Un nuovo ruolo in Europa per i paesi “frugali”?

Un nuovo ruolo in Europa per i paesi frugaliDurante le negoziazioni che hanno portato all’adozione del Next Generation EU sono emerse le posizioni di quelli che nel dibattito pubblico sono stati definiti “i paesi frugali”. Si tratta di un gruppo composto da quattro Stati, precisamente Olanda, Danimarca, Svezia e Austria, ai quali lo scorso anno si è aggiunta la Finlandia, noti per le loro idee piuttosto restrittive in tema di politiche fiscali, per la difesa dei cosiddetti rebates (ossia i meccanismi di correzione dei contributi al bilancio dell’UE a favore di determinati paesi istituiti dal Consiglio di Fontainebleau del 1984) e per l’opposizione agli schemi di redistribuzione e di debito comune europei.
Infatti, i paesi frugali, che sono spesso indicati come eredi della Nuova Lega Anseatica (una formazione nata dopo la Brexit tra alcuni Stati membri sulla base di determinati obiettivi e valori condivisi) scontano una pessima fama, soprattutto in Italia. Questi, anche in seguito alle aspre contrapposizioni nei negoziati europei di luglio, sono stati additati quali elementi di frizione per il processo di integrazione europea. In realtà, partendo da una prospettiva più obiettiva, le cose non stanno esattamente così. Al contrario, i frugali possono potenzialmente ricoprire un prezioso ruolo guida per il motore europeo, in particolare quali strenui difensori di una sana gestione finanziaria e dei principi democratici.
Anzitutto, a dispetto dell’appellativo e come testimonia un sondaggio condotto da Susi Dennison e Pawel Zerka per lo European Council of Foreign Relations del novembre 2020, le preoccupazioni dei cittadini dei paesi frugali sono collegati anzitutto alla gestione dei fondi: solo il 20% degli intervistati in Austria è preoccupata dall’ammontare del bilancio dell’UE, mentre il 48% lo è per i rischi di sprechi e corruzione; in Olanda, tale rapporto è di 24% a 38%; anche i numeri degli altri paesi frugali sono molto simili a quelli rilevati dai sondaggi in Germania, Francia e Polonia. In generale, i cittadini di questi paesi temono che l’influenza dei loro governi sulle decisioni dell’UE stia diminuendo e così anche la capacità di contrastare i malfunzionamenti che si verificheranno nell’attuazione del bilancio pluriennale.
Non solo, anche la popolarità dell’Unione europea ha subito una evidente flessione all’interno di questi Stati membri, che si è acuita come conseguenza degli scarsi risultatati raggiunti in merito alla questione dello Stato di diritto. Si deve ricordare, infatti, che è stato proprio il Premier olandese Rutte ad assumere la posizione più intransigente (supportata poi anche dagli altri paesi frugali) nei confronti dei veti di Polonia e Ungheria, che erano intenzionate a bloccare il collegamento tra meccanismi di condizionalità dello Stato di diritto e bilancio pluriennale europeo.
In ogni caso, è evidente che lo stesso Next Generation EU costituisca una importante opportunità per i paesi frugali al fine di recuperare un ruolo propositivo e, allo stesso tempo, capace di influenzare l’UE dall’interno. A questo proposito, come sottolinea lo stesso rapporto dello ECFR, essi dovrebbero evitare di “cadere nella trappola britannica di incolpare Bruxelles” e “riformulare sé stessi”. È altrettanto chiaro che questa eventualità dipenderà, da un lato, dalle scelte dei leader dei paesi frugali e, dall’altro, dalla capacità di inclusione dell’Unione Europea e dai progressi della stessa.
Per quanto riguarda il primo punto, è quindi necessario che l’azione dei governi dei paesi frugali si concretizzi in una partecipazione attiva all’integrazione europea piuttosto che in sterili proteste, che spesso assumono la forma di retorica elettorale. Fino ad ora, però, i segnali non sono stati troppo incoraggianti: i paesi frugali non hanno avuto alcun ruolo particolare nella definizione del meccanismo di condizionalità dello Stato di diritto (che è un’iniziativa del Parlamento Europeo); essi non si sono resi protagonisti nel supportare le procedure pendenti nei confronti di Polonia e Ungheria e non si sono mai rivolti alla Corte di Giustizia dell’UE; infine, a proposito di lotta alla corruzione, hanno dimostrato uno scarso interesse nei confronti dello strumento della Procura Europea (Svezia e Danimarca non sono nemmeno parti dell’istituzione nata nel 2017).
Per colmare il vuoto ideologico lasciato dalla Gran Bretagna e quello derivante dalla scomparsa di un vero contrappeso “nordico” alla nuova versione dell’asse franco-tedesco, i paesi frugali dovrebbero quindi ritrovare una posizione più partecipativa e, a differenza però di quella britannica, più comunitaria. Questo discorso vale soprattutto per l’Olanda, storico paese fondatore e partecipante a pieno titolo a tutti i pilastri dell’integrazione, ma allo stesso tempo da sempre intrappolato in una perenne indecisione verso l’UE.
Come si accennava, un auspicato risvolto positivo dipenderà anche dalla capacità dell’UE di creare un ambiente credibile e coeso, anzitutto scongiurando i rischi di uno scontro tra paesi meridionali e paesi nordici sulle questioni legate alla gestione delle risorse. In particolare, come ha scritto Mark Leonard, Berlino e Parigi hanno una responsabilità particolare in questo senso. La scarsa sensibilità del format franco-tedesco, si pensi all’insistenza sui cosiddetti “momenti hamiltoniani” e al controverso compromesso raggiunto dalla Merkel sullo Stato di diritto, ha contribuito ad alimentare quella percezione di impotenza e di assenza di controllo sugli affari europei ora molto presente nei paesi frugali. È quindi necessario un maggiore coinvolgimento, che si potrebbe realizzare anche nell’ambito del NGEU con collaborazioni ambiziose in settori molto cari ai frugali come ambiente e digitale (in realtà, un altro esempio è dato dalla stretta partnership che già lega Olanda e Germania nel settore della difesa).
Sarebbe opportuno, in definitiva, uno sforzo condiviso e mutuamente vantaggioso: il supporto dei paesi frugali è fondamentale per rafforzare un’integrazione coerente con i principi e valori cardine dell’UE, che sono alle volte meno popolari in altri Stati membri, e quindi per svolgere un vero e proprio ruolo di contrappeso all’interno del blocco. Ciò però è anche legato alla capacità dell’Unione e dei suoi maggiori decisori di permettere che i cittadini dei paesi frugali tornino (o inizino) a sentirsi protagonisti capaci di influenzare in modo tangibile le politiche dell’UE in un momento storico così decisivo.

Per le politiche attive serve discontinuità.

