La Nadef ci regala più deficit per tutti.

La Nadef ci regala più debito per tuttiPochi giorni fa, il Governo Conte II ha approvato la Nota di Aggiornamento al Documento di Economia e Finanza (Nadef), ossia il testo di finanza pubblica che consente, da un lato, di aggiornare le previsioni economiche contenute nel Def approvato ad aprile e, dall’altro lato, di fissare nuovi obiettivi programmatici in vista della futura Legge di Bilancio (per maggiori informazioni circa tutti i Documenti di Finanza pubblica, è possibile vedere questo nostro video).
Osservando i numeri, pare purtroppo evidente l’assoluta continuità del governo giallorosso con quello gialloverde in merito ad una variabile chiave: il deficit, il quale si traduce in maggior debito pubblico sulle spalle degli Italiani, in particolare quelli più giovani.

Lo scenario tendenziale
Innanzitutto, è doveroso dare un’occhiata ai numeri del cosiddetto scenario tendenziale, ossia quello a legislazione vigente, che non tiene conto dei futuri interventi programmati dal governo.
A causa, in particolare, della situazione stagnante dell’economia mondiale, la crescita del PIL per il 2020 è rivista al ribasso dallo 0.8 allo 0.4%, per poi salire allo 0.8 e all’1% rispettivamente nel 2021 e nel 2022. Per quanto riguarda il deficit, la stima per il 2019 è del 2.2% (in calo rispetto al 2.4 preventivato dal Def di aprile grazie al miglioramento dell’avanzo primario e al calo degli interessi sul debito), mentre nel triennio 2020-2022 è prevista una progressiva decrescita fino allo 0.9%. Infine, il debito salirebbe al 135.7% del PIL a fine 2019 (soprattutto a causa delle mancate privatizzazioni promesse dal Governo Conte I) per poi scendere fino al 130.4% nel 2022, il che non sarebbe comunque sufficiente a soddisfare la regola di riduzione del debito prevista dal Fiscal Compact.Nadef_tendenz.PNG

Lo scenario programmatico
Passiamo ora ad analizzare la parte più importante, ossia lo scenario programmatico. Come ha detto Mario Seminerio nel suo podcast (che potete ascoltare qui), la Nadef rappresenta la cornice complessiva all’interno di cui deve essere scritta la prossima Legge di Bilancio. I numeri ci parlano di una manovra per il 2020 che “peserà” circa 30 miliardi: di questi, oltre 14 derivano da maggiore flessibilità (cioè deficit) e 7 dalla lotta all’evasione (numero che sarebbe senza precedenti), a cui si aggiungerebbero le risorse derivanti dal taglio dei sussidi ambientalmente dannosi (che vuol dire tutto e vuol dire nulla) e dal risparmio in interessi passivi sul debito (che ha spinto Seminerio a dire che «questo è il primo paese al mondo che riesce a mettere in maniera assolutamente demenziale il risparmio nella spesa per interessi [come copertura] e a creare tesoretti dove praticamente tesoretti non esistono»), oltre alle solite privatizzazioni e spending review di cui ogni anno sentiamo parlare senza riuscire davvero a vederle.
Tutto ciò è evidenziato dalle previsioni dello scenario programmatico: in seguito agli interventi promessi dal governo, il PIL dovrebbe salire di appena lo 0.2% nel 2020 e nel 2021, ma il deficit resterebbe fermo al 2.2% nel 2020 (anziché scendere all’1.4) e il debito calerebbe solo al 135.2% (anziché al 134.1); e anche per il 2021 e per il 2022 è previsto un peggioramento dei saldi di finanza pubblica rispetto allo scenario tendenziale.
Insomma, un’altra “manovra del popolo” a spese delle generazioni future.Nadef_prog

