Il killeraggio politico della Corte Costituzionale

Il killeraggio politico della CorteNei giorni scorsi, la Corte Costituzionale ha dichiarato inammissibili i referendum Eutanasia Legale e Cannabis Legale: nonostante l’elevato numero di firme raccolte (1 milione e 200mila per l’eutanasia e 600mila in un solo mese per la cannabis), gli italiani non potranno votare su questi due temi. Essendosi la nostra associazione spesa in prima persona per la raccolta firme, contribuendo alle quasi 10mila raccolte in Provincia di Lecco, ci sentiamo in dovere di spiegare cosa è accaduto e, soprattutto, perché consideriamo la decisione ingiustificabile e a tratti quasi vergognosa.
Innanzitutto: ad oggi non abbiamo ancora le motivazioni delle sentenze, ma possiamo basare le affermazioni sulla conferenza stampa del presidente della Corte Costituzionale Giuliano Amato. Una conferenza stampa irrituale e inopportuna, condita da numerose imprecisioni e falsità fattuali, che ha rappresentato un attacco politico (e non semplicemente tecnico-giuridico) alle battaglie per la libertà e ai comitati promotori che tali battaglie hanno cercato di portarle avanti, accusati di aver cercato di “imbrogliare” i cittadini e di essere incapaci di scrivere i quesiti.
I titoli e i comitati
Per prima cosa, Giuliano Amato si è scagliato contro i titoli dei quesiti referendari e i nomi dei comitati promotori, i quali avrebbero cercato di trarre in inganno gli elettori: i referendum su eutanasia e cannabis, infatti, riguarderebbero in realtà l’omicidio del consenziente e le sostanze stupefacenti in generale. Ora, in merito a questa affermazione ci sono tre considerazioni da fare: (1) i titoli dei quesiti non vengono scelti dai comitati promotori bensì dalla Corte di Cassazione, tant’è che citavano esplicitamente l’omicidio del consenziente e le sostanze stupefacenti in generale, senza alcun riferimento a eutanasia (termine che giuridicamente non esiste e non è possibile rinvenire in alcun testo di legge) o cannabis; (2) sia i moduli di raccolta firme sia la scheda elettorale riportano il quesito per intero, il che significa che i cittadini hanno la possibilità di verificare direttamente ciò che stanno firmando/votando; (3) i comitati promotori hanno il diritto di usare il nome che preferiscono senza che questo possa andare ad inficiare l’ammissibilità, tanto che non risulta che nel 2011 la Corte abbia fatto rilievi al vergognoso nome-truffa del cosiddetto “Referendum Acqua Pubblica”.
L’omicidio del consenziente
Il Referendum Eutanasia Legale prevedeva l’abrogazione parziale dell’art. 579 del codice penale relativo all’omicidio del consenziente. Perché? Facciamo un passo indietro: nel 2019, con la sentenza sul caso Cappato – DJ Fabo, la Corte Costituzionale ha dichiarato la parziale illegittimità dell’art. 580 del codice penale (relativo all’aiuto al suicidio) e così facendo ha aperto le porte alla legalizzazione del suicidio assistito. Questo, però, in un paese civile non è sufficiente: tralasciando il fatto che il Parlamento da allora si rifiuta di discutere una legge che regoli puntualmente il fenomeno, ad esempio prevedendo una tempistica certa, il suicidio assistito permette solo la prescrizione del farmaco letale e non la somministrazione da parte di personale medico; questo significa che i pazienti che, per le loro gravi condizioni, non sono in grado di autosomministrarselo, vengono lasciati privi di qualsiasi opzione legale. Ecco perché l’abrogazione parziale dell’omicidio del consenziente: per depenalizzare l’intervento di un terzo nella somministrazione.
Trattandosi di scelte sulla vita umana, il consenso (elemento fondamentale, parlando appunto di omicidio del consenziente) sarebbe stato puntualmente e rigidamente regolato dalla legge 219/2017 in materia di consenso informato. Inoltre, l’abrogazione sarebbe stata solamente parziale: sarebbero rimaste intatte le tutele nei confronti di «persona minore degli anni diciotto», «persona inferma di mente, o che si trova in condizioni di deficienza psichica, per un’altra infermità o per l’abuso di sostanze alcooliche o stupefacenti» e «persona il cui consenso sia stato dal colpevole estorto con violenza, minaccia o suggestione, ovvero carpito con inganno» (si tratta di citazioni letterali dal comma 3 dell’art. 579, che sarebbe rimasto intatto). Minorenni, incapaci di intendere e di volere, ubriachi, drogati e – importante! – anche le persone depresse non sarebbero state coinvolte dal referendum.
Il comunicato stampa con cui la Corte Costituzionale ha annunciato l’inammissibilità scrive che «a seguito dell’abrogazione, ancorché parziale, della norma sull’omicidio del consenziente, cui il quesito mira, non sarebbe preservata la tutela minima costituzionalmente necessaria della vita umana, in generale, e con particolare riferimento alle persone deboli e vulnerabili». Giuliano Amato, nella sua conferenza stampa, ha citato l’esempio di un amico che, dopo aver «bevuto un po’» chiede ad un altro amico di ucciderlo. Sono tutti casi che sarebbero rimasti tutelati dalla legislazione anche a seguito della vittoria del referendum abrogativo: il comunicato stampa e le parole di Amato sono, pertanto, in un caso discutibili e nell’altro palesemente false.
Giova infine ricordare che, nell’applicazione concreta della normativa di risulta, i giudici avrebbero benissimo potuto ricorrere alla cosiddetta interpretazione teleologica della normativa, ossia andare a chiedersi quali fossero le intenzioni del legislatore. Nel caso di specie, le intenzioni del comitato promotore del referendum son ben specificate sul sito dello stesso, in cui si parla di applicabilità «in presenza dei requisiti introdotti dalla Sentenza della Consulta sul “Caso Cappato”». Pertanto, anche nella peggiore delle ipotesi, ossia in presenza di un vuoto normativo che avrebbe “liberalizzato” completamente l’omicidio del consenziente (cosa che comunque, per quanto detto sopra, non avrebbe mai potuto concretizzarsi), i tribunali avrebbero avuto gli appigli per evitare il “far west” denunciato dai vari Adinolfi di turno, a cui pare il presidente Amato si sia largamente ispirato nelle sue parole.
Cannabis e droghe pesanti
Le contestazioni mosse da Giuliano Amato al Referendum Cannabis Legale sono due: (1) che, a causa di un errore del comitato promotore nella scrittura del quesito, il referendum non riguarderebbe la cannabis; (2) che il referendum avrebbe comportato la legalizzazione di droghe pesanti quali cocaina ed eroina, con conseguente violazione di trattati interazionali cui l’Italia ha aderito.
In merito al primo punto, Amato ha sostenuto che il comma 1 dell’articolo 73 del Testo unico sulle droghe (quello da cui il referendum andava ad abrogare la parola “coltiva”) faccia riferimento alle tabelle 1 e 3 delle sostanze stupefacenti, che non includono nemmeno la cannabis, che si trova nella tabella 2. Così non è: come scrive il comitato promotore, infatti, «il comma 4 richiama testualmente le condotte di cui al comma 1 dello stesso articolo 73, tra le quali è ricompresa proprio quella della coltivazione. Appare evidente, dunque, come non si possa prescindere da una lettura combinata dei due commi. In altre parole, i proponenti non hanno fatto riferimento al comma 1 perché volevano legalizzare la coltivazione di droghe pesanti, bensì perché non si poteva fare altrimenti, dal momento che i due commi sono legati». Che in Italia le leggi siano scritte con i piedi è cosa ovvia, meno ovvio è che il presidente della Consulta non sappia come orientarsi all’interno dei vari rimandi di un testo di legge per capirne il significato: se davvero il comma 1 non riguardasse la cannabis, questo significherebbe che dal 1990 ad oggi migliaia di persone sono state condannate e incarcerate senza che esistesse un fondamento di legge per farlo. Cosa fa più paura?
In merito alle droghe pesanti, è opportuno ricordare che l’unica sostanza che può essere consumata senza lavorazione è la cannabis: eroina e cocaina (ma persino l’hashish, che è un derivato della cannabis) necessitano di processi di lavorazione e raffinazione che avrebbero continuato ad essere puniti, dal momento che il referendum abrogava solo la parola “coltiva”. È pertanto falso sostenere che si sarebbero legalizzate le droghe pesanti. Per quanto riguarda il rispetto dei trattati internazionali, invece, va sottolineato che, come ricordato da Andrea Pertici (avvocato e professore ordinario di Diritto Costituzionale all’Università degli Studi di Pisa), il quesito è stato scritto tenendo ben in considerazione precedenti pronunciamenti della Corte su analoghi referendum del 1981 e 1993: mantenendo il divieto di produzione, fabbricazione, estrazione e raffinazione e finanche la rilevanza della coltivazione prevista dall’art. 26 del Testo unico (interpretata come coltivazione massiva destinata all’ingrosso e non coltivazione rudimentale ad uso personale, la sola che sarebbe stata depenalizzata), nessun trattato internazionale sarebbe stato violato.
Da ultimo, è necessario far notare un’enorme incoerenza sostenuta da Giuliano Amato nella sua a tratti delirante conferenza stampa: il presidente della Corte Costituzionale ha aggiunto che l’eliminazione della parola “coltiva” dall’art. 73 comma 1 non ne avrebbe comunque determinato l’impunità (proprio a causa dell’art. 26 appena citato), definendo pertanto il quesito come inidoneo a conseguire lo scopo abrogativo perseguito dal comitato promotore. Questa argomentazione, però, è in totale contraddizione con le altre: o il quesito determina la possibilità di coltivare tutte le piante e comporta la violazione dei trattati interazionali o è inutile e non riduce la rilevanza penale delle condotte. Le due cose non possono evidentemente coesistere.
L’inammissibilità dei referendum
Il presidente emerito della Corte Costituzionale Gaetano Silvestri ha recentemente ricordato che, in materia di referendum abrogativi, l’inammissibilità dovrebbe essere l’eccezione e non la regola. Di fronte a proposte referendarie sostenute da insigni giuristi, che hanno collaborato a scrivere i quesiti o hanno dichiarato successivamente il proprio sostegno (si citano, solo a titolo di esempio, lo stesso Silvestri, Michele Ainis, Tullio Padovano, Andrea Pugiotto, Vladimiro Zagrebelsky), l’orientamento della Corte avrebbe dovuto prediligere la possibilità di lasciare ai cittadini il diritto di esprimersi, anche considerando che la valutazione di inammissibilità non si basa sui rigidi criteri di esclusione previsti dall’art. 75 della Costituzione («non è ammesso il referendum per le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali») ma su valutazioni decisamente più opinabili. Scegliere di adottare l’approccio più restrittivo, è un scelta che deriva da una valutazione politica.
Le parole di Giuliano Amato (persona che, da Presidente del Consiglio, decise di disertare la conferenza stampa del suo stesso ministro della Sanità Umberto Veronesi, che chiedeva una diversa legislazione in tema di cannabis) confermano che la decisione della Corte Costituzionale è stata di natura prevalentemente politica: dire, come ha fatto Amato, che «se questi temi escono dal Parlamento, possono alimentare dissensi e rompere la coesione di cui la società ha bisogno» ha poco a che fare con le solide basi giuridiche su cui dovrebbe fondarsi la Corte. Nel 1995, Marco Pannella definì la Consulta la «cupola della mafiosità partitocratica»: oggi è difficile dargli torto e il percorso per la libertà in Italia si conferma arduo.
P.S. La Corte ha dichiarato inammissibile anche il quesito sulla giustizia relativo alla responsabilità civile diretta dei magistrati. Questi potranno continuare a sbagliare e fare carriera, mentre i costi dei loro errori resteranno a carico dei contribuenti. Viva l’Italia!