Discontinuità. È uno dei vocaboli più in voga da quanto Mario Draghi è stato eletto Presidente del Consiglio dei Ministri. Ma dove è maggiormente necessario che l’esecutivo apporti un cambio di passo? Siamo sicuri che Di Maio e Tridico non saranno d’accordo con noi, ma la discontinuità dell’agenda Draghi non può che partire dal Reddito di cittadinanza. Perché no, “NON abbiamo abolito la povertà”, e quando il divieto dei licenziamenti verrà sospeso rischiamo di trovarci di fronte a una vera è propria bomba sociale. Ma in fondo la parola “discontinuità” rischia di essere riduttiva, laddove è invece necessario un reale cambio di paradigma, il quale non può che avvenire tramite l’adozione di politiche pubbliche la cui concezione è diametralmente opposta a quelle precedenti. Per questo il Reddito di cittadinanza così come concepito dai discepoli di Rousseau dovrà fare spazio alle Politiche attive per il lavoro.
Il Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR), affronta il tema delle Politiche attive del lavoro all’interno della prima componente della missione 5 “Inclusione e Sociale”, a cui vengono allocati 27,63 miliardi. Alla prima componente, la quale è appunto intitolata “Politiche attive del lavoro e sostegno all’occupazione” beneficerà di 7,5 miliardi, articolandosi in quattro pilastri: politiche attive del lavoro e formazione; piano nuove competenze, apprendistato duale, sostegno all’imprenditoria femminile. Il contenuto dei pilastri è in primo luogo esplicativo della volontà di non focalizzarsi esclusivamente sui disoccupati, ma di sviluppare altresì un sistema permanente di formazione, il quale dovrà giocare un ruolo fondamentale per assicurare la transizione di parte della forza lavoro nei settori che garantiranno una maggiore occupabilità – ad oggi solo il 41% della popolazione adulta partecipa a percorsi di formazione –. Viene a tal proposito confermato il Fondo nuove competenze istituito dal decreto Rilancio, nel contesto del quale le organizzazioni sindacali continuano però a ritenere la facoltà di pattuire accordi collettivi con le aziende al fine di rimodulare l’orario di lavoro dei dipendenti al fine di intraprendere attività di formazione. Sono altresì da accogliere positivamente la volontà di rafforzare la formazione terziaria non accademica, nonché l’allocazione di fondi per il cosiddetto apprendimento duale, il quale, sulla base dell’esperienza tedesca, ambisce a complementare la formazione professionale con percorsi sul posto di lavoro.
I sopracitati obiettivi verranno perseguiti rafforzando i centri per l’impiego e affidando al “nuovo” Programma nazionale Garanzia di occupabilità dei lavoratori (GOL) la presa in carico dei disoccupati e delle persone in transizione occupazionale, nonché la profilazione per i servizi al lavoro e per la formazione. Il virgolettato sottende in realtà una tendenziale mancanza di discontinuità, in quanto le misure di rafforzamento dell’occupabilità erano già previste dalla disciplina esistente, esplicandosi nella presa in carico del disoccupato da parte dei centri per l’impiego, il bilancio delle competenze e dell’orientamento professionale, e l’avviamento ai percorsi formativi. Ma per apportare un reale cambio di passo, nel nome della discontinuità, servirà spingersi ben oltre la mera enumerazione di obiettivi, ovvero al timido annuncio della creazione di reti territoriali di servizi di formazione e lavoro tramite partenariati pubblico-privato in forma di “industry accademy”.
La parola d’ordine sarà dunque flessibilità. Se ANPAL ha sino ad oggi dimostrato di non poter garantire quel ruolo di indirizzo, coordinamento e monitoraggio all’interno di un panorama costellato da modelli fra loro differenti, risulta dunque evidente la necessità di delineare un differente modus operandi, il quale dovrà per forza di cose riuscire a conciliare le diverse esigenze regionali. La necessità più impellente è senza dubbio quella di valutare la capacità dei centri per l’impiego di condurre le attività di profilazione per i servizi al lavoro e alla formazione. Abbandonare il tabù dell’esternalizzazione dei servizi per l’impiego potrebbe contribuire ad efficientare tale processo, limitando al soggetto pubblico il compito di garantire la collaborazione tra i diversi providers su scala regionale, e la creazione di un sistema informativo unitario. Sul fronte dell’erogazione dei servizi al lavoro e alla formazione, l’esperienza tedesca insegna che un effettivo coinvolgimento delle parti sociali – e in primo luogo delle Camere di Commercio le quali rappresentano il vero punto di contatto con le dinamiche produttive su scala regionale e locale, e le associazioni dei datori di lavoro – nella definizione dei curricula e degli standard formativi, nonché nella valutazione ex post della qualità dei servizi erogati, permette di far fronte al disallineamento di competenze e fabbisogni delle imprese, il quale si sta ulteriormente esacerbando in questa fase alla luce del rapido sviluppo tecnologico che alcune realtà produttive sono state costrette ad inglobare all’interno dei rispettivi processi aziendali. La stessa volontà di favorire i percorsi di apprendimento duale necessità di un approccio maggiormente flessibile all’interno del mercato del lavoro, in stretta collaborazione con il pilastro relativo al piano per le nuove competenze. La predisposizione di rigidi accordi collettivi tra i sindacati e aziende al fine di rimodulare l’orario di lavoro dei dipendenti per intraprendere percorsi formativi rischia di ostacolare la possibilità dei soggetti che prendono parte ai percorsi di apprendimento duale di essere pienamente coinvolti nella fase di apprendimento sul posto di lavoro. Anche in questo caso il modello tedesco fornisce dei preziosi spunti di riflessione tramite flessibili meccanismi di job rotation per mezzo del quale i dipendenti che intraprendono attività di formazione per il rinnovo delle proprie competenze, cedono momentaneamente il posto agli individui che beneficiano dei servizi alla formazione e del programma di apprendimento duale.
Al fine, dunque, di trasformare i sopracitati obiettivi in azioni concrete, ovvero di garantire che lo stanziamento di ingenti risorse produca effetti tangibili, l’esecutivo dovrà focalizzarsi sulla governance delle politiche attive del lavoro, garantendo che la catena decisionale sia in contatto con le realtà produttive al fine di assicurare un efficace interconnessione dei quattro pilastri della componente “Politiche attive del lavoro e sostegno all’occupazione”.

Un approccio liberale al Recovery Fund.

Un approccio liberale al recoveryIl Recovery Fund (di cui abbiamo scritto una breve guida introduttiva che potete leggere qui) può rappresentare una grande opportunità per l’Italia, ma allo stesso tempo un cappio attorno al collo di un paese che da tempo pare destinato ad un lento ma inevitabile declino: basti pensare che uno dei più importanti e tangibili vantaggi derivanti dall’ingresso nella moneta unica all’inizio degli Anni Duemila, ossia la drastica riduzione dei tassi di interesse sul debito pagati dal nostro paese (il cosiddetto “dividendo dell’euro”), divenne l’occasione per i governi italiani di aumentare la spesa pubblica corrente anziché rimettere in ordine i conti pubblici ed avviare quelle riforme indispensabili per rilanciare la produttività (negli stessi anni, la Germania adottava l’Agenda 2010, l’ampio pacchetto di riforme che permise a quello che da alcuni anni era considerato il “malato d’Europa” di diventare la “locomotiva d’Europa”). Su un totale di circa 200 miliardi destinati all’Italia, più di 100 sono rappresentati da prestiti e dovranno quindi essere restituiti nel corso di prossimi decenni. Affinché, dunque, il Next Generation non diventi un nuovo peso sulle spalle delle future generazioni, ma piuttosto la scintilla che inneschi il rilancio italiano, è necessario che tali fondi vengano impiegati in riforme utili ad aumentare il potenziale di crescita del nostro paese.

Il motore della libertà
A questo punto è necessario domandarsi se esistano politiche in grado di centrare tale obiettivo. Nell’ultimo “Index of Economic Freedom”, la Heritage Foundation ricorda che gli stati, in qualsiasi fase di sviluppo si trovino, possono alimentare il proprio dinamismo economico adottando politiche che incoraggino una maggiore imprenditorialità, conferendo agli individui e alle imprese maggior libertà d’azione. In particolare, un più elevato grado di libertà economica è associato a: (1) Un maggior livello di PIL pro capite: la media per i paesi classificati come “liberi” è pari a 71.576 dollari, contro i 6.834 dei paesi “prevalentemente non liberi”. (2) Una maggior crescita economica: indipendentemente dall’orizzonte temporale considerato (25, 15 o 5 anni), vi è una relazione positiva tra variazioni del livello di libertà economica e variazioni nella crescita del Pil pro capite. (3) Un maggior dinamismo imprenditoriale: vi è una forte correlazione tra libertà economica e densità di nuove imprese, ossia il numero di società create ex novo ogni 1.000 persone in età lavorativa. Va inoltre sottolineato, a favore dei critici preoccupati dai presunti effetti collaterali del libero mercato, che una maggiore libertà economica si associa altresì ad un minor tasso di povertà e ad una miglior prestazione nel “Environmental Protection Index” dell’Università di Yale, due temi al centro dell’azione del Governo italiano e della Commissione Europa.

La libertà economica in Italia
Come sta l’Italia in termini di libertà economica? Non bene: l’ultimo report posiziona l’Italia al 69° posto in classifica con un punteggio di 64.9, ben lontana dai migliori paesi europei come Irlanda (5° posto con un punteggio di 81.4), Regno Unito (7° posto con un punteggio di 78.4) ed Estonia (8° posto con un punteggio di 78.2) e al di sotto della Germania (29° posto con un punteggio di 72.5) e persino della statalista Francia (64° posto con un punteggio di 65.7). Guardando ai singoli indicatori che compongono l’indice, è possibile verificare i settori in cui il nostro paese è più debole: la tabella, che confronta la performance dell’Italia con quella del miglior paese dell’Unione Europea per ogni singolo settore, ci evidenzia i forti ritardi sui temi della “rule of law” (in particolare efficienza della giustizia e pervasività della corruzione), delle dimensioni dell’intervento governativo nell’economia (pressione fiscale, spesa pubblica e stabilità dei conti pubblici) e delle regolamentazioni che limitano la libertà di impresa e il mercato del lavoro; gli unici settori in cui l’Italia resta al passo dei migliori sono quelli su cui si fa sentire l’influenza di Bruxelles (il punteggio relativo alla libertà di commercio, ad esempio, è lo stesso per tutti i paesi aderenti al mercato unico).

