Siamo una Repubblica fondata sui sondaggi?

Siamo una repubblica fondata sui sondaggi.PNGSi è già parlato in un altro recente articolo di come la volatilità dei consensi sia uno dei problemi maggiormente da prendere in considerazione sulla scena politica contemporanea. Si è anche già abbondantemente trattato di come, da un punto di vista costituzionale, richiedere elezioni ogni anno sia contrario ai principi della democrazia parlamentare. Abbiamo dunque deciso di depotenziare, attraverso l’uso di dati, tutti quegli argomenti che affermano che sia necessario recarsi alle urne data la mutata situazione politica: più nello specifico, vogliamo mostrarvi come, nell’arco della legislatura, i risultati delle tornate elettorali e le previsioni dei sondaggi dimostrano che il consenso verso le forze politiche sia in continuo divenire.
Immediatamente dopo le elezioni del 2018, contestualmente alla formazione del Governo Conte, la Lega registrò un forte balzo in avanti nei sondaggi, fino ad arrivare al 25%, mentre a luglio aveva praticamente raggiunto il Movimento 5 stelle. Gli equilibri tra le forze governative erano dunque già mutati dopo solamente tre mesi. Si sarebbero dunque dovute sciogliere le Camere per recarsi immediatamente alle urne? Alle elezioni europee questo mutamento era divenuto ancora più evidente, e lo scarto tra Lega e M5S andò rinforzandosi. Lo scenario antecedente alla crisi di governo nei sondaggi era infatti il seguente: Lega 38%, Pd 23%, M5S 17%, Forza Italia 7%. Questa dunque la situazione che giustificherebbe le pretese delle forze di centro-destra nella richiesta di nuove elezioni.
Quello che però è evidente dagli ultimi sondaggi – che come tutti i sondaggi andrebbero presi con le pinze – è che in una sola settimana il consenso alle forze politiche è cambiato in maniera repentina: la Lega avrebbe infatti perso il 7% dei consensi (!), mentre il M5S sarebbe tornato sopra quota 20%. Vi verrà da chiedervi se siamo appassionati di sondaggi, e potreste inoltre affermare che stiamo ragionando secondo la stessa ottica utilizzata dalle forze politiche. La risposta è ovviamente negativa. Questo grafico si limita a dimostrare come il consenso muti repentinamente: è avvenuto immediatamente dopo le elezioni del 2018, e si è ripetuto durante questi scenari di crisi.Volatilità.png
Quindi, anche risparmiandoci le lezioni di diritto costituzionale, determinate pretese di voto anticipato sono e saranno insensate fino a quando ovviamente non verrà constatata l’inesistenza di una maggioranza alternativa in parlamento. La stabilità delle istituzioni è un principio troppo importante, che non può dunque essere sacrificato sull’altare dei sondaggi elettorali: il rischio è quello di cadere in un perenne stato di campagna elettorale. I sondaggi sono senza dubbio uno strumento importante, ma si inseriscono in quell’ottica per cui gli elettori vogliono sentirsi sempre e profondamente raggiungibili. Proprio per questo, i sondaggi permettono di cogliere quale sia il comune sentire sull’implementazione di determinante politiche. Allo stesso tempo però, essi non devono diventare uno strumento di ricatto nelle mani delle forze politiche, e non dovranno mai minare le basi della democrazia parlamentare.

Gli insegnamenti di questa crisi di governo.

Gli insegnamenti di questa crisi di governoCosa ci sta insegnando questa crisi di governo (ammesso che di crisi si potrà parlare)? Si può dire che, sulla scia di quello che avvenne durante il referendum costituzionale del 2016, c’è in corso un tendenziale disaffezionamento per i principi fondamentali del diritto costituzionale. “Non abbiamo paura del voto”, “il popolo è sovrano”, “non vi è nulla di più democratico e trasparente delle elezioni”: queste le espressioni più pronunciate nelle fasi di avvicinamento di quella che potenzialmente potrà essere ufficialmente una crisi di governo. Tralasciando che si fatica ad annoverare il voto tra le prime dieci attività preferite dai cittadini italiani, queste affermazioni sono gravi e preoccupanti.
L’articolo 1 della Costituzione dice sì che la sovranità appartiene al popolo, ma aggiunge che essa è esercitate nelle forme e nei limiti previsti dalla Costituzione stessa. Quanto alle forme, si dà il caso che secondo il dettato costituzionale l’Italia sia una democrazia parlamentare, e che è dunque il Parlamento il luogo in cui la sovranità viene esercitata: Parlamento che è appunto eletto dai cittadini, i quali conferiscono un mandato parlamentare a deputati e senatori per cinque anni. Tralasciamo anche che certe pretese provengono da un partito che conta 125 deputati su 630, e 58 senatori su 319. Tolto anche questo cosa ci resta? Beh, ci restano 261 senatori e 505 deputati. Ovviamente non stiamo affermando che questi sono i numeri di una potenziale maggioranza, ma non si può trascurare come la volontà popolare resti ben rappresentata all’interno dei due rami del Parlamento, anche se un singolo gruppo parlamentare vorrebbe nuove elezioni. In una democrazia parlamentare è infatti compito del Presidente della Repubblica quello di nominare il governo, ovviamente sulla base delle possibili maggioranze che si creano in Parlamento, e solo in caso contrario è lo stesso a decretare lo scioglimento delle Camere.
Ci resta qualcos’altro? Quasi ci dimenticavamo. “No agli inciuci” “Un governo Renzi-Di Maio non sarebbe un governo naturale”: questo l’altro strumento di propaganda sventolato nell’ultima settimana. Si dà il caso che, essendo l’Italia una repubblica parlamentare, ed avendo un sistema elettorale che non può essere definito maggioritario (inoltre i sistemi elettorali maggioritari non sono sinonimo di automatico ottenimento di una maggioranza parlamentare), la maggioranza all’interno del Parlamento si dovrà per forza di cose trovare tramite l’alleanza di due o più forze politiche (così come è già avvenuto con il governo gialloverde). Si può dunque discutere dell’esigenza di avere un sistema elettorale diverso (cosa che puntualmente si fa ad ogni crisi di governo e prima di ogni tornata elettorale), di trasformare l’Italia in una Repubblica presidenziale, di adottare strumenti costituzionali volti a garantire la stabilità degli esecutivi (vedasi la sfiducia costruttiva), oppure di ridurre la durata delle legislature, ma quello che ci insegnano questi scenari di crisi è ben più preoccupante.
In questa fase della storia europea, la politica è cambiata, e con essa gli elettori. Come afferma Catherine Fieschi in “Populocracy. The Tyranny of Authenticity and the Rise of Populism” gli elettori vogliono sentirsi sempre e profondamente raggiungibili e per questo motivo i politici amano mostrarsi raggiungibili e rintracciabili. Per questo nascondersi dietro la bandiera della non paura del voto è molto preoccupante. Ed è preoccupante perché in tal modo le forze politiche, così come già avviene stante la perenne instabilità degli esecutivi, stazionano in una costante campagna elettorale. La volatilità del consenso è senza dubbio un problema dei giorni nostri, ma la soluzione non è certo la distruzione delle basi della democrazia parlamentare. Stabilità, responsabilità e alternanza sono le uniche cure che conosciamo per poter controllare i cambiamenti che per forza di cose sono avvenuti nella società contemporanea.