Cosa sappiamo dell’app “Immuni”.

Cosa sappiamo dell'app immuniScrivemmo in tempi non sospetti sulla necessità di prestare particolare attenzione a una tematica estremamente sensibile quale l’utilizzo della tecnologia finalizzato all’accompagnamento della cosiddetta fase 2 della “lotta al Covid-19”. Da allora, di acqua sotto i ponti ne è passata: le lodi alle strategie sudcoreane e israeliane (a titolo informativo, la Knesset ha da poco sospeso l’utilizzo della sorveglianza per mezzo delle celle telefoniche) e le grida di battaglia contro le “inutili fisime sulla privacy” dei convinti sostenitori del tracciamento sono state rimpiazzate – come era auspicabile che avvenisse – da un approccio più ponderato a una questione che non poteva evidentemente essere ricondotta a quelli che sono dei banali slogan. D’altronde, il diritto alla protezione dei dati personali è tutelato dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea e, sebbene il giudice europeo abbia più volte ribadito come tale protezione non si sostanzi in una prerogativa assoluta, è necessario ricordarci come esso sia sempre più interconnesso all’esercizio e al godimento degli altri diritti e delle altre libertà fondamentali (vedasi il caso Cambridge Analytica).
La scelta del Ministero dell’Innovazione è ricaduta su di un progetto la cui idea di fondo non si discosta da quanto auspicammo all’interno del nostro primo articolo dedicato a suddetta tematica. Arrivati a questo punto sono però necessarie ulteriori considerazioni e precisazioni.

Un modello decentralizzato
Sintetizzandone il funzionamento, l’applicazione scelta dal governo (Immuni) permetterà il tracciamento di prossimità (contact tracing) per mezzo del Bluetooth degli smartphone di coloro che se ne servono. Una soluzione dunque che si pone in antitesi con le dichiarazioni degli sloganisti, dal momento che non ha l’obiettivo di geolocalizzare gli individui per mezzo di un tracciamento continuo (eventualità che sarebbe invece perseguibile con un’applicazione che sfruttasse il GPS).
Il tracciamento di prossimità si sostanzia in una memorizzazione degli identificativi dei cellulari con il quale un dispositivo è venuto in contatto ravvicinato volta a inviare una notifica qualora un individuo sia entrato in contatto con una persona che è poi risultata positiva al Covid-19. Attenzione, a differenza di quanto sostenuto dal perennemente distratto Ministro Di Maio, la segnalazione è ovviamente successiva al contatto.
Laddove un soggetto che ha effettuato il download risultasse positivo, l’applicazione di un altro individuo che è entrato in contatto con il contagiato riconosce il codice identifico di quest’ultimo nella propria memoria e notifica l’utente. Il governo ha dunque optato per un modello decentralizzato che esclude de facto la possibilità che i dati vengano conservati su un server, centralizzato appunto, a cui potrebbero avere quindi accesso anche le autorità statali, le quali potrebbero effettuare il cosiddetto singling out, ovvero l’identificazione tanto dei contagiati quanto di coloro che sono entrati in contatto con questi – si ricordi che ai sensi della normativa dell’Unione è sufficiente la possibilità di individuare dei soggetti, e dunque non per forza di cose la conoscenza delle loro generalità, al fine di poter parlare di trattamento di dati personali –.  Si presti attenzione al fatto che, molte compagnie di advertising utilizzano i dispositivi Bluetooth al fine di intercettare gli individui, e dunque, laddove Immuni caricasse i dati su di un server centralizzato accessibile allo Stato, quest’ultimo potrebbe intrecciare questi identificativi con altri dati al fine di tracciare con una certa precisione i movimenti e le interazioni degli individui.
La scelta di un modello decentralizzato è dunque fondamentale tanto al fine di rispettare il principio di minimizzazione dei dati – imprescindibile alla luce dell’elevato valore commerciale dei dati sanitari –, quanto per consentire l’interoperabilità con le altre applicazioni e soprattutto con il sistema ideato da Google e Apple.

