Semplificare. Lo abbiamo sentito ripetere così spesso che, ormai, sembra aver perso qualsiasi significato reale: la lotta alla burocrazia, infatti, sebbene considerata a parole una priorità da tutti i governi succedutisi negli anni recenti, è sempre rimasta solo sulla carta. Ma cos’è la burocrazia? Nel suo libro “I Sette peccati capitali dell’economia italiana” (Feltrinelli, 2018), Carlo Cottarelli scrive che «esiste una piccola e una grande burocrazia. La piccola burocrazia è quella con cui ci scontriamo tutti i giorni: il modulo difficile da compilare, la coda all’Agenzia delle Entrate, e così via. La grande burocrazia è invece la ragnatela di leggi, norme, regolamenti che avvolge l’Italia e che ostacola il buon funzionamento dell’economia».
Che intervenire per sfoltire l’italico ginepraio di leggi e regolamenti sia una priorità, per noi è un’affermazione banale. Ma, come sempre, fatti e numeri possono darci un quadro più chiaro e oggettivo della situazione. L’indice Doing Businesss 2019 della Banca Mondiale, il quale classifica i paesi in base a quanto l’ambiente normativo è favorevole all’avvio e allo svolgimento di un’impresa, ci pone 59simi, dietro a Romania, Kenya e Kosovo; se si considerano solo i paesi OCSE ad alto reddito, l’Italia scivola al quart’ultimo posto. Secondo l’Osservatorio sulla Semplificazione di Assolombarda Confindustria (Milano e Monza Brianza), il peso della burocrazia sul fatturato di un’impresa può arrivare a pesare fino al 4%: si va da una stima di 108mila euro per una piccola impresa fino ai 710mila di una di medie dimensioni. Complessivamente, la CGIA di Mestre quantifica in 57 miliardi all’anno i costi delle aziende italiane per i rapporti con la pubblica amministrazione.
La tradizione politica italiana di annunciare provvedimenti tesi a ridurre i tentacoli della burocrazia è stata rispettata anche dal Governo Conte, che nei giorni scorsi ha approvato (salvo intese) il “Decreto Semplificazioni” promesso a maggio. Le aspettative sono state, però, ancora una volta deluse e la montagna ha partorito un topolino: Sabino Cassese, intervistato dall’Huffington Post, ha dichiarato che l’esecutivo ha fatto «il meno possibile, sul maggior numero di materie, e quel poco è stato fatto male» e ha sottolineato il paradosso di voler semplificare per mezzo di un decreto composto da 48 articoli e lungo 96 pagine. Anche Carlo Stagnaro, in un articolo pubblicato su Il Foglio dell’8 luglio, ha puntato il dito contro le misure messe in campo con la speranza di velocizzare i tempi di esecuzione delle opere pubbliche: concentrandosi sulla fase di affidamento, che in realtà occupa solo il 14% dei tempi complessivi (stimati in 4,4 anni), sono state aumentate le soglie per l’affidamento diretto e la procedura negoziale, col risultato di sbarazzarsi «dell’unico spazio di trasparenza e confronto concorrenziale in un iter kafkiano».
La pervasività della burocrazia sembra, dunque, un male impossibile da estirpare e diffuso non solo nel nostro Paese: nella sua prefazione a “Per una nuova libertà” di Murray Rothbard (Liberilibri, 2004), Marco Bassani denunciava già nei primi anni Duemila la convinzione che con la legislazione si possa ottenere qualsiasi cosa e scriveva che «la normofilia è ormai la più grave malattia politica contemporanea». Ma perché in Italia è così difficile semplificare? Una risposta a questa domanda si trova nell’articolo scritto da Nicola Rossi per l’inserto “L’Economia” del Corriere della Sera del 29 giugno: «le complicazioni non arrivano da Marte né sono il frutto di una maligna casualità. Le complicazioni – che vengono magnificate da una qualità legislativa in caduta libera ormai da qualche lustro – rispondono ad una esigenza ben precisa: nelle complicazioni nasce, dalle complicazioni si nutre e attraverso le complicazioni si esprime il potere della politica e della burocrazia». Ne consegue che, se si vuole restituire un senso al verbo “semplificare” e procedere concretamente con un taglio della burocrazia, la via maestra passa attraverso una riduzione del perimetro di intervento dello Stato nelle nostre vite e, in particolare, nell’economia. Il resto è vuota retorica.
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La Nadef ci regala più deficit per tutti.
Pochi giorni fa, il Governo Conte II ha approvato la Nota di Aggiornamento al Documento di Economia e Finanza (Nadef), ossia il testo di finanza pubblica che consente, da un lato, di aggiornare le previsioni economiche contenute nel Def approvato ad aprile e, dall’altro lato, di fissare nuovi obiettivi programmatici in vista della futura Legge di Bilancio (per maggiori informazioni circa tutti i Documenti di Finanza pubblica, è possibile vedere questo nostro video).
Osservando i numeri, pare purtroppo evidente l’assoluta continuità del governo giallorosso con quello gialloverde in merito ad una variabile chiave: il deficit, il quale si traduce in maggior debito pubblico sulle spalle degli Italiani, in particolare quelli più giovani.
Lo scenario tendenziale
Innanzitutto, è doveroso dare un’occhiata ai numeri del cosiddetto scenario tendenziale, ossia quello a legislazione vigente, che non tiene conto dei futuri interventi programmati dal governo.
