È vero: questa crisi colpirà tutta l’Unione Europea. Per onestà intellettuale dobbiamo anche ammettere che gli Stati membri hanno approcciato questa situazione in condizioni economiche sensibilmente differenti, che di conseguenza permettono una differente risposta. Se da un lato questo non giustifica una mancanza di solidarietà tra Paesi le cui economie sono strettamente interconnesse, dall’altro è necessario affrontare il dibattito con responsabilità e disponibilità al compromesso. Compromesso che ovviamente non deve discostarsi troppo da quella che è la realtà sottesa a questo shock, così da comprendere effettivamente quelle che sono le priorità per arginare e ricostruire.
Come si è detto in un nostro articolo precedente, ci troviamo di fronte a uno shock di offerta che ha indotto a una generalizzata chiusura delle fabbriche, con un conseguente tendenziale azzeramento della produzione (anche in questo caso è necessario ammettere che una tale esigenza non si è presentata in egual modo in tutti i Paesi dell’Unione). È evidente dunque come i principali destinatari delle misure economiche devono essere le imprese (il Governo sembra averlo capito, seppur con ingiustificato ritardo). In particolare, per un Paese come l’Italia, fortemente trainato dalle piccole e medie imprese, ovvero dalle esportazioni, questa situazione rischia, in assenza di un intervento mirato e tempestivo, di creare danni esponenziali. Ci ripetiamo: è importante sottolineare che la crisi colpirà tutta l’Unione, ma la serrata delle fabbriche non è stata imposta in tutti gli Stati membri. Questo è un aspetto di estrema rilevanza. La concorrenza colpisce tanto quanto il virus, e una chiusura prolungata delle fabbriche, combinata all’assenza di liquidità per affrontare la cosiddetta “fase uno”, rischia di condannare alcune delle nostre imprese a perdere importanti fette di mercato, a scapito magari di produttori di altri Paesi in cui non si è resa necessaria la chiusura. Questa è una triste realtà, ma pur sempre la realtà.
La realtà in quanto tale va sempre affrontata. Noi stessi siamo costretti ad accettare che ci troveremo di fronte a un assodato aumento del debito pubblico, ovvero a un maggiore intervento statale nell’economia pubblica. Fidatevi, non è una situazione che ci fa fare i salti di gioia. Per questo è necessario che tale intervento sia mirato e competente, in modo da permettere alle nostre imprese di tornare competitive sul mercato il più in fretta possibile. Questa è una preoccupazione che non riguarda solo noi che scriviamo, ma che è altresì sottesa alle preoccupazioni dei Paesi del Nord per quel che concerne l’emissione dei cosiddetti coronabond. La lista dei motivi è lunga e ben nota, e ci siamo onestamente stancati di ricordare come i governanti abbiano sprecato le limitate risorse pubbliche di cui in condizioni normalità si disponeva per le manovre economiche.
È necessario dunque trovare una soluzione comune, in grado altresì di garantire agli altri Paesi che tali fondi non saranno gestiti in malo modo, e magari di convincerli che la ricostruzione che deriverà da tale soluzione andrà a beneficio dell’integrazione europea. È evidente a tal proposito che l’approccio del Ministro Gualtieri non risulta conciliante, nella misura in cui si ritiene che la risposta europea “sarà adeguata solo se comprenderà l’emissione comune di bond europei per finanziare i piani nazionali di risposta all’emergenza coronavirus”. L’Unione ha sino ad ora fatto molto per l’Italia (vedasi i 220 miliardi di titoli di Stato acquisiti dalla BCE, che ci permettono di fatto di innalzare il nostro debito respingendo, potenzialmente, una risposta negativa dei mercati), e ovviamente può fare ancora molto. È arrivato però il momento della reciproca comprensione.