LIBERTà
Pare dunque evidente quale debba essere la strada da perseguire. Non servono ulteriori interventi diretti dello Stato nell’economia, quanto la necessità di utilizzare le risorse a disposizione per implementare quelle riforme finalizzate a creare maggiori margini di libertà per imprese e famiglie. La riforma della giustizia (non intesa come un semplice incremento delle piante organiche dei tribunali), la lotta alla corruzione (che prolifera laddove la burocrazia la rende un inevitabile strumento per accelerare le pratiche od ottenere favori dal pianificatore pubblico), la riforma del fisco (tesa non solo a ridurre la pressione fiscale, ma anche a semplificare e rendere maggiormente trasparente il sistema), il taglio della spesa pubblica corrente (necessario per finanziare la sforbiciata alle tasse di cui sopra, oltre che per rimettere i conti pubblici su un percorso di sostenibilità) e la riforma del mercato del lavoro (finalizzata in particolare a decentrare la contrattazione salariale e a rendere le remunerazioni maggiormente dipendenti dalle dinamiche della produttività): queste devono essere le priorità del governo, che invece negli anni ci ha abituato – salvo rarissime occasioni – all’approccio opposto di stampo dirigista e statalista.

La valutazione delle politiche
C’è infine un ultimo aspetto che deve essere considerato nell’affrontare il tema di un approccio liberale al Recovery Fund: come ha scritto Elisa Serafini nel suo libro “Fuori dal Comune”, «ciò che oggi viene utilizzato come principio di sostegno a una proposta è la sola intenzione. Se l’intenzione è considerata buona, […] allora va tutto bene. Il problema è che le politiche pubbliche non dovrebbero essere basate sulle sole intenzioni: possono essere più che nobili, ma portano a delle conseguenze». È dunque necessario adottare la soluzione recentemente proposta, con riferimento al Next Generation Eu, da Carlo Stagnaro e Guglielmo Barone in un loro articolo su “lavoce.info”: rendere trasparenti e facilmente accessibili i dati affinché ricercatori (accademici e non) in concorrenza tra di loro possano valutare l’efficacia delle riforme adottate (ossia «misurarne l’impatto causale, ovvero la differenza tra il valore della variabile di interesse dopo l’intervento di politica economica e il valore che la stessa variabile avrebbe assunto senza quell’intervento»); intervenire in corso d’opera per migliorare ciò che si sta facendo, anche in considerazione del fatto che i fondi europei non saranno erogati in un’unica soluzione ma a tranche condizionate al raggiungimento di obiettivi specifici, sarebbe il modo migliore per evitare l’ennesimo sperpero dello Stato italiano a danno delle future generazioni.

Breve guida introduttiva al Recovery Fund.

Breve guida introduttiva al RFIl tema del Recovery Fund si appresta ad essere tra i più importanti di tutta l’agenda europea dell’anno corrente. Tradotto in lingua italiana con il termine “Fondo di recupero”, esso è uno dei più noti e discussi strumenti europei ideato per porre un freno alla crisi economica generata dal Sars-CoV-2. Per meglio comprenderne la genesi, nonché i meccanismi di funzionamento, occorre fare un passo indietro.
Primavera 2020. Stretti tra chiusure e pesanti restrizioni imposte dalla malattia pandemica, i Paesi della Ue si ritrovano a fare i conti con una nuova crisi, che da sanitaria muta presto in economica. L’Unione non perde tempo e corre subito ai ripari, dimostrando un forte spirito di adattamento – alla luce della nuova situazione – nell’applicare con flessibilità la normativa inerente al bilancio. Inizialmente si pensa allo stanziamento di un fondo emergenziale di 540 miliardi di euro, sperando in una rapida quanto definitiva scomparsa del virus. Non passa molto prima che ci si renda conto della vitale importanza di una soluzione più articolata e duratura nel lungo periodo. Si arriva così alla presentazione, nel maggio dello scorso anno, di un vero e proprio Piano per la ripresa dell’Ue, che trova però una prima intesa solo dopo tre mesi. A luglio, infatti, i vertici dell’Unione concordano un piano economico per la ripresa – a titolo provvisorio – di ben 2.364,3 miliardi di euro. Dopo una nuova ed estenuante trattativa tra i Paesi membri, a dicembre arriva l’intesa. In seguito al voto favorevole del Parlamento e all’adozione da parte del Consiglio dell’Ue – rispettivamente in data 9 ed 11 febbraio 2021 – del relativo regolamento, viene ufficialmente approvato il Piano economico per la ripresa. Esso viene così strutturato: i sopracitati 540 miliardi del pacchetto inizialmente previsto quale sostegno alle imprese e ai lavoratori dei Paesi membri più colpiti; 1.074,3 miliardi del quadro finanziario pluriennale; 750 miliardi di un piano denominato “Next Generation EU”. Questo fondo di 750 miliardi – di cui 360 sotto forma di prestiti e 390 di sovvenzioni – finanziato quasi esclusivamente con l’emissione di titoli sui mercati per opera della Commissione europea, ha come obiettivi principali la ripresa economica degli Stati membri e il sostegno agli investimenti privati.
Lo strumento maggiormente incisivo del NGEU è costituito, per l’appunto, dal cosiddetto “Recovery and Resilience Facility”, o, più semplicemente: Recovery Fund. Esso è infatti il più corposo dei sette programmi di cui si compone Next Generation EU, ed è composto da 672,5 miliardi di euro, così ripartiti: 360 miliardi in prestiti e 312,5 in sovvenzioni. Riguardo a queste ultime, il 70% dovrà essere impiegato nel biennio 2021-22 nel rispetto di alcuni specifici criteri e parametri (tasso di disoccupazione nel periodo 2015-19; inverso del Pil pro capite; quota di popolazione). Il 30% dovrà di contro essere impiegato entro il termine del 2023, sempre nel rispetto di specifici criteri (calo del Pil reale nell’anno 2020; calo del Pil reale nel biennio 2020-21; inverso del Pil pro capite; quota di popolazione). Inoltre, ogni singolo Stato membro dovrà redigere e consegnare – entro la fine di aprile dell’anno corrente – un Piano nazionale personalizzato all’interno del quale definire la propria agenda per il periodo 2021-2023. Questi Piani saranno successivamente esaminati dalla Commissione europea. Per poter superare il controllo finale del Consiglio dietro proposta della Commissione, e sbloccare i relativi fondi, essi dovranno avere specifiche peculiarità: adozione di una linea d’azione coerente con le raccomandazioni dell’Ue, impegno costante nella creazione di posti di lavoro, attenzione all’ambito socioeconomico e alla transizione ecologica e digitale.
Per quanto riguarda l’Italia, ad oggi il Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) consta di 6 pilastri, dette anche macromissioni o aree di investimento: digitalizzazione/innovazione/competitività – cultura; rivoluzione verde e transizione ecologica; infrastrutture per la mobilità sostenibile; istruzione e ricerca; inclusione e sociale; salute. Dopo la consegna del suddetto Piano, in caso di approvazione, i Paesi Ue otterranno subito (a partire dal secondo semestre del 2021) il 13% della cifra loro spettante. Il rimanente sarà loro erogato con cadenza semestrale, sempre e comunque sulla base valutativa della Commissione per ciò che concerne gli obiettivi elencati e previsti all’interno del Piano stesso.
Tuttavia, il processo che ha prodotto quanto esposto sin qui non è stato privo di imprevisti e neppure di opposizioni. Alcuni Paesi membri dell’Ue, infatti, dimostrano tuttora molto scetticismo nei confronti del Recovery Fund, soprattutto per quanto riguarda il modo in cui i fondi erogati saranno spesi. Come ben evidenziato in un recente sondaggio del Consiglio europeo per le relazioni estere (ECFR), questi Stati temono lo spreco di risorse e il rischio corruzione ad esse legato molto più di quanto non temano l’ammontare del bilancio dell’intera Unione. Susi Dennison e Pawel Zerka, autori del rapporto, hanno ben dimostrato come alcuni Paesi Ue, detti “frugali”, non siano per nulla convinti del grado di affidabilità dei maggiori beneficiari del Fondo di recupero. Per Austria, Finlandia, Svezia, Danimarca e Paesi Bassi, alla paura di perdere peso politico in seno all’Unione si aggiungono lo spettro di un colossale spreco di denaro nonché il timore di una fraudolenta spartizione delle risorse economiche. Il rapporto dei due studiosi indica che questi malumori e paure rischiano di condurre l’intera Ue nella direzione opposta a quella della reciproca collaborazione, specialmente in un momento di grande difficoltà generale, da cui nessuno Stato membro è risparmiato. Ci sono due differenti modi di interpretare le difficoltà: limitarsi a vederle come tali oppure leggerle come opportunità. È quello che i cosiddetti frugali sono chiamati a fare, ovvero intravedere nel Recovery Fund la chance di riprogrammare il proprio ruolo europeo, ponendosi come nuove guide potenziali dell’Unione e facendosi ancor più sostenitori di quei principi che – a loro detta – gli altri Stati non stanno più considerando: democrazia, lotta alla corruzione, sicurezza, difesa dei valori dello Stato di diritto. La ferita inferta dalla “Brexit” non si è ancora rimarginata. In un contesto perennemente emergenziale, il Recovery Fund, sia pure non perfetto e con limiti, può essere quella svolta liberale tanto auspicata e di cui l’intera Unione europea ha bisogno, forse ora più che mai.

