Al referendum L’Asino di Buridano voterà NO.

Al referendum LADB voterà NOIl nome della nostra associazione deriva da una storia allegorica del filosofo Giovanni Buridano: in essa, un asino si ritrova dinnanzi a due mucchi di fieno perfettamente identici e, non avendo elementi per preferire l’uno o l’altro, resta paralizzato dalla sua incapacità di scegliere e muore di fame. La nostra mission, il motivo per cui abbiamo deciso di intraprendere questo progetto, è fornire agli elettori elementi per prendere decisioni consapevoli. Ecco dunque che, in occasione del prossimo referendum costituzionale, non è certo nostra intenzione “fare come l’asino di Buridano”: il 20 e 21 settembre voteremo no e invitiamo tutti voi a fare altrettanto.
I motivi sono fondamentalmente due e sono tra di loro correlati. Il primo non necessita di molte argomentazioni a riguardo: il taglio dei parlamentari comporterà una riduzione della spesa pari a 1,20 euro a italiano ossia, per i più sfortunati, il costo di un caffè. Il secondo è collegato al primo, perché la demagogia è sempre figlia dell’incompetenza o – alternativamente, per i più maliziosi – di piani i cui fini, reconditi ai più, hanno una portata potenzialmente distruttiva: è questo il caso della riforma costituzionale che permetterebbe il taglio dei parlamentari, e le parole del segretario Pd Nicola Zingaretti e di Goffredo Bettini – secondo cui tale intervento diventerebbe pericoloso per mezzo degli effetti di una semplice legge ordinaria, in questo caso della non adozione di una nuova legge elettorale – dovrebbero indurci a una riflessione e spingerci a concludere che la modifica della Costituzione sia stata mal concepita nei suoi contenuti.
Non dimentichiamoci che i proponenti del taglio dei parlamentari sono coloro che si definiscono i paladini della democrazia diretta, che ha la sua massima esplicazione nella piattaforma Rousseau (gestita dall’Associazione Rousseau che fu, tra le altre, multata il 4 aprile dal Garante della Privacy a causa di potenziali problemi concernenti la sicurezza e la segretezza delle votazioni, e della scarsa protezione dei dati dei votanti). È evidente cosa sottenda tale proposta: l’erosione della centralità del Parlamento – che è per altro già in corso se si considera che in questa legislatura sono diventate legge l’1,36% dei ddl presentati dal Parlamento, a fronte del 68,69% per quel che concerne quelle di iniziativa governativa. In questo caso, è necessario argomentare, in quanto le ripercussioni sul funzionamento dell’organo legislativo non possono per forza di cose risultare immediate.
Riducendo il numero dei parlamentari da 945 a 600 si porranno dei seri problemi di rappresentanza in due modi. In primo luogo, l’Italia diventerebbe il Paese UE con il più alto numero di abitanti per deputato (151.210). Un problema non di poco conto, se si considera che esso dovrà per forza di cose trasformarsi in un aumento delle dimensioni dei collegi elettorali, che comporta dunque un ulteriore affievolimento della responsabilità di deputati e senatori nei confronti dei propri elettori.
In secondo luogo, si presenteranno altrettanto seri problemi di rappresentanza per quel che concerne gli organi interni del Parlamento, ovvero sul loro funzionamento. Si consideri in particolare il Senato, che, laddove la riforma costituzionale dovesse essere confermata, sarebbe composto da soli 200 senatori. I critici potrebbero argomentare: “Con la riforma Costituzionale del 2016 sarebbero divenuti 148”. È tutto vero, ma non si deve dimenticare che, in questo caso, le funzioni della camera alta del Parlamento rimarrebbero intatte, e con esse dunque la cosiddetta navetta parlamentare. Se le funzioni e il funzionamento rimangono intatti, significa che rimarranno immutate anche le prerogative degli organi del Senato. Avendo sostenuto che l’obiettivo della riforma è la definitiva erosione della centralità del Parlamento, l’attenzione deve spostarsi sul funzionamento delle Commissioni, ossia il vero motore dell’attività parlamentare. Se venisse ridotto il numero dei Senatori, si avrebbero Commissioni composte da 13-14 Senatori (!). Qui sorgono i problemi. Ai sensi dell’articolo 72 della Costituzione, 1/5 dei componenti delle Commissioni può richiedere che un ddl sia discusso e votato dal ramo del Parlamento competente, o alternativamente che sia sottoposto alla sua approvazione finale (ovviamente ad eccezione delle materie coperte da riserva all’assemblea). Matematica alla mano, basterebbero quattro senatori per l’approvazione di una legge all’interno di una Commissione. Commissioni con un ristretto numero di Senatori fanno insorgere altresì problemi di rappresentanza. Il medesimo articolo della Costituzione infatti, prescrive che esse siano composte in modo da rispecchiare la proporzione dei gruppi parlamentari, e dunque si rischierebbe che le forze politiche di minoranza non siano presenti in tutte le Commissioni.
