La svalutazione risolve tutti i problemi?

La svalutazione risolve tutti i problemiIl tema dell’uscita dall’euro, in Italia, è così sdoganato e fluttuante che pare spesso difficile capire quanto, effettivamente, rispecchi l’opinione comune. Questo argomento è stato utilizzato spesso nelle varie fasi delle campagne elettorali dai maggiori partiti (anti)sistema, tanto da diventare un vero e proprio cavallo di battaglia. Con l’esperienza di governo – in realtà già da qualche mese prima – esso è stato sostanzialmente depotenziato, tanto che oggi, seppur con riluttanza, anche lo stesso Salvini sembrerebbe essersi convinto dell’irreversibilità della moneta unica. Sta di fatto che, esperienze come la proposta dei minibot (di cui vi avevamo già parlato qui) e il fatto che personaggi come Borghi e Bagnai siano rispettivamente presidente della Commissione Bilancio alla Camera e presidente della Commissione Finanze al Senato, non possono certo portare ad escludere che questa arma elettorale possa tornare in qualche modo in auge.
Obiettivo di questo articolo non è quello di addentrarsi nella solita retorica di quanto una tale soluzione sarebbe impraticabile, bensì quello di confutare un argomento ancora più antico ma abbastanza popolare, ovvero la più importante giustificazione per uscire dall’euro: sintetizzando, i sostenitori dell’uscita dall’euro – almeno quelli che abbiano voglia di fare dei ragionamenti economici e non parlino esclusivamente in base alle antipatie aprioristiche nei confronti dell’Eurozona – sostengono che, all’interno dell’area valutaria, “l’Italia può recuperare competitività esclusivamente attraverso una riduzione dei salari, non potendo più utilizzare la tanto semplice ed efficace svalutazione del tasso di cambio”. Ciò è spesso tecnicamente sbagliato.
In realtà, in linea generale, non si può banalizzare un argomento molto importante come il costo di rinunciare alla politica monetaria, ma ciò non esclude che si possa confutare la citata interpretazione dei fatti. Per farlo bisogna concentrare il ragionamento su un concetto fondamentale: i salari reali (ovvero W/P, il salario nominale sui prezzi o, in altre parole, ciò che si può effettivamente acquistare con il salario). Si consideri, allora, un semplice esempio. Del resto, per usare le parole di Richard Baldwin, sebbene lo scenario risulterà sostanzialmente irrealistico, esattamente come alcune più importanti lezioni di vita possono essere meglio trasmesse attraverso semplici parabole, anche concetti economici molto complessi possono essere meglio spiegati con esempi intuitivi.
Si considerino ora due paesi aperti al commercio internazionale e in condizioni di piena occupazione (poniamo Italia e Germania) e l’esistenza di uno shock reale asimmetrico dal lato della domanda, il quale potrebbe derivare da un mutamento nelle preferenze dei consumatori, come immaginato da Mundell (1961), pioniere della Teoria delle Aree Valutarie Ottimali. Nel nostro esempio, vi sarà uno spostamento permanente delle domande aggregate verso i beni tedeschi, a scapito di quelli italiani, con conseguente riduzione della produzione e aumento della disoccupazione in Italia (il contrario accade per la Germania). Ciò che si intende dimostrare è che, sia nel caso di una unione valutaria che di un sistema di cambi liberi, ciò che deve accadere per tornare ai livelli iniziali di output in Italia è la riduzione dei salari reali (si assume che il processo di aggiustamento nell’unione valutaria necessiti di una deflazione reale mediante riduzione dei salari nominali, oltreché reali). Ora, si immagini di trovarsi in un sistema in cui Italia e Germania abbiano due monete distinte: l’Italia potrebbe ripristinare lo squilibrio svalutando la lira o permettendo il deprezzamento del cambio a seconda del regime e guadagnando per via del cambiamento dei prezzi relativi. Secondo i teorici dell’uscita dall’euro, il discorso si fermerebbe a questo punto.
Milton Friedman paragonava la svalutazione del tasso di cambio al cambiamento dell’ora legale e la svalutazione interna a un cambiamento delle abitudini (svegliarsi un’ora prima, andare in ufficio un’ora prima, pranzare un’ora prima ecc), poiché, in fin dei conti, la differenza tra le due è veramente piccola. Infatti, l’equilibrio che è stato descritto poc’anzi non è un equilibrio sostenibile: in poche parole, la svalutazione nominale ha un effetto temporaneo sul tasso di cambio reale, lasciandolo praticamente invariato nel lungo periodo. Ma perché? La ragione è che la svalutazione del tasso di cambio rende sì le merci nazionali più competitive sui mercati internazionali (nell’esempio in Germania, essendo questo l’unico mercato internazionale) e, quindi, aumenta la domanda per i beni domestici, ma ha anche un altro effetto, ovvero rende il prezzo delle merci importate più caro in termini di moneta nazionale. Ciò poi, verosimilmente, provocherà un aumento diretto dei costi di produzione, la riduzione dei salari reali e le conseguenti pressioni interne per aumentare i salari nominali a seguito della perdita del potere d’acquisto. Gli effetti positivi di breve periodo vengono progressivamente erosi, sebbene sia impossibile stabilire se essi scompaiano del tutto oppure no in quanto dipendenti da fattori come il grado di apertura, il mercato del lavoro e le istituzioni in generale. L’inflazione importata, espressione che descrive il fenomeno descritto, non è una regola ma una tendenza. Detto ciò, esiste una forte evidenza empirica per i paesi europei che il deterioramento degli effetti iniziali della svalutazione è molto forte, laddove non comporti un annullamento completo dei benefici (esistono alcuni casi in cui la svalutazione del tasso di cambio è stata efficace, come in Francia nel 1982-83, o in Danimarca e in Belgio nel 1982, ma questi esempi sarebbero poco indicativi se si pensa ad un paese come l’Italia per via della debolezza delle sue finanze pubbliche e della sua scarsa credibilità nei mercati internazionali). L’Italia, peraltro, verosimilmente, non disporrebbe nemmeno della credibilità delle proprie istituzioni nell’attività di contrasto all’inflazione (le si immagini, ovviamente, in un contesto esterno all’Eurozona).
L’elemento interessante interviene però ora. Come si è visto, quando Italia e Germania hanno due monete nazionali, il processo di aggiustamento a seguito di uno shock asimmetrico necessita di una riduzione dei salari reali. Tornando alla metafora di Friedman, però, si può affermare che spostare l’ora legale sia più semplice rispetto a cambiare le abitudini. Esiste, naturalmente, una spiegazione economica: l’illusione monetaria. Nel caso di una deflazione interna a seguito di uno shock in una unione valutaria, i lavoratori devono accettare una riduzione del salario nominale. Ciò che accade, invece, nel caso della svalutazione è che i lavoratori vedono erodersi il loro salario reale per mezzo dell’aumento dei prezzi. Certamente la percezione è diversa: è verosimile che i lavoratori accettino con più facilità, magari in modo inconsapevole, la seconda ipotesi rispetto alla prima (poiché il salario nominale rimane costante).
In definitiva, come scrivevano Codogno e Galli sul Sole24Ore nel 2017, la svalutazione del cambio non è un’alternativa alla compressione dei salari (la cosiddetta svalutazione interna), bensì un modo alternativo per ridurre i salari reali. Se vogliamo, la differenza è che, se nel caso della svalutazione del cambio l’Italia recuperava competitività ingannando i lavoratori – spesso ignari della riduzione del salario reale – mentre, nel caso della svalutazione interna, le imprese e il governo devono per forza trattare con i lavoratori stessi.

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