Capire la crisi per poterla affrontare.

Comprendere la crisi per affrontarlaCapita frequentemente, in questi giorni, di interrogarsi su quello che sarà il futuro dell’economia reale nei prossimi mesi. Così come accade sovente che i politici forniscano le proprie ricette, le quali spesso menzionano la necessità di sostenere e alimentare la domanda – riferendosi tendenzialmente alla domanda interna –. Tale dibattito ha in realtà il pregio di sollevare un quesito fondamentale: la diffusione del COVID-19, e il lockdown imposto al fine di contrastare la riproduzione epidemica del virus hanno generato uno shock di domanda o uno shock di offerta? Comprendere la natura dello shock risulta infatti imprescindibile al fine di delineare le risposte che devono pervenire dalla politica, in quanto, di norma, uno shock di domanda introduce una spirale deflazionaria, mentre uno shock di offerta contribuisce a generare una situazione inflazionaria.
Uno studio condotto da Guerrieri, Lorenzoni, Straub e Werning ha teorizzato che ci troveremmo di fronte a uno shock atipico di offerta, il quale indurrebbe un ancor maggiore shock di domanda, nella misura in cui la domanda potrebbe reagire in modo eccessivo all’iniziale shock di offerta portando a una recessione carente della domanda (Keynesian supply shock). Questo accadrebbe a seguito del forte grado di interrelazione che contraddistingue le economie moderne. Intuitivamente, se i voli sono cancellati, vi è un minor bisogno di provvedere ad acquistare i bagagli, e di conseguenza questo influenzerebbe i redditi anche dei settori economici non direttamente colpiti, affievolendo dunque la loro propensione al consumo.
Sebbene essi affermino come un trasferimento diretto di liquidità a coloro che hanno perso il lavoro possa mitigare lo shock di domanda, hanno altresì posto in evidenza come le tradizionali politiche fiscali, e in particolare l’aumento della spesa pubblica, siano “less powerful in a pandemic shock”. Tale conclusione deriva dal fatto che il moltiplicatore keynesiano avrebbe un’entità minore rispetto a quella usuale, nella misura in cui l’intervento governativo potrebbe sostenere un incremento dei redditi esclusivamente nei settori non direttamente colpiti dall’emergenza – sottolineando altresì come i lavoratori dei settori direttamente colpiti abbiano, di norma, una maggiore propensione al consumo –.
Un secondo studio di Brinca, Duarte e Faria-e-Castro ha mostrato empiricamente come negli Stati Uniti, la riduzione dell’orario lavorativo nel settore privato, sebbene sia in parte dovuta a uno shock di domanda, derivi principalmente da uno shock di offerta. Per quanto restino valide le assunzioni dello studio precedentemente citato, anche in questo caso si evidenzia come l’utilizzo della spesa pubblica al fine di stimolare la domanda debba essere limitato a quei settori non direttamente colpiti dal lockdown e che hanno subito uno shock di domanda. In poche parole, lo studio incoraggia vivamente il governo statunitense a seguire un approccio scientifico nella determinazione delle proprie politiche fiscali volte a stimolare la domanda – l’esatto contrario dell’helicopter money dunque –, ribadendo anche in questo caso come sia necessario un intervento per mezzo di politiche di stabilizzazione.
La riduzione della domanda colpisce dunque i diversi settori seguendo modalità differenti – tenendo altresì in considerazione che, eccezion fatta per i beni complementari, è altresì probabile che si inneschino delle dinamiche tali da modificare le condotte di consumo degli individui, spostando la domanda in settori differenti –. Un aumento di liquidità non innescherebbe automaticamente un aumento dell’inflazione in presenza di un parallelo incremento della domanda di moneta. Incremento della domanda di moneta che nella prima fase dell’emergenza deriva tanto da ragioni squisitamente transattive, ovvero per scopi precauzionali a fronte dell’incertezza derivante tanto dal rischio che si ripresenti la necessità di un lockdown, quanto dagli effetti delle recenti restrizioni sull’economia reale.
Non può dirsi lo stesso invece per quanto potrebbe occorrere in futuro. Più soldi nelle tasche dei cittadini potrebbero portare a una riduzione dell’utilità marginale della liquidità aggiuntiva messa a disposizione degli stessi, potendo potenzialmente generare un incremento nel prezzo di beni e servizi. Tutto questo in presenza di un altamente probabile regime definibile di “offerta ridotta” derivante dalle restrizioni imposte a buona parte dei settori economici al fine di contrastare la riproduzione epidemica del virus. Considerato un dato livello di incremento di liquidità dunque, tanto maggiore è la decrescita della produzione, quanto maggiore potrebbe essere la riduzione del potere di acquisto – Michael J. Hoffman, per il Ludwig von Mises Institute, sottolinea come potrebbe innescarsi altresì una spirale di riduzione della produttività –.
Per quanto riguarda la situazione interna all’Unione Europea, è difficile prevedere se a seguito di un eventuale aumento dei prezzi, la BCE deciderà di optare per una stretta monetaria. Ad ogni modo, a seguito dei recenti sviluppi concernenti il piano per la ripresa “Next Generation EU”, risulta evidente che emergeranno, all’interno dei singoli Stati membri, dibattiti circa le modalità con cui verranno utilizzati tali fondi per fronteggiare l’emergenza. Se si assume quanto si è in precedenza sostenuto, quale dovrebbe dunque essere la strategia del governo italiano?
Se si considera che la minore propensione al consumo deriva dalla riduzione degli stipendi, ma anche dai giustificati timori relativi alla possibilità di contrarre il virus, ovvero concernenti l’incertezza sugli sviluppi futuri tanto dal punto di vista economico, quanto dal punto di vista sanitario, è evidente come il primo intervento a rendersi necessario sia quello di intraprendere un percorso che inverta il trend nell’offerta, per mezzo di investimenti in sanità, e più nello specifico in relazione alla capacità di tracciamento della riproduzione epidemica, tali da permettere agli agenti economici di operare nella massima sicurezza – ricordiamoci che il governo italiano continua a temporeggiare in merito alla decisione di utilizzare i fondi derivanti dal MES –.
Alla luce del sopracitato regime di “offerta ridotta” saranno altresì necessari degli interventi mirati a consentire un aumento della produttività al fine di contrastare un potenziale incremento del prezzo di beni e servizi. Parallelamente, l’intervento pubblico di breve periodo dovrà indirizzarsi ai lavoratori rimasti senza impiego a causa della situazione emergenziale, per mezzo di erogazioni temporanee, ovvero di una sempre più probabile necessità di estensione del periodo di erogazione della cassa integrazione. Per quanto riguarda quest’ultima, considerando che sentiamo spesso parlare di “patto sociale”, non risulterebbe spregevole ipotizzare che tale erogazione sia subordinata alla partecipazione di corsi di formazione, che possano permettere alle imprese, per mezzo di una riqualificazione dei propri dipendenti, di rimodulare la propria offerta, indirizzandola a settori maggiormente produttivi.
La lista delle misure da prendersi è in realtà ben più lunga, e siamo sicuri che tra Stati Generali dell’Economia e sterili dibattiti sul MES, la politica ne stia discutendo ampiamente. Come cantava Lucio Battisti, lo scopriremo solo vivendo.

Dobbiamo rassegnarci ad avere “più Stato”?

