MES, Eurobond o Coronabond?

MES, Eurobond o CoronabondIn questi giorni si sta discutendo molto dell’esigenza che l’Unione Europea faccia la sua parte nella gestione dell’emergenza Covid-19, come d’altra parte abbiamo scritto anche noi qui, sottolineando la necessità di una risposta europea omogenea. L’opinione pubblica e la politica stanno rivolgendo la propria attenzione a due temi: gli Eurobond (o i Coronabond) e il Meccanismo Europeo di Stabilità. Cerchiamo quindi di capire di cosa si tratta.

Euro/Corona Bond
Gli Eurobond sono un tema spinoso e non nuovo in ambito europeo, considerando che furono proposti per la prima volta dall’ex Presidente della Commissione Europea Jacques Delors (in carica dal 1985 al 1995): si tratta di titoli di debito pubblico europei e presuppongono, quindi, una forma di mutualizzazione del debito, poiché la responsabilità ed il rischio sarebbero condivisi da tutti gli Stati membri. I Coronabond sono uno strumento del tutto simile, ma di carattere una tantum (ossia verrebbero emessi solo questa volta e non in maniera continuativa), finalizzato unicamente a far fronte all’emergenza in atto.
Perché non c’è accordo a livello europeo sulla loro introduzione? I profili di criticità sono principalmente due: (1) Essi non sono ritenuti una soluzione per l’immediato, in particolare a causa di questioni tecniche come l’eventuale modifica dei trattati o anche solo la creazione di un’apposita istituzione che si incarichi di emetterli. (2) La mutualizzazione del debito è una questione molto spinosa dal momento che i principali beneficiari sono paesi come il nostro che approfittano della crisi per inserire nei decreti emergenziali regalie e sprechi come gli ennesimi 700 milioni ad Alitalia.

Meccanismo Europeo di Stabilità
Il Meccanismo Europeo di Stabilità (MES, detto anche Fondo salva-stati) è una sorta di assicurazione comunitaria creata al fine di salvaguardare la stabilità finanziaria dell’eurozona, sostenendo i Paesi in difficoltà finanziarie. Nonostante le tante bufale sul tema propagandate nell’ultimo anno da partiti sia della maggioranza che dell’opposizione, oggi potrebbe rivelarsi lo strumento migliore per affrontare l’emergenza: come hanno scritto Lorenzo Codogno e Giampaolo Galli in un articolo sul Sole24Ore intitolato “Dal MES deve arrivare un salvagente per l’Italia”, l’Italia potrebbe avvalersi subito di una delle due linee di credito precauzionali previste per paesi che sono colpiti da shock avversi che sono al di fuori del loro controllo.
Il problema, però, è analogo a quello visto prima: le regole del MES prevedono la sottoscrizione di un “memorandum di intesa” (che richiede che il paese si sottoponga ad un programma di riforme e di aggiustamento dei conti pubblici), ma l’Italia e i paesi del Sud Europa stanno cercando di ottenere che l’accesso sia incondizionato. Gli altri partner europei possono fidarsi? Non sarebbe il caso, mentre chiediamo all’Europa di fare un passo avanti e venire incontro alle nostre richieste, di fare a nostra volta un passo di responsabilità ed affidabilità verso di loro, magari partendo – come proposto da Alberto Mingardi – da un gesto simbolico come l’abolizione di Quota 100?

