In un articolo apparso sul Foglio il 24 marzo e intitolato “Bisogna sfruttare la chiusura per riaprire il prima possibile”, gli economisti Luigi Guiso e Daniele Terlizzese hanno calcolato il costo del lockdown sul nostro Prodotto Interno Lordo: secondo le loro stime, se l’attuale chiusura dovesse arrivare a durare 45 giorni (come avvenuto in Cina), l’Italia perderebbe circa 9 punti percentuali di PIL. Uno scenario disastroso, che si verificherebbe in un contesto totalmente inedito: uno shock di offerta (e non, come siamo abituati nelle tradizionali recessioni, di domanda) con conseguenze di gran lunga peggiori rispetto al molto citato caso della distruzione provocata dalle guerre, le quali mai nella storia hanno spinto alla chiusura della quasi totalità delle fabbriche e ad un azzeramento della produzione. Una crisi così profonda per un’economia già debole come la nostra rappresenta un costo molto difficile da sostenere.
Preservare l’economia reale
La priorità numero uno deve, dunque, essere quella di mettere le attività nelle condizioni di continuare il più possibile a produrre (o comunque di riprendere a farlo il prima possibile) nel rispetto delle norme di sicurezza. Nel sopracitato articolo, gli autori propongono una serie di iniziative utili a ottenere tale obiettivo: dalla sanificazione dei luoghi di lavoro alle modifiche della turnazione (in modo da distribuire il lavoro su un arco temporale maggiore), dalla riorganizzazione degli spazi interni (per aumentare la distanza tra i lavoratori) all’effettuazione di screening sanitari all’ingresso e all’uscita (così da individuare i possibili asintomatici). Certo, si tratta di un enorme sforzo organizzativo, ma è necessario ricordare che ogni giorno di produzione guadagnata si traduce in un costo inferiore per la nostra economia.
Un tale approccio non può che essere accompagnato da una drastica riduzione dei molti vincoli inutili che l’eccesso di regolamentazione ha fatto gravare sulle nostre imprese. A questo proposito, è illuminante un passaggio della lettera di Alberto Mingardi al Foglio: «In punta di piedi, il fissato liberista fa osservare che là dove bisogna “fare presto”, le autorità stanno facendo di tutto per abbandonare quel “vincolismo” che in altri tempi le ha rese tanto fiere: si snelliscono i protocolli dell’Aifa, si producono mascherine anche al di fuori degli standard, si riqualificano aree ed edifici per farne ospedali da battaglia senza curarsi delle liturgie della pianificazione urbanistica. Si pensa, cioè, che chi ha voglia di fare qualcosa vada incoraggiato e considerato con favore, senza asfissiarlo di norme e adempimenti. È così che il fissato liberista vorrebbe che, anche in tempo di pace, funzionasse il rapporto tra stato e produttori». Come ha fatto notare Carlo Stagnaro nel suo paper “L’economia digitale ai tempi del coronavirus”, la riduzione del vincolismo dovrebbe riguardare soprattutto quel campo (negli ultimi anni molto bistrattato) che oggi tanto preziosamente ci consente di sfruttare le tecnologie digitali per, ad esempio, ricevere il cibo a casa.
Draghi e le misure economiche
Quali dovrebbero essere, invece, gli interventi economici del governo? In un articolo pubblicato sul Financial Times, Mario Draghi ha scritto: «È ormai chiaro che la nostra reazione dovrà far leva su un aumento significativo del debito pubblico. La perdita di reddito a cui va incontro il settore privato – e l’indebitamento necessario per colmare il divario – dovrà prima o poi essere assorbita, interamente o in parte, dal bilancio dello stato. […] Le banche devono prestare rapidamente a costo zero alle aziende favorevoli a salvaguardare i posti di lavoro. E poiché in questo modo esse si trasformano in vettori degli interventi pubblici, il capitale necessario per portare a termine il loro compito sarà fornito dal governo, sottoforma di garanzie di stato su prestiti e scoperti aggiuntivi». Un tale massiccio programma di sostegno alla liquidità delle imprese deve essere accompagnato da due ulteriori interventi suggeriti da Alberto Mingardi in un suo articolo sul Sole24Ore intitolato “Per evitare il collasso economico dare subito liquidità alle aziende”: il primo è rafforzativo della proposta di Draghi e consiste nell’azzeramento della tassazione sui rendimenti dei prestiti alle imprese e nella concessione di significative deduzioni fiscali per i fondi che gli imprenditori faranno confluire in azienda; il secondo attiene invece alla credibilità del Paese e implica un forte impegno di lungo periodo sullo stato della finanza pubblica, a partire da misure simboliche come l’abolizione di Quota 100 (e, aggiungiamo noi, da una drastica revisione di tutta la spesa pubblica corrente).
Statalismo alla riscossa
Come abbiamo già avuto modo di ricordare in questo articolo, le emergenze possono essere fonte di pericoli per l’ordine liberale, soprattutto a causa della tendenza a rendere permanenti misure introdotte al fine di fronteggiare temporaneamente le conseguenze di breve periodo della crisi. Sono bastate poche settimane per fornirci più di un esempio. Sia Vincenzo Visco che Fabrizio Onida hanno lanciato l’idea di introdurre una patrimoniale utile per mobilitare il risparmio privato e metterlo al servizio della ripresa: la possibilità di ritrovarci, alla fine di questa emergenza, con più tasse (in particolare sugli immobili) non è un’ipotesi così peregrina. Anche le parole, messe nero su bianco in un articolo per Repubblica, del consigliere economico di Palazzo Chigi Mariana Mazzucato (già nota agli amici de L’Asino di Buridano per la sua teoria secondo cui lo stato avrebbe inventato internet, di cui si parla in questo video) fanno capire chiaramente che per alcuni intellettuali il coronavirus è solo la scusa per riformare secondo i propri desiderata il sistema capitalistico e plasmare i mercati: salviamo oggi le imprese, per far loro fare quel che vogliamo noi domani. Certe toppe potrebbero essere ben peggiori del buco.
Il ruolo dell’Europa
In questi giorni si sta discutendo molto anche dell’esigenza che l’Unione Europea faccia la sua parte nella gestione di questa emergenza, come d’altra parte abbiamo scritto anche noi qui, sottolineando la necessità di una risposta europea omogenea. L’opinione pubblica e la politica stanno rivolgendo la propria attenzione a due temi, ossia gli Eurobond (o i Coronabond) e il Meccanismo Europeo di Stabilità: ne parliamo in questo articolo.