A causa, in particolare, della situazione stagnante dell’economia mondiale, la crescita del PIL per il 2020 è rivista al ribasso dallo 0.8 allo 0.4%, per poi salire allo 0.8 e all’1% rispettivamente nel 2021 e nel 2022. Per quanto riguarda il deficit, la stima per il 2019 è del 2.2% (in calo rispetto al 2.4 preventivato dal Def di aprile grazie al miglioramento dell’avanzo primario e al calo degli interessi sul debito), mentre nel triennio 2020-2022 è prevista una progressiva decrescita fino allo 0.9%. Infine, il debito salirebbe al 135.7% del PIL a fine 2019 (soprattutto a causa delle mancate privatizzazioni promesse dal Governo Conte I) per poi scendere fino al 130.4% nel 2022, il che non sarebbe comunque sufficiente a soddisfare la regola di riduzione del debito prevista dal Fiscal Compact.
Lo scenario programmatico
Passiamo ora ad analizzare la parte più importante, ossia lo scenario programmatico. Come ha detto Mario Seminerio nel suo podcast (che potete ascoltare qui), la Nadef rappresenta la cornice complessiva all’interno di cui deve essere scritta la prossima Legge di Bilancio. I numeri ci parlano di una manovra per il 2020 che “peserà” circa 30 miliardi: di questi, oltre 14 derivano da maggiore flessibilità (cioè deficit) e 7 dalla lotta all’evasione (numero che sarebbe senza precedenti), a cui si aggiungerebbero le risorse derivanti dal taglio dei sussidi ambientalmente dannosi (che vuol dire tutto e vuol dire nulla) e dal risparmio in interessi passivi sul debito (che ha spinto Seminerio a dire che «questo è il primo paese al mondo che riesce a mettere in maniera assolutamente demenziale il risparmio nella spesa per interessi [come copertura] e a creare tesoretti dove praticamente tesoretti non esistono»), oltre alle solite privatizzazioni e spending review di cui ogni anno sentiamo parlare senza riuscire davvero a vederle.
Tutto ciò è evidenziato dalle previsioni dello scenario programmatico: in seguito agli interventi promessi dal governo, il PIL dovrebbe salire di appena lo 0.2% nel 2020 e nel 2021, ma il deficit resterebbe fermo al 2.2% nel 2020 (anziché scendere all’1.4) e il debito calerebbe solo al 135.2% (anziché al 134.1); e anche per il 2021 e per il 2022 è previsto un peggioramento dei saldi di finanza pubblica rispetto allo scenario tendenziale.
Insomma, un’altra “manovra del popolo” a spese delle generazioni future.
Gli interventi previsti
La flebile speranza che, perlomeno, le misure promesse per il 2020 potessero avere un senso logico e portare il nostro Paese su quel necessario percorso di riduzione delle tasse, della spesa pubblica e del perimetro di intervento dello Stato nell’economia (di cui vi avevamo parlato qui) si scontra con il catalogo degli orrori contenuto a pagina 23 della Nadef, in cui spiccano: il disegno di legge per un Green New Deal (espressione coniata dalla paladina del comunismo madurista del XXI secolo, Alexandria Ocasio-Cortez) che si tradurrà in maggiori tasse e regolamentazioni per le imprese; la riforma del catasto, utile per colpire ulteriormente il già agonizzante mercato immobiliare; la creazione di una banca pubblica per gli investimenti, per cui ci prepariamo al ritorno in grande spolvero dell’IRI e della Cassa per il Mezzogiorno in salsa cinquestelle.
A ciò si aggiunga che nulla è stato fatto per rimediare agli errori del Conte I: infatti, non vengono in alcun modo toccati né il Reddito di Cittadinanza né Quota 100. In particolare, per quanto riguarda quest’ultima, la Nota di Aggiornamento al Def certifica quei numeri che molti esponenti della maggioranza hanno tentato nei mesi scorsi di negare: l’intervento pensionistico voluto dalla Lega produce, nel periodo 2019-2036, un incremento di spesa in rapporto al PIL pari in media a circa 0.2 punti annui, ossia oltre 60 miliardi nell’arco dei prossimi 17 anni.
Il governo della moderazione e della responsabilità, quindi, si scopre essere il perfetto staffettista della pessima esperienza gialloverde, nonostante i tanti proclami sulla discontinuità. Per citare nuovamente Mario Seminerio, «tanto tuonò che non piovve. O che piovvero idiozie».
Gli insegnamenti di questa crisi di governo.
Cosa ci sta insegnando questa crisi di governo (ammesso che di crisi si potrà parlare)? Si può dire che, sulla scia di quello che avvenne durante il referendum costituzionale del 2016, c’è in corso un tendenziale disaffezionamento per i principi fondamentali del diritto costituzionale. “Non abbiamo paura del voto”, “il popolo è sovrano”, “non vi è nulla di più democratico e trasparente delle elezioni”: queste le espressioni più pronunciate nelle fasi di avvicinamento di quella che potenzialmente potrà essere ufficialmente una crisi di governo. Tralasciando che si fatica ad annoverare il voto tra le prime dieci attività preferite dai cittadini italiani, queste affermazioni sono gravi e preoccupanti.