Una proposta interessante ce la suggeriscono Cottarelli, Galli e Letta, ai quali si aggiunge la voce del Professor Quadro Curzio. La protagonista della risposta alla crisi dovrebbe essere la Banca Europea per gli Investimenti (BEI), che guarda caso è considerata la banca per lo sviluppo delle piccole e medie imprese. I primi tre propongono la creazione di una piccola istituzione ad hoc all’interno della BEI, la quale, coordinandosi con le altre istituzioni europee, dovrà emettere uno strumento di raccolta finanziaria denominato “Special Issue European Security” per raccogliere 300-400 miliardi di euro a lunghissima scadenza (30-50 anni). La BEI è infatti considerata una delle istituzioni più affidabili al mondo, e ha un potenziale economico maggiore di quello della World Bank. Questo consentirebbe altresì alla BCE di acquisire parte di tali obbligazioni, e, aggiungono Cottarelli, Galli e Letta, il MES potrebbe decidere di indirizzare parte delle sue risorse in questa direzione.
La BEI è dunque un’istituzione da non sottovalutare, perché permetterebbe agli Stati di approcciare la crisi non limitandosi dunque a un raggio temporale di breve periodo. Come giustamente sottolinea il Presidente di Confindustria Boccia su La Stampa, le imprese italiane dovranno affrontare due fasi. Nella prima fase, dovrà essere garantita loro la liquidità necessaria per poter riaprire. Nella seconda fase dovranno essere in grado di trasformare il debito accumulato in un debito di lungo periodo. La BEI dunque, alla luce della sua estrema affidabilità e della capacità di garantire prestiti a lunga scadenza, può essere la soluzione giusta per la ripartenza. Sarebbe dunque opportuno cavalcare gli spiragli di apertura provenienti da questa istituzione (essa ha recentemente deciso di attivare un fondo da 25 miliardi che ne mobiliterà 200) e di sfruttare la maggiore flessibilità prevista dal funzionamento della stessa, considerando che, a differenza del MES, non si prendono mai decisioni all’unanimità (se non in merito alla decisione di sospendere i prestiti).
Un ulteriore punto di interesse riguarda il fatto che la BEI potrebbe, per quanto riguarda l’Italia, agire per mezzo della Cassa Depositi e Prestiti, bypassando de facto il timore per gli altri Stati che i fondi da essa derivanti possano, transitando nelle mani del Governo, essere mal spesi. Come dice il Professor Paganetto su La Stampa, l’esempio della Kreditanstalt für Wiederaufbau (KfW) tedesca testimonia la desiderabilità dell’intervento di istituti che operano sul mercato, e che dall’alto delle loro specifiche competenze possono valutare le effettive esigenze per il Paese. Aggiungiamo noi, perché la Germania, che fa grande ricorso alle attività della KfW, dovrebbe dunque opporsi a un ruolo da protagonista della BEI?
La realtà ci impone però di affrontare la crisi che ci troveremo davanti, come si dice in guerra, senza lasciare nessuno indietro. Sono dunque legittime le preoccupazioni per il disordine sociale e la disoccupazione. Per quanto riguarda la seconda, essa è purtroppo un problema che precede questa emergenza. Un intervento mirato, e coordinato con l’Unione, ci permetterà potenzialmente di contenere l’aumento del numero di disoccupati derivante da una definitiva chiusura di migliaia di attività, e di affrontare le problematiche esistenti. Seguendo gli insegnamenti di Jacques Delors servirà un approccio pragmatico e rispettoso del principio di sussidiarietà, e la BEI è lo strumento ideale per una tale linea di intervento. Cottarelli propone di utilizzare gli “Special Issue European Security” per gli interventi a sostegno delle partite Iva e per quelli relativi al sistema sanitario. La BEI potrebbe, come si è detto, occuparsi della sopravvivenza e del rilancio delle piccole e medie imprese. Parallelamente l’intervento promesso dalla Commissione per mezzo del programma SURE, ci permetterebbe di affrontare con più serenità le inevitabili perdite di posti di lavoro. Lo Stato italiano sarà dunque chiamato a complementare quando sopra indicato, ovvero a sostenere le imprese di maggiori dimensioni e a prolungare la sospensione del pagamento delle tasse per le piccole e medie imprese. Come si è detto nel nostro articolo precedente, è necessario un approccio responsabile della nostra classe politica per convincere gli altri Paesi ad intraprendere questa strada, per mezzo di interventi strutturali, in grado altresì di consentire una crescita economica sostenibile.