Un approccio liberale al Recovery Fund.

Un approccio liberale al recoveryIl Recovery Fund (di cui abbiamo scritto una breve guida introduttiva che potete leggere qui) può rappresentare una grande opportunità per l’Italia, ma allo stesso tempo un cappio attorno al collo di un paese che da tempo pare destinato ad un lento ma inevitabile declino: basti pensare che uno dei più importanti e tangibili vantaggi derivanti dall’ingresso nella moneta unica all’inizio degli Anni Duemila, ossia la drastica riduzione dei tassi di interesse sul debito pagati dal nostro paese (il cosiddetto “dividendo dell’euro”), divenne l’occasione per i governi italiani di aumentare la spesa pubblica corrente anziché rimettere in ordine i conti pubblici ed avviare quelle riforme indispensabili per rilanciare la produttività (negli stessi anni, la Germania adottava l’Agenda 2010, l’ampio pacchetto di riforme che permise a quello che da alcuni anni era considerato il “malato d’Europa” di diventare la “locomotiva d’Europa”). Su un totale di circa 200 miliardi destinati all’Italia, più di 100 sono rappresentati da prestiti e dovranno quindi essere restituiti nel corso di prossimi decenni. Affinché, dunque, il Next Generation non diventi un nuovo peso sulle spalle delle future generazioni, ma piuttosto la scintilla che inneschi il rilancio italiano, è necessario che tali fondi vengano impiegati in riforme utili ad aumentare il potenziale di crescita del nostro paese.

Il motore della libertà
A questo punto è necessario domandarsi se esistano politiche in grado di centrare tale obiettivo. Nell’ultimo “Index of Economic Freedom”, la Heritage Foundation ricorda che gli stati, in qualsiasi fase di sviluppo si trovino, possono alimentare il proprio dinamismo economico adottando politiche che incoraggino una maggiore imprenditorialità, conferendo agli individui e alle imprese maggior libertà d’azione. In particolare, un più elevato grado di libertà economica è associato a: (1) Un maggior livello di PIL pro capite: la media per i paesi classificati come “liberi” è pari a 71.576 dollari, contro i 6.834 dei paesi “prevalentemente non liberi”. (2) Una maggior crescita economica: indipendentemente dall’orizzonte temporale considerato (25, 15 o 5 anni), vi è una relazione positiva tra variazioni del livello di libertà economica e variazioni nella crescita del Pil pro capite. (3) Un maggior dinamismo imprenditoriale: vi è una forte correlazione tra libertà economica e densità di nuove imprese, ossia il numero di società create ex novo ogni 1.000 persone in età lavorativa. Va inoltre sottolineato, a favore dei critici preoccupati dai presunti effetti collaterali del libero mercato, che una maggiore libertà economica si associa altresì ad un minor tasso di povertà e ad una miglior prestazione nel “Environmental Protection Index” dell’Università di Yale, due temi al centro dell’azione del Governo italiano e della Commissione Europa.

La libertà economica in Italia
Come sta l’Italia in termini di libertà economica? Non bene: l’ultimo report posiziona l’Italia al 69° posto in classifica con un punteggio di 64.9, ben lontana dai migliori paesi europei come Irlanda (5° posto con un punteggio di 81.4), Regno Unito (7° posto con un punteggio di 78.4) ed Estonia (8° posto con un punteggio di 78.2) e al di sotto della Germania (29° posto con un punteggio di 72.5) e persino della statalista Francia (64° posto con un punteggio di 65.7). Guardando ai singoli indicatori che compongono l’indice, è possibile verificare i settori in cui il nostro paese è più debole: la tabella, che confronta la performance dell’Italia con quella del miglior paese dell’Unione Europea per ogni singolo settore, ci evidenzia i forti ritardi sui temi della “rule of law” (in particolare efficienza della giustizia e pervasività della corruzione), delle dimensioni dell’intervento governativo nell’economia (pressione fiscale, spesa pubblica e stabilità dei conti pubblici) e delle regolamentazioni che limitano la libertà di impresa e il mercato del lavoro; gli unici settori in cui l’Italia resta al passo dei migliori sono quelli su cui si fa sentire l’influenza di Bruxelles (il punteggio relativo alla libertà di commercio, ad esempio, è lo stesso per tutti i paesi aderenti al mercato unico).