Demagogia del tracciamento
Avendo citato le due multinazionali statunitensi è giunto il momento di sfatare un altro mito. Abbiamo sentito e letto parecchie volte affermazioni come “ci facciamo geolocalizzare tutti i giorni da Google, Facebook e simili”. Bene, in primo luogo, si è già detto come Immuni non ha nulla a che vedere con la geolocalizzazione. In secondo luogo, se è vero che spesso i colossi del web effettuano attività di contact tracing e tentano di eseguire delle associazioni tra individui – si pensi per esempio a quanto fa Facebook per mezzo del riconoscimento facciale per quel che concerne le foto pubblicate dagli utenti –, dobbiamo però ricordarci che in questo caso stiamo parlando di dati che, ai sensi della normativa europea, sono considerati sensibili.
Dovremmo invece, in una certa misura, essere grati ad Apple e Google, in quanto la tempestività con cui essi hanno proposto una strategia di intervento, ovvero la crucialità dell’interoperabilità delle diverse applicazioni, ha di fatto evitato che il governo optasse per un modello centralizzato. La nostra non è una “semplice fisima sulla privacy” o “un’ingiustificata avversione nei confronti dello Stato”. Laddove per esempio Google e Apple avessero deciso di consentire ai governi centrali di raccogliere i dati degli utenti, tale eventualità sarebbe divenuta perseguibile in tutti i Paesi, compresi quelli autoritari. L’interoperabilità tra le diverse applicazioni sarà poi fondamentale al fine di una riapertura delle frontiere dell’Unione Europea e per tornare a godere pienamente dei benefici che derivano dalle 4 libertà fondamentali dell’ordinamento europeo, dando altresì linfa vitale a tutte le economie del Vecchio continente.

Volontarietà o coercizione?
Avendo parlato di modello decentralizzato è a questo punto necessaria un’altra precisazione. Lo Stato rimane ad ogni modo il titolare del trattamento, mentre il gestore dell’applicazione agirà in qualità di responsabile del trattamento. Saranno dunque riconducibili allo Stato tutti gli obblighi che gravano sul titolare ai sensi della normativa dell’Unione, compreso quello di condurre la valutazione d’impatto sulla protezione dei dati personali al fine di valutare e comunicare il rischio che potrà originare da tale trattamento per i diritti e le libertà fondamentali di coloro che utilizzano l’applicazione, ma non solo. Va ricordato che stiamo approcciando la fase 2 e che auspicabilmente dovrà altresì in un futuro non troppo lontano cessare lo stato di emergenza, e sarà dunque fondamentale che l’utilizzo di Immuni non divenga un pretesto al fine di inficiare l’esercizio e il godimento di altri diritti.
Questo esplica il motivo per cui, tanto il Garante europeo, quanto il Parlamento Europeo, hanno precisato che l’utilizzo di qualsiasi applicazione dovrà essere volontario e che il godimento di altre libertà costituzionalmente garantite non potrà essere subordinato al download di queste – si pensi per esempio alla libertà di circolazione, e a quanti auspicavano che Immuni fungesse anche da autocertificazione digitale –.
Si rende necessaria un’altra chiarificazione. Utilizzo volontario non implica che la base giuridica atta a legittimare il trattamento sia il consenso degli interessati. Se è vero che l’articolo 9 del GDPR permette il trattamento dei dati sensibili laddove l’interessato presti il proprio esplicito consenso, è parimenti vero che, considerando che ai sensi della normativa dell’Unione il consenso deve, tra le altre, sostanziarsi in una manifestazione di volontà liberamente espressa, risulta evidente come l’eventuale presenza di coercizioni laddove l’individuo non acconsenta al trattamento si ponga come un ostacolo alla validità del consenso. L’asimmetria di potere che contraddistingue le relazioni tra Stato e individui esacerba ulteriormente le criticità che deriverebbero dall’impossibilità di sottrarsi a suddette coercizioni. Ecco spiegato perché risulta fondamentale che la base giuridica giaccia nel contenuto dell’articolo 23 del GDPR, ovvero nell’adozione di misure legislative atte a limitare il godimento del diritto alla protezione dei dati personali.
Come specificato all’interno dello stesso regolamento, e come richiesto per qualsiasi restrizione di diritti e libertà costituzionalmente garantiti, le limitazioni devono risultare proporzionate e necessarie – la stessa valutazione d’impatto che lo Stato condurrà dovrà contenere una disamina di suddetti requisiti in relazione al trattamento posto in essere –. In parole molto povere, la strategia deve dimostrarsi essere la meno restrittiva e la più appropriata al raggiungimento dell’obiettivo prefissato.