Una proposta alternativa
Gianluca Codagnone e Thomas Manfredi, cofondatori di Liberi Oltre Le Illusioni, hanno lanciato una possibile soluzione alternativa in un loro articolo intitolato “Una Autorità sanitaria europea e un salute bond per battere Covid19” e apparso sul blog Econopoly. La proposta prevede la creazione di un’autorità sanitaria europea (EHA) che lanci un programma di emissioni obbligazionarie EHA COVID19 ABS con durata da 10-30 anni (la sigla ABS sta ad indicare titoli cosiddetti asset-backed, ossia garantiti dalle attività dell’autorità stessa). Il ricavato della vendita di tali obbligazioni verrebbe usato per strutture e attrezzature mediche (ospedali, laboratori, impianti di produzione di ventilatori, unità di terapia intensiva e tutti gli altri materiali che potrebbero essere necessari per affrontare una diffusione epidemica) e ogni Stato sarebbe lasciato libero di acquistare beni o servizi dalla rete EHA.
I vantaggi di tale proposta sono principalmente due: (1) Innanzitutto la natura dei titoli lascia molta flessibilità, dal momento che a crisi finita si potrebbe benissimo decidere di dismettere l’EHA, vendere i suoi asset e ripagare le obbligazioni anticipatamente. (2) Il fatto di essere specificatamente mirati a sostenere le spese per la sanità elimina l’eccessiva discrezionalità, evitando il rischio che i paesi meno seri possano approfittare dell’emissione di debito comune per finanziare misure clientelari.

La forte tentazione di tassare la morte.

La forte tentazione di tassare la morteCi capita spesso di criticare l’alto livello di tassazione che colpisce il nostro Paese. C’è una cosa, però, che nonostante se ne parli di tanto in tanto, non vogliamo cambi: è il caso della tassa di successione.
Si dà il caso, infatti, che la tassa di successione prevista dalla normativa italiana sia una delle più basse all’interno dell’Unione Europea: entrando nel dettaglio, l’imposta ordinaria è pari all’8%, ma scende al 6% per quanto riguarda fratelli e parenti fino al quarto grado e addirittura al 4% in caso di eredi diretti (trattasi di figli, coniuge o compagno unito civilmente); esistono poi le così dette soglie di esenzione, che ammontano a 100.000 euro per i fratelli, e 1 milione di euro per coniuge e parenti in linea retta. Nella pratica, buona parte dell’eredità che viene lasciata all’interno del territorio italiano è esente da tasse. Nella legislatura precedente venne presentata una proposta di legge volta ad abbassare la franchigia per coniuge e figli a 500.000 euro e ad alzare l’aliquota al 7% (e al 21% per i patrimoni superiori al milione); si prevedeva altresì di portare l’aliquota per i fratelli all’8%, quella per gli altri parenti al 10% e quella per tutti gli altri casi al 15%.
Ora, noi capiamo che la tentazione di alzare questa tassa in un Paese vecchio e con un debito pubblico elevato sia forte, ma cercheremo allo stesso tempo di argomentare perché non è auspicabile alcun cambiamento in tal senso. Coloro che sono a favore difenderanno la propria tesi sostenendo che un’alta tassa di successione sia un buon mezzo per assicurare a tutti i cittadini le stesse condizioni di partenza. Ammettiamo anche che da ciò derivi un’allocazione di servizi di un’efficienza tale da garantire al settore più povero della popolazione le stesse opportunità di quello più ricco. Ad ogni modo, a nostro avviso, l’unico effetto che una tale tassazione avrà nei fatti sarà di accrescere le differenze negli stili di vita dell’attuale generazione, nella misura in cui per fuggire dall’attività predatoria dello Stato qualsiasi individuo “sperpererà” i suoi averi in beni di lusso/di consumo. I difensori della tassa potranno domandare quale sia la minaccia in tutto ciò, argomentando anzi che essa abbia un ruolo positivo nell’aumento dei consumi: la risposta è ovviamente nessuna, se non che si dissipa qualsiasi possibilità di investimento e innovazione.
Tornando ai difensori, questi potranno argomentare ponendosi la questione del perché un’azienda o un privato cittadino, anche in caso di un’elevata tassa, non possano decidere di investire piuttosto che consumare. La risposta è semplice: gli investimenti e le innovazioni non sono sempre possibili allo stato attuale delle conoscenze, o di altri fattori, quali possono ad esempio essere (come nel caso italiano) gli ostacoli burocratici; occorre dunque ragionare secondo un’ottica intragenerazionale. Considerando poi che al giorno d’oggi il termine sostenibilità va molto di moda, è doveroso sottolineare che sostenibilità implica altresì il dovere morale di garantire alle generazioni future le stesse possibilità di sviluppo di quelle attuali e, aggiungeremmo noi, se possibile di accrescerle.
Diceva Milton Friedman, in risposta a coloro che attaccavano le idee liberiste accusandole di avere un impianto eccessivamente individualista, che noi tutti viviamo all’interno di una “family society”. Se i nostri genitori hanno avuto la possibilità di avere degli standard di vita migliori dei nostri nonni, e se noi abbiamo avuto a nostra volta la possibilità di averne di migliori dei nostri genitori, tutto ciò è dovuto a una sola cosa: il risparmio. È solo dal risparmio che possono nascere investimenti e innovazione. Alcuni paesi dai più considerati socialisti (Svezia e Norvegia) hanno colto queste dinamiche e di conseguenza eliminato quella che in America è chiamata “death tax”, tassa sulla morte. Noi chiediamo alla nostra classe dirigente di continuare su questa linea e di non azzardarsi a sostenere qualsiasi riduzione del deficit con una tassa che potremmo definire immorale. In un’era dove il concetto di risparmio ha visto gradualmente sminuirsi il suo valore e dove la classe dirigente sostiene che la crescita economica sia soprattutto guidata dall’aumento dei consumi, noi continueremo a difendere i cittadini da ogni tassa che vada a ledere qualsiasi forma di risparmio.