Dobbiamo rassegnarci ad avere più statoLasciamo stare gli zoppi tentativi del governo di regolare le relazioni affettive dei cittadini. Abbiamo già avuto modo di criticare la sciagurata scelta di fissare un prezzo calmierato per le mascherine. Concentriamoci invece su quello che sarà il futuro che ci troveremo davanti. Due fattori suscitano una particolare preoccupazione: gli appelli volti a un ripensamento di quello che è il mondo del lavoro e delle relazioni sociali e Mariana Mazzucato. Le due cose sono tra di loro interconnesse.
Si parla spesso di dispositivi di protezione, smart working, ripensamento del modello scolastico, distanziamento sociale, razionalizzazione dei trasporti pubblici, e ingressi scaglionati al lavoro. In una situazione di incertezza su quelli che saranno gli sviluppi della riproduzione epidemica, ovvero della capacità di produrre un vaccino e dalla sua reale efficacia, la cautela deve essere per forza di cose massima. Stante il terribile impatto che questa pandemia ha avuto sulle vite di numerose famiglie italiane, e considerando che i tentacoli dell’italico leviatano afferrano e controllano la vasta maggioranza dei rapporti che contraddistinguono il tessuto economico del Paese – controllo che è altresì ovviamente sensibilmente accresciuto in questi mesi –le aspettative dei cittadini nei confronti delle decisioni del governo saranno per forza di cosa elevate, tanto per quel che concerne la capacità di far fronte alla crisi economica che ci troveremo di fronte, quanto quella di disciplinare e limitare il godimento degli spazi pubblici e lavorativi. La paura negli occhi delle persone, la perdita di cari e la terribile incertezza potrebbero originare un istinto di autodifesa che si esplica per mezzo dell’accettazione di un definitivo mutamento delle nostre vite.
Questo è quanto si è letto in queste settimane. Ma può tutto ciò essere sostenibile nel lungo periodo? Si pensi ai viaggi in aereo. Si stima che, a seguito di un aumento dei controlli e delle misure di distanziamento sociale, si profileranno attese di almeno quattro ore prima dell’imbarco, e che la paventata necessità di consentire ai voli di partire esclusivamente con la metà dei passeggeri implicherà un sensibile aumento dei prezzi dei biglietti che potrebbero arrivare a costare più di mille euro per voli interni all’Unione Europea. Ovviamente l’alternativa a un esponenziale aumento dei costi si configura in un drastico aumento dei sussidi statali alle compagnie aeree o in una loro nazionalizzazione. Scenario che si è in realtà già profilato in molti paesi europei, Italia inclusa – la differenza è che i soldi dei contribuenti tengono a galla Alitalia da molti, troppi anni –. Il settore aereo è solo un esempio dell’insostenibilità di tali misure nel lungo periodo, stante soprattutto la crescente domanda di sussidi che nascerà trasversalmente da ogni associazione di categoria. Se da un lato dobbiamo ammettere che siano necessarie determinate misure, dall’altro dobbiamo altresì assumere che la mannaia dello Stato calata sul mondo lavorativo può causare danni irreparabili. Obblighi indiscriminati di sanificazione, contingentamenti degli ingressi, distanziamenti tra lavoratori, hanno per forza di cose un impatto sui bilanci e sulla produttività delle aziende, alcune della quali potrebbero non sopravvivere.
In tutto questo, si inserisce la fantastica teoria dello Stato imprenditore della consulente del governo Mariana Mazzucato, ai sensi della quale sarebbe competenza del potere centrale distinguere tra attività economiche essenziali da finanziare, o nazionalizzare – il pensiero, in questo caso, non può che andare ad Alitalia – e altre da tassare maggiormente. Quindi abbiamo uno scenario in cui, da un lato, molte imprese sono costrette ad indebitarsi al fine di garantire la loro sopravvivenza – alcune di esse sono purtroppo destinate a chiudere i battenti – e indotte a cambiare radicalmente la propria organizzazione interna e i rapporti con la clientela, dall’altro, lo Stato sceglie chi merita di sopravvivere indipendentemente da quelle che sono le scelte e le preferenze dei consumatori delle quali esso non può essere a conoscenza – Alitalia docet –, così come non può comprendere come essi reagiranno alle regole imposte per la convivenza col virus.
La figura dello Stato pianificatore si è più volte dimostrata tanto fallimentare, quanto pericolosa. Anche un’associazione liberale e liberista come la nostra assume ed ammette la necessità di un intervento statale al fine di mettere a disposizione risorse e strumenti per permettere agli imprenditori di riprendere le rispettive attività – necessità che deriva altresì dal fatto che questa sospensione forzosa deriva da una legittima scelta governativa – e laddove possibile rafforzarsi al fine di poter competere con quelle imprese straniere che si sono trovate avvantaggiate in questa situazione. Qui deve però fermarsi il suo raggio di azione. La stessa regolamentazione e disciplina degli spazi lavorativi dovrà essere quanto più decentralizzata – controbilanciata ovviamente dalla possibilità di arginare immediatamente a livello locale la creazione di focolai –, limitandosi a fornire linee guida ed evidenze scientifiche. L’interesse nell’evitare la riproduzione di focolai giace infatti in primis nelle aziende. Come sosteneva Mises, «l’imprenditorialità è la forza trainante dei processi dinamici di interazione e scambio volontari che caratterizzano la vita nella società». È dunque da questo spirito di imprenditorialità – non dallo Stato imprenditore – che dovranno nascere le soluzioni affinché queste interazioni sociali si riproducano nella massima sicurezza. D’altronde, il libero mercato si sostanzia in un coordinamento delle diverse parti sociali nella misura in cui un’impresa può prosperare esclusivamente se è in grado di identificare e risolvere le problematiche e i bisogni della controparte e dei propri lavoratori. Risoluzione che può avvenire esclusivamente permettendo agli imprenditori di liberarsi dalle briglie burocratiche e fiscali così da adottare soluzioni innovative che garantiscano tanto la sicurezza dei cittadini e dei lavoratori, quanto la propria sopravvivenza, ovvero che consentano di non inficiare la produttività delle proprie attività con conseguenti ripercussioni sui consumatori, fatto salvo il caso in cui lo Stato decida appunto di intervenire per mezzo di sussidi che ci introdurrebbero in una spirale di debito alquanto pericolosa.

Cosa sappiamo dell’app “Immuni”.

Cosa sappiamo dell'app immuniScrivemmo in tempi non sospetti sulla necessità di prestare particolare attenzione a una tematica estremamente sensibile quale l’utilizzo della tecnologia finalizzato all’accompagnamento della cosiddetta fase 2 della “lotta al Covid-19”. Da allora, di acqua sotto i ponti ne è passata: le lodi alle strategie sudcoreane e israeliane (a titolo informativo, la Knesset ha da poco sospeso l’utilizzo della sorveglianza per mezzo delle celle telefoniche) e le grida di battaglia contro le “inutili fisime sulla privacy” dei convinti sostenitori del tracciamento sono state rimpiazzate – come era auspicabile che avvenisse – da un approccio più ponderato a una questione che non poteva evidentemente essere ricondotta a quelli che sono dei banali slogan. D’altronde, il diritto alla protezione dei dati personali è tutelato dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea e, sebbene il giudice europeo abbia più volte ribadito come tale protezione non si sostanzi in una prerogativa assoluta, è necessario ricordarci come esso sia sempre più interconnesso all’esercizio e al godimento degli altri diritti e delle altre libertà fondamentali (vedasi il caso Cambridge Analytica).
La scelta del Ministero dell’Innovazione è ricaduta su di un progetto la cui idea di fondo non si discosta da quanto auspicammo all’interno del nostro primo articolo dedicato a suddetta tematica. Arrivati a questo punto sono però necessarie ulteriori considerazioni e precisazioni.

Un modello decentralizzato
Sintetizzandone il funzionamento, l’applicazione scelta dal governo (Immuni) permetterà il tracciamento di prossimità (contact tracing) per mezzo del Bluetooth degli smartphone di coloro che se ne servono. Una soluzione dunque che si pone in antitesi con le dichiarazioni degli sloganisti, dal momento che non ha l’obiettivo di geolocalizzare gli individui per mezzo di un tracciamento continuo (eventualità che sarebbe invece perseguibile con un’applicazione che sfruttasse il GPS).
Il tracciamento di prossimità si sostanzia in una memorizzazione degli identificativi dei cellulari con il quale un dispositivo è venuto in contatto ravvicinato volta a inviare una notifica qualora un individuo sia entrato in contatto con una persona che è poi risultata positiva al Covid-19. Attenzione, a differenza di quanto sostenuto dal perennemente distratto Ministro Di Maio, la segnalazione è ovviamente successiva al contatto.
Laddove un soggetto che ha effettuato il download risultasse positivo, l’applicazione di un altro individuo che è entrato in contatto con il contagiato riconosce il codice identifico di quest’ultimo nella propria memoria e notifica l’utente. Il governo ha dunque optato per un modello decentralizzato che esclude de facto la possibilità che i dati vengano conservati su un server, centralizzato appunto, a cui potrebbero avere quindi accesso anche le autorità statali, le quali potrebbero effettuare il cosiddetto singling out, ovvero l’identificazione tanto dei contagiati quanto di coloro che sono entrati in contatto con questi – si ricordi che ai sensi della normativa dell’Unione è sufficiente la possibilità di individuare dei soggetti, e dunque non per forza di cose la conoscenza delle loro generalità, al fine di poter parlare di trattamento di dati personali –.  Si presti attenzione al fatto che, molte compagnie di advertising utilizzano i dispositivi Bluetooth al fine di intercettare gli individui, e dunque, laddove Immuni caricasse i dati su di un server centralizzato accessibile allo Stato, quest’ultimo potrebbe intrecciare questi identificativi con altri dati al fine di tracciare con una certa precisione i movimenti e le interazioni degli individui.
La scelta di un modello decentralizzato è dunque fondamentale tanto al fine di rispettare il principio di minimizzazione dei dati – imprescindibile alla luce dell’elevato valore commerciale dei dati sanitari –, quanto per consentire l’interoperabilità con le altre applicazioni e soprattutto con il sistema ideato da Google e Apple.

