L’austerità che serve al nostro Paese.

L'austerità che serve al nostro PaeseTra qualche mese, il nostro Paese si troverà nuovamente impegnato in accese discussioni su Legge di Bilancio, saldi di finanza pubblica e austerità versus politiche espansive. Quale miglior modo, allora, di sfruttare la relativa tranquillità del mese di agosto se non leggere un buon libro e arrivare preparati a tale dibattito che, sicuramente, sarà infarcito di disinformazione e slogan propagandistici? Da questo punto di vista, il saggio di Veronica De Romanis “L’austerità fa crescere” (Marsilio, 2017) può essere un ottimo punto di riferimento.

Cos’è l’austerità?
Iniziamo dai concetti basilari: cos’è l’austerità? L’economista Veronica De Romanis spiega che tale parola «viene usata per descrivere tagli di spesa o incrementi di tasse necessari a riportare i conti in equilibrio dopo un periodo di finanze pubbliche fuori controllo. È impiegato in alternativa ad altre espressioni quali consolidamento fiscale, aggiustamento o stretta fiscale, conti in ordine o politiche di rigore. Tuttavia, il sostantivo che meglio qualifica questo concetto è “responsabilità”». Dopo aver dato questa definizione generale, viene immediatamente fatta una distinzione netta, ricordando le parole di Mario Draghi secondo cui «non tutti i programmi di austerità sortiscono lo stesso effetto sulla crescita»: da un lato, infatti, abbiamo l’austerità buona; dall’altro, l’austerità cattiva.

L’austerità cattiva
L’austerità cattiva si traduce in incrementi consistenti della tassazione e tagli leggeri (se non addirittura inesistenti) alla spesa pubblica; il suo effetto sulla crescita economica è recessivo. Un esempio di quanto questo tipo di austerità possa fare danni è rappresentato dal caso Grecia. Nonostante le accuse di miopia rivolte nel corso degli anni alle istituzioni europee, la responsabilità del disastro greco è da attribuire unicamente ai politici ellenici: non solo essi truccarono i conti per poter entrare nell’Euro, ma di fronte alla necessità di un consolidamento fiscale decisero in totale autonomia di colpire principalmente la classe media; la famigerata Troika (Commissione Europea, Banca Centrale Europea e Fondo Monetario Internazionale), infatti, indicò semplicemente l’obiettivo di riduzione del deficit da centrare, ma fu la politica greca a decidere di muoversi soprattutto sul fronte dell’incremento delle tasse (aumentate del 7%) e di ridurre la spesa pubblica di meno del 2%.

L’austerità buona
Al contrario, l’austerità buona prevede meno tasse, una riduzione della spesa pubblica (o una sua “revisione”, togliendo risorse alla spesa corrente per incanalarle verso investimenti e infrastrutture) e un corposo piano di riforme strutturali. L’effetto, in questo caso, può essere espansivo: l’autrice ci ricorda che «come dimostra l’evidenza empirica di numerosi studi, tagli di spesa, se accompagnati da liberalizzazioni e riforme nel mercato dei beni e del lavoro, comportano costi di gran lunga inferiori – in alcuni casi addirittura nessun costo – rispetto a inasprimenti delle tasse». Il caso di scuola da prendere in considerazione, opposto a quello greco, è in questo caso rappresentato dalla Spagna: tra il 2012 e il 2015, il disavanzo pubblico è stato ridotto dal Governo Rajoy di circa 6 punti di PIL, con un intervento che ha privilegiato il lato delle uscite (la spesa pubblica rispetto al PIL è calata di quasi il 5%) anziché quello delle entrate (che sono aumentate solo dell’1% e non in maniera generalizzata, dato che contemporaneamente le tasse sulle imprese sono state diminuite dal 30% al 25%); il piano di aggiustamento dei conti, inoltre, è stato accompagnato da un programma di riforme teso soprattutto a rendere più flessibile il mercato del lavoro e a ridurre l’impatto negativo della burocrazia. I risultati sono stati decisamente positivi: dal 2015, infatti, la Spagna registra una crescita economica maggiore rispetto alla media dell’Area Euro e il suo non è un caso isolato, dato che considerazioni analoghe possono essere fatte rispetto al consolidamento portato avanti da Vladis Dombrovskis in Lituania.

Una lezione per l’Italia
Il nostro Paese cosa può imparare da questa lezione? Che è arrivato il momento in cui la politica deve assumersi le sue responsabilità, soprattutto nei confronti delle future generazioni. Eccezion fatta per la parentesi montiana, l’Italia non ha mai davvero praticato l’austerità (che, purtroppo, fu del tipo cattivo durante il Governo Monti): ci siamo costantemente incamminati sulla via della cosiddetta “flessibilità” (che, in parole semplici, significa maggior debito sulle spalle dei giovani) e il governo gialloverde non è certo stato da meno, con la sua Legge di Bilancio incentrata su maggior spesa corrente (Quota 100 e Reddito di Cittadinanza) e innalzamento della pressione fiscale.
La ricetta, quindi, può e deve essere una sola: meno spesa, meno tasse, meno Stato. Perché, come scrive Veronica De Romanis, «a conti fatti, seguire politiche di rigore, arrestare la corsa del debito pubblico e quindi mettere ordine nelle finanze pubbliche, è fondamentale sotto molteplici aspetti: per lo sviluppo, per l’occupazione – di oggi e di domani -, per contare in Europa».

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