Ecco svelato dunque il piano dei proponenti di questa sciagurata riforma. Al netto dei casi in cui le Commissioni svolgono le proprie attività in sede legislativa o deliberante, ovvero in sede redigente, esse sono il cuore del procedimento legislativo, che, come ormai risulterà più chiaro ai lettori, vuole essere tenuto a debita distanza dalle aule parlamentari. È evidente che per mezzo di questa riforma costituzionale non si sono volute affrontare le problematiche istituzionali che contraddistinguono l’Italia. Non vi è traccia del superamento del bicameralismo perfetto, ma anzi, alla luce del notevole potenziamento delle Commissioni, si corre il rischio di rallentare notevolmente il processo legislativo. Non vi è traccia della necessaria limitazione all’abuso di decreti legislativi, ma anzi, si giustificherà il loro ricorso sulla base del sopracitato rallentamento dell’iter legislativo. Potremmo andare avanti con la lista delle riforme istituzionali che necessiterebbe il nostro Paese, ma ci fermiamo qui. Siamo già abbastanza disgustati dall’ipocrisia di un “partito” che vuole permettere ai cittadini di giocare un ruolo fondamentale per il futuro del Paese, ma che distrugge le fondamenta della democrazia dello stesso. Siamo altrettanto disgustati dall’ipocrisia degli altri partiti che, per garantire la sopravvivenza del Governo, tacciono e rinnegano gli ideali da loro branditi in passato, quando per esempio, ad ogni proposta di riforma della legge elettorale, si erigevano a paladini della rappresentatività.
Bene, questa riforma distrugge tanto il concetto di rappresentatività, quanto quello di accountability. Si rafforzerà meramente il ruolo delle direzioni partiti, pardon, delle personalità che guidano i partiti. Il legame tra territorio e partiti è da anni compromesso, e questa riforma è solo la continuazione di tale processo. Un processo che mira alla creazione di un sistema dove le decisioni sono prese da élite ristrette, rigidamente sottomesse alla volontà del leader di partito, mentre gli spazi di dibattito, all’interno del luogo preposto allo stesso, si restringono.
Benvenuti nel futuro. Siamo ancora in tempo per cambiarlo però. Per questo motivo L’Asino di Buridano, il 20 e il 21 settembre voterà no: fatelo anche voi!

L’ennesima svolta autoritaria dell’Ungheria.

L'ennesima svolta autoritaria in UngheriaI recenti avvenimenti che riguardano l’Ungheria ricordano all’Unione Europea un’ulteriore problematica piuttosto imminente che – se mai ce ne fosse bisogno – va ad aggiungersi a quelle sanitaria ed economica. Difatti, la decisione del Premier ungherese Orbán di conferirsi pieni poteri (che a breve verrà approfondita) palesa la necessità da parte dell’UE di salvaguardare gli assetti democratici dei propri Stati Membri.