Gli interventi previsti
La flebile speranza che, perlomeno, le misure promesse per il 2020 potessero avere un senso logico e portare il nostro Paese su quel necessario percorso di riduzione delle tasse, della spesa pubblica e del perimetro di intervento dello Stato nell’economia (di cui vi avevamo parlato qui) si scontra con il catalogo degli orrori contenuto a pagina 23 della Nadef, in cui spiccano: il disegno di legge per un Green New Deal (espressione coniata dalla paladina del comunismo madurista del XXI secolo, Alexandria Ocasio-Cortez) che si tradurrà in maggiori tasse e regolamentazioni per le imprese; la riforma del catasto, utile per colpire ulteriormente il già agonizzante mercato immobiliare; la creazione di una banca pubblica per gli investimenti, per cui ci prepariamo al ritorno in grande spolvero dell’IRI e della Cassa per il Mezzogiorno in salsa cinquestelle.
A ciò si aggiunga che nulla è stato fatto per rimediare agli errori del Conte I: infatti, non vengono in alcun modo toccati né il Reddito di Cittadinanza né Quota 100. In particolare, per quanto riguarda quest’ultima, la Nota di Aggiornamento al Def certifica quei numeri che molti esponenti della maggioranza hanno tentato nei mesi scorsi di negare: l’intervento pensionistico voluto dalla Lega produce, nel periodo 2019-2036, un incremento di spesa in rapporto al PIL pari in media a circa 0.2 punti annui, ossia oltre 60 miliardi nell’arco dei prossimi 17 anni.Pensioni.PNGIl governo della moderazione e della responsabilità, quindi, si scopre essere il perfetto staffettista della pessima esperienza gialloverde, nonostante i tanti proclami sulla discontinuità. Per citare nuovamente Mario Seminerio, «tanto tuonò che non piovve. O che piovvero idiozie».

L’austerità che serve al nostro Paese.

L'austerità che serve al nostro PaeseTra qualche mese, il nostro Paese si troverà nuovamente impegnato in accese discussioni su Legge di Bilancio, saldi di finanza pubblica e austerità versus politiche espansive. Quale miglior modo, allora, di sfruttare la relativa tranquillità del mese di agosto se non leggere un buon libro e arrivare preparati a tale dibattito che, sicuramente, sarà infarcito di disinformazione e slogan propagandistici? Da questo punto di vista, il saggio di Veronica De Romanis “L’austerità fa crescere” (Marsilio, 2017) può essere un ottimo punto di riferimento.

Cos’è l’austerità?
Iniziamo dai concetti basilari: cos’è l’austerità? L’economista Veronica De Romanis spiega che tale parola «viene usata per descrivere tagli di spesa o incrementi di tasse necessari a riportare i conti in equilibrio dopo un periodo di finanze pubbliche fuori controllo. È impiegato in alternativa ad altre espressioni quali consolidamento fiscale, aggiustamento o stretta fiscale, conti in ordine o politiche di rigore. Tuttavia, il sostantivo che meglio qualifica questo concetto è “responsabilità”». Dopo aver dato questa definizione generale, viene immediatamente fatta una distinzione netta, ricordando le parole di Mario Draghi secondo cui «non tutti i programmi di austerità sortiscono lo stesso effetto sulla crescita»: da un lato, infatti, abbiamo l’austerità buona; dall’altro, l’austerità cattiva.

L’austerità cattiva
L’austerità cattiva si traduce in incrementi consistenti della tassazione e tagli leggeri (se non addirittura inesistenti) alla spesa pubblica; il suo effetto sulla crescita economica è recessivo. Un esempio di quanto questo tipo di austerità possa fare danni è rappresentato dal caso Grecia. Nonostante le accuse di miopia rivolte nel corso degli anni alle istituzioni europee, la responsabilità del disastro greco è da attribuire unicamente ai politici ellenici: non solo essi truccarono i conti per poter entrare nell’Euro, ma di fronte alla necessità di un consolidamento fiscale decisero in totale autonomia di colpire principalmente la classe media; la famigerata Troika (Commissione Europea, Banca Centrale Europea e Fondo Monetario Internazionale), infatti, indicò semplicemente l’obiettivo di riduzione del deficit da centrare, ma fu la politica greca a decidere di muoversi soprattutto sul fronte dell’incremento delle tasse (aumentate del 7%) e di ridurre la spesa pubblica di meno del 2%.

