della crisi economico-finanziaria. Questo significa che, oggi più che mai, è necessaria una risposta a livello dell’Unione Europea, evitando così elementi di divergenza tra le politiche degli Stati Membri poiché, per usare l’espressione di Giavazzi e Alesina, “siamo tutti sulla medesima barca”. Ciò significa anche che non è questo il momento per porre condizioni alle politiche fiscali dei diversi paesi, anche comprendendo quanto la comunicazione sia oggi essenziale per evitare uno shock negativo nei consumi (sempre citando Giavazzi e Alesina, “questa è una circostanza in cui promettere di spendere di più oggi se necessario potrebbe, alla fine, rendere le spese non necessarie”).
Più specificamente, è importante che la predisposizione delle risorse addizionali necessarie sia affidata ad un programma europeo di ampio spettro, quantomeno in termini di coordinamento, e non ai singoli Stati Membri in modo totalmente autonomo, con il rischio che emergano differenti punti di vista e che i mercati possano ritrovarsi a dubitare della solvibilità di alcune economie come nel 2010 (è infatti anche per evitare ciò che la BCE ha recentemente ampliato il suo programma di quantitative easing). Naturalmente, gli interventi di politica fiscale che sono oggi inevitabili devono essere, come suggeriscono Gaspar e Mauro, tempestivi, mirati e temporanei. In altre parole, questa crisi non può essere una ragione per una riduzione permanete (o sospensione) della tassazione e un aumento permanente ed indiscriminato della spesa. Anzi, il caso italiano insegna per l’appunto – se ce ne fosse ulteriore bisogno – l’importanza di mantenere una certa disciplina fiscale in tempi “normali” per paesi come il nostro, dove i conti pubblici sono particolarmente sotto stress: difatti, se l’Italia non avesse accumulato un rapporto debito/PIL superiore al 130% in periodi in cui l’economia cresceva, sarebbe oggi possibile spendere molto di più per far fronte a questa situazione di straordinaria eccezionalità.
Ciò richiama anche un’altra circostanza: il ruolo guida della Germania nella stabilizzazione dell’economia europea. Spesso, riferendosi al processo di aggiustamento macroeconomico all’interno dell’UME (che è notoriamente soggetta a pressioni deflazionistiche a causa di un eccesso di risparmio sull’investimento) ci si è appellati al ruolo attivo che i paesi che dispongono di spazio fiscale dovrebbero svolgere nello stimolo agli investimenti, in particolare proprio la Germania. Nella crisi sanitaria che si sta verificando in questi giorni, proprio lo spazio di manovra della Germania, che dispone di un debt ratio molto contenuto rispetto agli standard internazionali, diviene, appunto, fondamentale per tutta l’UE (ma anche per la stessa Germania, tanto più che, proprio l’economia tedesca è oggi notevolmente sotto pressione per via della sua forte dipendenza dalla domanda estera e dal settore industriale).
In generale, è necessario che l’Unione Europea si dimostri coesa e coordinata in un momento come questo e che gli interessi nazionali vengano subordinati a quello europeo. L’unico aspetto positivo di questa crisi è che essa potrebbe rappresentare una grande occasione per un ulteriore importante passo verso quell’integrazione europea spesso criticata (alcune volte comprensibilmente) ma quasi mai compresa fino in fondo per una profonda e generalizzata ignoranza storica. D’altro canto, però, un errore adesso potrebbe costare carissimo al progetto europeo e, più in generale, al futuro del continente.