LIBERTà
Pare dunque evidente quale debba essere la strada da perseguire. Non servono ulteriori interventi diretti dello Stato nell’economia, quanto la necessità di utilizzare le risorse a disposizione per implementare quelle riforme finalizzate a creare maggiori margini di libertà per imprese e famiglie. La riforma della giustizia (non intesa come un semplice incremento delle piante organiche dei tribunali), la lotta alla corruzione (che prolifera laddove la burocrazia la rende un inevitabile strumento per accelerare le pratiche od ottenere favori dal pianificatore pubblico), la riforma del fisco (tesa non solo a ridurre la pressione fiscale, ma anche a semplificare e rendere maggiormente trasparente il sistema), il taglio della spesa pubblica corrente (necessario per finanziare la sforbiciata alle tasse di cui sopra, oltre che per rimettere i conti pubblici su un percorso di sostenibilità) e la riforma del mercato del lavoro (finalizzata in particolare a decentrare la contrattazione salariale e a rendere le remunerazioni maggiormente dipendenti dalle dinamiche della produttività): queste devono essere le priorità del governo, che invece negli anni ci ha abituato – salvo rarissime occasioni – all’approccio opposto di stampo dirigista e statalista.

La valutazione delle politiche
C’è infine un ultimo aspetto che deve essere considerato nell’affrontare il tema di un approccio liberale al Recovery Fund: come ha scritto Elisa Serafini nel suo libro “Fuori dal Comune”, «ciò che oggi viene utilizzato come principio di sostegno a una proposta è la sola intenzione. Se l’intenzione è considerata buona, […] allora va tutto bene. Il problema è che le politiche pubbliche non dovrebbero essere basate sulle sole intenzioni: possono essere più che nobili, ma portano a delle conseguenze». È dunque necessario adottare la soluzione recentemente proposta, con riferimento al Next Generation Eu, da Carlo Stagnaro e Guglielmo Barone in un loro articolo su “lavoce.info”: rendere trasparenti e facilmente accessibili i dati affinché ricercatori (accademici e non) in concorrenza tra di loro possano valutare l’efficacia delle riforme adottate (ossia «misurarne l’impatto causale, ovvero la differenza tra il valore della variabile di interesse dopo l’intervento di politica economica e il valore che la stessa variabile avrebbe assunto senza quell’intervento»); intervenire in corso d’opera per migliorare ciò che si sta facendo, anche in considerazione del fatto che i fondi europei non saranno erogati in un’unica soluzione ma a tranche condizionate al raggiungimento di obiettivi specifici, sarebbe il modo migliore per evitare l’ennesimo sperpero dello Stato italiano a danno delle future generazioni.

Dobbiamo rassegnarci ad avere “più Stato”?

Dobbiamo rassegnarci ad avere più statoLasciamo stare gli zoppi tentativi del governo di regolare le relazioni affettive dei cittadini. Abbiamo già avuto modo di criticare la sciagurata scelta di fissare un prezzo calmierato per le mascherine. Concentriamoci invece su quello che sarà il futuro che ci troveremo davanti. Due fattori suscitano una particolare preoccupazione: gli appelli volti a un ripensamento di quello che è il mondo del lavoro e delle relazioni sociali e Mariana Mazzucato. Le due cose sono tra di loro interconnesse.
Si parla spesso di dispositivi di protezione, smart working, ripensamento del modello scolastico, distanziamento sociale, razionalizzazione dei trasporti pubblici, e ingressi scaglionati al lavoro. In una situazione di incertezza su quelli che saranno gli sviluppi della riproduzione epidemica, ovvero della capacità di produrre un vaccino e dalla sua reale efficacia, la cautela deve essere per forza di cose massima. Stante il terribile impatto che questa pandemia ha avuto sulle vite di numerose famiglie italiane, e considerando che i tentacoli dell’italico leviatano afferrano e controllano la vasta maggioranza dei rapporti che contraddistinguono il tessuto economico del Paese – controllo che è altresì ovviamente sensibilmente accresciuto in questi mesi –le aspettative dei cittadini nei confronti delle decisioni del governo saranno per forza di cosa elevate, tanto per quel che concerne la capacità di far fronte alla crisi economica che ci troveremo di fronte, quanto quella di disciplinare e limitare il godimento degli spazi pubblici e lavorativi. La paura negli occhi delle persone, la perdita di cari e la terribile incertezza potrebbero originare un istinto di autodifesa che si esplica per mezzo dell’accettazione di un definitivo mutamento delle nostre vite.
Questo è quanto si è letto in queste settimane. Ma può tutto ciò essere sostenibile nel lungo periodo? Si pensi ai viaggi in aereo. Si stima che, a seguito di un aumento dei controlli e delle misure di distanziamento sociale, si profileranno attese di almeno quattro ore prima dell’imbarco, e che la paventata necessità di consentire ai voli di partire esclusivamente con la metà dei passeggeri implicherà un sensibile aumento dei prezzi dei biglietti che potrebbero arrivare a costare più di mille euro per voli interni all’Unione Europea. Ovviamente l’alternativa a un esponenziale aumento dei costi si configura in un drastico aumento dei sussidi statali alle compagnie aeree o in una loro nazionalizzazione. Scenario che si è in realtà già profilato in molti paesi europei, Italia inclusa – la differenza è che i soldi dei contribuenti tengono a galla Alitalia da molti, troppi anni –. Il settore aereo è solo un esempio dell’insostenibilità di tali misure nel lungo periodo, stante soprattutto la crescente domanda di sussidi che nascerà trasversalmente da ogni associazione di categoria. Se da un lato dobbiamo ammettere che siano necessarie determinate misure, dall’altro dobbiamo altresì assumere che la mannaia dello Stato calata sul mondo lavorativo può causare danni irreparabili. Obblighi indiscriminati di sanificazione, contingentamenti degli ingressi, distanziamenti tra lavoratori, hanno per forza di cose un impatto sui bilanci e sulla produttività delle aziende, alcune della quali potrebbero non sopravvivere.
In tutto questo, si inserisce la fantastica teoria dello Stato imprenditore della consulente del governo Mariana Mazzucato, ai sensi della quale sarebbe competenza del potere centrale distinguere tra attività economiche essenziali da finanziare, o nazionalizzare – il pensiero, in questo caso, non può che andare ad Alitalia – e altre da tassare maggiormente. Quindi abbiamo uno scenario in cui, da un lato, molte imprese sono costrette ad indebitarsi al fine di garantire la loro sopravvivenza – alcune di esse sono purtroppo destinate a chiudere i battenti – e indotte a cambiare radicalmente la propria organizzazione interna e i rapporti con la clientela, dall’altro, lo Stato sceglie chi merita di sopravvivere indipendentemente da quelle che sono le scelte e le preferenze dei consumatori delle quali esso non può essere a conoscenza – Alitalia docet –, così come non può comprendere come essi reagiranno alle regole imposte per la convivenza col virus.
La figura dello Stato pianificatore si è più volte dimostrata tanto fallimentare, quanto pericolosa. Anche un’associazione liberale e liberista come la nostra assume ed ammette la necessità di un intervento statale al fine di mettere a disposizione risorse e strumenti per permettere agli imprenditori di riprendere le rispettive attività – necessità che deriva altresì dal fatto che questa sospensione forzosa deriva da una legittima scelta governativa – e laddove possibile rafforzarsi al fine di poter competere con quelle imprese straniere che si sono trovate avvantaggiate in questa situazione. Qui deve però fermarsi il suo raggio di azione. La stessa regolamentazione e disciplina degli spazi lavorativi dovrà essere quanto più decentralizzata – controbilanciata ovviamente dalla possibilità di arginare immediatamente a livello locale la creazione di focolai –, limitandosi a fornire linee guida ed evidenze scientifiche. L’interesse nell’evitare la riproduzione di focolai giace infatti in primis nelle aziende. Come sosteneva Mises, «l’imprenditorialità è la forza trainante dei processi dinamici di interazione e scambio volontari che caratterizzano la vita nella società». È dunque da questo spirito di imprenditorialità – non dallo Stato imprenditore – che dovranno nascere le soluzioni affinché queste interazioni sociali si riproducano nella massima sicurezza. D’altronde, il libero mercato si sostanzia in un coordinamento delle diverse parti sociali nella misura in cui un’impresa può prosperare esclusivamente se è in grado di identificare e risolvere le problematiche e i bisogni della controparte e dei propri lavoratori. Risoluzione che può avvenire esclusivamente permettendo agli imprenditori di liberarsi dalle briglie burocratiche e fiscali così da adottare soluzioni innovative che garantiscano tanto la sicurezza dei cittadini e dei lavoratori, quanto la propria sopravvivenza, ovvero che consentano di non inficiare la produttività delle proprie attività con conseguenti ripercussioni sui consumatori, fatto salvo il caso in cui lo Stato decida appunto di intervenire per mezzo di sussidi che ci introdurrebbero in una spirale di debito alquanto pericolosa.