L’austerità buona
Al contrario, l’austerità buona prevede meno tasse, una riduzione della spesa pubblica (o una sua “revisione”, togliendo risorse alla spesa corrente per incanalarle verso investimenti e infrastrutture) e un corposo piano di riforme strutturali. L’effetto, in questo caso, può essere espansivo: l’autrice ci ricorda che «come dimostra l’evidenza empirica di numerosi studi, tagli di spesa, se accompagnati da liberalizzazioni e riforme nel mercato dei beni e del lavoro, comportano costi di gran lunga inferiori – in alcuni casi addirittura nessun costo – rispetto a inasprimenti delle tasse». Il caso di scuola da prendere in considerazione, opposto a quello greco, è in questo caso rappresentato dalla Spagna: tra il 2012 e il 2015, il disavanzo pubblico è stato ridotto dal Governo Rajoy di circa 6 punti di PIL, con un intervento che ha privilegiato il lato delle uscite (la spesa pubblica rispetto al PIL è calata di quasi il 5%) anziché quello delle entrate (che sono aumentate solo dell’1% e non in maniera generalizzata, dato che contemporaneamente le tasse sulle imprese sono state diminuite dal 30% al 25%); il piano di aggiustamento dei conti, inoltre, è stato accompagnato da un programma di riforme teso soprattutto a rendere più flessibile il mercato del lavoro e a ridurre l’impatto negativo della burocrazia. I risultati sono stati decisamente positivi: dal 2015, infatti, la Spagna registra una crescita economica maggiore rispetto alla media dell’Area Euro e il suo non è un caso isolato, dato che considerazioni analoghe possono essere fatte rispetto al consolidamento portato avanti da Vladis Dombrovskis in Lituania.

Una lezione per l’Italia
Il nostro Paese cosa può imparare da questa lezione? Che è arrivato il momento in cui la politica deve assumersi le sue responsabilità, soprattutto nei confronti delle future generazioni. Eccezion fatta per la parentesi montiana, l’Italia non ha mai davvero praticato l’austerità (che, purtroppo, fu del tipo cattivo durante il Governo Monti): ci siamo costantemente incamminati sulla via della cosiddetta “flessibilità” (che, in parole semplici, significa maggior debito sulle spalle dei giovani) e il governo gialloverde non è certo stato da meno, con la sua Legge di Bilancio incentrata su maggior spesa corrente (Quota 100 e Reddito di Cittadinanza) e innalzamento della pressione fiscale.
La ricetta, quindi, può e deve essere una sola: meno spesa, meno tasse, meno Stato. Perché, come scrive Veronica De Romanis, «a conti fatti, seguire politiche di rigore, arrestare la corsa del debito pubblico e quindi mettere ordine nelle finanze pubbliche, è fondamentale sotto molteplici aspetti: per lo sviluppo, per l’occupazione – di oggi e di domani -, per contare in Europa».

Conti pubblici: quali prospettive per il 2020?

Conti pubblici - prspettive 2020Estate, tempo di mare e di vacanze, ma anche tempo di manovre correttive e di prime ipotesi riguardo a cosa accadrà quando, negli ultimi mesi dell’anno, il governo gialloverde si troverà a dover mettere nero su bianco la Legge di Bilancio per il 2020. È quindi il caso di fare un piccolo “riassunto delle puntate precedenti” e di fare qualche congettura sul futuro, uscendo dall’eco chamber in cui pare rinchiuso il dibattito pubblico, monopolizzato dalla discussione sull’immigrazione e sui porti pseudo-chiusi.