Un approccio responsabile che potrebbe estendere lo spettro di cooperazione tra gli Stati membri, così da affrontare ulteriori problematiche che potrebbero originare da questa crisi, quali per esempio la precedentemente citata perdita di competitività di alcune imprese europee, alla luce anche del fatto che la Cina, che ha avuto la fortuna di “uscire” dall’emergenza in anticipo, è ipotizzabile non perderà l’occasione di acquisire importanti fette di mercato. Una cooperazione che potrebbe portarci anche a comprendere la necessità di stimolare la domanda a livello europeo, per mezzo di investimenti infrastrutturali transnazionali, magari lasciandoci definitivamente alle spalle quel retaggio culturale nazionalista tipico dell’Ottocento.
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Cosa fare (e non) per l’emergenza economica.
In un articolo apparso sul Foglio il 24 marzo e intitolato “Bisogna sfruttare la chiusura per riaprire il prima possibile”, gli economisti Luigi Guiso e Daniele Terlizzese hanno calcolato il costo del lockdown sul nostro Prodotto Interno Lordo: secondo le loro stime, se l’attuale chiusura dovesse arrivare a durare 45 giorni (come avvenuto in Cina), l’Italia perderebbe circa 9 punti percentuali di PIL. Uno scenario disastroso, che si verificherebbe in un contesto totalmente inedito: uno shock di offerta (e non, come siamo abituati nelle tradizionali recessioni, di domanda) con conseguenze di gran lunga peggiori rispetto al molto citato caso della distruzione provocata dalle guerre, le quali mai nella storia hanno spinto alla chiusura della quasi totalità delle fabbriche e ad un azzeramento della produzione. Una crisi così profonda per un’economia già debole come la nostra rappresenta un costo molto difficile da sostenere.
Preservare l’economia reale
La priorità numero uno deve, dunque, essere quella di mettere le attività nelle condizioni di continuare il più possibile a produrre (o comunque di riprendere a farlo il prima possibile) nel rispetto delle norme di sicurezza. Nel sopracitato articolo, gli autori propongono una serie di iniziative utili a ottenere tale obiettivo: dalla sanificazione dei luoghi di lavoro alle modifiche della turnazione (in modo da distribuire il lavoro su un arco temporale maggiore), dalla riorganizzazione degli spazi interni (per aumentare la distanza tra i lavoratori) all’effettuazione di screening sanitari all’ingresso e all’uscita (così da individuare i possibili asintomatici). Certo, si tratta di un enorme sforzo organizzativo, ma è necessario ricordare che ogni giorno di produzione guadagnata si traduce in un costo inferiore per la nostra economia.
Un tale approccio non può che essere accompagnato da una drastica riduzione dei molti vincoli inutili che l’eccesso di regolamentazione ha fatto gravare sulle nostre imprese. A questo proposito, è illuminante un passaggio della lettera di Alberto Mingardi al Foglio: «In punta di piedi, il fissato liberista fa osservare che là dove bisogna “fare presto”, le autorità stanno facendo di tutto per abbandonare quel “vincolismo” che in altri tempi le ha rese tanto fiere: si snelliscono i protocolli dell’Aifa, si producono mascherine anche al di fuori degli standard, si riqualificano aree ed edifici per farne ospedali da battaglia senza curarsi delle liturgie della pianificazione urbanistica. Si pensa, cioè, che chi ha voglia di fare qualcosa vada incoraggiato e considerato con favore, senza asfissiarlo di norme e adempimenti. È così che il fissato liberista vorrebbe che, anche in tempo di pace, funzionasse il rapporto tra stato e produttori». Come ha fatto notare Carlo Stagnaro nel suo paper “L’economia digitale ai tempi del coronavirus”, la riduzione del vincolismo dovrebbe riguardare soprattutto quel campo (negli ultimi anni molto bistrattato) che oggi tanto preziosamente ci consente di sfruttare le tecnologie digitali per, ad esempio, ricevere il cibo a casa.
