In questi giorni si sta discutendo molto dell’esigenza che l’Unione Europea faccia la sua parte nella gestione dell’emergenza Covid-19, come d’altra parte abbiamo scritto anche noi qui, sottolineando la necessità di una risposta europea omogenea. L’opinione pubblica e la politica stanno rivolgendo la propria attenzione a due temi: gli Eurobond (o i Coronabond) e il Meccanismo Europeo di Stabilità. Cerchiamo quindi di capire di cosa si tratta.
Euro/Corona Bond
Gli Eurobond sono un tema spinoso e non nuovo in ambito europeo, considerando che furono proposti per la prima volta dall’ex Presidente della Commissione Europea Jacques Delors (in carica dal 1985 al 1995): si tratta di titoli di debito pubblico europei e presuppongono, quindi, una forma di mutualizzazione del debito, poiché la responsabilità ed il rischio sarebbero condivisi da tutti gli Stati membri. I Coronabond sono uno strumento del tutto simile, ma di carattere una tantum (ossia verrebbero emessi solo questa volta e non in maniera continuativa), finalizzato unicamente a far fronte all’emergenza in atto.
Perché non c’è accordo a livello europeo sulla loro introduzione? I profili di criticità sono principalmente due: (1) Essi non sono ritenuti una soluzione per l’immediato, in particolare a causa di questioni tecniche come l’eventuale modifica dei trattati o anche solo la creazione di un’apposita istituzione che si incarichi di emetterli. (2) La mutualizzazione del debito è una questione molto spinosa dal momento che i principali beneficiari sono paesi come il nostro che approfittano della crisi per inserire nei decreti emergenziali regalie e sprechi come gli ennesimi 700 milioni ad Alitalia.
Meccanismo Europeo di Stabilità
Il Meccanismo Europeo di Stabilità (MES, detto anche Fondo salva-stati) è una sorta di assicurazione comunitaria creata al fine di salvaguardare la stabilità finanziaria dell’eurozona, sostenendo i Paesi in difficoltà finanziarie. Nonostante le tante bufale sul tema propagandate nell’ultimo anno da partiti sia della maggioranza che dell’opposizione, oggi potrebbe rivelarsi lo strumento migliore per affrontare l’emergenza: come hanno scritto Lorenzo Codogno e Giampaolo Galli in un articolo sul Sole24Ore intitolato “Dal MES deve arrivare un salvagente per l’Italia”, l’Italia potrebbe avvalersi subito di una delle due linee di credito precauzionali previste per paesi che sono colpiti da shock avversi che sono al di fuori del loro controllo.
Il problema, però, è analogo a quello visto prima: le regole del MES prevedono la sottoscrizione di un “memorandum di intesa” (che richiede che il paese si sottoponga ad un programma di riforme e di aggiustamento dei conti pubblici), ma l’Italia e i paesi del Sud Europa stanno cercando di ottenere che l’accesso sia incondizionato. Gli altri partner europei possono fidarsi? Non sarebbe il caso, mentre chiediamo all’Europa di fare un passo avanti e venire incontro alle nostre richieste, di fare a nostra volta un passo di responsabilità ed affidabilità verso di loro, magari partendo – come proposto da Alberto Mingardi – da un gesto simbolico come l’abolizione di Quota 100?
Una proposta alternativa
Gianluca Codagnone e Thomas Manfredi, cofondatori di Liberi Oltre Le Illusioni, hanno lanciato una possibile soluzione alternativa in un loro articolo intitolato “Una Autorità sanitaria europea e un salute bond per battere Covid19” e apparso sul blog Econopoly. La proposta prevede la creazione di un’autorità sanitaria europea (EHA) che lanci un programma di emissioni obbligazionarie EHA COVID19 ABS con durata da 10-30 anni (la sigla ABS sta ad indicare titoli cosiddetti asset-backed, ossia garantiti dalle attività dell’autorità stessa). Il ricavato della vendita di tali obbligazioni verrebbe usato per strutture e attrezzature mediche (ospedali, laboratori, impianti di produzione di ventilatori, unità di terapia intensiva e tutti gli altri materiali che potrebbero essere necessari per affrontare una diffusione epidemica) e ogni Stato sarebbe lasciato libero di acquistare beni o servizi dalla rete EHA.
I vantaggi di tale proposta sono principalmente due: (1) Innanzitutto la natura dei titoli lascia molta flessibilità, dal momento che a crisi finita si potrebbe benissimo decidere di dismettere l’EHA, vendere i suoi asset e ripagare le obbligazioni anticipatamente. (2) Il fatto di essere specificatamente mirati a sostenere le spese per la sanità elimina l’eccessiva discrezionalità, evitando il rischio che i paesi meno seri possano approfittare dell’emissione di debito comune per finanziare misure clientelari.
Ci capita spesso di criticare l’alto livello di tassazione che colpisce il nostro Paese. C’è una cosa, però, che nonostante se ne parli di tanto in tanto, non vogliamo cambi: è il caso della tassa di successione.
Pochi giorni fa, il Governo Conte II ha approvato la Nota di Aggiornamento al Documento di Economia e Finanza (Nadef), ossia il testo di finanza pubblica che consente, da un lato, di aggiornare le previsioni economiche contenute nel Def approvato ad aprile e, dall’altro lato, di fissare nuovi obiettivi programmatici in vista della futura Legge di Bilancio (per maggiori informazioni circa tutti i Documenti di Finanza pubblica, è possibile vedere 

Il governo della moderazione e della responsabilità, quindi, si scopre essere il perfetto staffettista della pessima esperienza gialloverde, nonostante i tanti proclami sulla discontinuità. Per citare nuovamente Mario Seminerio, «tanto tuonò che non piovve. O che piovvero idiozie».
Tra qualche mese, il nostro Paese si troverà nuovamente impegnato in accese discussioni su Legge di Bilancio, saldi di finanza pubblica e austerità versus politiche espansive. Quale miglior modo, allora, di sfruttare la relativa tranquillità del mese di agosto se non leggere un buon libro e arrivare preparati a tale dibattito che, sicuramente, sarà infarcito di disinformazione e slogan propagandistici? Da questo punto di vista, il saggio di Veronica De Romanis “L’austerità fa crescere” (Marsilio, 2017) può essere un ottimo punto di riferimento.
È vero, i numeri non sempre ci dicono tutto. Però è altrettanto vero che ciò che i numeri ci dicono non può essere ignorato, poiché sono dotati di una loro forza e di una loro inopinabilità che ci permette di usarli – e dopotutto questa è la mission de L’Asino di Buridano – per fissare dei punti fermi utili per orientarsi nello scenario politico.
Preoccupa ancor di più notare che i rendimenti offerti dai titoli italiani sono più alti di quelli del Portogallo, nonostante quest’ultimo abbia un rating creditizio peggiore: probabilmente i mercati già scontano un futuro declassamento dell’Italia, che potrebbe concretizzarsi già questo mese. È il caso di ricordare che attualmente il nostro Paese è solo due gradini sopra il livello junk (spazzatura), che se raggiunto impedirebbe alla BCE di acquistare i BTP nell’ambito del Quantitative Easing e di accettarli come collaterale nelle operazioni di finanziamento delle banche: un vero e proprio cataclisma per il nostro sistema finanziario.
L’espressione debito pubblico è ormai entrata nelle nostre vite quotidiane: la leggiamo sui giornali, la sentiamo in televisione e magari ne parliamo anche al bar. Ne siamo talmente assuefatti che tendiamo a dimenticarci due importanti elementi di qualunque fenomeno: le cause e gli effetti.