La Nadef ci regala più deficit per tutti.

La Nadef ci regala più debito per tuttiPochi giorni fa, il Governo Conte II ha approvato la Nota di Aggiornamento al Documento di Economia e Finanza (Nadef), ossia il testo di finanza pubblica che consente, da un lato, di aggiornare le previsioni economiche contenute nel Def approvato ad aprile e, dall’altro lato, di fissare nuovi obiettivi programmatici in vista della futura Legge di Bilancio (per maggiori informazioni circa tutti i Documenti di Finanza pubblica, è possibile vedere questo nostro video).
Osservando i numeri, pare purtroppo evidente l’assoluta continuità del governo giallorosso con quello gialloverde in merito ad una variabile chiave: il deficit, il quale si traduce in maggior debito pubblico sulle spalle degli Italiani, in particolare quelli più giovani.

Lo scenario tendenziale
Innanzitutto, è doveroso dare un’occhiata ai numeri del cosiddetto scenario tendenziale, ossia quello a legislazione vigente, che non tiene conto dei futuri interventi programmati dal governo.
A causa, in particolare, della situazione stagnante dell’economia mondiale, la crescita del PIL per il 2020 è rivista al ribasso dallo 0.8 allo 0.4%, per poi salire allo 0.8 e all’1% rispettivamente nel 2021 e nel 2022. Per quanto riguarda il deficit, la stima per il 2019 è del 2.2% (in calo rispetto al 2.4 preventivato dal Def di aprile grazie al miglioramento dell’avanzo primario e al calo degli interessi sul debito), mentre nel triennio 2020-2022 è prevista una progressiva decrescita fino allo 0.9%. Infine, il debito salirebbe al 135.7% del PIL a fine 2019 (soprattutto a causa delle mancate privatizzazioni promesse dal Governo Conte I) per poi scendere fino al 130.4% nel 2022, il che non sarebbe comunque sufficiente a soddisfare la regola di riduzione del debito prevista dal Fiscal Compact.Nadef_tendenz.PNG