La manovra correttiva
Dopo una lunga agonia caratterizzata da annunci dal balcone, tensione sui mercati e trattative con i partner europei, nella Legge di Bilancio varata a fine 2018 il governo Conte inserì un numerino: il 2,04% come obiettivo per il rapporto Deficit/PIL nell’anno 2019. Ma, a causa del deterioramento delle condizioni economiche (con la crescita del Prodotto Interno Lordo italiano ferma ben al di sotto del livello preventivato dall’esecutivo), il rispetto di tale target è stato messo fortemente in pericolo e dunque la maggioranza gialloverde è stata costretta ad intervenire con una manovra correttiva, approfittando della distrazione dell’opinione pubblica (impegnata ad accapigliarsi sul caso Sea Watch e successivamente sugli scandali dei fondi russi e di Bibbiano) e rimangiandosi tutte le promesse demagogiche fatte in precedenza (non è passato molto tempo dalla puntata di Otto e Mezzo del 5 giugno in cui, alla domanda di Lilli Gruber: «Farete una manovra correttiva?», il Ministro Salvini rispondeva: «Ma figurati!»).
Vediamo, quindi, cosa prevede questa manovra. L’ammontare complessivo di risorse recuperate tramite tale intervento è di circa 7,6 miliardi di euro (l’equivalente di quello 0,4% di PIL necessario per riportare il deficit dal 2,4% a quel 2% concordato l’anno scorso con l’Europa) e si ripartisce così:

  • Lato entrate: circa 6,2 miliardi sui 7,6 totali della manovra derivano da maggiori entrate, in particolare si tratta di 3,5 miliardi di extra-gettito fiscale e contributivo derivante principalmente dall’implementazione della fatturazione elettronica e dalla chiusura di contenziosi fiscali con imprese private come Gucci (quindi si tratta, in parole semplici, di risorse sottratte all’evasione), più 2,7 miliardi di maggiori entrate non fiscali, ossia maggiori utili e dividenti arrivati al Ministero dell’Economia e delle Finanze da Banca d’Italia e Cassa Depositi e Prestiti (che negli stessi giorni ha emesso un maxi bond da 1,5 miliardi, il che significa che ha peggiorato significativamente la sua posizione finanziaria netta e che quei soldi inclusi in manovra sono, di fatto, sempre soldi dei cittadini investitori);
  • Lato uscite: 1,5 miliardi di minori spese per le due misure bandiera del governo, Quota 100 e Reddito di Cittadinanza.

Abbiamo così risolto tutti i nostri problemi di bilancio? Assolutamente no. I motivi sono due: (1) la maggior parte della manovra è di natura non strutturale, e quindi si tratta di risorse su cui l’anno prossimo molto probabilmente non potremo contare; (2) le prospettive di bilancio per il 2020 restano pessime, dato che – come vedremo tra poco – il governo sarà costretto a trovare ingenti risorse per evitare l’aumento dell’Iva e far fronte a tutte le sue promesse (non a caso, il commento migliore è quello di Mario Seminerio che ha intitolato il suo articolo sulla manovra “Rinviata è la tempesta, odo grulli far festa”).
P.S. il fatto che l’extra-gettito derivante da una minor evasione (ossia i 3,5 miliardi dalla fatturazione elettronica e dalla chiusura dei contenziosi tributari) sia andato a coprire buchi di bilancio anziché a finanziare una riduzione della pressione fiscale è l’ennesima riprova che, in Italia, la favoletta del “pagare tutti, pagare meno” è una menzogna bella e buona.

Quali prospettive per il 2020?
Veniamo ora alle questioni veramente dolenti: come si muoverà il governo nel momento in cui dovrà scrivere la Legge di Bilancio per il prossimo anno? Gianluca Codagnone, nella canonica “Chiacchierata del mercoledì” con Michele Boldrin, Thomas Manfredi e Costantino De Blasi (il cui video trovate qui), ha cercato di riassumere quale potrebbe essere la situazione. Basandosi sull’ipotesi che il target di bilancio per il 2020 consisterà principalmente in un rapporto Deficit/Pil dell’1,5% (poiché questo è ciò che ragionevolmente si aspettano le istituzioni europee), si prevede che il governo intenda spendere circa 57,3 miliardi di euro così ripartiti:

  1. Cancellazione dell’aumento dell’IVA (23,3 miliardi);
  2. Spese annuali da rifinanziare (4 miliardi);
  3. Saldo extra-budget con l’Unione Europea (6 miliardi);
  4. “Copertura” del probabile calo delle entrate fiscali dovuto ad una crescita nominale inferiore a quanto preventivato nella precedente Legge di Bilancio (8 miliardi);
  5. Taglio delle tasse promesso da Salvini (che non chiamiamo e non chiameremo flat tax, poiché NON È una flat tax, e che dovrebbe costare circa 16 miliardi).