Draghi e le misure economiche
Quali dovrebbero essere, invece, gli interventi economici del governo? In un articolo pubblicato sul Financial Times, Mario Draghi ha scritto: «È ormai chiaro che la nostra reazione dovrà far leva su un aumento significativo del debito pubblico. La perdita di reddito a cui va incontro il settore privato – e l’indebitamento necessario per colmare il divario – dovrà prima o poi essere assorbita, interamente o in parte, dal bilancio dello stato. […] Le banche devono prestare rapidamente a costo zero alle aziende favorevoli a salvaguardare i posti di lavoro. E poiché in questo modo esse si trasformano in vettori degli interventi pubblici, il capitale necessario per portare a termine il loro compito sarà fornito dal governo, sottoforma di garanzie di stato su prestiti e scoperti aggiuntivi». Un tale massiccio programma di sostegno alla liquidità delle imprese deve essere accompagnato da due ulteriori interventi suggeriti da Alberto Mingardi in un suo articolo sul Sole24Ore intitolato “Per evitare il collasso economico dare subito liquidità alle aziende”: il primo è rafforzativo della proposta di Draghi e consiste nell’azzeramento della tassazione sui rendimenti dei prestiti alle imprese e nella concessione di significative deduzioni fiscali per i fondi che gli imprenditori faranno confluire in azienda; il secondo attiene invece alla credibilità del Paese e implica un forte impegno di lungo periodo sullo stato della finanza pubblica, a partire da misure simboliche come l’abolizione di Quota 100 (e, aggiungiamo noi, da una drastica revisione di tutta la spesa pubblica corrente).
Statalismo alla riscossa
Come abbiamo già avuto modo di ricordare in questo articolo, le emergenze possono essere fonte di pericoli per l’ordine liberale, soprattutto a causa della tendenza a rendere permanenti misure introdotte al fine di fronteggiare temporaneamente le conseguenze di breve periodo della crisi. Sono bastate poche settimane per fornirci più di un esempio. Sia Vincenzo Visco che Fabrizio Onida hanno lanciato l’idea di introdurre una patrimoniale utile per mobilitare il risparmio privato e metterlo al servizio della ripresa: la possibilità di ritrovarci, alla fine di questa emergenza, con più tasse (in particolare sugli immobili) non è un’ipotesi così peregrina. Anche le parole, messe nero su bianco in un articolo per Repubblica, del consigliere economico di Palazzo Chigi Mariana Mazzucato (già nota agli amici de L’Asino di Buridano per la sua teoria secondo cui lo stato avrebbe inventato internet, di cui si parla in questo video) fanno capire chiaramente che per alcuni intellettuali il coronavirus è solo la scusa per riformare secondo i propri desiderata il sistema capitalistico e plasmare i mercati: salviamo oggi le imprese, per far loro fare quel che vogliamo noi domani. Certe toppe potrebbero essere ben peggiori del buco.
Il ruolo dell’Europa
In questi giorni si sta discutendo molto anche dell’esigenza che l’Unione Europea faccia la sua parte nella gestione di questa emergenza, come d’altra parte abbiamo scritto anche noi qui, sottolineando la necessità di una risposta europea omogenea. L’opinione pubblica e la politica stanno rivolgendo la propria attenzione a due temi, ossia gli Eurobond (o i Coronabond) e il Meccanismo Europeo di Stabilità: ne parliamo in questo articolo.