Lo scenario programmatico
Passiamo ora ad analizzare la parte più importante, ossia lo scenario programmatico. Come ha detto Mario Seminerio nel suo podcast (che potete ascoltare qui), la Nadef rappresenta la cornice complessiva all’interno di cui deve essere scritta la prossima Legge di Bilancio. I numeri ci parlano di una manovra per il 2020 che “peserà” circa 30 miliardi: di questi, oltre 14 derivano da maggiore flessibilità (cioè deficit) e 7 dalla lotta all’evasione (numero che sarebbe senza precedenti), a cui si aggiungerebbero le risorse derivanti dal taglio dei sussidi ambientalmente dannosi (che vuol dire tutto e vuol dire nulla) e dal risparmio in interessi passivi sul debito (che ha spinto Seminerio a dire che «questo è il primo paese al mondo che riesce a mettere in maniera assolutamente demenziale il risparmio nella spesa per interessi [come copertura] e a creare tesoretti dove praticamente tesoretti non esistono»), oltre alle solite privatizzazioni e spending review di cui ogni anno sentiamo parlare senza riuscire davvero a vederle.
Tutto ciò è evidenziato dalle previsioni dello scenario programmatico: in seguito agli interventi promessi dal governo, il PIL dovrebbe salire di appena lo 0.2% nel 2020 e nel 2021, ma il deficit resterebbe fermo al 2.2% nel 2020 (anziché scendere all’1.4) e il debito calerebbe solo al 135.2% (anziché al 134.1); e anche per il 2021 e per il 2022 è previsto un peggioramento dei saldi di finanza pubblica rispetto allo scenario tendenziale.
Insomma, un’altra “manovra del popolo” a spese delle generazioni future.Nadef_prog

Gli interventi previsti
La flebile speranza che, perlomeno, le misure promesse per il 2020 potessero avere un senso logico e portare il nostro Paese su quel necessario percorso di riduzione delle tasse, della spesa pubblica e del perimetro di intervento dello Stato nell’economia (di cui vi avevamo parlato qui) si scontra con il catalogo degli orrori contenuto a pagina 23 della Nadef, in cui spiccano: il disegno di legge per un Green New Deal (espressione coniata dalla paladina del comunismo madurista del XXI secolo, Alexandria Ocasio-Cortez) che si tradurrà in maggiori tasse e regolamentazioni per le imprese; la riforma del catasto, utile per colpire ulteriormente il già agonizzante mercato immobiliare; la creazione di una banca pubblica per gli investimenti, per cui ci prepariamo al ritorno in grande spolvero dell’IRI e della Cassa per il Mezzogiorno in salsa cinquestelle.
A ciò si aggiunga che nulla è stato fatto per rimediare agli errori del Conte I: infatti, non vengono in alcun modo toccati né il Reddito di Cittadinanza né Quota 100. In particolare, per quanto riguarda quest’ultima, la Nota di Aggiornamento al Def certifica quei numeri che molti esponenti della maggioranza hanno tentato nei mesi scorsi di negare: l’intervento pensionistico voluto dalla Lega produce, nel periodo 2019-2036, un incremento di spesa in rapporto al PIL pari in media a circa 0.2 punti annui, ossia oltre 60 miliardi nell’arco dei prossimi 17 anni.Pensioni.PNGIl governo della moderazione e della responsabilità, quindi, si scopre essere il perfetto staffettista della pessima esperienza gialloverde, nonostante i tanti proclami sulla discontinuità. Per citare nuovamente Mario Seminerio, «tanto tuonò che non piovve. O che piovvero idiozie».

L’austerità che serve al nostro Paese.

L'austerità che serve al nostro PaeseTra qualche mese, il nostro Paese si troverà nuovamente impegnato in accese discussioni su Legge di Bilancio, saldi di finanza pubblica e austerità versus politiche espansive. Quale miglior modo, allora, di sfruttare la relativa tranquillità del mese di agosto se non leggere un buon libro e arrivare preparati a tale dibattito che, sicuramente, sarà infarcito di disinformazione e slogan propagandistici? Da questo punto di vista, il saggio di Veronica De Romanis “L’austerità fa crescere” (Marsilio, 2017) può essere un ottimo punto di riferimento.

Cos’è l’austerità?
Iniziamo dai concetti basilari: cos’è l’austerità? L’economista Veronica De Romanis spiega che tale parola «viene usata per descrivere tagli di spesa o incrementi di tasse necessari a riportare i conti in equilibrio dopo un periodo di finanze pubbliche fuori controllo. È impiegato in alternativa ad altre espressioni quali consolidamento fiscale, aggiustamento o stretta fiscale, conti in ordine o politiche di rigore. Tuttavia, il sostantivo che meglio qualifica questo concetto è “responsabilità”». Dopo aver dato questa definizione generale, viene immediatamente fatta una distinzione netta, ricordando le parole di Mario Draghi secondo cui «non tutti i programmi di austerità sortiscono lo stesso effetto sulla crescita»: da un lato, infatti, abbiamo l’austerità buona; dall’altro, l’austerità cattiva.