Cosa sappiamo dell’app “Immuni”.

Cosa sappiamo dell'app immuniScrivemmo in tempi non sospetti sulla necessità di prestare particolare attenzione a una tematica estremamente sensibile quale l’utilizzo della tecnologia finalizzato all’accompagnamento della cosiddetta fase 2 della “lotta al Covid-19”. Da allora, di acqua sotto i ponti ne è passata: le lodi alle strategie sudcoreane e israeliane (a titolo informativo, la Knesset ha da poco sospeso l’utilizzo della sorveglianza per mezzo delle celle telefoniche) e le grida di battaglia contro le “inutili fisime sulla privacy” dei convinti sostenitori del tracciamento sono state rimpiazzate – come era auspicabile che avvenisse – da un approccio più ponderato a una questione che non poteva evidentemente essere ricondotta a quelli che sono dei banali slogan. D’altronde, il diritto alla protezione dei dati personali è tutelato dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea e, sebbene il giudice europeo abbia più volte ribadito come tale protezione non si sostanzi in una prerogativa assoluta, è necessario ricordarci come esso sia sempre più interconnesso all’esercizio e al godimento degli altri diritti e delle altre libertà fondamentali (vedasi il caso Cambridge Analytica).
La scelta del Ministero dell’Innovazione è ricaduta su di un progetto la cui idea di fondo non si discosta da quanto auspicammo all’interno del nostro primo articolo dedicato a suddetta tematica. Arrivati a questo punto sono però necessarie ulteriori considerazioni e precisazioni.

Un modello decentralizzato
Sintetizzandone il funzionamento, l’applicazione scelta dal governo (Immuni) permetterà il tracciamento di prossimità (contact tracing) per mezzo del Bluetooth degli smartphone di coloro che se ne servono. Una soluzione dunque che si pone in antitesi con le dichiarazioni degli sloganisti, dal momento che non ha l’obiettivo di geolocalizzare gli individui per mezzo di un tracciamento continuo (eventualità che sarebbe invece perseguibile con un’applicazione che sfruttasse il GPS).
Il tracciamento di prossimità si sostanzia in una memorizzazione degli identificativi dei cellulari con il quale un dispositivo è venuto in contatto ravvicinato volta a inviare una notifica qualora un individuo sia entrato in contatto con una persona che è poi risultata positiva al Covid-19. Attenzione, a differenza di quanto sostenuto dal perennemente distratto Ministro Di Maio, la segnalazione è ovviamente successiva al contatto.
Laddove un soggetto che ha effettuato il download risultasse positivo, l’applicazione di un altro individuo che è entrato in contatto con il contagiato riconosce il codice identifico di quest’ultimo nella propria memoria e notifica l’utente. Il governo ha dunque optato per un modello decentralizzato che esclude de facto la possibilità che i dati vengano conservati su un server, centralizzato appunto, a cui potrebbero avere quindi accesso anche le autorità statali, le quali potrebbero effettuare il cosiddetto singling out, ovvero l’identificazione tanto dei contagiati quanto di coloro che sono entrati in contatto con questi – si ricordi che ai sensi della normativa dell’Unione è sufficiente la possibilità di individuare dei soggetti, e dunque non per forza di cose la conoscenza delle loro generalità, al fine di poter parlare di trattamento di dati personali –.  Si presti attenzione al fatto che, molte compagnie di advertising utilizzano i dispositivi Bluetooth al fine di intercettare gli individui, e dunque, laddove Immuni caricasse i dati su di un server centralizzato accessibile allo Stato, quest’ultimo potrebbe intrecciare questi identificativi con altri dati al fine di tracciare con una certa precisione i movimenti e le interazioni degli individui.
La scelta di un modello decentralizzato è dunque fondamentale tanto al fine di rispettare il principio di minimizzazione dei dati – imprescindibile alla luce dell’elevato valore commerciale dei dati sanitari –, quanto per consentire l’interoperabilità con le altre applicazioni e soprattutto con il sistema ideato da Google e Apple.

Demagogia del tracciamento
Avendo citato le due multinazionali statunitensi è giunto il momento di sfatare un altro mito. Abbiamo sentito e letto parecchie volte affermazioni come “ci facciamo geolocalizzare tutti i giorni da Google, Facebook e simili”. Bene, in primo luogo, si è già detto come Immuni non ha nulla a che vedere con la geolocalizzazione. In secondo luogo, se è vero che spesso i colossi del web effettuano attività di contact tracing e tentano di eseguire delle associazioni tra individui – si pensi per esempio a quanto fa Facebook per mezzo del riconoscimento facciale per quel che concerne le foto pubblicate dagli utenti –, dobbiamo però ricordarci che in questo caso stiamo parlando di dati che, ai sensi della normativa europea, sono considerati sensibili.
Dovremmo invece, in una certa misura, essere grati ad Apple e Google, in quanto la tempestività con cui essi hanno proposto una strategia di intervento, ovvero la crucialità dell’interoperabilità delle diverse applicazioni, ha di fatto evitato che il governo optasse per un modello centralizzato. La nostra non è una “semplice fisima sulla privacy” o “un’ingiustificata avversione nei confronti dello Stato”. Laddove per esempio Google e Apple avessero deciso di consentire ai governi centrali di raccogliere i dati degli utenti, tale eventualità sarebbe divenuta perseguibile in tutti i Paesi, compresi quelli autoritari. L’interoperabilità tra le diverse applicazioni sarà poi fondamentale al fine di una riapertura delle frontiere dell’Unione Europea e per tornare a godere pienamente dei benefici che derivano dalle 4 libertà fondamentali dell’ordinamento europeo, dando altresì linfa vitale a tutte le economie del Vecchio continente.