Le possibili coperture di cui si è sentito parlare in questi mesi, invece, riguardano:

  1. Spending review (4 miliardi);
  2. Minori spese per Quota 100 e Reddito di Cittadinanza (5 miliardi);
  3. Taglio di deduzioni e detrazioni (3 miliardi);
  4. Cancellazione del Bonus 80 euro di Renzi (10 miliardi).

Da questa veloce panoramica possiamo subito vedere due grossi problemi: (1) non ci sarà alcuna vera riduzione delle tasse, dato che il taglio promesso da Salvini verrebbe coperto quasi interamente da incrementi di altre tasse sotto forma di cancellazione di alcune deduzioni e detrazioni e del bonus fiscale di Renzi; (2) sic stantibus rebus a fronte di oltre 55 miliardi di maggiori spese o di minori entrate, le coperture ammontano solo a 22 miliardi, il che significa che o il Deficit/PIL esploderà al 3,5% (ben due punti percentuali oltre il target, con le ovvie disastrose ripercussioni sia in termini di turbolenza sui mercati finanziari sia di rapporti con i partner europei) o il governo sarà costretto a lasciar aumentare – almeno in parte – l’IVA per coprire tale differenza.
La conclusione è ovvia: aspettiamoci un altro autunno caldo sull’orlo del precipizio, col timore che l’ala dei “Lirettanti allo sbaraglio” della maggioranza (leggi Borghi e Bagnai) cerchi a tutti i costi l’incidente utile per giustificare l’uscita dall’Euro.

Un governo che fa male all’economia.