Demagogia del tracciamento
Avendo citato le due multinazionali statunitensi è giunto il momento di sfatare un altro mito. Abbiamo sentito e letto parecchie volte affermazioni come “ci facciamo geolocalizzare tutti i giorni da Google, Facebook e simili”. Bene, in primo luogo, si è già detto come Immuni non ha nulla a che vedere con la geolocalizzazione. In secondo luogo, se è vero che spesso i colossi del web effettuano attività di contact tracing e tentano di eseguire delle associazioni tra individui – si pensi per esempio a quanto fa Facebook per mezzo del riconoscimento facciale per quel che concerne le foto pubblicate dagli utenti –, dobbiamo però ricordarci che in questo caso stiamo parlando di dati che, ai sensi della normativa europea, sono considerati sensibili.
Dovremmo invece, in una certa misura, essere grati ad Apple e Google, in quanto la tempestività con cui essi hanno proposto una strategia di intervento, ovvero la crucialità dell’interoperabilità delle diverse applicazioni, ha di fatto evitato che il governo optasse per un modello centralizzato. La nostra non è una “semplice fisima sulla privacy” o “un’ingiustificata avversione nei confronti dello Stato”. Laddove per esempio Google e Apple avessero deciso di consentire ai governi centrali di raccogliere i dati degli utenti, tale eventualità sarebbe divenuta perseguibile in tutti i Paesi, compresi quelli autoritari. L’interoperabilità tra le diverse applicazioni sarà poi fondamentale al fine di una riapertura delle frontiere dell’Unione Europea e per tornare a godere pienamente dei benefici che derivano dalle 4 libertà fondamentali dell’ordinamento europeo, dando altresì linfa vitale a tutte le economie del Vecchio continente.

Volontarietà o coercizione?
Avendo parlato di modello decentralizzato è a questo punto necessaria un’altra precisazione. Lo Stato rimane ad ogni modo il titolare del trattamento, mentre il gestore dell’applicazione agirà in qualità di responsabile del trattamento. Saranno dunque riconducibili allo Stato tutti gli obblighi che gravano sul titolare ai sensi della normativa dell’Unione, compreso quello di condurre la valutazione d’impatto sulla protezione dei dati personali al fine di valutare e comunicare il rischio che potrà originare da tale trattamento per i diritti e le libertà fondamentali di coloro che utilizzano l’applicazione, ma non solo. Va ricordato che stiamo approcciando la fase 2 e che auspicabilmente dovrà altresì in un futuro non troppo lontano cessare lo stato di emergenza, e sarà dunque fondamentale che l’utilizzo di Immuni non divenga un pretesto al fine di inficiare l’esercizio e il godimento di altri diritti.
Questo esplica il motivo per cui, tanto il Garante europeo, quanto il Parlamento Europeo, hanno precisato che l’utilizzo di qualsiasi applicazione dovrà essere volontario e che il godimento di altre libertà costituzionalmente garantite non potrà essere subordinato al download di queste – si pensi per esempio alla libertà di circolazione, e a quanti auspicavano che Immuni fungesse anche da autocertificazione digitale –.
Si rende necessaria un’altra chiarificazione. Utilizzo volontario non implica che la base giuridica atta a legittimare il trattamento sia il consenso degli interessati. Se è vero che l’articolo 9 del GDPR permette il trattamento dei dati sensibili laddove l’interessato presti il proprio esplicito consenso, è parimenti vero che, considerando che ai sensi della normativa dell’Unione il consenso deve, tra le altre, sostanziarsi in una manifestazione di volontà liberamente espressa, risulta evidente come l’eventuale presenza di coercizioni laddove l’individuo non acconsenta al trattamento si ponga come un ostacolo alla validità del consenso. L’asimmetria di potere che contraddistingue le relazioni tra Stato e individui esacerba ulteriormente le criticità che deriverebbero dall’impossibilità di sottrarsi a suddette coercizioni. Ecco spiegato perché risulta fondamentale che la base giuridica giaccia nel contenuto dell’articolo 23 del GDPR, ovvero nell’adozione di misure legislative atte a limitare il godimento del diritto alla protezione dei dati personali.
Come specificato all’interno dello stesso regolamento, e come richiesto per qualsiasi restrizione di diritti e libertà costituzionalmente garantiti, le limitazioni devono risultare proporzionate e necessarie – la stessa valutazione d’impatto che lo Stato condurrà dovrà contenere una disamina di suddetti requisiti in relazione al trattamento posto in essere –. In parole molto povere, la strategia deve dimostrarsi essere la meno restrittiva e la più appropriata al raggiungimento dell’obiettivo prefissato.

Il trade-off tra sicurezza e libertà
Qual è dunque l’obiettivo perseguito dal governo? Il debellamento del virus? L’azzeramento dei contagi? Per buona pace degli sloganisti, niente di tutto ciò. È stato lo stesso Ministero dell’Innovazione ad affermare che Immuni non assicurerà l’interruzione della riproduzione epidemica, ma contribuirà in modo più o meno irrilevante a efficientare e velocizzare il tracciamento tradizionale degli infetti. Per onestà intellettuale si dovrebbe inoltre ammettere che la scelta di optare per un modello decentralizzato e di garantire la volontarietà nell’utilizzo dell’applicazione testimoniano, al netto della volontà di garantire la massima protezione dei dati personali, un certo pragmatismo. Le cosiddette “3 T” impongono che la fase successiva al tracciamento sia la conduzione di test su color che sono entrati in contatto con una persona che ha contratto il virus. È evidentemente utopistico ritenere che lo Stato possa essere in grado di effettuare tamponi a un elevatissimo numero di individui, considerando inoltre che Immuni non permetterà di registrare la qualità dei contatti tra gli individui, segnalando per esempio se essi indossavano mascherine o se erano per esempio all’interno delle rispettive automobili bloccati nel traffico.
Questo dibattito ci ha dunque riportato sul pianeta Terra. D’altronde, gli americani non sono stati i primi ad arrivare sulla Luna per mezzo di semplici slogan. Questa vicenda testimonia ancora una volta come lo Stato non deve, e ad ogni modo non può, avere la piena disponibilità e il pieno controllo sugli individui, e come le soluzioni più efficaci derivino sempre da scelte individuali per mezzo delle quali ognuno, agendo nel proprio interesse, tutela l’intera collettività (a prescindere dall’utilizzo o meno di un’applicazione come Immuni, è nell’interesse di ogni individuo evitare di contagiare le persone a lui più care).
La tecnologia, se è vero che può fornire un prezioso aiuto nel contenimento del virus, deve essere utilizzata con parsimonia ed esclusivamente in modo funzionale alla finalità perseguita. Non sarà possibile sconfiggere il Covid-19 per mezzo dell’utilizzo di Immuni, nemmeno se il fatidico 60% della popolazione decidesse di scaricarla (utopistico pensare che si possa arrivare a una tale percentuale in assenza di incentivi, i quali come detto si sostanzierebbero in realtà in coercizioni e restrizioni sul godimento di altre libertà). Fornirebbe di sicuro un prezioso ausilio, ma persisterebbero le lacune strutturali di sistema e l’impossibilità di comprendere la qualità dei contatti. Il rischio di generare un maggiore allarmismo è dunque alto. Ecco perché una comunicazione politica di qualità è imprescindibile in questa situazione. Una comunicazione politica che assuma i limiti insiti nell’utilizzo di tale tecnologia, e che rimarchi l’importanza e la maggiore efficienza dell’azione dei singoli individui. Parimenti sarà fondamentale che l’applicazione non fornisca esclusivamente messaggi automatizzati, permettendo invece ai singoli utenti di interagire con il personale sanitario.
Comunicare che, nel caso non si palesassero dei risultati ritenuti positivi, si renderebbero necessarie ulteriori restrizioni del diritto alla protezione dei dati personali, vorrebbe dire automaticamente assumere un mutamento nell’obiettivo perseguito dal governo sebbene qualsiasi strategia alternativa non permetterebbe comunque di sconfiggere il virus – e no, invocare il successo conseguito dalla Corea del Sud per mezzo di applicazioni che, a differenza di Immuni, consentono la geolocalizzazione tramite GPS sarebbe un’altra semplificazione della realtà, nella misura in cui tali informazioni venivano combinate con i controlli sulle carte di credito e le registrazioni delle telecamere a corto circuito –. Si assuma per esempio la possibilità di adottare un modello centralizzato, ovvero di preferire un’applicazione che geolocalizza gli individui. Cosa farebbe il governo in tal caso? Si attiverebbe per testare tutte le persone entrate in contatto con coloro che sono risultati positivi? Istituirebbe nuovamente delle zone rosse esclusivamente sulla base di un elevato numero di contatti tra contagiati e non senza al contempo poter registrare, come si è detto prima, la qualità dei contatti, ovvero poter conoscere quale fosse la percentuale degli immuni all’interno di questo ipotetico focolaio? Ancora, siamo nel campo dell’utopia. Un’errata comunicazione sulla necessità di limitare i diritti fondamentali degli individui causerebbe danni irreparabili nel lungo periodo. È infatti estremamente difficile regredire da regimi restrittivi delle libertà fondamentali laddove si fosse erroneamente ritenuto che tali abbiano giocato un ruolo nel raggiungimento dell’obiettivo prefissatosi – si pensi alle persistenti criticità concernenti le normative in materia di privacy statunitensi adottate successivamente all’11 settembre 2001.
Siamo una democrazia liberale, ricordiamocelo. Non giochiamo con i diritti degli individui, responsabilizziamoli, forniamogli un’informazione onesta e di qualità, e assumiamo la bontà dei singoli interessi individuali per il perseguimento del bene comune.