L’articolo 1 della Costituzione dice sì che la sovranità appartiene al popolo, ma aggiunge che essa è esercitate nelle forme e nei limiti previsti dalla Costituzione stessa. Quanto alle forme, si dà il caso che secondo il dettato costituzionale l’Italia sia una democrazia parlamentare, e che è dunque il Parlamento il luogo in cui la sovranità viene esercitata: Parlamento che è appunto eletto dai cittadini, i quali conferiscono un mandato parlamentare a deputati e senatori per cinque anni. Tralasciamo anche che certe pretese provengono da un partito che conta 125 deputati su 630, e 58 senatori su 319. Tolto anche questo cosa ci resta? Beh, ci restano 261 senatori e 505 deputati. Ovviamente non stiamo affermando che questi sono i numeri di una potenziale maggioranza, ma non si può trascurare come la volontà popolare resti ben rappresentata all’interno dei due rami del Parlamento, anche se un singolo gruppo parlamentare vorrebbe nuove elezioni. In una democrazia parlamentare è infatti compito del Presidente della Repubblica quello di nominare il governo, ovviamente sulla base delle possibili maggioranze che si creano in Parlamento, e solo in caso contrario è lo stesso a decretare lo scioglimento delle Camere.
Ci resta qualcos’altro? Quasi ci dimenticavamo. “No agli inciuci” “Un governo Renzi-Di Maio non sarebbe un governo naturale”: questo l’altro strumento di propaganda sventolato nell’ultima settimana. Si dà il caso che, essendo l’Italia una repubblica parlamentare, ed avendo un sistema elettorale che non può essere definito maggioritario (inoltre i sistemi elettorali maggioritari non sono sinonimo di automatico ottenimento di una maggioranza parlamentare), la maggioranza all’interno del Parlamento si dovrà per forza di cose trovare tramite l’alleanza di due o più forze politiche (così come è già avvenuto con il governo gialloverde). Si può dunque discutere dell’esigenza di avere un sistema elettorale diverso (cosa che puntualmente si fa ad ogni crisi di governo e prima di ogni tornata elettorale), di trasformare l’Italia in una Repubblica presidenziale, di adottare strumenti costituzionali volti a garantire la stabilità degli esecutivi (vedasi la sfiducia costruttiva), oppure di ridurre la durata delle legislature, ma quello che ci insegnano questi scenari di crisi è ben più preoccupante.
In questa fase della storia europea, la politica è cambiata, e con essa gli elettori. Come afferma Catherine Fieschi in “Populocracy. The Tyranny of Authenticity and the Rise of Populism” gli elettori vogliono sentirsi sempre e profondamente raggiungibili e per questo motivo i politici amano mostrarsi raggiungibili e rintracciabili. Per questo nascondersi dietro la bandiera della non paura del voto è molto preoccupante. Ed è preoccupante perché in tal modo le forze politiche, così come già avviene stante la perenne instabilità degli esecutivi, stazionano in una costante campagna elettorale. La volatilità del consenso è senza dubbio un problema dei giorni nostri, ma la soluzione non è certo la distruzione delle basi della democrazia parlamentare. Stabilità, responsabilità e alternanza sono le uniche cure che conosciamo per poter controllare i cambiamenti che per forza di cose sono avvenuti nella società contemporanea.
Conti pubblici: quali prospettive per il 2020?
Estate, tempo di mare e di vacanze, ma anche tempo di manovre correttive e di prime ipotesi riguardo a cosa accadrà quando, negli ultimi mesi dell’anno, il governo gialloverde si troverà a dover mettere nero su bianco la Legge di Bilancio per il 2020. È quindi il caso di fare un piccolo “riassunto delle puntate precedenti” e di fare qualche congettura sul futuro, uscendo dall’eco chamber in cui pare rinchiuso il dibattito pubblico, monopolizzato dalla discussione sull’immigrazione e sui porti pseudo-chiusi.
La manovra correttiva
Dopo una lunga agonia caratterizzata da annunci dal balcone, tensione sui mercati e trattative con i partner europei, nella Legge di Bilancio varata a fine 2018 il governo Conte inserì un numerino: il 2,04% come obiettivo per il rapporto Deficit/PIL nell’anno 2019. Ma, a causa del deterioramento delle condizioni economiche (con la crescita del Prodotto Interno Lordo italiano ferma ben al di sotto del livello preventivato dall’esecutivo), il rispetto di tale target è stato messo fortemente in pericolo e dunque la maggioranza gialloverde è stata costretta ad intervenire con una manovra correttiva, approfittando della distrazione dell’opinione pubblica (impegnata ad accapigliarsi sul caso Sea Watch e successivamente sugli scandali dei fondi russi e di Bibbiano) e rimangiandosi tutte le promesse demagogiche fatte in precedenza (non è passato molto tempo dalla puntata di Otto e Mezzo del 5 giugno in cui, alla domanda di Lilli Gruber: «Farete una manovra correttiva?», il Ministro Salvini rispondeva: «Ma figurati!»).
Vediamo, quindi, cosa prevede questa manovra. L’ammontare complessivo di risorse recuperate tramite tale intervento è di circa 7,6 miliardi di euro (l’equivalente di quello 0,4% di PIL necessario per riportare il deficit dal 2,4% a quel 2% concordato l’anno scorso con l’Europa) e si ripartisce così:
- Lato entrate: circa 6,2 miliardi sui 7,6 totali della manovra derivano da maggiori entrate, in particolare si tratta di 3,5 miliardi di extra-gettito fiscale e contributivo derivante principalmente dall’implementazione della fatturazione elettronica e dalla chiusura di contenziosi fiscali con imprese private come Gucci (quindi si tratta, in parole semplici, di risorse sottratte all’evasione), più 2,7 miliardi di maggiori entrate non fiscali, ossia maggiori utili e dividenti arrivati al Ministero dell’Economia e delle Finanze da Banca d’Italia e Cassa Depositi e Prestiti (che negli stessi giorni ha emesso un maxi bond da 1,5 miliardi, il che significa che ha peggiorato significativamente la sua posizione finanziaria netta e che quei soldi inclusi in manovra sono, di fatto, sempre soldi dei cittadini investitori);
- Lato uscite: 1,5 miliardi di minori spese per le due misure bandiera del governo, Quota 100 e Reddito di Cittadinanza.