Un governo che fa male all'economiaÈ vero, i numeri non sempre ci dicono tutto. Però è altrettanto vero che ciò che i numeri ci dicono non può essere ignorato, poiché sono dotati di una loro forza e di una loro inopinabilità che ci permette di usarli – e dopotutto questa è la mission de L’Asino di Buridano – per fissare dei punti fermi utili per orientarsi nello scenario politico.
E in questo contesto, i numeri parlano chiaramente: il governo giallo-verde è dannoso per l’economia italiana.
Partiamo innanzitutto dalla notizia che ha tenuto banco nelle ultime settimane, ossia le decisioni della maggioranza in merito al deficit di bilancio: secondo le previsioni dell’ultimo Documento di Economia e Finanza approvato, il disavanzo pubblico italiano (cioè la differenza tra le uscite e le entrate) avrebbe dovuto essere l’1,6% del PIL nel 2018, lo 0,8% nel 2019 per poi arrivare al pareggio di bilancio nel 2020; il Governo Conte ha però deciso, nonostante le resistenze del Ministro Tria e dei tecnici del Ministero dell’Economia, di portare il deficit al 2,4% del PIL. Ciò significa, in termini strutturali (che poi sono quelli che veramente più contano per il Patto di Stabilità), un peggioramento dello 0,7%, quando l’Italia si era formalmente impegnata per un miglioramento dello 0,7%: stiamo parlando, quindi, di uno scostamento dagli obiettivi di quasi un punto e mezzo. Abbiamo già avuto modo di spiegare brevemente cosa ciò significhi qui: più deficit e più debito non sono altro che una manovra per acquistare il consenso degli elettori scaricandone il costo sulle future generazioni; il che è ancora più grave se guardiamo ciò che tale deficit andrà a finanziare, ossia misure (come il superamento della Fornero, la pensione di cittadinanza, la pace fiscale, ecc) che riguardano prevalentemente i più anziani. È ormai palese la necessità di una sorta di “rivolta generazionale”, di una presa di posizione forte da parte di quella fascia di popolazione (gli under 35) che, nonostante abbiano una probabilità doppia rispetto agli over 65 di finire in condizioni di povertà assoluta, viene sistematicamente ignorata se non addirittura penalizzata dalle scelte di politica economica di questo governo.
Quest’ultima decisione sul deficit, sommata alle tante altre esternazioni e minacce da parte di esponenti di punta della maggioranza di governo (basti pensare al Piano B per l’uscita dall’euro del Ministro Savona o alla proposta per la cancellazione del debito italiano detenuto dalla BCE fatta dal responsabile economico della Lega Claudio Borghi e contenuta nella prima bozza del Contratto di Governo), ha anche un impatto immediato e direttamente percepibile: l’aumento del tanto famigerato spread. Tale indicatore, che misura il differenziale di rendimento tra BTP a 10 anni e Bund tedeschi con la stessa scadenza e che si può considerare come una buona proxy di come i mercati percepiscono l’affidabilità del nostro Paese, è passato dai 122 punti base del 1 aprile ai 285 della chiusura della settimana passata. La tabella qua sotto, che confronta i tassi a 2 e a 10 anni pagati da Italia, Germania, Spagna e Portogallo ci dice che, mentre per tutti gli altri Paesi si è registrato un fisiologico incremento dovuto all’acutizzarsi del “rischio Europa”, l’Italia ha visto raddoppiare il rendimento del BTP decennale, mentre quello a scadenza due anni è passato dal territorio negativo (ossia gli investitori pagavano il nostro Paese per poterci prestare denaro) a quello positivo.
RENDIMENTIPreoccupa ancor di più notare che i rendimenti offerti dai titoli italiani sono più alti di quelli del Portogallo, nonostante quest’ultimo abbia un rating creditizio peggiore: probabilmente i mercati già scontano un futuro declassamento dell’Italia, che potrebbe concretizzarsi già questo mese. È il caso di ricordare che attualmente il nostro Paese è solo due gradini sopra il livello junk (spazzatura), che se raggiunto impedirebbe alla BCE di acquistare i BTP nell’ambito del Quantitative Easing e di accettarli come collaterale nelle operazioni di finanziamento delle banche: un vero e proprio cataclisma per il nostro sistema finanziario.
Anche la borsa in questi mesi non ha avuto vita facile: mentre il DAX di Francoforte e l’IBEX di Madrid hanno perso da maggio ad oggi rispettivamente circa il 5% e l’8%, il FTSE MIB di Milano ha bruciato oltre il 16% della sua capitalizzazione, appesantito dai bancari calati anche di oltre il 25%.
Maggio e giugno sono stati poi i mesi della grande fuga di capitali dall’Italia: la Banca d’Italia ha registrato importanti flussi di uscita negli investimenti di portafoglio, diminutivi complessivamente di 75 miliardi di euro; tale risultato è frutto in particolare della vendita di circa 58 miliardi di titoli di stato italiani. A ciò si aggiunga che alla fine di settembre BofA Merrill Lynch ha diffuso i risultati di un sondaggio globale tra gestori di fondi in cui 20% degli intervistati dichiarava l’intenzione di voler diminuire gli investimenti in Italia.
Si può inoltre dare una veloce carrellata di dati riguardanti luglio: l’Ocse ha abbassato le aspettative per la crescita del PIL italiano nel 2018, che passa da +1,4% a +1,2%; le richieste di disoccupazione sono cresciute del 9,4% rispetto al 2017; i nuovi ordinativi industriali sono scesi del 2,3%; le esportazioni sono calate del 2,6%; la produzione industriale si è ridotta del 1,8%. Ad agosto, poi, il clima di fiducia dei consumatori è sceso dal 116,2 del mese precedente a 115,2 e lo stesso si può dire del clima di fiducia delle imprese (passato da 105,3 a 103,8).
Insomma, i numeri, per quanto freddi e a volte noiosi, dipingono un quadro preoccupante e che non può essere ignorato: questo governo fa male all’economia e servirebbe come il pane un’opposizione che, su questo tema più che su molti altri, sapesse fare il suo mestiere.