MES, Eurobond o Coronabond?
In questi giorni si sta discutendo molto dell’esigenza che l’Unione Europea faccia la sua parte nella gestione dell’emergenza Covid-19, come d’altra parte abbiamo scritto anche noi qui, sottolineando la necessità di una risposta europea omogenea. L’opinione pubblica e la politica stanno rivolgendo la propria attenzione a due temi: gli Eurobond (o i Coronabond) e il Meccanismo Europeo di Stabilità. Cerchiamo quindi di capire di cosa si tratta.
Euro/Corona Bond
Gli Eurobond sono un tema spinoso e non nuovo in ambito europeo, considerando che furono proposti per la prima volta dall’ex Presidente della Commissione Europea Jacques Delors (in carica dal 1985 al 1995): si tratta di titoli di debito pubblico europei e presuppongono, quindi, una forma di mutualizzazione del debito, poiché la responsabilità ed il rischio sarebbero condivisi da tutti gli Stati membri. I Coronabond sono uno strumento del tutto simile, ma di carattere una tantum (ossia verrebbero emessi solo questa volta e non in maniera continuativa), finalizzato unicamente a far fronte all’emergenza in atto.
Perché non c’è accordo a livello europeo sulla loro introduzione? I profili di criticità sono principalmente due: (1) Essi non sono ritenuti una soluzione per l’immediato, in particolare a causa di questioni tecniche come l’eventuale modifica dei trattati o anche solo la creazione di un’apposita istituzione che si incarichi di emetterli. (2) La mutualizzazione del debito è una questione molto spinosa dal momento che i principali beneficiari sono paesi come il nostro che approfittano della crisi per inserire nei decreti emergenziali regalie e sprechi come gli ennesimi 700 milioni ad Alitalia.
Meccanismo Europeo di Stabilità
Il Meccanismo Europeo di Stabilità (MES, detto anche Fondo salva-stati) è una sorta di assicurazione comunitaria creata al fine di salvaguardare la stabilità finanziaria dell’eurozona, sostenendo i Paesi in difficoltà finanziarie. Nonostante le tante bufale sul tema propagandate nell’ultimo anno da partiti sia della maggioranza che dell’opposizione, oggi potrebbe rivelarsi lo strumento migliore per affrontare l’emergenza: come hanno scritto Lorenzo Codogno e Giampaolo Galli in un articolo sul Sole24Ore intitolato “Dal MES deve arrivare un salvagente per l’Italia”, l’Italia potrebbe avvalersi subito di una delle due linee di credito precauzionali previste per paesi che sono colpiti da shock avversi che sono al di fuori del loro controllo.
Il problema, però, è analogo a quello visto prima: le regole del MES prevedono la sottoscrizione di un “memorandum di intesa” (che richiede che il paese si sottoponga ad un programma di riforme e di aggiustamento dei conti pubblici), ma l’Italia e i paesi del Sud Europa stanno cercando di ottenere che l’accesso sia incondizionato. Gli altri partner europei possono fidarsi? Non sarebbe il caso, mentre chiediamo all’Europa di fare un passo avanti e venire incontro alle nostre richieste, di fare a nostra volta un passo di responsabilità ed affidabilità verso di loro, magari partendo – come proposto da Alberto Mingardi – da un gesto simbolico come l’abolizione di Quota 100?
Una proposta alternativa
Gianluca Codagnone e Thomas Manfredi, cofondatori di Liberi Oltre Le Illusioni, hanno lanciato una possibile soluzione alternativa in un loro articolo intitolato “Una Autorità sanitaria europea e un salute bond per battere Covid19” e apparso sul blog Econopoly. La proposta prevede la creazione di un’autorità sanitaria europea (EHA) che lanci un programma di emissioni obbligazionarie EHA COVID19 ABS con durata da 10-30 anni (la sigla ABS sta ad indicare titoli cosiddetti asset-backed, ossia garantiti dalle attività dell’autorità stessa). Il ricavato della vendita di tali obbligazioni verrebbe usato per strutture e attrezzature mediche (ospedali, laboratori, impianti di produzione di ventilatori, unità di terapia intensiva e tutti gli altri materiali che potrebbero essere necessari per affrontare una diffusione epidemica) e ogni Stato sarebbe lasciato libero di acquistare beni o servizi dalla rete EHA.