Abbiamo così risolto tutti i nostri problemi di bilancio? Assolutamente no. I motivi sono due: (1) la maggior parte della manovra è di natura non strutturale, e quindi si tratta di risorse su cui l’anno prossimo molto probabilmente non potremo contare; (2) le prospettive di bilancio per il 2020 restano pessime, dato che – come vedremo tra poco – il governo sarà costretto a trovare ingenti risorse per evitare l’aumento dell’Iva e far fronte a tutte le sue promesse (non a caso, il commento migliore è quello di Mario Seminerio che ha intitolato il suo articolo sulla manovra “Rinviata è la tempesta, odo grulli far festa”).
P.S. il fatto che l’extra-gettito derivante da una minor evasione (ossia i 3,5 miliardi dalla fatturazione elettronica e dalla chiusura dei contenziosi tributari) sia andato a coprire buchi di bilancio anziché a finanziare una riduzione della pressione fiscale è l’ennesima riprova che, in Italia, la favoletta del “pagare tutti, pagare meno” è una menzogna bella e buona.
Quali prospettive per il 2020?
Veniamo ora alle questioni veramente dolenti: come si muoverà il governo nel momento in cui dovrà scrivere la Legge di Bilancio per il prossimo anno? Gianluca Codagnone, nella canonica “Chiacchierata del mercoledì” con Michele Boldrin, Thomas Manfredi e Costantino De Blasi (il cui video trovate qui), ha cercato di riassumere quale potrebbe essere la situazione. Basandosi sull’ipotesi che il target di bilancio per il 2020 consisterà principalmente in un rapporto Deficit/Pil dell’1,5% (poiché questo è ciò che ragionevolmente si aspettano le istituzioni europee), si prevede che il governo intenda spendere circa 57,3 miliardi di euro così ripartiti:
- Cancellazione dell’aumento dell’IVA (23,3 miliardi);
- Spese annuali da rifinanziare (4 miliardi);
- Saldo extra-budget con l’Unione Europea (6 miliardi);
- “Copertura” del probabile calo delle entrate fiscali dovuto ad una crescita nominale inferiore a quanto preventivato nella precedente Legge di Bilancio (8 miliardi);
- Taglio delle tasse promesso da Salvini (che non chiamiamo e non chiameremo flat tax, poiché NON È una flat tax, e che dovrebbe costare circa 16 miliardi).
Le possibili coperture di cui si è sentito parlare in questi mesi, invece, riguardano:
- Spending review (4 miliardi);
- Minori spese per Quota 100 e Reddito di Cittadinanza (5 miliardi);
- Taglio di deduzioni e detrazioni (3 miliardi);
- Cancellazione del Bonus 80 euro di Renzi (10 miliardi).
Da questa veloce panoramica possiamo subito vedere due grossi problemi: (1) non ci sarà alcuna vera riduzione delle tasse, dato che il taglio promesso da Salvini verrebbe coperto quasi interamente da incrementi di altre tasse sotto forma di cancellazione di alcune deduzioni e detrazioni e del bonus fiscale di Renzi; (2) sic stantibus rebus a fronte di oltre 55 miliardi di maggiori spese o di minori entrate, le coperture ammontano solo a 22 miliardi, il che significa che o il Deficit/PIL esploderà al 3,5% (ben due punti percentuali oltre il target, con le ovvie disastrose ripercussioni sia in termini di turbolenza sui mercati finanziari sia di rapporti con i partner europei) o il governo sarà costretto a lasciar aumentare – almeno in parte – l’IVA per coprire tale differenza.
La conclusione è ovvia: aspettiamoci un altro autunno caldo sull’orlo del precipizio, col timore che l’ala dei “Lirettanti allo sbaraglio” della maggioranza (leggi Borghi e Bagnai) cerchi a tutti i costi l’incidente utile per giustificare l’uscita dall’Euro.
I MiniBot sono una “cagata pazzesca”.
Una mozione parlamentare approvata alla Camera la settimana scorsa ha portato all’attenzione dell’opinione pubblica nazionale il tema – in realtà già molto discusso nell’agorà di Twitter – dei MiniBot.
Lo strumento è stato proposto per la prima volta dal Presidente della Commissione Bilancio della Camera Claudio Borghi – quello che crede che la Spagna sia uno dei paesi fondatori dell’Europa, per capire il livello del personaggio – e sarebbe apparentemente finalizzato a risolvere il problema dei debiti arretrati della pubblica amministrazione verso le imprese. Come funzionerebbero? Semplice: poniamo che il Signor Mario abbia un credito verso lo Stato di 10 milioni; lo Stato lo ripaga emettendo MiniBot, ossia titoli di stato di piccolo taglio (10, 20, 50, 100 euro); il Signor Mario, a questo punto, potrà utilizzare quei 10 milioni in MiniBot per pagare le tasse. Ma quali sono i problemi e i rischi legati all’introduzione di tale strumento?