Quella lettera che abbiamo dimenticato.

Quella lettera che abbiamo dimenticatoLa settimana scorsa abbiamo pubblicato uno sfogo diretto verso i tantissimi politici, opinionisti e comuni cittadini indignati per il trattamento che la Germania e gli altri paesi del Nord Europa starebbero riservando all’Italia in questo momento di crisi, mancando di fornirle la solidarietà che – secondo i suddetti – sarebbe dovuta. Un episodio, ormai caduto nel dimenticatoio, è utile per capire come la responsabilità della situazione attuale sia da ricercare soprattutto nell’incapacità dell’Italia di sfruttare le occasioni che le vengono offerte e agire con lungimiranza: stiamo parlando della lettera della BCE dell’agosto 2011.
Nel pieno della crisi del debito sovrano e della tempesta finanziaria abbattutasi sui cosiddetti PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna), il governatore della Banca Centrale Europea Jean-Claude Trichet ed il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi (il quale non smetterà mai, durante tutto il suo successivo mandato a capo della BCE, di ricordare che al whatever it takes devono necessariamente accompagnarsi le riforme) firmano una lettera destinata al nostro governo per invitarlo ad adottare tempestivamente le misure necessarie a riformare il “sistema paese”, ad assicurare la sostenibilità delle finanze pubbliche e a placare la crisi di credibilità che rendeva impervio per l’Italia finanziarsi sui mercati.
Nella prima sezione della lettera, si indicano gli interventi necessari per accrescere il potenziale di crescita del nostro paese: l’aumento della concorrenza e della qualità dei servizi pubblici (da realizzare in particolare mediante radicali azioni di liberalizzazione e privatizzazioni su larga scala), il ridisegno dei sistemi regolativi e fiscali (così da sostenere la competitività delle imprese) e la riforma del mercato del lavoro (ossia rivedere il sistema di contrattazione salariale collettiva per permettere accordi a livello di impresa e le norme che regolano assunzioni e licenziamenti). Nella seconda parte, l’attenzione è rivolta ai conti pubblici e le indicazioni principali riguardano il taglio della spesa pubblica e la riforma del sistema pensionistico. Infine, la lettera si conclude con un invito a garantire una revisione della pubblica amministrazione, così da migliorarne l’efficienza e la capacità di assecondare le esigenze delle imprese.
Di tutto questo, poco o nulla è stato fatto (se non grazie alla Riforma Fornero e al Jobs Act), e quel poco è stato oggetto di contro-riforme da parte del Governo Conte-Salvini-DiMaio, responsabile dei deleteri Decreto Dignità e Quota 100. In un articolo pubblicato sul Foglio del 3 agosto 2019, Stefano Cingolani richiama il titolo di una celebre opera di Luigi Einaudi, “Prediche inutili”, e conclude: «Otto anni dopo [ora diventati quasi nove], le raccomandazioni della Banca Centrale Europea sono ancora inattuate. Prediche inutili? Ci vuole forse un’altra lettera o un’altra crisi da spread quando il debito italiano verrà di nuovo bocciato dai mercati, cioè dai risparmiatori che lo comprano?». La nuova crisi è arrivata e con lei il fondato timore che l’inevitabile incremento del debito pubblico possa rendere nuovamente l’Italia poco credibile agli occhi di chi deve prestarle denaro, e noi ci siamo fatti trovare impreparati. Ma, ovviamente, “è tutta colpa dell’Europa e della Germania”.

La cicala Italia e la formica Germania.

La cicala Italia e la formica Germania«In una calda estate, un’allegra cicala cantava sul ramo di un albero, mentre sotto di lei una lunga fila di formiche faticava per trasportare chicchi di grano. Fra una pausa e l’altra del canto, la cicala si rivolge alle formiche: “Ma perché lavorate tanto? Venite qui all’ombra a ripararvi dal sole, potremo cantare insieme!”. Ma le formiche, instancabili, senza fermarsi continuavano il loro lavoro: “Non possiamo! Dobbiamo preparare le provviste per l’inverno! Quando verrà il freddo e la neve coprirà la terra, non troveremo più niente da mangiare e solo se avremo le dispense piene potremo sopravvivere!”. “L’estate è ancora lunga e c’è tempo per fare provviste prima che arrivi l’inverno! Io preferisco cantare! Con questo sole e questo caldo è impossibile lavorare!”. Per tutta l’estate la cicala continuò a cantare e le formiche a lavorare. Ma i giorni passavano veloci, poi le settimane e i mesi. Arrivò l’autunno e gli alberi cominciarono a perdere le foglie e la cicala scese dall’albero ormai spoglio. Anche l’erba diventava sempre più gialla e rada. Una mattina la cicala si svegliò tutta infreddolita, mentre i campi erano coperti dalla prima brina. Il gelo bruciò il verde delle ultime foglie: era arrivato l’inverno. La cicala cominciò a vagare cibandosi di qualche gambo rinsecchito che spuntava ancora dal terreno duro e gelato. Venne la neve e la cicala non trovò più niente da mangiare: affamata e tremante di freddo, pensava con rimpianto al caldo e ai canti dell’estate. Una sera vide una lucina lontana e si avvicinò affondando nella neve: “Aprite! Aprite, per favore! Sto morendo di fame! Datemi qualcosa da mangiare!”. La finestra si aprì e la formica si affacciò: “Chi è? Chi è che bussa?”. “Sono io, la cicala! Ho fame, freddo e sono senza casa!”. “La cicala?! Ah! Mi ricordo di te! Cosa hai fatto durante l’estate, mentre noi faticavamo per prepararci all’inverno?”. “Io? Cantavo e riempivo del mio canto cielo e terra!”. “Hai cantato?” replicò la formica, “Adesso balla!”». La celebre favola di Esopo è la metafora più calzante per raccontare le trattative europee che si stanno svolgendo in questi giorni e le isteriche reazioni di molti politici italiani.
L’Italia è ovviamente la cicala, che per tanti anni ha cantato: ha cantato all’inizio del millennio quando, anziché sfruttare il “dividendo dell’Euro” (ossia il massiccio calo nella spesa per interessi sul debito conseguente all’introduzione della moneta unica) per fare le riforme, ha preferito usarlo per aumentare la spesa pubblica corrente; ha cantato negli anni post crisi del debito sovrano quando, alla possibilità di rimettere i conti in ordine offerta dalla flebile ripresa della crescita, ha opposto i bonus elettorali, i redditi di cittadinanza e le contro-riforme delle pensioni. Di contro, i paesi del Nord Europa (Germania in testa) sono le formiche: dopo l’unificazione il paese teutonico era considerato il “malato d’Europa” ma, mentre noi italiani cantavamo, ha intrapreso un piano di riforme (la cosiddetta Agenda 2010) che le ha permesso di trasformarsi nella “locomotiva d’Europa”; nel frattempo ha continuato, sia informalmente sia ufficialmente (le raccomandazioni annuali della Commissione Europea all’Italia sono lì a dimostrarlo), a spronarci a fare altrettanto. Abbiamo deciso di voltarci e non ascoltare.
Cosa chiede oggi la cicala Italia? Il punto in discussione non riguarda il poter spendere i nostri soldi quanto e come vogliamo: il Patto di Stabilità (da cui derivano i famigerati “vincoli europei”) è stato sospeso e il Presidente della Commissione Ursula Von Der Leyen ha dichiarato che i governi possono pompare nel sistema denaro finché serve. Il punto è che noi non abbiamo denaro da pompare perché lo abbiamo già speso e faremmo fatica ad indebitarci ulteriormente sul mercato perché lo stato delle nostre finanze pubbliche è già pericolante così; il tutto nonostante anni di inviti a sistemare le cose. Oggi chiediamo che i nostri partner europei, le formiche, firmino per noi una cambiale, “spendano” il credito e l’affidabilità duramente conquistati per garantire il nostro debito aggiuntivo; il tutto senza condizionalità, ossia lasciandoci liberi di utilizzare quei soldi come vogliamo, compresi i soliti sprechi. Voi prestereste soldi ad un conoscente rinomato per il suo vizio di giocare alle slot machine? Se la risposta è no – ed è molto probabile che sia così – allora pensateci due volte prima di prendervela con la Germania.
Sia chiaro: oggi l’Europa si trova dinnanzi ad una sfida cruciale e un passo avanti nell’integrazione, compresa la condivisione del rischio, è una soluzione opportuna per il presente e per il futuro; la rigidità dei paesi del Nord Europa potrebbe costare caro al progetto comunitario. Ma la solidarietà e la responsabilità viaggiano di pari passo: pretendere, anche con arroganza e vittimismo, è l’ultima cosa che siamo autorizzati a fare. E la lezione che deve essere imparata e ricordata bene quando ci troveremo nuovamente nella cabina elettorale è una sola: l’irresponsabilità si paga, sempre.