Con una maggioranza di 137 voti a favore e 57 contrari, ottenuta grazie al partito del Premier Fidesz (che, si pensi, a seguito delle contestate elezioni dell’8 aprile 2018 detiene ben 133 seggi sui 199 dell’Assemblea Nazionale, già ridotti rispetto ai 386 vigenti prima della riforma elettorale del 23 dicembre 2001, votata proprio durante i primi periodi del secondo governo Orbán) e ad alcuni voti provenienti dall’estrema destra, il Parlamento ungherese ha approvato la Legge di Autorizzazione per contrastare il Coronavirus. La legge, senza troppi giri di parole, attribuisce appunto pieni poteri al Premier, il quale potrà d’ora in poi governare per decreto, bloccare le elezioni e sospendere le leggi che sono già in vigore, di fatto congelando il ruolo dell’organo legislativo. La nuova legge prevede pene severissime per chi non rispetta il coprifuoco imposto dalle autorità (fino a 8 anni di carcere) e per chi diffonde notizie false (fino a 10 anni di carcere), non essendo poi chiaro chi potrà stabilire effettivamente la veridicità delle informazioni e – anche per via della vaghezza del testo – lasciando intatta la possibilità di includere in tali fattispecie anche qualsiasi tipo di manifestazione di dissenso politico e critica al governo.
L’elemento più grave di questa legge è però un altro: tutto ciò a cui si è appena accennato vale a tempo indeterminato. Si noti, a questo proposito, che le stesse opposizioni avevano effettivamente dichiarato la loro disponibilità a votare favorevolmente il testo qualora Orbán avesse provveduto a fornire una scadenza delle misure. Nonostante ciò, però, proprio per via della sproporzionata maggioranza di cui gode Fidesz, il Premier, oltre ad aver seccamente rifiutato la proposta, ha addirittura asserito che coloro che non si schiereranno dalla sua parte staranno “dalla parte del virus”.
È indiscutibile che tali misure siano gravissime, tanto più che vengono autorizzate da uno Stato Membro dell’Unione Europea. Ciò detto, però, agli occhi un osservatore informato, la mossa di Orbán non può certo costituire un elemento di sorpresa. Essa si pone a coronamento della strategia della cosiddetta democrazia illiberale che il Premier ha, neanche troppo gradualmente, instaurato in Ungheria a partire dal 2010 mediante l’erosione dell’indipendenza giudiziaria, le “leggi schiavitù” sul lavoro, la progressiva scomparsa dell’informazione libera (la maggior parte dei media indipendenti sono stati acquistati dagli oligarchi vicini alla figura di Orbán) e altri atteggiamenti di deriva autoritaria.
Non solo: la reiterata azione estremamente spregiudicata di Orbán costituisce una vera e propria umiliazione per l’UE, soprattutto se si considera che grandissima parte della rapida crescita economica del Paese magiaro verificatasi negli scorsi anni (la quale ha certamente contribuito ad arricchire la popolarità di Orbán, che è poi esplosa per via delle efficaci propagande anti-migranti di Fidesz durante le campagne elettorali per le elezioni politiche del 2018 e europee del 2019) si deve proprio alla sua appartenenza alla grande area commerciale europea e ai trasferimenti ricevuti dal bilancio di Bruxelles.
Ci si chiede, allora, cosa faccia e cosa possa fare l’UE per frenare le continue violazioni dell’Art. 2 del Trattato sull’Unione Europea (TUE), che detta i principi democratici e i diritti fondamentali sui quali si fonda l’intero progetto europeo. In realtà, a giudicare dalle informazioni disponibili sino ad oggi, ben poco. Sebbene l’adesione dei 13 eurodeputati di Fidesz sia stata congelata dal Partito Popolare Europeo (PPE) e l’Ungheria sia finita sotto la procedura contemplata dall’art 7 TUE per violazione proprio dei diritti contenuti nell’art 2 TUE già da tempo (su un dossier che si trascinava ormai da anni, accompagnato dall’apertura di numerose procedure di infrazione da parte della Commissione Europea), l’azione dell’Ue non riesce ad essere incisiva. Infatti, nonostante lo storico voto a favore del cosiddetto Rapporto Sargentini da parte del Parlamento Europeo nel settembre del 2018, per arrivare a sanzionare uno Stato Membro attraverso l’art 7 TUE, sinteticamente, è necessario il voto unanime del Consiglio dell’Unione Europea, estremamente improbabile solo se si considera che sarebbe necessario anche quello della Polonia che, oltre ad essere politicamente molto vicina all’Ungheria di Orbán (così come gli Paesi del Gruppo di Visegrád), è essa stessa al centro di un’altra procedura attivatasi mediante l’articolo 7 TUE in considerazione delle minacce relative all’indipendenza della magistratura.