I vantaggi di tale proposta sono principalmente due: (1) Innanzitutto la natura dei titoli lascia molta flessibilità, dal momento che a crisi finita si potrebbe benissimo decidere di dismettere l’EHA, vendere i suoi asset e ripagare le obbligazioni anticipatamente. (2) Il fatto di essere specificatamente mirati a sostenere le spese per la sanità elimina l’eccessiva discrezionalità, evitando il rischio che i paesi meno seri possano approfittare dell’emissione di debito comune per finanziare misure clientelari.
Come reagire alla crisi che ci attende.
L’emergenza sanitaria causata dalla malattia Covid-19 e le sue conseguenze economiche – come era facilmente intuibile già da diversi giorni – stanno colpendo l’intera Unione Europea ponendo quest’ultima di fronte ad una sfida epocale, per molti aspetti profondamente diversa rispetto alla crisi dei debiti sovrani del 2010. In altre parole, si potrebbe dire che l’UME si trovi oggi ad affrontare uno shock simmetrico, a differenza dello shock asimmetrico che colpì Centro e Periferia a seguito della crisi economico-finanziaria. Questo significa che, oggi più che mai, è necessaria una risposta a livello dell’Unione Europea, evitando così elementi di divergenza tra le politiche degli Stati Membri poiché, per usare l’espressione di Giavazzi e Alesina, “siamo tutti sulla medesima barca”. Ciò significa anche che non è questo il momento per porre condizioni alle politiche fiscali dei diversi paesi, anche comprendendo quanto la comunicazione sia oggi essenziale per evitare uno shock negativo nei consumi (sempre citando Giavazzi e Alesina, “questa è una circostanza in cui promettere di spendere di più oggi se necessario potrebbe, alla fine, rendere le spese non necessarie”).
Più specificamente, è importante che la predisposizione delle risorse addizionali necessarie sia affidata ad un programma europeo di ampio spettro, quantomeno in termini di coordinamento, e non ai singoli Stati Membri in modo totalmente autonomo, con il rischio che emergano differenti punti di vista e che i mercati possano ritrovarsi a dubitare della solvibilità di alcune economie come nel 2010 (è infatti anche per evitare ciò che la BCE ha recentemente ampliato il suo programma di quantitative easing). Naturalmente, gli interventi di politica fiscale che sono oggi inevitabili devono essere, come suggeriscono Gaspar e Mauro, tempestivi, mirati e temporanei. In altre parole, questa crisi non può essere una ragione per una riduzione permanete (o sospensione) della tassazione e un aumento permanente ed indiscriminato della spesa. Anzi, il caso italiano insegna per l’appunto – se ce ne fosse ulteriore bisogno – l’importanza di mantenere una certa disciplina fiscale in tempi “normali” per paesi come il nostro, dove i conti pubblici sono particolarmente sotto stress: difatti, se l’Italia non avesse accumulato un rapporto debito/PIL superiore al 130% in periodi in cui l’economia cresceva, sarebbe oggi possibile spendere molto di più per far fronte a questa situazione di straordinaria eccezionalità.