L’austerità cattiva
L’austerità cattiva si traduce in incrementi consistenti della tassazione e tagli leggeri (se non addirittura inesistenti) alla spesa pubblica; il suo effetto sulla crescita economica è recessivo. Un esempio di quanto questo tipo di austerità possa fare danni è rappresentato dal caso Grecia. Nonostante le accuse di miopia rivolte nel corso degli anni alle istituzioni europee, la responsabilità del disastro greco è da attribuire unicamente ai politici ellenici: non solo essi truccarono i conti per poter entrare nell’Euro, ma di fronte alla necessità di un consolidamento fiscale decisero in totale autonomia di colpire principalmente la classe media; la famigerata Troika (Commissione Europea, Banca Centrale Europea e Fondo Monetario Internazionale), infatti, indicò semplicemente l’obiettivo di riduzione del deficit da centrare, ma fu la politica greca a decidere di muoversi soprattutto sul fronte dell’incremento delle tasse (aumentate del 7%) e di ridurre la spesa pubblica di meno del 2%.

L’austerità buona
Al contrario, l’austerità buona prevede meno tasse, una riduzione della spesa pubblica (o una sua “revisione”, togliendo risorse alla spesa corrente per incanalarle verso investimenti e infrastrutture) e un corposo piano di riforme strutturali. L’effetto, in questo caso, può essere espansivo: l’autrice ci ricorda che «come dimostra l’evidenza empirica di numerosi studi, tagli di spesa, se accompagnati da liberalizzazioni e riforme nel mercato dei beni e del lavoro, comportano costi di gran lunga inferiori – in alcuni casi addirittura nessun costo – rispetto a inasprimenti delle tasse». Il caso di scuola da prendere in considerazione, opposto a quello greco, è in questo caso rappresentato dalla Spagna: tra il 2012 e il 2015, il disavanzo pubblico è stato ridotto dal Governo Rajoy di circa 6 punti di PIL, con un intervento che ha privilegiato il lato delle uscite (la spesa pubblica rispetto al PIL è calata di quasi il 5%) anziché quello delle entrate (che sono aumentate solo dell’1% e non in maniera generalizzata, dato che contemporaneamente le tasse sulle imprese sono state diminuite dal 30% al 25%); il piano di aggiustamento dei conti, inoltre, è stato accompagnato da un programma di riforme teso soprattutto a rendere più flessibile il mercato del lavoro e a ridurre l’impatto negativo della burocrazia. I risultati sono stati decisamente positivi: dal 2015, infatti, la Spagna registra una crescita economica maggiore rispetto alla media dell’Area Euro e il suo non è un caso isolato, dato che considerazioni analoghe possono essere fatte rispetto al consolidamento portato avanti da Vladis Dombrovskis in Lituania.

Una lezione per l’Italia
Il nostro Paese cosa può imparare da questa lezione? Che è arrivato il momento in cui la politica deve assumersi le sue responsabilità, soprattutto nei confronti delle future generazioni. Eccezion fatta per la parentesi montiana, l’Italia non ha mai davvero praticato l’austerità (che, purtroppo, fu del tipo cattivo durante il Governo Monti): ci siamo costantemente incamminati sulla via della cosiddetta “flessibilità” (che, in parole semplici, significa maggior debito sulle spalle dei giovani) e il governo gialloverde non è certo stato da meno, con la sua Legge di Bilancio incentrata su maggior spesa corrente (Quota 100 e Reddito di Cittadinanza) e innalzamento della pressione fiscale.
La ricetta, quindi, può e deve essere una sola: meno spesa, meno tasse, meno Stato. Perché, come scrive Veronica De Romanis, «a conti fatti, seguire politiche di rigore, arrestare la corsa del debito pubblico e quindi mettere ordine nelle finanze pubbliche, è fondamentale sotto molteplici aspetti: per lo sviluppo, per l’occupazione – di oggi e di domani -, per contare in Europa».