Volontarietà o coercizione?
Avendo parlato di modello decentralizzato è a questo punto necessaria un’altra precisazione. Lo Stato rimane ad ogni modo il titolare del trattamento, mentre il gestore dell’applicazione agirà in qualità di responsabile del trattamento. Saranno dunque riconducibili allo Stato tutti gli obblighi che gravano sul titolare ai sensi della normativa dell’Unione, compreso quello di condurre la valutazione d’impatto sulla protezione dei dati personali al fine di valutare e comunicare il rischio che potrà originare da tale trattamento per i diritti e le libertà fondamentali di coloro che utilizzano l’applicazione, ma non solo. Va ricordato che stiamo approcciando la fase 2 e che auspicabilmente dovrà altresì in un futuro non troppo lontano cessare lo stato di emergenza, e sarà dunque fondamentale che l’utilizzo di Immuni non divenga un pretesto al fine di inficiare l’esercizio e il godimento di altri diritti.
Questo esplica il motivo per cui, tanto il Garante europeo, quanto il Parlamento Europeo, hanno precisato che l’utilizzo di qualsiasi applicazione dovrà essere volontario e che il godimento di altre libertà costituzionalmente garantite non potrà essere subordinato al download di queste – si pensi per esempio alla libertà di circolazione, e a quanti auspicavano che Immuni fungesse anche da autocertificazione digitale –.
Si rende necessaria un’altra chiarificazione. Utilizzo volontario non implica che la base giuridica atta a legittimare il trattamento sia il consenso degli interessati. Se è vero che l’articolo 9 del GDPR permette il trattamento dei dati sensibili laddove l’interessato presti il proprio esplicito consenso, è parimenti vero che, considerando che ai sensi della normativa dell’Unione il consenso deve, tra le altre, sostanziarsi in una manifestazione di volontà liberamente espressa, risulta evidente come l’eventuale presenza di coercizioni laddove l’individuo non acconsenta al trattamento si ponga come un ostacolo alla validità del consenso. L’asimmetria di potere che contraddistingue le relazioni tra Stato e individui esacerba ulteriormente le criticità che deriverebbero dall’impossibilità di sottrarsi a suddette coercizioni. Ecco spiegato perché risulta fondamentale che la base giuridica giaccia nel contenuto dell’articolo 23 del GDPR, ovvero nell’adozione di misure legislative atte a limitare il godimento del diritto alla protezione dei dati personali.
Come specificato all’interno dello stesso regolamento, e come richiesto per qualsiasi restrizione di diritti e libertà costituzionalmente garantiti, le limitazioni devono risultare proporzionate e necessarie – la stessa valutazione d’impatto che lo Stato condurrà dovrà contenere una disamina di suddetti requisiti in relazione al trattamento posto in essere –. In parole molto povere, la strategia deve dimostrarsi essere la meno restrittiva e la più appropriata al raggiungimento dell’obiettivo prefissato.

Il trade-off tra sicurezza e libertà
Qual è dunque l’obiettivo perseguito dal governo? Il debellamento del virus? L’azzeramento dei contagi? Per buona pace degli sloganisti, niente di tutto ciò. È stato lo stesso Ministero dell’Innovazione ad affermare che Immuni non assicurerà l’interruzione della riproduzione epidemica, ma contribuirà in modo più o meno irrilevante a efficientare e velocizzare il tracciamento tradizionale degli infetti. Per onestà intellettuale si dovrebbe inoltre ammettere che la scelta di optare per un modello decentralizzato e di garantire la volontarietà nell’utilizzo dell’applicazione testimoniano, al netto della volontà di garantire la massima protezione dei dati personali, un certo pragmatismo. Le cosiddette “3 T” impongono che la fase successiva al tracciamento sia la conduzione di test su color che sono entrati in contatto con una persona che ha contratto il virus. È evidentemente utopistico ritenere che lo Stato possa essere in grado di effettuare tamponi a un elevatissimo numero di individui, considerando inoltre che Immuni non permetterà di registrare la qualità dei contatti tra gli individui, segnalando per esempio se essi indossavano mascherine o se erano per esempio all’interno delle rispettive automobili bloccati nel traffico.
Questo dibattito ci ha dunque riportato sul pianeta Terra. D’altronde, gli americani non sono stati i primi ad arrivare sulla Luna per mezzo di semplici slogan. Questa vicenda testimonia ancora una volta come lo Stato non deve, e ad ogni modo non può, avere la piena disponibilità e il pieno controllo sugli individui, e come le soluzioni più efficaci derivino sempre da scelte individuali per mezzo delle quali ognuno, agendo nel proprio interesse, tutela l’intera collettività (a prescindere dall’utilizzo o meno di un’applicazione come Immuni, è nell’interesse di ogni individuo evitare di contagiare le persone a lui più care).
La tecnologia, se è vero che può fornire un prezioso aiuto nel contenimento del virus, deve essere utilizzata con parsimonia ed esclusivamente in modo funzionale alla finalità perseguita. Non sarà possibile sconfiggere il Covid-19 per mezzo dell’utilizzo di Immuni, nemmeno se il fatidico 60% della popolazione decidesse di scaricarla (utopistico pensare che si possa arrivare a una tale percentuale in assenza di incentivi, i quali come detto si sostanzierebbero in realtà in coercizioni e restrizioni sul godimento di altre libertà). Fornirebbe di sicuro un prezioso ausilio, ma persisterebbero le lacune strutturali di sistema e l’impossibilità di comprendere la qualità dei contatti. Il rischio di generare un maggiore allarmismo è dunque alto. Ecco perché una comunicazione politica di qualità è imprescindibile in questa situazione. Una comunicazione politica che assuma i limiti insiti nell’utilizzo di tale tecnologia, e che rimarchi l’importanza e la maggiore efficienza dell’azione dei singoli individui. Parimenti sarà fondamentale che l’applicazione non fornisca esclusivamente messaggi automatizzati, permettendo invece ai singoli utenti di interagire con il personale sanitario.
Comunicare che, nel caso non si palesassero dei risultati ritenuti positivi, si renderebbero necessarie ulteriori restrizioni del diritto alla protezione dei dati personali, vorrebbe dire automaticamente assumere un mutamento nell’obiettivo perseguito dal governo sebbene qualsiasi strategia alternativa non permetterebbe comunque di sconfiggere il virus – e no, invocare il successo conseguito dalla Corea del Sud per mezzo di applicazioni che, a differenza di Immuni, consentono la geolocalizzazione tramite GPS sarebbe un’altra semplificazione della realtà, nella misura in cui tali informazioni venivano combinate con i controlli sulle carte di credito e le registrazioni delle telecamere a corto circuito –. Si assuma per esempio la possibilità di adottare un modello centralizzato, ovvero di preferire un’applicazione che geolocalizza gli individui. Cosa farebbe il governo in tal caso? Si attiverebbe per testare tutte le persone entrate in contatto con coloro che sono risultati positivi? Istituirebbe nuovamente delle zone rosse esclusivamente sulla base di un elevato numero di contatti tra contagiati e non senza al contempo poter registrare, come si è detto prima, la qualità dei contatti, ovvero poter conoscere quale fosse la percentuale degli immuni all’interno di questo ipotetico focolaio? Ancora, siamo nel campo dell’utopia. Un’errata comunicazione sulla necessità di limitare i diritti fondamentali degli individui causerebbe danni irreparabili nel lungo periodo. È infatti estremamente difficile regredire da regimi restrittivi delle libertà fondamentali laddove si fosse erroneamente ritenuto che tali abbiano giocato un ruolo nel raggiungimento dell’obiettivo prefissatosi – si pensi alle persistenti criticità concernenti le normative in materia di privacy statunitensi adottate successivamente all’11 settembre 2001.
Siamo una democrazia liberale, ricordiamocelo. Non giochiamo con i diritti degli individui, responsabilizziamoli, forniamogli un’informazione onesta e di qualità, e assumiamo la bontà dei singoli interessi individuali per il perseguimento del bene comune.

L’ennesima svolta autoritaria dell’Ungheria.