Ciò richiama anche un’altra circostanza: il ruolo guida della Germania nella stabilizzazione dell’economia europea. Spesso, riferendosi al processo di aggiustamento macroeconomico all’interno dell’UME (che è notoriamente soggetta a pressioni deflazionistiche a causa di un eccesso di risparmio sull’investimento) ci si è appellati al ruolo attivo che i paesi che dispongono di spazio fiscale dovrebbero svolgere nello stimolo agli investimenti, in particolare proprio la Germania. Nella crisi sanitaria che si sta verificando in questi giorni, proprio lo spazio di manovra della Germania, che dispone di un debt ratio molto contenuto rispetto agli standard internazionali, diviene, appunto, fondamentale per tutta l’UE (ma anche per la stessa Germania, tanto più che, proprio l’economia tedesca è oggi notevolmente sotto pressione per via della sua forte dipendenza dalla domanda estera e dal settore industriale).
In generale, è necessario che l’Unione Europea si dimostri coesa e coordinata in un momento come questo e che gli interessi nazionali vengano subordinati a quello europeo. L’unico aspetto positivo di questa crisi è che essa potrebbe rappresentare una grande occasione per un ulteriore importante passo verso quell’integrazione europea spesso criticata (alcune volte comprensibilmente) ma quasi mai compresa fino in fondo per una profonda e generalizzata ignoranza storica. D’altro canto, però, un errore adesso potrebbe costare carissimo al progetto europeo e, più in generale, al futuro del continente.
Covid-19 e protezione dei dati personali.
“Vi controlliamo attraverso le celle telefoniche”. Queste le parole pronunciate dall’assessore al Welfare della Lombardia, Giulio Gallera, dopo aver riscontrato, per mezzo dei dati raccolti dagli operatori telefonici, che nella Regione quattro persone su dieci continuano a muoversi nonostante i divieti del governo. Un numero che è ovviamente allarmante – considerando soprattutto che, sulla base delle stesse informazioni, si riscontra che prima che scoppiasse l’emergenza le percentuali non si discostavano di molto da quelle sopracitate – e che testimonia probabilmente come il messaggio non sia stato recepito dai cittadini. Un’affermazione, quella di Gallera, che deve essere interpretata come un monito, e non come un’effettiva sorveglianza sui cittadini. Mettiamo le cose in chiaro: tali dati non permettono l’identificazione dei singoli individui, ma sono esclusivamente concernenti il tracciamento degli spostamenti in generale.
Un monito che però non deve essere sottovalutato in giorni difficili come quelli che stiamo vivendo. Sono state infatti diverse in questi giorni le dichiarazioni relative alla necessità di limitare la protezione dei dati personali dei cittadini italiani – e di quelli europei in generale – per sconfiggere il Coronavirus. Dagli esperti irlandesi che hanno espresso il proprio parere positivo circa la possibilità di appropriarsi delle password degli account Google, al Robert Koch Institute – l’istituto di sanità pubblica tedesco – il quale sta considerando l’utilizzo dei dati personali provenienti dai cellulari delle persone risultate positive, l’eco del successo della strategia sudcoreana risuona forte. I dati forniscono inoltre un’ulteriore spinta alle voci di coloro che spingono per utilizzare dette strategie: in Corea infatti, a parità di casi, il numero di decessi è inferiore. Questo è un dato che fa riflettere, in quanto è ovviamente irrisorio pensare che i sudcoreani siano più resilienti al virus degli italiani. Le strategie digitali, ovvero la limitazione del diritto alla protezione dei dati personali, possono dunque essere una risposta a detta di molti. In questi giorni ci si interroga dunque pesantemente sulle scelte da prendere a tal proposito. Ad ogni modo, è necessario considerare che all’interno dell’Unione Europea vige un regime di protezione dei dati personali differente da quello sudcoreano. Un regime che è indiscutibilmente il più stringente al mondo, ma che contiene comunque degli elementi di flessibilità. Procediamo però per gradi, incominciando da una disamina di quella che è stata la strategia messa in campo dalle autorità di Seul.