Un governo che fa male all’economia.

Un governo che fa male all'economiaÈ vero, i numeri non sempre ci dicono tutto. Però è altrettanto vero che ciò che i numeri ci dicono non può essere ignorato, poiché sono dotati di una loro forza e di una loro inopinabilità che ci permette di usarli – e dopotutto questa è la mission de L’Asino di Buridano – per fissare dei punti fermi utili per orientarsi nello scenario politico.
E in questo contesto, i numeri parlano chiaramente: il governo giallo-verde è dannoso per l’economia italiana.
Partiamo innanzitutto dalla notizia che ha tenuto banco nelle ultime settimane, ossia le decisioni della maggioranza in merito al deficit di bilancio: secondo le previsioni dell’ultimo Documento di Economia e Finanza approvato, il disavanzo pubblico italiano (cioè la differenza tra le uscite e le entrate) avrebbe dovuto essere l’1,6% del PIL nel 2018, lo 0,8% nel 2019 per poi arrivare al pareggio di bilancio nel 2020; il Governo Conte ha però deciso, nonostante le resistenze del Ministro Tria e dei tecnici del Ministero dell’Economia, di portare il deficit al 2,4% del PIL. Ciò significa, in termini strutturali (che poi sono quelli che veramente più contano per il Patto di Stabilità), un peggioramento dello 0,7%, quando l’Italia si era formalmente impegnata per un miglioramento dello 0,7%: stiamo parlando, quindi, di uno scostamento dagli obiettivi di quasi un punto e mezzo. Abbiamo già avuto modo di spiegare brevemente cosa ciò significhi qui: più deficit e più debito non sono altro che una manovra per acquistare il consenso degli elettori scaricandone il costo sulle future generazioni; il che è ancora più grave se guardiamo ciò che tale deficit andrà a finanziare, ossia misure (come il superamento della Fornero, la pensione di cittadinanza, la pace fiscale, ecc) che riguardano prevalentemente i più anziani. È ormai palese la necessità di una sorta di “rivolta generazionale”, di una presa di posizione forte da parte di quella fascia di popolazione (gli under 35) che, nonostante abbiano una probabilità doppia rispetto agli over 65 di finire in condizioni di povertà assoluta, viene sistematicamente ignorata se non addirittura penalizzata dalle scelte di politica economica di questo governo.
Quest’ultima decisione sul deficit, sommata alle tante altre esternazioni e minacce da parte di esponenti di punta della maggioranza di governo (basti pensare al Piano B per l’uscita dall’euro del Ministro Savona o alla proposta per la cancellazione del debito italiano detenuto dalla BCE fatta dal responsabile economico della Lega Claudio Borghi e contenuta nella prima bozza del Contratto di Governo), ha anche un impatto immediato e direttamente percepibile: l’aumento del tanto famigerato spread. Tale indicatore, che misura il differenziale di rendimento tra BTP a 10 anni e Bund tedeschi con la stessa scadenza e che si può considerare come una buona proxy di come i mercati percepiscono