L'ennesima svolta autoritaria in UngheriaI recenti avvenimenti che riguardano l’Ungheria ricordano all’Unione Europea un’ulteriore problematica piuttosto imminente che – se mai ce ne fosse bisogno – va ad aggiungersi a quelle sanitaria ed economica. Difatti, la decisione del Premier ungherese Orbán di conferirsi pieni poteri (che a breve verrà approfondita) palesa la necessità da parte dell’UE di salvaguardare gli assetti democratici dei propri Stati Membri.
Con una maggioranza di 137 voti a favore e 57 contrari, ottenuta grazie al partito del Premier Fidesz (che, si pensi, a seguito delle contestate elezioni dell’8 aprile 2018 detiene ben 133 seggi sui 199 dell’Assemblea Nazionale, già ridotti rispetto ai 386 vigenti prima della riforma elettorale del 23 dicembre 2001, votata proprio durante i primi periodi del secondo governo Orbán) e ad alcuni voti provenienti dall’estrema destra, il Parlamento ungherese ha approvato la Legge di Autorizzazione per contrastare il Coronavirus. La legge, senza troppi giri di parole, attribuisce appunto pieni poteri al Premier, il quale potrà d’ora in poi governare per decreto, bloccare le elezioni e sospendere le leggi che sono già in vigore, di fatto congelando il ruolo dell’organo legislativo. La nuova legge prevede pene severissime per chi non rispetta il coprifuoco imposto dalle autorità (fino a 8 anni di carcere) e per chi diffonde notizie false (fino a 10 anni di carcere), non essendo poi chiaro chi potrà stabilire effettivamente la veridicità delle informazioni e – anche per via della vaghezza del testo – lasciando intatta la possibilità di includere in tali fattispecie anche qualsiasi tipo di manifestazione di dissenso politico e critica al governo.
L’elemento più grave di questa legge è però un altro: tutto ciò a cui si è appena accennato vale a tempo indeterminato. Si noti, a questo proposito, che le stesse opposizioni avevano effettivamente dichiarato la loro disponibilità a votare favorevolmente il testo qualora Orbán avesse provveduto a fornire una scadenza delle misure. Nonostante ciò, però, proprio per via della sproporzionata maggioranza di cui gode Fidesz, il Premier, oltre ad aver seccamente rifiutato la proposta, ha addirittura asserito che coloro che non si schiereranno dalla sua parte staranno “dalla parte del virus”.
È indiscutibile che tali misure siano gravissime, tanto più che vengono autorizzate da uno Stato Membro dell’Unione Europea. Ciò detto, però, agli occhi un osservatore informato, la mossa di Orbán non può certo costituire un elemento di sorpresa. Essa si pone a coronamento della strategia della cosiddetta democrazia illiberale che il Premier ha, neanche troppo gradualmente, instaurato in Ungheria a partire dal 2010 mediante l’erosione dell’indipendenza giudiziaria, le “leggi schiavitù” sul lavoro, la progressiva scomparsa dell’informazione libera (la maggior parte dei media indipendenti sono stati acquistati dagli oligarchi vicini alla figura di Orbán) e altri atteggiamenti di deriva autoritaria.
Non solo: la reiterata azione estremamente spregiudicata di Orbán costituisce una vera e propria umiliazione per l’UE, soprattutto se si considera che grandissima parte della rapida crescita economica del Paese magiaro verificatasi negli scorsi anni (la quale ha certamente contribuito ad arricchire la popolarità di Orbán, che è poi esplosa per via delle efficaci propagande anti-migranti di Fidesz durante le campagne elettorali per le elezioni politiche del 2018 e europee del 2019) si deve proprio alla sua appartenenza alla grande area commerciale europea e ai trasferimenti ricevuti dal bilancio di Bruxelles.
Ci si chiede, allora, cosa faccia e cosa possa fare l’UE per frenare le continue violazioni dell’Art. 2 del Trattato sull’Unione Europea (TUE), che detta i principi democratici e i diritti fondamentali sui quali si fonda l’intero progetto europeo. In realtà, a giudicare dalle informazioni disponibili sino ad oggi, ben poco. Sebbene l’adesione dei 13 eurodeputati di Fidesz sia stata congelata dal Partito Popolare Europeo (PPE) e l’Ungheria sia finita sotto la procedura contemplata dall’art 7 TUE per violazione proprio dei diritti contenuti nell’art 2 TUE già da tempo (su un dossier che si trascinava ormai da anni, accompagnato dall’apertura di numerose procedure di infrazione da parte della Commissione Europea), l’azione dell’Ue non riesce ad essere incisiva. Infatti, nonostante lo storico voto a favore del cosiddetto Rapporto Sargentini da parte del Parlamento Europeo nel settembre del 2018, per arrivare a sanzionare uno Stato Membro attraverso l’art 7 TUE, sinteticamente, è necessario il voto unanime del Consiglio dell’Unione Europea, estremamente improbabile solo se si considera che sarebbe necessario anche quello della Polonia che, oltre ad essere politicamente molto vicina all’Ungheria di Orbán (così come gli Paesi del Gruppo di Visegrád), è essa stessa al centro di un’altra procedura attivatasi mediante l’articolo 7 TUE in considerazione delle minacce relative all’indipendenza della magistratura.
In parole povere, l’UE si trova intrappolata nel suo stesso assetto giuridico e non riesce a porre limiti all’atteggiamento di un governo a capo di un Paese dal peso decisamente relativo.
In questo contesto, l’emergenza Coronavirus, in particolare, rischia, come si legge nel focus dell’ISPI del 31 marzo, di mietere la prima vittima tra le democrazie senza che l’UE riesca ad intervenire (ad oggi, nonostante gli sforzi del comitato europeo per le libertà civili, dalla Commissione Europea arrivano solo timidi richiami generalizzati). Alla luce di ciò, non può quindi stupire che, rileggendo oggi, a posteriori, l’art. 49 TUE e i cosiddetti Criteri di Copenaghen (in particolare, il criterio politico, laddove stabilisce la necessità della “presenza di istituzioni stabili, garanti della democrazia, dello stato di diritto e dei diritti umani”) per l’adesione all’UE, il caso dell’Ungheria possa sembrare alquanto paradossale. Del resto, questo concetto è ormai piuttosto conosciuto con l’espressione “Copenaghen Dilemma”: sebbene esista la possibilità di porre un veto sull’adesione di uno Stato candidato in base alla compatibilità di quest’ultimo con i diritti fondamentali, non esiste un meccanismo efficace per supervisionare la sua aderenza a tali valori a seguito dell’accesso.

Essere liberali ai tempi del coronavirus.

Essere liberali ai tempi del coronavirusIl coronavirus ci sta mettendo a dura prova. E non c’è dubbio alcuno sul fatto che le sfide poste da questa emergenza non riguardano solo le settimane che ci prepariamo ad affrontare, ma anche il modo in cui vivremo in futuro. Quale dovrebbe essere, allora, l’atteggiamento di un liberale verso tutte queste questioni?

La sfida di oggi
Il confine tra necessità di tutelare la salute pubblica ed esigenza di difendere le libertà costituzionali è una linea molto sottile: un passo in meno del necessario può rendere inefficaci le misure adottate e mettere in crisi il nostro sistema sanitario; uno di troppo rischia di rappresentare l’inizio di un percorso verso l’autoritarismo. Sono dunque due le cose da fare.
Innanzi tutto, rispettare pedissequamente la quarantena e le misure fin qui introdotte: in uno stato di diritto gli atti normativi devono essere rispettati fino a che sono in vigore, poiché comportamenti irresponsabili da parte degli individui metterebbero seriamente a rischio la salute altrui.
Ma la seconda cosa da fare non è meno importante: verificare. Cosa? Per prima cosa che non vengano commessi abusi da parte delle forze dell’ordine, soprattutto vista l’elevata discrezionalità insita nelle norme emergenziali introdotte: per esempio, sono stati segnalati diversi casi di persone fermate e denunciate per essere uscite di casa a comprare il giornale o le sigarette nonostante il DPCM dell’11 marzo inserisca edicole e tabaccherie tra i negozi autorizzati a rimanere aperti. Ma soprattutto è necessario rimanere all’erta in merito a ciò che potrebbe essere ulteriormente introdotto: a questo proposito, la notizia che ai militari sarebbe stata concessa la qualifica di agenti di pubblica sicurezza, con la possibilità di fermare i passanti per verificare il rispetto delle misure emergenziali, non è un segnale particolarmente edificante.