In parole povere, l’UE si trova intrappolata nel suo stesso assetto giuridico e non riesce a porre limiti all’atteggiamento di un governo a capo di un Paese dal peso decisamente relativo.
In questo contesto, l’emergenza Coronavirus, in particolare, rischia, come si legge nel focus dell’ISPI del 31 marzo, di mietere la prima vittima tra le democrazie senza che l’UE riesca ad intervenire (ad oggi, nonostante gli sforzi del comitato europeo per le libertà civili, dalla Commissione Europea arrivano solo timidi richiami generalizzati). Alla luce di ciò, non può quindi stupire che, rileggendo oggi, a posteriori, l’art. 49 TUE e i cosiddetti Criteri di Copenaghen (in particolare, il criterio politico, laddove stabilisce la necessità della “presenza di istituzioni stabili, garanti della democrazia, dello stato di diritto e dei diritti umani”) per l’adesione all’UE, il caso dell’Ungheria possa sembrare alquanto paradossale. Del resto, questo concetto è ormai piuttosto conosciuto con l’espressione “Copenaghen Dilemma”: sebbene esista la possibilità di porre un veto sull’adesione di uno Stato candidato in base alla compatibilità di quest’ultimo con i diritti fondamentali, non esiste un meccanismo efficace per supervisionare la sua aderenza a tali valori a seguito dell’accesso.

Gli insegnamenti di questa crisi di governo.

Gli insegnamenti di questa crisi di governoCosa ci sta insegnando questa crisi di governo (ammesso che di crisi si potrà parlare)? Si può dire che, sulla scia di quello che avvenne durante il referendum costituzionale del 2016, c’è in corso un tendenziale disaffezionamento per i principi fondamentali del diritto costituzionale. “Non abbiamo paura del voto”, “il popolo è sovrano”, “non vi è nulla di più democratico e trasparente delle elezioni”: queste le espressioni più pronunciate nelle fasi di avvicinamento di quella che potenzialmente potrà essere ufficialmente una crisi di governo. Tralasciando che si fatica ad annoverare il voto tra le prime dieci attività preferite dai cittadini italiani, queste affermazioni sono gravi e preoccupanti.
L’articolo 1 della Costituzione dice sì che la sovranità appartiene al popolo, ma aggiunge che essa è esercitate nelle forme e nei limiti previsti dalla Costituzione stessa. Quanto alle forme, si dà il caso che secondo il dettato costituzionale l’Italia sia una democrazia parlamentare, e che è dunque il Parlamento il luogo in cui la sovranità viene esercitata: Parlamento che è appunto eletto dai cittadini, i quali conferiscono un mandato parlamentare a deputati e senatori per cinque anni. Tralasciamo anche che certe pretese provengono da un partito che conta 125 deputati su 630, e 58 senatori su 319. Tolto anche questo cosa ci resta? Beh, ci restano 261 senatori e 505 deputati. Ovviamente non stiamo affermando che questi sono i numeri di una potenziale maggioranza, ma non si può trascurare come la volontà popolare resti ben rappresentata all’interno dei due rami del Parlamento, anche se un singolo gruppo parlamentare vorrebbe nuove elezioni. In una democrazia parlamentare è infatti compito del Presidente della Repubblica quello di nominare il governo, ovviamente sulla base delle possibili maggioranze che si creano in Parlamento, e solo in caso contrario è lo stesso a decretare lo scioglimento delle Camere.