I debiti verso le imprese
Iniziamo dalla prima domanda che dovremmo sempre porci di fronte ad una proposta politica: è utile per risolvere il problema per la quale è stata pensata? La risposta, in questo caso, è netta: no. Di fatto, se tutti i MiniBot fossero immediatamente utilizzati per pagare le tasse, l’operazione si ridurrebbe semplicemente ad una temporanea riduzione del carico fiscale sulle imprese creditrici nei confronti dello Stato. Peccato che se lo Stato non ha i soldi per ripagare i suoi debiti, non li ha neppure per far fronte a tale calo delle entrate (stiamo parlando, a seconda delle stime, di un importo che varia tra i 60 e i 100 miliardi di euro). L’unica soluzione sarebbe, a quel punto, aumentare altre tasse o il debito pubblico, con effetti deleteri sull’intera economia ed anche su quelle imprese che “beneficiano” dello strumento MiniBot. Ovviamente, una strada alternativa potrebbe essere quella di ridurre la spesa pubblica per un importo equivalente, ma un anno di attività di questo governo ci suggerisce che l’intenzione sia esattamente opposta.
Monete parallele ed uscita dall’Euro
A questo punto, dobbiamo porci un’altra domanda: non è forse che il fine ultimo di tale strumento sia diverso da quello che viene raccontato? Il programma della Lega per le elezioni politiche del 2018 dice che «se emessi in sufficiente quantità [i MiniBot] potrebbero diventare un sistema di pagamento alternativo rispetto a quello con le attuali banconote»; inoltre, in un video d’archivio ripostato su Twitter dal blogger Pietro Raffa, Claudio Borghi li definisce come «un espediente per uscire dall’euro in modo ordinato e tutelato». Come scrive il professor Tommaso Monacelli nel libro “Cosa succede se usciamo dall’Euro” (a cura di Carlo Stagnaro, IBL Libri), le finalità di questo strumento sono, quindi, principalmente due: da un lato, introdurre in Italia una moneta parallela all’Euro (infatti il Signor Mario, anziché utilizzare i suoi MiniBot per pagare le tasse, potrebbe impiegarli per pagare il suo fornitore, il Signor Carlo, il quale – in teoria – li accetterebbe in virtù della “garanzia” statale); dall’altro, monetizzare il deficit, ossia finanziare una riduzione della tasse stampando moneta. Il tutto sarebbe in palese violazione dei trattati europei e fungerebbe da preludio all’inevitabile uscita del nostro Paese dall’Euro.
Eccoci, dunque, nuovamente alla domanda iniziale: quali sono i problemi e i rischi legati all’introduzione di tale strumento? I MiniBot sono il classico escamotage del Governo gialloverde, che a parole dichiara di non voler assolutamente portare l’Italia fuori dall’eurozona, ma coi fatti va in tutt’altra direzione. Una direzione che punta verso il baratro, verso il ritorno alle politiche della Prima Repubblica fatte di svalutazioni competitive, inflazione galoppante e debito pubblico. In pratica, anziché risolvere i problemi che attanagliano il nostro Paese, torneremmo alle pratiche che li hanno originati, aggravando ulteriormente la già complicata situazione odierna. In molti non stanno comprendendo questo rischio: è necessario opporci con tutte le nostre forze!
La favola della produzione industriale.
La notizia che ha tenuto banco la scorsa settimana, oltre all’approvazione del Documento di Economia e Finanza 2019, riguarda il dato sulla produzione industriale: secondo il comunicato Istat diffuso il 10 aprile, si stima che a febbraio l’indice destagionalizzato della produzione industriale sia aumentato dello 0,8% rispetto al mese precedente; tale crescita si aggiunge a quella di gennaio, quando si era registrato un +1,7% rispetto a dicembre 2018.
Ma cosa significa tutto questo? È dovuto al fatto che «le politiche del governo cominciano a produrre effetti», come afferma il deputato del Movimento 5 Stelle Raphael Raduzzi? Ebbene, con grande sorpresa, la realtà è diversa da come viene descritta dagli apologeti del governo gialloverde. Il motivo – che è tecnico ma cercheremo, con un esempio, di spiegarlo in maniera semplice – lo ha spiegato sabato mattina Mario Seminerio a “I conti della belva” su Radio24.
Dovete sapere che non tutto ciò che viene prodotto è poi venduto, e non tutto ciò che viene venduto è poi consumato da chi lo ha comprato. Esistono, infatti, le scorte. Cosa è accaduto negli ultimi mesi del 2018? Si è verificata una forte contrazione della produzione industriale dovuta al decumulo di scorte a fini prudenziali. Ossia: siccome tirava una brutta aria, le imprese hanno preferito frenare la produzione e ridurre le proprie scorte, per evitare che rimanessero inutilizzate. Ora, dopo averle ridotte ad una quantità minima, le imprese hanno ricominciato a produrre per ricostituirle (quel che in inglese viene definito restocking): ciò spiega la crescita della produzione industriale.
Facciamo un esempio banale ma utile per capire meglio la cosa. Poniamo che il Signor Carlo ogni settimana vada a fare la spesa e compri una quantità di cibo ben superiore a quella che è in grado di consumare nell’arco di sette giorni. Ad un certo punto, si ritroverà con il frigorifero pieno e il rischio che una parte di ciò che ha comprato vada a male. Quindi dice: «Sai che c’è? Ora per un mese non vado più al supermercato e consumo tutto ciò che ho nel frigo»: la sua spesa si ridurrà al minimo indispensabile per comprare cose come il pane fresco (e ciò è quello che, tornando dalla spesa del Signor Carlo alla produzione industriale, Seminerio ha chiamato “riduzione per decumulo di scorte a fini prudenziali”). Terminato il mese ed esaurite le scorte di cibo presenti in frigorifero, Carlo tornerà al supermercato: la sua spesa, rispetto al mese precedente, ovviamente aumenterà. Ciò significa che la sua situazione è migliorata? Sta meglio? Ha aumentato la sua spesa perché il suo reddito è aumentato? No, ed è esattamente quel che sta succedendo con la produzione industriale: non è aumentata perché l’economia va meglio (tantomeno per le politiche del governo, la cui efficacia è smentita dal governo stesso nel DEF, come abbiamo scritto qui), ma come fisiologica conseguenza della riduzione delle scorte verificatasi a fine 2018.
