Ci capita spesso di criticare l’alto livello di tassazione che colpisce il nostro Paese. C’è una cosa, però, che nonostante se ne parli di tanto in tanto, non vogliamo cambi: è il caso della tassa di successione.
Si dà il caso, infatti, che la tassa di successione prevista dalla normativa italiana sia una delle più basse all’interno dell’Unione Europea: entrando nel dettaglio, l’imposta ordinaria è pari all’8%, ma scende al 6% per quanto riguarda fratelli e parenti fino al quarto grado e addirittura al 4% in caso di eredi diretti (trattasi di figli, coniuge o compagno unito civilmente); esistono poi le così dette soglie di esenzione, che ammontano a 100.000 euro per i fratelli, e 1 milione di euro per coniuge e parenti in linea retta. Nella pratica, buona parte dell’eredità che viene lasciata all’interno del territorio italiano è esente da tasse. Nella legislatura precedente venne presentata una proposta di legge volta ad abbassare la franchigia per coniuge e figli a 500.000 euro e ad alzare l’aliquota al 7% (e al 21% per i patrimoni superiori al milione); si prevedeva altresì di portare l’aliquota per i fratelli all’8%, quella per gli altri parenti al 10% e quella per tutti gli altri casi al 15%.
Ora, noi capiamo che la tentazione di alzare questa tassa in un Paese vecchio e con un debito pubblico elevato sia forte, ma cercheremo allo stesso tempo di argomentare perché non è auspicabile alcun cambiamento in tal senso. Coloro che sono a favore difenderanno la propria tesi sostenendo che un’alta tassa di successione sia un buon mezzo per assicurare a tutti i cittadini le stesse condizioni di partenza. Ammettiamo anche che da ciò derivi un’allocazione di servizi di un’efficienza tale da garantire al settore più povero della popolazione le stesse opportunità di quello più ricco. Ad ogni modo, a nostro avviso, l’unico effetto che una tale tassazione avrà nei fatti sarà di accrescere le differenze negli stili di vita dell’attuale generazione, nella misura in cui per fuggire dall’attività predatoria dello Stato qualsiasi individuo “sperpererà” i suoi averi in beni di lusso/di consumo. I difensori della tassa potranno domandare quale sia la minaccia in tutto ciò, argomentando anzi che essa abbia un ruolo positivo nell’aumento dei consumi: la risposta è ovviamente nessuna, se non che si dissipa qualsiasi possibilità di investimento e innovazione.
Tornando ai difensori, questi potranno argomentare ponendosi la questione del perché un’azienda o un privato cittadino, anche in caso di un’elevata tassa, non possano decidere di investire piuttosto che consumare. La risposta è semplice: gli investimenti e le innovazioni non sono sempre possibili allo stato attuale delle conoscenze, o di altri fattori, quali possono ad esempio essere (come nel caso italiano) gli ostacoli burocratici; occorre dunque ragionare secondo un’ottica intragenerazionale. Considerando poi che al giorno d’oggi il termine sostenibilità va molto di moda, è doveroso sottolineare che sostenibilità implica altresì il dovere morale di garantire alle generazioni future le stesse possibilità di sviluppo di quelle attuali e, aggiungeremmo noi, se possibile di accrescerle.
Diceva Milton Friedman, in risposta a coloro che attaccavano le idee liberiste accusandole di avere un impianto eccessivamente individualista, che noi tutti viviamo all’interno di una “family society”. Se i nostri genitori hanno avuto la possibilità di avere degli standard di vita migliori dei nostri nonni, e se noi abbiamo avuto a nostra volta la possibilità di averne di migliori dei nostri genitori, tutto ciò è dovuto a una sola cosa: il risparmio. È solo dal risparmio che possono nascere investimenti e innovazione. Alcuni paesi dai più considerati socialisti (Svezia e Norvegia) hanno colto queste dinamiche e di conseguenza eliminato quella che in America è chiamata “death tax”, tassa sulla morte. Noi chiediamo alla nostra classe dirigente di continuare su questa linea e di non azzardarsi a sostenere qualsiasi riduzione del deficit con una tassa che potremmo definire immorale. In un’era dove il concetto di risparmio ha visto gradualmente sminuirsi il suo valore e dove la classe dirigente sostiene che la crescita economica sia soprattutto guidata dall’aumento dei consumi, noi continueremo a difendere i cittadini da ogni tassa che vada a ledere qualsiasi forma di risparmio.