Il trade-off tra sicurezza e libertà
Qual è dunque l’obiettivo perseguito dal governo? Il debellamento del virus? L’azzeramento dei contagi? Per buona pace degli sloganisti, niente di tutto ciò. È stato lo stesso Ministero dell’Innovazione ad affermare che Immuni non assicurerà l’interruzione della riproduzione epidemica, ma contribuirà in modo più o meno irrilevante a efficientare e velocizzare il tracciamento tradizionale degli infetti. Per onestà intellettuale si dovrebbe inoltre ammettere che la scelta di optare per un modello decentralizzato e di garantire la volontarietà nell’utilizzo dell’applicazione testimoniano, al netto della volontà di garantire la massima protezione dei dati personali, un certo pragmatismo. Le cosiddette “3 T” impongono che la fase successiva al tracciamento sia la conduzione di test su color che sono entrati in contatto con una persona che ha contratto il virus. È evidentemente utopistico ritenere che lo Stato possa essere in grado di effettuare tamponi a un elevatissimo numero di individui, considerando inoltre che Immuni non permetterà di registrare la qualità dei contatti tra gli individui, segnalando per esempio se essi indossavano mascherine o se erano per esempio all’interno delle rispettive automobili bloccati nel traffico.
Questo dibattito ci ha dunque riportato sul pianeta Terra. D’altronde, gli americani non sono stati i primi ad arrivare sulla Luna per mezzo di semplici slogan. Questa vicenda testimonia ancora una volta come lo Stato non deve, e ad ogni modo non può, avere la piena disponibilità e il pieno controllo sugli individui, e come le soluzioni più efficaci derivino sempre da scelte individuali per mezzo delle quali ognuno, agendo nel proprio interesse, tutela l’intera collettività (a prescindere dall’utilizzo o meno di un’applicazione come Immuni, è nell’interesse di ogni individuo evitare di contagiare le persone a lui più care).
La tecnologia, se è vero che può fornire un prezioso aiuto nel contenimento del virus, deve essere utilizzata con parsimonia ed esclusivamente in modo funzionale alla finalità perseguita. Non sarà possibile sconfiggere il Covid-19 per mezzo dell’utilizzo di Immuni, nemmeno se il fatidico 60% della popolazione decidesse di scaricarla (utopistico pensare che si possa arrivare a una tale percentuale in assenza di incentivi, i quali come detto si sostanzierebbero in realtà in coercizioni e restrizioni sul godimento di altre libertà). Fornirebbe di sicuro un prezioso ausilio, ma persisterebbero le lacune strutturali di sistema e l’impossibilità di comprendere la qualità dei contatti. Il rischio di generare un maggiore allarmismo è dunque alto. Ecco perché una comunicazione politica di qualità è imprescindibile in questa situazione. Una comunicazione politica che assuma i limiti insiti nell’utilizzo di tale tecnologia, e che rimarchi l’importanza e la maggiore efficienza dell’azione dei singoli individui. Parimenti sarà fondamentale che l’applicazione non fornisca esclusivamente messaggi automatizzati, permettendo invece ai singoli utenti di interagire con il personale sanitario.
Comunicare che, nel caso non si palesassero dei risultati ritenuti positivi, si renderebbero necessarie ulteriori restrizioni del diritto alla protezione dei dati personali, vorrebbe dire automaticamente assumere un mutamento nell’obiettivo perseguito dal governo sebbene qualsiasi strategia alternativa non permetterebbe comunque di sconfiggere il virus – e no, invocare il successo conseguito dalla Corea del Sud per mezzo di applicazioni che, a differenza di Immuni, consentono la geolocalizzazione tramite GPS sarebbe un’altra semplificazione della realtà, nella misura in cui tali informazioni venivano combinate con i controlli sulle carte di credito e le registrazioni delle telecamere a corto circuito –. Si assuma per esempio la possibilità di adottare un modello centralizzato, ovvero di preferire un’applicazione che geolocalizza gli individui. Cosa farebbe il governo in tal caso? Si attiverebbe per testare tutte le persone entrate in contatto con coloro che sono risultati positivi? Istituirebbe nuovamente delle zone rosse esclusivamente sulla base di un elevato numero di contatti tra contagiati e non senza al contempo poter registrare, come si è detto prima, la qualità dei contatti, ovvero poter conoscere quale fosse la percentuale degli immuni all’interno di questo ipotetico focolaio? Ancora, siamo nel campo dell’utopia. Un’errata comunicazione sulla necessità di limitare i diritti fondamentali degli individui causerebbe danni irreparabili nel lungo periodo. È infatti estremamente difficile regredire da regimi restrittivi delle libertà fondamentali laddove si fosse erroneamente ritenuto che tali abbiano giocato un ruolo nel raggiungimento dell’obiettivo prefissatosi – si pensi alle persistenti criticità concernenti le normative in materia di privacy statunitensi adottate successivamente all’11 settembre 2001.
Siamo una democrazia liberale, ricordiamocelo. Non giochiamo con i diritti degli individui, responsabilizziamoli, forniamogli un’informazione onesta e di qualità, e assumiamo la bontà dei singoli interessi individuali per il perseguimento del bene comune.