La sfida di domani
Ancor più impervia è la sfida per domani. Peter Klein, in un articolo intitolato “Coronacrisis and Leviathan“, ci ricorda che la crescita dei poteri dello Stato nel XX secolo può essere spiegata innanzitutto da schemi di risposta alle crisi: come contromisure temporanee all’emergenza vengono introdotti nuovi programmi governativi, ma la maggior parte delle misure temporanee diventa poi permanente, esplicitamente o in forma rivista. Stiamo correndo questo rischio?
L’attacco alla sanità privata, l’invocazione di maggiore deficit, la credenza che per risolvere tutti i problemi basti un’iniezione extra di liquidità da parte della banca centrale, la volontà di calmierare i prezzi di alcuni beni, la simpatia per la “efficacia” di paesi totalitari come la Cina (contrapposta alla presunta inazione dell’Unione Europea) sono anch’essi segnali molto preoccupanti: non sarà lo Stato onnipotente a salvarci dal virus. E l’impegno dei liberali, nella battaglia comunicativa, dovrà essere più forte che mai.

Libertà economica vo’ cercando.

Libertà economica vo'cercandoLa libertà economica di un Paese è una variabile chiave per poter analizzarne correttamente la situazione e soprattutto le prospettive di sviluppo e di prosperità. Ciò nonostante, è un concetto difficile da definire e troppo spesso ignorato nel dibattito pubblico: tutti ci appassioniamo al tema delle libertà civili, tutti ci indigniamo se un governo limita diritti fondamentali come quelli di parola o di stampa, ma in pochi ci preoccupiamo sul serio di fronte a limitazioni alla libertà economica.
Essa può essere definita, prendendo la cosa molto alla larga, come la libertà di scegliere e di farsi scegliere, per usare un’espressione usata da Alberto Mingardi nel suo libro L’intelligenza del denaro (Marsilio, 2013). Al centro della questione vi è, quindi, l’autonomia dell’individuo, il suo diritto a soddisfare i propri desideri e i propri bisogni nel modo che ritiene più opportuno, guidato dalle proprie priorità e non da quelle del governo.

L’Index of Economic Freedom
A partire dal 1995, la Heritage Foundation ha messo a disposizione di tutti un indice, l’Index of Economic Freedom, che ci fornisce una visione sintetica del grado di libertà economica di un Paese: più il punteggio è alto, più il Paese è economicamente libero (al primo posto troviamo Hong Kong con 90.2 punti); viceversa più il punteggio è basso, meno il Paese è economicamente libero (l’ultimo posto è occupato dalla Corea del Nord con 5.9 punti). Tale valutazione si basa sull’analisi di quattro macro-aspetti fondamentali: stato di diritto, dimensioni del governo, efficienza normativa e apertura dei mercati.
Come scrive la Heritage Foundation nel suo ultimo report, negli ultimi 25 anni la libertà economica è andata aumentando in tutto il mondo: il punteggio medio globale è aumentato di 3.2 ed oggi si assesta a 60.8, il terzo punteggio più alto da quando è iniziata la rilevazione. In tutto questo periodo, però, l’Italia è rimasta al palo: mentre lo score della Germania saliva da 69.8 a 73.5 (+ 3.7) e quello dell’Europa nel suo complesso da 57.5 a 68.6 (+ 11.1, grazie soprattutto ai Paesi dell’Est), l’Italia si doveva accontentare di migliorare il suo score solamente di un punto (da 61.2 a 62.2, poco al di sopra della media di tutto il mondo). Eccolo, dunque, il grande problema del nostro Paese, di cui nessuno sembra avere interesse ad occuparsi sul serio.FreedomStato di diritto
La valutazione di questa macro-area riguarda tre aspetti: i diritti di proprietà (poiché il rispetto dei contratti e la capacità di accumulare proprietà privata e ricchezza sono caratteristiche vitali di un’economia di mercato ben funzionante), efficacia del sistema giudiziario (al fine di garantire il pieno rispetto delle leggi) e l’integrità del governo (la corruzione sistemica delle istituzioni, il nepotismo e il clientelismo possono, infatti, limitare la libertà economica di un individuo).
Da questo punto di vista, l’Italia soffre di un ritardo dovuto principalmente alla lentezza della giustizia e all’estensione della corruzione (favorita dall’ingombrante burocrazia) che scoraggia gli investimenti e la crescita economica e comporta oltre 60 miliardi all’anno in sprechi di risorse pubbliche (o meglio: risorse del contribuente).

Dimensioni del governo
La valutazione in questo caso riguarda la tassazione (maggiore è la quota di reddito e di ricchezza assorbita dal governo, minore è la ricompensa dell’individuo per la propria attività e dunque minore è l’incentivo a intraprendere un lavoro), la spesa pubblica (la cui espansione distorce l’allocazione delle risorse sul mercato e gli incentivi agli investimenti privati, oltre a comportare un aumento della pressione fiscale) e la stabilità delle finanze pubbliche (poiché deficit e debito crescenti tendono a disturbare la stabilità macroeconomica, a introdurre incertezza e a limitare la libertà economica).
Sotto questi aspetti i problemi del nostro Paese sono enormi: la spesa pubblica pesa circa il 50% del PIL, la pressione fiscale è al 43%, il rapporto deficit/PIL fatica a scendere al di sotto del 2% e il debito pubblico sta al di sopra del 130%. Non sorprende che questa sia la macro-area che più penalizza l’Italia nella valutazione complessiva del suo grado di libertà economica.

Efficienza normativa
L’efficienza normativa di un paese dipende dalla sua libertà d’impresa (la capacità di un individuo di creare e gestire un’impresa senza indebite interferenze da parte dello stato), dalla sua libertà del mercato del lavoro (poiché la rigidità normativa impedisce ai datori di lavoro e ai dipendenti di negoziare liberamente termini e condizioni di lavoro, generando spesso una discrepanza cronica tra domanda e offerta) e dalla sua libertà monetaria (che richiede una valuta stabile e prezzi determinati dal mercato).
Anche in questo caso, eccezion fatta per la libertà monetaria che è di competenza europea, l’Italia non brilla: la creazione e gestione di nuove imprese resta un processo lungo e burocratico e l’inefficienza della pubblica amministrazione ne aumenta il costo in maniera rilevante; inoltre, le carenze sistemiche del mercato del lavoro continuano ad impedire la crescita dell’occupazione.

Apertura dei mercati
Dal punto di vista della libertà commerciale, di investimento e finanziaria le cose vanno, invece, molto meglio ma solo grazie all’influenza della tanto odiata Unione Europea.

