Il vento di libertà soffia ad Hong Kong.

Il vento di libertà soffia ad Hong Kong.PNGIl territorio di Hong Kong è stato per oltre un secolo una colonia britannica: dalla Guerra dell’Oppio nella prima metà dell’Ottocento fino al 1997, i cittadini di questo piccolo ma molto popolato fazzoletto di terra hanno potuto godere dello stile di vita occidentale e dei benefici del libero mercato; non a caso, Hong Kong è classificata al primo posto dell’Economic Freedom Index, ha un livello di PIL pro-capite superiore ai 61.000 dollari l’anno (posizionandosi così nella top 10 mondiale) e un tasso di disoccupazione di appena il 3%. Ma la libertà economica va di pari passo con il rispetto dei diritti umani: dalla libertà di religione a quella di espressione e di informazione, Hong Kong si mostra agli occhi del mondo come il terzo paese più libero del globo e il primo nella regione del Sud-est asiatico.
Questo status quo è, però, seriamente in pericolo: nel 1997 è scaduta la cosiddetta “Seconda Convenzione di Pechino”, stipulata nel 1898 e con cui la Cina concedeva l’affitto al Regno Unito per 99 anni. Dal 1° luglio di quell’anno, Hong Kong è tornata sotto la sovranità cinese diventando una regione amministrativa speciale della Repubblica Popolare Cinese e sono iniziati i tentativi della dittatura comunista di Pechino di reprimerne l’autonomia e le libertà: innanzitutto, il capo del governo di Hong Kong non è eletto dai suoi cittadini, ma da un comitato elettorale composto da un ristretto numero di persone e pesantemente influenzato dal governo cinese; nel 2017, è stata annullata l’elezione di due parlamentari che durante la cerimonia di insediamento si erano rifiutati di giurare fedeltà a Pechino; dal 2018 ha chiuso l’ultima libreria che pubblicava libri censurati in Cina.
Negli ultimi mesi la situazione si è aggravata a causa della proposta di emendamento alla legge sull’estradizione che prevede la possibilità di far processare dalle autorità di Pechino gli accusati di gravi crimini: tale intervento legislativo è considerato un grave attentato all’autonomia e alla libertà di Hong Kong, poiché comporterebbe anche l’estradizione degli oppositori politici. Nonostante tale proposta sia stata ritirata, le proteste non accennano a fermarsi, anzi: la richiesta di maggiore democrazia, indispensabile per difendere la società libera, coinvolge ormai tutta la popolazione e nei giorni scorsi sono stati quasi 2 milioni i cittadini di Hong Kong scesi in piazza.
La libertà, declinata in ogni sua forma, è un valore imprescindibile e un prerequisito indispensabile per il benessere economico e sociale: ad Hong Kong lo sanno bene ed è arrivato il momento che l’Occidente si schieri fermamente dalla parte della libertà e contro il socialismo ed ogni forma di collettivismo totalitario.

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