Il governo sbatte contro la realtà.
Ieri sera il Consiglio dei Ministri ha approvato il Documento di Economia e Finanza per il 2019 (di cui avevamo parlato in questo video, insieme a tutti gli altri documenti di finanza pubblica). Anche se per il momento non è ancora disponibile il testo definitivo (il che, ormai, è fatto abituale con questo governo), nel pomeriggio della giornata di ieri è circolata una bozza affidabile che ci permette di fare già qualche importante valutazione. Ciò che salta evidentemente all’occhio è che, come era inevitabile, l’esecutivo gialloverde si è alla fine dovuto scontrare con la dura realtà dei fatti, la quale poco ha a che fare con la propaganda e gli spot elettorali a cui abbiamo assistito da un anno a questa parte. Vediamo quindi di mettere brevemente in fila una serie di crudi numeri:
- Crescita: ricordate le mirabolanti previsioni degli esponenti di spicco del governo? Se la risposta è no, ci pensiamo noi a rifrescarvi la memoria: ad ottobre 2018, Salvini pronosticava una crescita per il 2019 del 2,5%; più o meno negli stessi giorni, Di Maio e l’allora Ministro Paolo Savona si accontentavano – si fa per dire – di un più modesto 2%; Conte a gennaio parlava di un +1,5% e ci raccontava di come questo sarebbe stato un anno bellissimo; la Legge di Bilancio, infine, pronosticava una crescita dell’1%. Bene, ora che abbiamo fatto questo breve ripasso, volete sapere qual è la stima inserita nel DEF? Un misero +0,2%. E anche allungando lo sguardo, le cose non vanno poi tanto meglio: da qui al 2022, l’Italia non vedrà mai una crescita superiore all’1%. A ciò si aggiunga – fate bene attenzione – il fatto che buona parte delle istituzioni internazionali giudica queste ultime stime ancora troppo ottimistiche, prevedendo il rischio concreto di una recessione (ossia di una variazione del PIL con il meno davanti);
- Spread: qui il rischio che il cervello di molti elettori grillo-leghisti vada in panne è elevatissimo. Guardate un po’ che cosa scrive il governo stesso: «I rendimenti a cui lo Stato si indebita sono un termometro della fiducia nel Paese e nelle sue finanze pubbliche» (pagina 10); «Negli anni successivi giocano invece un ruolo crescente nello spiegare la revisione al ribasso [delle prospettive di crescita] il più elevato livello dello spread sui titoli di Stato» (pagina 22). Ma come? Non era tutto frutto di un complotto interazionale ordito dalla finanza pluto-giudaico-massonica che nulla avrebbe a che fare con il reale stato di salute del Paese? Non era il nostro arditissimo Ministro Salvini a dichiarare che «lo spread ce lo mangiamo a colazione»?
- Reddito di cittadinanza e quota 100: veniamo ora alle due misure simbolo dei partiti al governo. Anche in questo caso, è bene rinfrescarci la memoria sulla propaganda del governo: il Ministro Di Maio per mesi ha parlato di misure che avrebbero favorito la crescita grazie ad un fantomatico “elevatissimo moltiplicatore”. Che cos’è questo benedetto moltiplicatore? È, per dirla in termini tecnici, la variazione del PIL reale o di un’altra misura dell’output causata da un incremento di un’unità di una variabile fiscale. Ossia: se il moltiplicatore è alto (quindi superiore all’unità), 1€ in più di spesa pubblica dovrebbe generare un aumento del PIL superiore ad 1€. Guardiamo ora a cosa scrive il governo nel DEF: il reddito di cittadinanza accrescerebbe il PIL rispetto allo scenario base di uno 0,2% a fronte di un onere per le finanze pubbliche dello 0,4%, il che significa un moltiplicatore ben inferiore ad 1; le misure sul fronte pensionistico, invece, hanno un impatto stimato sulla crescita sia del 2019 di un fantasmagorico ZERO;
- Occupazione: anche in quest’ultimo caso, la distanza tra le promesse delle «scimmie al volante» (per usare un’efficacie definizione di Alberto Forchielli) e la realtà è enorme. Che ne è stato del meccanismo del reddito di cittadinanza che avrebbe permesso l’incontro tra domanda e offerta nel mondo del lavoro e della celeberrima staffetta generazionale che doveva consentire l’assunzione di tre giovani per ogni prepensionato con quota 100? Spariti nel nulla: la valutazione dell’impatto macroeconomico complessivo delle misure in materia di reddito di cittadinanza e pensioni stima una riduzione – sì, avete capito bene: una riduzione – dell’occupazione dovuta a tali provvedimenti dello 0,2% sia nel 2019 che nel 2020.
Pare evidente che nulla è come ci era stato raccontato dall’esecutivo. Ora resta da capire che cosa succederà: il governo riuscirà ad invertire la rotta, anche considerando i pessimi segnali che arrivano dai saldi di finanza pubblica (vedi deficit e debito, anch’essi in deciso peggioramento rispetto alle stime di solo qualche mese fa)? I segnali non sono certo positivi, dato che è già partita la corsa a chi la spara più grossa in vista delle elezioni europee (la flat tax con più aliquote ma senza coperture è l’apoteosi dell’improvvisazione) e nulla si dice su dove trovare i miliardi necessari per disinnescare il già programmato aumento dell’IVA.