l’affidabilità del nostro Paese, è passato dai 122 punti base del 1 aprile ai 285 della chiusura della settimana passata. La tabella qua sotto, che confronta i tassi a 2 e a 10 anni pagati da Italia, Germania, Spagna e Portogallo ci dice che, mentre per tutti gli altri Paesi si è registrato un fisiologico incremento dovuto all’acutizzarsi del “rischio Europa”, l’Italia ha visto raddoppiare il rendimento del BTP decennale, mentre quello a scadenza due anni è passato dal territorio negativo (ossia gli investitori pagavano il nostro Paese per poterci prestare denaro) a quello positivo.
RENDIMENTIPreoccupa ancor di più notare che i rendimenti offerti dai titoli italiani sono più alti di quelli del Portogallo, nonostante quest’ultimo abbia un rating creditizio peggiore: probabilmente i mercati già scontano un futuro declassamento dell’Italia, che potrebbe concretizzarsi già questo mese. È il caso di ricordare che attualmente il nostro Paese è solo due gradini sopra il livello junk (spazzatura), che se raggiunto impedirebbe alla BCE di acquistare i BTP nell’ambito del Quantitative Easing e di accettarli come collaterale nelle operazioni di finanziamento delle banche: un vero e proprio cataclisma per il nostro sistema finanziario.
Anche la borsa in questi mesi non ha avuto vita facile: mentre il DAX di Francoforte e l’IBEX di Madrid hanno perso da maggio ad oggi rispettivamente circa il 5% e l’8%, il FTSE MIB di Milano ha bruciato oltre il 16% della sua capitalizzazione, appesantito dai bancari calati anche di oltre il 25%.
Maggio e giugno sono stati poi i mesi della grande fuga di capitali dall’Italia: la Banca d’Italia ha registrato importanti flussi di uscita negli investimenti di portafoglio, diminutivi complessivamente di 75 miliardi di euro; tale risultato è frutto in particolare della vendita di circa 58 miliardi di titoli di stato italiani. A ciò si aggiunga che alla fine di settembre BofA Merrill Lynch ha diffuso i risultati di un sondaggio globale tra gestori di fondi in cui 20% degli intervistati dichiarava l’intenzione di voler diminuire gli investimenti in Italia.
Si può inoltre dare una veloce carrellata di dati riguardanti luglio: l’Ocse ha abbassato le aspettative per la crescita del PIL italiano nel 2018, che passa da +1,4% a +1,2%; le richieste di disoccupazione sono cresciute del 9,4% rispetto al 2017; i nuovi ordinativi industriali sono scesi del 2,3%; le esportazioni sono calate del 2,6%; la produzione industriale si è ridotta del 1,8%. Ad agosto, poi, il clima di fiducia dei consumatori è sceso dal 116,2 del mese precedente a 115,2 e lo stesso si può dire del clima di fiducia delle imprese (passato da 105,3 a 103,8).
Insomma, i numeri, per quanto freddi e a volte noiosi, dipingono un quadro preoccupante e che non può essere ignorato: questo governo fa male all’economia e servirebbe come il pane un’opposizione che, su questo tema più che su molti altri, sapesse fare il suo mestiere.