L’ennesima svolta autoritaria dell’Ungheria.

L'ennesima svolta autoritaria in UngheriaI recenti avvenimenti che riguardano l’Ungheria ricordano all’Unione Europea un’ulteriore problematica piuttosto imminente che – se mai ce ne fosse bisogno – va ad aggiungersi a quelle sanitaria ed economica. Difatti, la decisione del Premier ungherese Orbán di conferirsi pieni poteri (che a breve verrà approfondita) palesa la necessità da parte dell’UE di salvaguardare gli assetti democratici dei propri Stati Membri.
Con una maggioranza di 137 voti a favore e 57 contrari, ottenuta grazie al partito del Premier Fidesz (che, si pensi, a seguito delle contestate elezioni dell’8 aprile 2018 detiene ben 133 seggi sui 199 dell’Assemblea Nazionale, già ridotti rispetto ai 386 vigenti prima della riforma elettorale del 23 dicembre 2001, votata proprio durante i primi periodi del secondo governo Orbán) e ad alcuni voti provenienti dall’estrema destra, il Parlamento ungherese ha approvato la Legge di Autorizzazione per contrastare il Coronavirus. La legge, senza troppi giri di parole, attribuisce appunto pieni poteri al Premier, il quale potrà d’ora in poi governare per decreto, bloccare le elezioni e sospendere le leggi che sono già in vigore, di fatto congelando il ruolo dell’organo legislativo. La nuova legge prevede pene severissime per chi non rispetta il coprifuoco imposto dalle autorità (fino a 8 anni di carcere) e per chi diffonde notizie false (fino a 10 anni di carcere), non essendo poi chiaro chi potrà stabilire effettivamente la veridicità delle informazioni e – anche per via della vaghezza del testo – lasciando intatta la possibilità di includere in tali fattispecie anche qualsiasi tipo di manifestazione di dissenso politico e critica al governo.
L’elemento più grave di questa legge è però un altro: tutto ciò a cui si è appena accennato vale a tempo indeterminato. Si noti, a questo proposito, che le stesse opposizioni avevano effettivamente dichiarato la loro disponibilità a votare favorevolmente il testo qualora Orbán avesse provveduto a fornire una scadenza delle misure. Nonostante ciò, però, proprio per via della sproporzionata maggioranza di cui gode Fidesz, il Premier, oltre ad aver seccamente rifiutato la proposta, ha addirittura asserito che coloro che non si schiereranno dalla sua parte staranno “dalla parte del virus”.
È indiscutibile che tali misure siano gravissime, tanto più che vengono autorizzate da uno Stato Membro dell’Unione Europea. Ciò detto, però, agli occhi un osservatore informato, la mossa di Orbán non può certo costituire un elemento di sorpresa. Essa si pone a coronamento della strategia della cosiddetta democrazia illiberale che il Premier ha, neanche troppo gradualmente, instaurato in Ungheria a partire dal 2010 mediante l’erosione dell’indipendenza giudiziaria, le “leggi schiavitù” sul lavoro, la progressiva scomparsa dell’informazione libera (la maggior parte dei media indipendenti sono stati acquistati dagli oligarchi vicini alla figura di Orbán) e altri atteggiamenti di deriva autoritaria.
Non solo: la reiterata azione estremamente spregiudicata di Orbán costituisce una vera e propria umiliazione per l’UE, soprattutto se si considera che grandissima parte della rapida crescita economica del Paese magiaro verificatasi negli scorsi anni (la quale ha certamente contribuito ad arricchire la popolarità di Orbán, che è poi esplosa per via delle efficaci propagande anti-migranti di Fidesz durante le campagne elettorali per le elezioni politiche del 2018 e europee del 2019) si deve proprio alla sua appartenenza alla grande area commerciale europea e ai trasferimenti ricevuti dal bilancio di Bruxelles.
Ci si chiede, allora, cosa faccia e cosa possa fare l’UE per frenare le continue violazioni dell’Art. 2 del Trattato sull’Unione Europea (TUE), che detta i principi democratici e i diritti fondamentali sui quali si fonda l’intero progetto europeo. In realtà, a giudicare dalle informazioni disponibili sino ad oggi, ben poco. Sebbene l’adesione dei 13 eurodeputati di Fidesz sia stata congelata dal Partito Popolare Europeo (PPE) e l’Ungheria sia finita sotto la procedura contemplata dall’art 7 TUE per violazione proprio dei diritti contenuti nell’art 2 TUE già da tempo (su un dossier che si trascinava ormai da anni, accompagnato dall’apertura di numerose procedure di infrazione da parte della Commissione Europea), l’azione dell’Ue non riesce ad essere incisiva. Infatti, nonostante lo storico voto a favore del cosiddetto Rapporto Sargentini da parte del Parlamento Europeo nel settembre del 2018, per arrivare a sanzionare uno Stato Membro attraverso l’art 7 TUE, sinteticamente, è necessario il voto unanime del Consiglio dell’Unione Europea, estremamente improbabile solo se si considera che sarebbe necessario anche quello della Polonia che, oltre ad essere politicamente molto vicina all’Ungheria di Orbán (così come gli Paesi del Gruppo di Visegrád), è essa stessa al centro di un’altra procedura attivatasi mediante l’articolo 7 TUE in considerazione delle minacce relative all’indipendenza della magistratura.
In parole povere, l’UE si trova intrappolata nel suo stesso assetto giuridico e non riesce a porre limiti all’atteggiamento di un governo a capo di un Paese dal peso decisamente relativo.
In questo contesto, l’emergenza Coronavirus, in particolare, rischia, come si legge nel focus dell’ISPI del 31 marzo, di mietere la prima vittima tra le democrazie senza che l’UE riesca ad intervenire (ad oggi, nonostante gli sforzi del comitato europeo per le libertà civili, dalla Commissione Europea arrivano solo timidi richiami generalizzati). Alla luce di ciò, non può quindi stupire che, rileggendo oggi, a posteriori, l’art. 49 TUE e i cosiddetti Criteri di Copenaghen (in particolare, il criterio politico, laddove stabilisce la necessità della “presenza di istituzioni stabili, garanti della democrazia, dello stato di diritto e dei diritti umani”) per l’adesione all’UE, il caso dell’Ungheria possa sembrare alquanto paradossale. Del resto, questo concetto è ormai piuttosto conosciuto con l’espressione “Copenaghen Dilemma”: sebbene esista la possibilità di porre un veto sull’adesione di uno Stato candidato in base alla compatibilità di quest’ultimo con i diritti fondamentali, non esiste un meccanismo efficace per supervisionare la sua aderenza a tali valori a seguito dell’accesso.