C’è solo da sperare che almeno una parte degli elettori esca dal sonno profondo in cui è caduta da più di un anno e lanci un segnale deciso già alla tornata del 26 maggio. Perché, come scriveva Voltaire, «coloro che ti fanno credere ad assurdità possono farti commettere atrocità».
Un governo che fa male all’economia.
È vero, i numeri non sempre ci dicono tutto. Però è altrettanto vero che ciò che i numeri ci dicono non può essere ignorato, poiché sono dotati di una loro forza e di una loro inopinabilità che ci permette di usarli – e dopotutto questa è la mission de L’Asino di Buridano – per fissare dei punti fermi utili per orientarsi nello scenario politico.
E in questo contesto, i numeri parlano chiaramente: il governo giallo-verde è dannoso per l’economia italiana.
Partiamo innanzitutto dalla notizia che ha tenuto banco nelle ultime settimane, ossia le decisioni della maggioranza in merito al deficit di bilancio: secondo le previsioni dell’ultimo Documento di Economia e Finanza approvato, il disavanzo pubblico italiano (cioè la differenza tra le uscite e le entrate) avrebbe dovuto essere l’1,6% del PIL nel 2018, lo 0,8% nel 2019 per poi arrivare al pareggio di bilancio nel 2020; il Governo Conte ha però deciso, nonostante le resistenze del Ministro Tria e dei tecnici del Ministero dell’Economia, di portare il deficit al 2,4% del PIL. Ciò significa, in termini strutturali (che poi sono quelli che veramente più contano per il Patto di Stabilità), un peggioramento dello 0,7%, quando l’Italia si era formalmente impegnata per un miglioramento dello 0,7%: stiamo parlando, quindi, di uno scostamento dagli obiettivi di quasi un punto e mezzo. Abbiamo già avuto modo di spiegare brevemente cosa ciò significhi qui: più deficit e più debito non sono altro che una manovra per acquistare il consenso degli elettori scaricandone il costo sulle future generazioni; il che è ancora più grave se guardiamo ciò che tale deficit andrà a finanziare, ossia misure (come il superamento della Fornero, la pensione di cittadinanza, la pace fiscale, ecc) che riguardano prevalentemente i più anziani. È ormai palese la necessità di una sorta di “rivolta generazionale”, di una presa di posizione forte da parte di quella fascia di popolazione (gli under 35) che, nonostante abbiano una probabilità doppia rispetto agli over 65 di finire in condizioni di povertà assoluta, viene sistematicamente ignorata se non addirittura penalizzata dalle scelte di politica economica di questo governo.
Quest’ultima decisione sul deficit, sommata alle tante altre esternazioni e minacce da parte di esponenti di punta della maggioranza di governo (basti pensare al Piano B per l’uscita dall’euro del Ministro Savona o alla proposta per la cancellazione del debito italiano detenuto dalla BCE fatta dal responsabile economico della Lega Claudio Borghi e contenuta nella prima bozza del Contratto di Governo), ha anche un impatto immediato e direttamente percepibile: l’aumento del tanto famigerato spread. Tale indicatore, che misura il differenziale di rendimento tra BTP a 10 anni e Bund tedeschi con la stessa scadenza e che si può considerare come una buona proxy di come i mercati percepiscono l’affidabilità del nostro Paese, è passato dai 122 punti base del 1 aprile ai 285 della chiusura della settimana passata. La tabella qua sotto, che confronta i tassi a 2 e a 10 anni pagati da Italia, Germania, Spagna e Portogallo ci dice che, mentre per tutti gli altri Paesi si è registrato un fisiologico incremento dovuto all’acutizzarsi del “rischio Europa”, l’Italia ha visto raddoppiare il rendimento del BTP decennale, mentre quello a scadenza due anni è passato dal territorio negativo (ossia gli investitori pagavano il nostro Paese per poterci prestare denaro) a quello positivo.
Preoccupa ancor di più notare che i rendimenti offerti dai titoli italiani sono più alti di quelli del Portogallo, nonostante quest’ultimo abbia un rating creditizio peggiore: probabilmente i mercati già scontano un futuro declassamento dell’Italia, che potrebbe concretizzarsi già questo mese. È il caso di ricordare che attualmente il nostro Paese è solo due gradini sopra il livello junk (spazzatura), che se raggiunto impedirebbe alla BCE di acquistare i BTP nell’ambito del Quantitative Easing e di accettarli come collaterale nelle operazioni di finanziamento delle banche: un vero e proprio cataclisma per il nostro sistema finanziario.
Anche la borsa in questi mesi non ha avuto vita facile: mentre il DAX di Francoforte e l’IBEX di Madrid hanno perso da maggio ad oggi rispettivamente circa il 5% e l’8%, il FTSE MIB di Milano ha bruciato oltre il 16% della sua capitalizzazione, appesantito dai bancari calati anche di oltre il 25%.
Maggio e giugno sono stati poi i mesi della grande fuga di capitali dall’Italia: la Banca d’Italia ha registrato importanti flussi di uscita negli investimenti di portafoglio, diminutivi complessivamente di 75 miliardi di euro; tale risultato è frutto in particolare della vendita di circa 58 miliardi di titoli di stato italiani. A ciò si aggiunga che alla fine di settembre BofA Merrill Lynch ha diffuso i risultati di un sondaggio globale tra gestori di fondi in cui 20% degli intervistati dichiarava l’intenzione di voler diminuire gli investimenti in Italia.