Il fardello del debito.

Il fardello del debito.PNGL’espressione debito pubblico è ormai entrata nelle nostre vite quotidiane: la leggiamo sui giornali, la sentiamo in televisione e magari ne parliamo anche al bar. Ne siamo talmente assuefatti che tendiamo a dimenticarci due importanti elementi di qualunque fenomeno: le cause e gli effetti.
Scrive Sergio Romano in “Guerre, debiti e democrazia” (Laterza, 2017): «I debiti contratti in tempo di pace con banche o Paesi stranieri vengono spesso negoziati per pagare debiti precedenti e quando il debito dello Stato con i propri cittadini non basta a sostenere la spesa pubblica. In alcuni casi possono essere giustificati da eventi imprevisti, come per l’appunto l’aumento del prezzo degli idrocarburi dopo la guerra del Kippur o una crisi della finanza internazionale. Ma in molti casi sono il risultato di una democrazia che è diventata nelle ultime generazioni sempre più costosa e potenzialmente corrotta. Le elezioni sono una gara di promesse. Partiti e candidati chiedono voti in cambio di un “futuro migliore”; e l’agenda delle promesse si è andata progressivamente caricando, nella seconda metà del secolo scorso, di impegni sempre più onerosi: sanità, pensioni, sussidi di disoccupazione, reddito di cittadinanza, detrazioni fiscali per particolari categorie di cittadini. Le aspettative di un tempo sono diventate diritti, indipendentemente dalle disponibilità del bilancio. Fatte a tutta prima in un clima di relativa prosperità e di aspettative crescenti, le promesse sono diventate sempre più numerose e difficili da mantenere. Ma le regole della democrazia esigono che il potere venga sanzionato dal voto degli elettori e la classe politica ha imparato a trasferire le responsabilità delle proprie decisioni sulle spalle della generazione seguente. Sono queste in buona parte le ragioni per cui il debito pubblico di alcuni Paesi europei, fra cui l’Italia, è andato progressivamente crescendo». Insomma: il debito pubblico come strumento per acquistare il consenso, trasferendone il costo sui cittadini di domani.
Decisamente più controversa e dibattuta è la questione degli effetti. Assistiamo quotidianamente ad un dibattito che coinvolge politici, economisti, giornalisti e commentatori vari, i quali si dividono tra chi ritiene il debito pubblico il male assoluto e chi, invece, la panacea per molti dei problemi italici. Tale dibattito non è certo un fenomeno recente, e come sottolinea Leonida Tedoldi in “Il conto degli errori. Stato e debito pubblico in Italia” (Laterza, 2015) sulla questione ci si divideva già nel Settecento: mentre Alexander Hamilton credeva che il debito fosse una benedizione e un potente cemento per la nazione e che la tassazione per il pagamento degli interessi potesse essere un forte stimolo all’industria, David Hume riteneva fosse un elemento potenzialmente devastante per la nazione poiché consegnava il Paese ad un ceto di finanziari anteponendo l’interesse dei creditori a quello della popolazione.
Lungi da noi l’addentrarci in questioni filosofiche e di principio, vogliamo concentrare la nostra attenzione su qualcosa di innegabile: i numeri e i fatti. E intendiamo farlo traendo qualche lezione dal caso del Giappone. La scelta non è certo casuale: i sovranisti nostrani tendono spesso a presentarcelo come il Paese del bengodi, nonostante un rapporto Debito/Pil superiore al 250%, sostenendo per induzione che basta possedere sovranità monetaria per poter accumulare tutto il debito che si vuole senza alcuna conseguenza.
Ma è proprio così? Ovviamente no. Il Giappone reale è molto diverso da quello della narrazione sovranista e per capirlo facciamo ora riferimento a tre dati importantissimi:

  • Il livello di tassazione: secondo Spectator Index, in Giappone il Personal Income Tax Rate è del 56%, il secondo più alto al mondo preceduto solo dalla Svezia. Per fare un paragone, in Italia, dove giustamente accusiamo lo Stato di imporci una pressione fiscale talmente elevata da assumere i contorni di un vero esproprio, è del 43%;
  • L’età pensionabile: quante volte abbiamo sentito qualche nostro concittadino lamentarsi della Fornero e dell’aumento dell’età pensionabile? I dati OCSE ci dicono che, mentre in Italia l’età di pensionamento effettivo è circa 63 anni, in Giappone è intorno ai 70;
  • La crescita del PIL: il tasso di crescita aritmetico medio annuo del Giappone dal 2009 al 2016 è stato dello 0,69%. Una miseria, nonostante nello stesso periodo il deficit sia stato in media del 7,33%. Ma c’è di più: il grafico qui sotto (per il quale si ringrazia e si consiglia di seguire su Twitter il @SignorErnesto) ci mostra la serie storica del debito e del PIL reale in Germania e in Giappone. Ebbene, è interessante notare una cosa: nel momento in cui il grafico del debito inizia a divaricarsi – aumentando molto di più in Giappone rispetto che in Germania – anche quello del PIL si divarica, ma in direzione opposta – i tedeschi iniziano a crescere molto più dei nipponici.

DEBITO E PIL IN GERMANIA E GIAPPONE - FRED

Cosa ci insegnano, dunque, queste piccole lezioni dal caso giapponese? Semplice: che il debito pubblico è un fardello. Il fatto che uno Stato abbia una sua moneta forte – e bisogna sottolineare la parola forte: non stiamo parlando della liretta da svalutare – forse consente una maggiore sostenibilità di debiti pubblici elevati, ma non cambia il fatto che il debito pubblico sia un peso che si scarica sui cittadini e sulla crescita.