Quella lettera che abbiamo dimenticato.

Quella lettera che abbiamo dimenticatoLa settimana scorsa abbiamo pubblicato uno sfogo diretto verso i tantissimi politici, opinionisti e comuni cittadini indignati per il trattamento che la Germania e gli altri paesi del Nord Europa starebbero riservando all’Italia in questo momento di crisi, mancando di fornirle la solidarietà che – secondo i suddetti – sarebbe dovuta. Un episodio, ormai caduto nel dimenticatoio, è utile per capire come la responsabilità della situazione attuale sia da ricercare soprattutto nell’incapacità dell’Italia di sfruttare le occasioni che le vengono offerte e agire con lungimiranza: stiamo parlando della lettera della BCE dell’agosto 2011.
Nel pieno della crisi del debito sovrano e della tempesta finanziaria abbattutasi sui cosiddetti PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna), il governatore della Banca Centrale Europea Jean-Claude Trichet ed il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi (il quale non smetterà mai, durante tutto il suo successivo mandato a capo della BCE, di ricordare che al whatever it takes devono necessariamente accompagnarsi le riforme) firmano una lettera destinata al nostro governo per invitarlo ad adottare tempestivamente le misure necessarie a riformare il “sistema paese”, ad assicurare la sostenibilità delle finanze pubbliche e a placare la crisi di credibilità che rendeva impervio per l’Italia finanziarsi sui mercati.
Nella prima sezione della lettera, si indicano gli interventi necessari per accrescere il potenziale di crescita del nostro paese: l’aumento della concorrenza e della qualità dei servizi pubblici (da realizzare in particolare mediante radicali azioni di liberalizzazione e privatizzazioni su larga scala), il ridisegno dei sistemi regolativi e fiscali (così da sostenere la competitività delle imprese) e la riforma del mercato del lavoro (ossia rivedere il sistema di contrattazione salariale collettiva per permettere accordi a livello di impresa e le norme che regolano assunzioni e licenziamenti). Nella seconda parte, l’attenzione è rivolta ai conti pubblici e le indicazioni principali riguardano il taglio della spesa pubblica e la riforma del sistema pensionistico. Infine, la lettera si conclude con un invito a garantire una revisione della pubblica amministrazione, così da migliorarne l’efficienza e la capacità di assecondare le esigenze delle imprese.
Di tutto questo, poco o nulla è stato fatto (se non grazie alla Riforma Fornero e al Jobs Act), e quel poco è stato oggetto di contro-riforme da parte del Governo Conte-Salvini-DiMaio, responsabile dei deleteri Decreto Dignità e Quota 100. In un articolo pubblicato sul Foglio del 3 agosto 2019, Stefano Cingolani richiama il titolo di una celebre opera di Luigi Einaudi, “Prediche inutili”, e conclude: «Otto anni dopo [ora diventati quasi nove], le raccomandazioni della Banca Centrale Europea sono ancora inattuate. Prediche inutili? Ci vuole forse un’altra lettera o un’altra crisi da spread quando il debito italiano verrà di nuovo bocciato dai mercati, cioè dai risparmiatori che lo comprano?». La nuova crisi è arrivata e con lei il fondato timore che l’inevitabile incremento del debito pubblico possa rendere nuovamente l’Italia poco credibile agli occhi di chi deve prestarle denaro, e noi ci siamo fatti trovare impreparati. Ma, ovviamente, “è tutta colpa dell’Europa e della Germania”.

La cicala Italia e la formica Germania.