Ci resta qualcos’altro? Quasi ci dimenticavamo. “No agli inciuci” “Un governo Renzi-Di Maio non sarebbe un governo naturale”: questo l’altro strumento di propaganda sventolato nell’ultima settimana. Si dà il caso che, essendo l’Italia una repubblica parlamentare, ed avendo un sistema elettorale che non può essere definito maggioritario (inoltre i sistemi elettorali maggioritari non sono sinonimo di automatico ottenimento di una maggioranza parlamentare), la maggioranza all’interno del Parlamento si dovrà per forza di cose trovare tramite l’alleanza di due o più forze politiche (così come è già avvenuto con il governo gialloverde). Si può dunque discutere dell’esigenza di avere un sistema elettorale diverso (cosa che puntualmente si fa ad ogni crisi di governo e prima di ogni tornata elettorale), di trasformare l’Italia in una Repubblica presidenziale, di adottare strumenti costituzionali volti a garantire la stabilità degli esecutivi (vedasi la sfiducia costruttiva), oppure di ridurre la durata delle legislature, ma quello che ci insegnano questi scenari di crisi è ben più preoccupante.
In questa fase della storia europea, la politica è cambiata, e con essa gli elettori. Come afferma Catherine Fieschi in “Populocracy. The Tyranny of Authenticity and the Rise of Populism” gli elettori vogliono sentirsi sempre e profondamente raggiungibili e per questo motivo i politici amano mostrarsi raggiungibili e rintracciabili. Per questo nascondersi dietro la bandiera della non paura del voto è molto preoccupante. Ed è preoccupante perché in tal modo le forze politiche, così come già avviene stante la perenne instabilità degli esecutivi, stazionano in una costante campagna elettorale. La volatilità del consenso è senza dubbio un problema dei giorni nostri, ma la soluzione non è certo la distruzione delle basi della democrazia parlamentare. Stabilità, responsabilità e alternanza sono le uniche cure che conosciamo per poter controllare i cambiamenti che per forza di cose sono avvenuti nella società contemporanea.

Processo a Boko Haram: un rischio per la democrazia?

Processo a Boko Haram4 magistrati per 6670 militanti. Questi i numeri del super processo che vedrà luce per assicurare alla giustizia i membri di Boko Haram, responsabili dell’uccisione di 20 000 persone in Nigeria. Processo che si terrà in strutture militari, le quali hanno precedentemente accolto un numero immenso di arrestati, di cui alcuni morti durante la detenzione.
Diverse organizzazioni internazionali che operano nel campo della tutela dei diritti umani, ed Amnesty International in primo luogo, si sono però soffermate sulla composizione delle persone che verranno sottoposte a giudizio. In particolare: sarebbero presenti un ingente numero di bambini e donne prelevati dai loro villaggi senza alcun motivo, ma soprattutto una grande quantità di persone che hanno agito come militanti del gruppo terroristico, ma sostanzialmente sotto costrizione.
In tutto ciò la comunità internazionale e l’Unione europea tentennano. La seconda ha approntato un progetto diviso in due fasi, volto a rafforzare il sistema giudiziario e la legislazione nell’ottica di una più effettiva risposta al terrorismo, ma i fondi possono definirsi esigui, così come la durata del progetto stesso. La prima invece pare colta da miopia, il tutto testimoniato dal fatto che il processo si svolgerà nell’oscurità mediatica, e senza osservatori internazionali. L’indagine avviata dall’ufficio del procuratore della Corte internazionale penale (CIP) è ad oggi sospesa, dopo aver constatato che si possa parlare di crimini contro l’umanità, che quindi ricadrebbero sotto la sua giurisdizione. Giurisdizione che la CIP dovrebbe arrogarsi, invertendo per una volta la ratio della sua creazione: in questo caso la necessità non è garantire che vengano puniti i responsabili del reato, bensì limitare una volontà di punire volta più che altro a sedare l’opinione pubblica, così da assicurare alla giustizia i reali responsabili di tali atti.
La giustizia non deve diventare uno strumento di guerra, e soprattutto se vogliamo che in un conflitto tra valori liberali e valori illiberali i primi abbiano successo, allora dobbiamo far si che gli stessi vengano rispettati. Solo così la democrazia liberale si imporrà legittimamente tra le popolazioni di tutto il globo.