Si può inoltre dare una veloce carrellata di dati riguardanti luglio: l’Ocse ha abbassato le aspettative per la crescita del PIL italiano nel 2018, che passa da +1,4% a +1,2%; le richieste di disoccupazione sono cresciute del 9,4% rispetto al 2017; i nuovi ordinativi industriali sono scesi del 2,3%; le esportazioni sono calate del 2,6%; la produzione industriale si è ridotta del 1,8%. Ad agosto, poi, il clima di fiducia dei consumatori è sceso dal 116,2 del mese precedente a 115,2 e lo stesso si può dire del clima di fiducia delle imprese (passato da 105,3 a 103,8).
Insomma, i numeri, per quanto freddi e a volte noiosi, dipingono un quadro preoccupante e che non può essere ignorato: questo governo fa male all’economia e servirebbe come il pane un’opposizione che, su questo tema più che su molti altri, sapesse fare il suo mestiere.
La strategia della euro-tensione.
Fin dalla nascita del governo giallo-verde, numerosi commentatori hanno evidenziato le numerose incongruenze e le possibili linee di divergenza all’interno della maggioranza. Al vicepresidente di due vicepresidenti – per usare un’efficace definizione di Vittorio Sgarbi – Giuseppe Conte veniva affidato il delicato incarico di tenere insieme istanze potenzialmente conflittuali: le teorie da decrescita felice con le esigenze del Nord produttivo, il movimentismo “de sinistra” alla Di Battista con la propaganda della paura di Salvini, il reddito di cittadinanza con la Flat Tax, e tutti gli altri punti programmatici che spingevano Roberto Fico a dichiarare che la Lega e il Movimento 5 Stelle sono «geneticamente diversi».
Il vero collante della compagine di governo, il sentimento a cui fare ricorso ogni qualvolta sia necessario appianare i conflitti, è uno solo: l’anti-europeismo, o più in generale quel sistematico fastidio nei confronti dei «vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali» che, è bene ricordarlo ai difensori della Costituzione a targhe alterne, sono codificati dall’art. 117 della nostra Carta fondamentale.
Il 22 agosto di quest’anno, in piena “crisi Diciotti”, il Presidente della Camera Roberto Fico, esponente di punta dell’ala movimentista dei Cinque Stelle, scriveva su Twitter: «La giusta contrattazione con i Paesi dell’Unione Europea può continuare senza alcun problema, adesso però le 177 persone – tra cui minori non accompagnati – devono poter sbarcare». Una linea, quella di Fico, totalmente in contraddizione con quella dell’alleato di governo Matteo Salvini. Come fare, dunque, per superare una tale divergenza apparentemente inconciliabile e ritrovare compattezza? Semplice: spostare l’attenzione altrove. E su chi? Altrettanto semplice: sul nemico numero uno, l’Unione Europea. Sono degli stessi giorni, infatti, da un lato le minacce del vicepremier Di Maio di sospendere i finanziamenti all’UE, dall’altro il piagnisteo di Salvini corroborato dalla solita retorica del “ci hanno lasciati soli” (che, peraltro, abbiamo già avuto modo di smentire qui). Con poche dichiarazioni, l’attenzione dell’elettorato era già altrove, l’indignazione canalizzata verso Bruxelles e la maggioranza ricompattata sotto le insegne del sovranismo straccione.
Pochi giorni prima, il 17 di agosto, a Genova si era verificata la tragedia del crollo del Ponte Morandi. L’irruenza dilettantesca del Movimento 5 Stelle portò, in poche ore, a individuare e gettare alla gogna il presunto colpevole (Autostrade per l’Italia) e a presentare la soluzione perfetta: la nazionalizzazione. Tutti d’accordo? Nemmeno per sogno: «La statalizzazione delle autostrade, con le regole che abbiamo oggi, sarebbe un suicidio, un bagno di sangue. E d’altra parte perché si sia privatizzato, ce lo ricordiamo tutti: le società pubbliche erano diventate un ricettacolo di malaffare ed erano economicamente un colabrodo. Se si vuol tornare a quei tempi lì, si deve essere chiari con i cittadini: si torna all’epoca in cui si pensava un ponte e per farlo ci volevano vent’anni». Così dichiarò, a stretto giro, Luca Zaia, governatore leghista del Veneto. Anche in questo caso, però, la strategia adottata fu la stessa: che senso avrebbero, in caso contrario, le grida di dolore contro “l’austerità che uccide” subito lanciate, a volte in maniera criptica, da diversi esponenti della maggioranza come il senatore Bagnai? Stesso discorso per la dichiarazione del Ministro Salvini: «Viene prima il diritto alla sicurezza dei cittadini italiani o il rispetto dei vincoli europei? Per me, molto prima dello zero virgola dettato dall’Unione europea».
Questi due semplici esempi servono per delineare i contorni di una vera e propria strategia della euro-tensione portata avanti in maniera sistematica e coordinata. L’individuazione di un nemico esterno (l’Unione Europea o, più in generale, la comunità internazionale), infatti, consente di canalizzare la rabbia dell’opinione pubblica al di fuori dei confini nazionali, di compattare il “popolo” contro una sorta di invasore esterno da combattere e di far credere che l’origine dei problemi italici non sia un male endogeno bensì esogeno e che quindi non serva alcun sacrifico per combatterlo: basta un vaffanculo.