Gli insegnamenti di questa crisi di governo.

Gli insegnamenti di questa crisi di governoCosa ci sta insegnando questa crisi di governo (ammesso che di crisi si potrà parlare)? Si può dire che, sulla scia di quello che avvenne durante il referendum costituzionale del 2016, c’è in corso un tendenziale disaffezionamento per i principi fondamentali del diritto costituzionale. “Non abbiamo paura del voto”, “il popolo è sovrano”, “non vi è nulla di più democratico e trasparente delle elezioni”: queste le espressioni più pronunciate nelle fasi di avvicinamento di quella che potenzialmente potrà essere ufficialmente una crisi di governo. Tralasciando che si fatica ad annoverare il voto tra le prime dieci attività preferite dai cittadini italiani, queste affermazioni sono gravi e preoccupanti.
L’articolo 1 della Costituzione dice sì che la sovranità appartiene al popolo, ma aggiunge che essa è esercitate nelle forme e nei limiti previsti dalla Costituzione stessa. Quanto alle forme, si dà il caso che secondo il dettato costituzionale l’Italia sia una democrazia parlamentare, e che è dunque il Parlamento il luogo in cui la sovranità viene esercitata: Parlamento che è appunto eletto dai cittadini, i quali conferiscono un mandato parlamentare a deputati e senatori per cinque anni. Tralasciamo anche che certe pretese provengono da un partito che conta 125 deputati su 630, e 58 senatori su 319. Tolto anche questo cosa ci resta? Beh, ci restano 261 senatori e 505 deputati. Ovviamente non stiamo affermando che questi sono i numeri di una potenziale maggioranza, ma non si può trascurare come la volontà popolare resti ben rappresentata all’interno dei due rami del Parlamento, anche se un singolo gruppo parlamentare vorrebbe nuove elezioni. In una democrazia parlamentare è infatti compito del Presidente della Repubblica quello di nominare il governo, ovviamente sulla base delle possibili maggioranze che si creano in Parlamento, e solo in caso contrario è lo stesso a decretare lo scioglimento delle Camere.
Ci resta qualcos’altro? Quasi ci dimenticavamo. “No agli inciuci” “Un governo Renzi-Di Maio non sarebbe un governo naturale”: questo l’altro strumento di propaganda sventolato nell’ultima settimana. Si dà il caso che, essendo l’Italia una repubblica parlamentare, ed avendo un sistema elettorale che non può essere definito maggioritario (inoltre i sistemi elettorali maggioritari non sono sinonimo di automatico ottenimento di una maggioranza parlamentare), la maggioranza all’interno del Parlamento si dovrà per forza di cose trovare tramite l’alleanza di due o più forze politiche (così come è già avvenuto con il governo gialloverde). Si può dunque discutere dell’esigenza di avere un sistema elettorale diverso (cosa che puntualmente si fa ad ogni crisi di governo e prima di ogni tornata elettorale), di trasformare l’Italia in una Repubblica presidenziale, di adottare strumenti costituzionali volti a garantire la stabilità degli esecutivi (vedasi la sfiducia costruttiva), oppure di ridurre la durata delle legislature, ma quello che ci insegnano questi scenari di crisi è ben più preoccupante.
In questa fase della storia europea, la politica è cambiata, e con essa gli elettori. Come afferma Catherine Fieschi in “Populocracy. The Tyranny of Authenticity and the Rise of Populism” gli elettori vogliono sentirsi sempre e profondamente raggiungibili e per questo motivo i politici amano mostrarsi raggiungibili e rintracciabili. Per questo nascondersi dietro la bandiera della non paura del voto è molto preoccupante. Ed è preoccupante perché in tal modo le forze politiche, così come già avviene stante la perenne instabilità degli esecutivi, stazionano in una costante campagna elettorale. La volatilità del consenso è senza dubbio un problema dei giorni nostri, ma la soluzione non è certo la distruzione delle basi della democrazia parlamentare. Stabilità, responsabilità e alternanza sono le uniche cure che conosciamo per poter controllare i cambiamenti che per forza di cose sono avvenuti nella società contemporanea.

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