I benefici della libertà
Ma perché la libertà è tanto importante? La risposta ce la fornisce Friedrich Von Hayek, Premio Nobel per l’Economia e tra i maggiori esponenti della cultura liberale del XX secolo: l’uomo è fondamentalmente ignorante su moltissime cose; ciò che sappiamo e che usiamo consapevolmente è solo una piccola parte di tutta la conoscenza che contribuisce al successo delle nostre azioni. È dunque necessario un “qualcosa” che permetta di mobilitare la conoscenza, che è dispersa, che nessuno possiede per intero e che nessuno può centralizzare: questo “qualcosa” è il libero mercato. Come scrive Hayek ne La società libera (Rubbettino, 2011), «la libertà è essenziale per far posto all’imprevedibile e all’impredicibile; ne abbiamo bisogno perché abbiamo imparato ad aspettarci da essa le occasioni per raggiungere molti dei nostri obiettivi. Siccome ogni individuo sa poco e, in particolare, raramente sa chi di noi sa fare meglio, ci affidiamo agli sforzi indipendenti e concorrenti dei molti, per propiziare la nascita di quel che desidereremo quando lo vedremo».
Guariamo ora ai dati: essi ci dicono che la libertà economica è la causa principale del miglioramento delle condizioni di vita. I Paesi classificati dall’Index of Economic Freedom come più liberi, infatti, hanno un livello medio di PIL pro-capite di gran lunga maggiore rispetto agli altri; più libertà economica significa anche una maggiore felicità (così come misurata nel World Happiness Report delle Nazioni Unite) ed un minor livello di disoccupazione.
Ciò di cui veramente l’Italia avrebbe bisogno è, dunque, un’azione concreta e decisa volta a ridurre il perimetro di intervento dello stato nell’economia. Ma trovare qualche politico che lo proponga seriamente è un’impresa titanica.Liberismo

È tutta colpa del liberismo?

Locandina Mingardi«Non c’è disastro, dall’incendio della Grenfell Tower a Londra al crollo del ponte Morandi a Genova, che non sia “colpa del neoliberismo”. Secondo un importante giornalista, è una specie di calamità che ogni tanto fa deragliare i treni. Per l’ex presidente della Camera dei Deputati Laura Boldrini avrebbe qualche cosa a che fare con la diffusione di Ebola, al pari di quei pipistrelli dell’Africa subsahariana il cui sangue conterrebbe il ceppo del virus. Del resto, c’è chi parla di “intossicazione ideologica” neoliberista: come la salmonella». Così scrive Alberto Mingardi nel suo ultimo libro La verità, vi prego, sul neoliberismo (Marsilio 2019). Ma questo presunto neoliberismo imperante è come l’araba fenice per Metastasio: che vi sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa.
Per dirimere la questione parlando anzitutto con fatti e numeri e sfuggendo alle logiche della propaganda politica, l’associazione L’Asino di Buridano, col patrocinio del Comune di Molteno, organizza “È tutta colpa del liberismo?”, serata di dibattito con l’autore Alberto Mingardi, direttore generale dell’Istituto Bruno Leoni e ricercatore di Storia delle Dottrine Politiche presso l’Università Iulm di Milano. L’evento, ad ingresso libero, si terrà giovedì 17 ottobre dalle ore 20.30 presso la sala consiliare di Molteno e sarà introdotto da Simone Galimberti, presidente dell’associazione L’Asino di Buridano, e da Giuseppe Chiarella, sindaco di Molteno.

Il vento di libertà soffia ad Hong Kong.

Il vento di libertà soffia ad Hong Kong.PNGIl territorio di Hong Kong è stato per oltre un secolo una colonia britannica: dalla Guerra dell’Oppio nella prima metà dell’Ottocento fino al 1997, i cittadini di questo piccolo ma molto popolato fazzoletto di terra hanno potuto godere dello stile di vita occidentale e dei benefici del libero mercato; non a caso, Hong Kong è classificata al primo posto dell’Economic Freedom Index, ha un livello di PIL pro-capite superiore ai 61.000 dollari l’anno (posizionandosi così nella top 10 mondiale) e un tasso di disoccupazione di appena il 3%. Ma la libertà economica va di pari passo con il rispetto dei diritti umani: dalla libertà di religione a quella di espressione e di informazione, Hong Kong si mostra agli occhi del mondo come il terzo paese più libero del globo e il primo nella regione del Sud-est asiatico.
Questo status quo è, però, seriamente in pericolo: nel 1997 è scaduta la cosiddetta “Seconda Convenzione di Pechino”, stipulata nel 1898 e con cui la Cina concedeva l’affitto al Regno Unito per 99 anni. Dal 1° luglio di quell’anno, Hong Kong è tornata sotto la sovranità cinese diventando una regione amministrativa speciale della Repubblica Popolare Cinese e sono iniziati i tentativi della dittatura comunista di Pechino di reprimerne l’autonomia e le libertà: innanzitutto, il capo del governo di Hong Kong non è eletto dai suoi cittadini, ma da un comitato elettorale composto da un ristretto numero di persone e pesantemente influenzato dal governo cinese; nel 2017, è stata annullata l’elezione di due parlamentari che durante la cerimonia di insediamento si erano rifiutati di giurare fedeltà a Pechino; dal 2018 ha chiuso l’ultima libreria che pubblicava libri censurati in Cina.
Negli ultimi mesi la situazione si è aggravata a causa della proposta di emendamento alla legge sull’estradizione che prevede la possibilità di far processare dalle autorità di Pechino gli accusati di gravi crimini: tale intervento legislativo è considerato un grave attentato all’autonomia e alla libertà di Hong Kong, poiché comporterebbe anche l’estradizione degli oppositori politici. Nonostante tale proposta sia stata ritirata, le proteste non accennano a fermarsi, anzi: la richiesta di maggiore democrazia, indispensabile per difendere la società libera, coinvolge ormai tutta la popolazione e nei giorni scorsi sono stati quasi 2 milioni i cittadini di Hong Kong scesi in piazza.
La libertà, declinata in ogni sua forma, è un valore imprescindibile e un prerequisito indispensabile per il benessere economico e sociale: ad Hong Kong lo sanno bene ed è arrivato il momento che l’Occidente si schieri fermamente dalla parte della libertà e contro il socialismo ed ogni forma di collettivismo totalitario.

Processo a Boko Haram: un rischio per la democrazia?

Processo a Boko Haram4 magistrati per 6670 militanti. Questi i numeri del super processo che vedrà luce per assicurare alla giustizia i membri di Boko Haram, responsabili dell’uccisione di 20 000 persone in Nigeria. Processo che si terrà in strutture militari, le quali hanno precedentemente accolto un numero immenso di arrestati, di cui alcuni morti durante la detenzione.
Diverse organizzazioni internazionali che operano nel campo della tutela dei diritti umani, ed Amnesty International in primo luogo, si sono però soffermate sulla composizione delle persone che verranno sottoposte a giudizio. In particolare: sarebbero presenti un ingente numero di bambini e donne prelevati dai loro villaggi senza alcun motivo, ma soprattutto una grande quantità di persone che hanno agito come militanti del gruppo terroristico, ma sostanzialmente sotto costrizione.
In tutto ciò la comunità internazionale e l’Unione europea tentennano. La seconda ha approntato un progetto diviso in due fasi, volto a rafforzare il sistema giudiziario e la legislazione nell’ottica di una più effettiva risposta al terrorismo, ma i fondi possono definirsi esigui, così come la durata del progetto stesso. La prima invece pare colta da miopia, il tutto testimoniato dal fatto che il processo si svolgerà nell’oscurità mediatica, e senza osservatori internazionali. L’indagine avviata dall’ufficio del procuratore della Corte internazionale penale (CIP) è ad oggi sospesa, dopo aver constatato che si possa parlare di crimini contro l’umanità, che quindi ricadrebbero sotto la sua giurisdizione. Giurisdizione che la CIP dovrebbe arrogarsi, invertendo per una volta la ratio della sua creazione: in questo caso la necessità non è garantire che vengano puniti i responsabili del reato, bensì limitare una volontà di punire volta più che altro a sedare l’opinione pubblica, così da assicurare alla giustizia i reali responsabili di tali atti.
La giustizia non deve diventare uno strumento di guerra, e soprattutto se vogliamo che in un conflitto tra valori liberali e valori illiberali i primi abbiano successo, allora dobbiamo far si che gli stessi vengano rispettati. Solo così la democrazia liberale si imporrà legittimamente tra le popolazioni di tutto il globo.