In Sud Corea si è sostanzialmente fatto uso di un’applicazione per smartphone sviluppata dal Ministero dell’Interno e della Sicurezza, la quale permette, a chi ha ricevuto l’ordine di non uscire di casa, di rimanere in contatto con gli assistenti sociali e di riferire i progressi fatti. Ovviamente tale applicazione utilizza il GPS al fine di tracciare le posizioni degli stessi, così da controllare effettivamente che non violino la quarantena. L’elemento attrattivo che induce all’utilizzo di tale app è la possibilità di controllare se nelle vicinanze ci sono altre persone contagiate. Per questo l’applicazione ha potuto riscuotere successo anche tra i non contagiati, considerato che in Sud Corea si è imposta la quarantena anche a coloro che sono entrati in contatto – anche essere stati nella stessa stanza di un individuo che ha mostrato i sintomi del Coronavirus – con un infettato. Le deroghe dunque derivano dall’utilizzo di un’applicazione, la quale permette agli interessati di conoscere le basi giuridiche e lo scopo del trattamento per mezzo dell’informativa e delle condizioni d’uso. In letteratura sono però molti gli studi che testimoniano la scarsa propensione alla lettura delle condizioni d’uso, ovvero la difficoltà relativa alla comprensione degli stessi. Problematiche dalle quali origina il cosiddetto fenomeno del “consent paradox”, che in questo caso rischia di essere esacerbato dalla sopramenzionata attrattività di tale applicazione, e dal senso di emergenza che per forza di cose deriva dal diffondersi del virus.
Sebbene, dunque, la strategia segua un approccio bilanciato, non è esente da criticità, soprattutto se si considera l’impianto normativo europeo in materia di protezione dei dati personali. A tal proposito, il Presidente del Comitato Europeo per la Protezione dei Dati, Andrea Jelinek – così come altre Autorità di controllo nazionali, tra le quali quella francese e quella danese – ribadendo come il GDPR presenta delle basi giuridiche per consentire alle autorità pubbliche di trattare i dati personali in situazioni di emergenza senza il consenso degli interessati, ha altresì ricordato come le stesse dovrebbero però condurre trattamenti concernenti l’ubicazione in modo anonimo – ecco spiegato perché ai sensi della normativa europea le affermazioni di Gallera sono meramente da considerarsi un monito – e dunque per mezzo di un’elaborazione di dati aggregati tali da impedire che tali possano essere convertiti in dati personali, come per esempio limitandosi alla rilevazione di concentrazioni di cellulari in un dato luogo.
La strategia sudcoreana dunque è un’opzione allettante, ma che mal si concilia con la normativa europea. Nonostante ciò, è doveroso sottolineare come essa, permettendo di ricostruire gli spostamenti dei soggetti infetti, permetterebbe altresì di imporre divieti nelle aree meno colpite dal virus. Un buon compromesso potrebbe dunque essere la possibilità di utilizzare delle strategie simili, omettendo alcuni dati, utilizzando le cosiddette tecniche di pseudoanonimizzazione e – ad esempio- permettendo esclusivamente ai cittadini di conoscere se un soggetto infetto sia stato in una determinata zona così da evitarla, o alternativamente alle autorità di comprendere dove siano potuti potenzialmente occorrere dei contagi. Una soluzione dunque che, nel rispetto del principio di minimizzazione, potrebbe essere presa in considerazione quando la situazione inizierà a “normalizzarsi”. Ricordiamoci infatti che, nell’ordinamento europeo, ogni limitazione dei diritti e delle libertà fondamentali – e la protezione dei dati personali è considerato un diritto fondamentale all’interno della Carta di Nizza – deve essere necessaria e proporzionata. Stiamo vivendo giorni in cui alla popolazione sono già imposte – giustamente – forti restrizioni alla libertà di movimento, e la stessa libertà di impresa è soggetta a forti interferenze. Ulteriori restrizioni, come quelle alla protezione dei dati personali, potrebbero risultare eccessivamente sproporzionate.
Siamo una democrazia, crediamo nello stato di diritto e nella tutela dei diritti e delle libertà fondamentali. Come già scritto qui, chiunque si definisca liberale non deve scordarselo e rimanere all’erta.