La cicala Italia e la formica Germania«In una calda estate, un’allegra cicala cantava sul ramo di un albero, mentre sotto di lei una lunga fila di formiche faticava per trasportare chicchi di grano. Fra una pausa e l’altra del canto, la cicala si rivolge alle formiche: “Ma perché lavorate tanto? Venite qui all’ombra a ripararvi dal sole, potremo cantare insieme!”. Ma le formiche, instancabili, senza fermarsi continuavano il loro lavoro: “Non possiamo! Dobbiamo preparare le provviste per l’inverno! Quando verrà il freddo e la neve coprirà la terra, non troveremo più niente da mangiare e solo se avremo le dispense piene potremo sopravvivere!”. “L’estate è ancora lunga e c’è tempo per fare provviste prima che arrivi l’inverno! Io preferisco cantare! Con questo sole e questo caldo è impossibile lavorare!”. Per tutta l’estate la cicala continuò a cantare e le formiche a lavorare. Ma i giorni passavano veloci, poi le settimane e i mesi. Arrivò l’autunno e gli alberi cominciarono a perdere le foglie e la cicala scese dall’albero ormai spoglio. Anche l’erba diventava sempre più gialla e rada. Una mattina la cicala si svegliò tutta infreddolita, mentre i campi erano coperti dalla prima brina. Il gelo bruciò il verde delle ultime foglie: era arrivato l’inverno. La cicala cominciò a vagare cibandosi di qualche gambo rinsecchito che spuntava ancora dal terreno duro e gelato. Venne la neve e la cicala non trovò più niente da mangiare: affamata e tremante di freddo, pensava con rimpianto al caldo e ai canti dell’estate. Una sera vide una lucina lontana e si avvicinò affondando nella neve: “Aprite! Aprite, per favore! Sto morendo di fame! Datemi qualcosa da mangiare!”. La finestra si aprì e la formica si affacciò: “Chi è? Chi è che bussa?”. “Sono io, la cicala! Ho fame, freddo e sono senza casa!”. “La cicala?! Ah! Mi ricordo di te! Cosa hai fatto durante l’estate, mentre noi faticavamo per prepararci all’inverno?”. “Io? Cantavo e riempivo del mio canto cielo e terra!”. “Hai cantato?” replicò la formica, “Adesso balla!”». La celebre favola di Esopo è la metafora più calzante per raccontare le trattative europee che si stanno svolgendo in questi giorni e le isteriche reazioni di molti politici italiani.
L’Italia è ovviamente la cicala, che per tanti anni ha cantato: ha cantato all’inizio del millennio quando, anziché sfruttare il “dividendo dell’Euro” (ossia il massiccio calo nella spesa per interessi sul debito conseguente all’introduzione della moneta unica) per fare le riforme, ha preferito usarlo per aumentare la spesa pubblica corrente; ha cantato negli anni post crisi del debito sovrano quando, alla possibilità di rimettere i conti in ordine offerta dalla flebile ripresa della crescita, ha opposto i bonus elettorali, i redditi di cittadinanza e le contro-riforme delle pensioni. Di contro, i paesi del Nord Europa (Germania in testa) sono le formiche: dopo l’unificazione il paese teutonico era considerato il “malato d’Europa” ma, mentre noi italiani cantavamo, ha intrapreso un piano di riforme (la cosiddetta Agenda 2010) che le ha permesso di trasformarsi nella “locomotiva d’Europa”; nel frattempo ha continuato, sia informalmente sia ufficialmente (le raccomandazioni annuali della Commissione Europea all’Italia sono lì a dimostrarlo), a spronarci a fare altrettanto. Abbiamo deciso di voltarci e non ascoltare.
Cosa chiede oggi la cicala Italia? Il punto in discussione non riguarda il poter spendere i nostri soldi quanto e come vogliamo: il Patto di Stabilità (da cui derivano i famigerati “vincoli europei”) è stato sospeso e il Presidente della Commissione Ursula Von Der Leyen ha dichiarato che i governi possono pompare nel sistema denaro finché serve. Il punto è che noi non abbiamo denaro da pompare perché lo abbiamo già speso e faremmo fatica ad indebitarci ulteriormente sul mercato perché lo stato delle nostre finanze pubbliche è già pericolante così; il tutto nonostante anni di inviti a sistemare le cose. Oggi chiediamo che i nostri partner europei, le formiche, firmino per noi una cambiale, “spendano” il credito e l’affidabilità duramente conquistati per garantire il nostro debito aggiuntivo; il tutto senza condizionalità, ossia lasciandoci liberi di utilizzare quei soldi come vogliamo, compresi i soliti sprechi. Voi prestereste soldi ad un conoscente rinomato per il suo vizio di giocare alle slot machine? Se la risposta è no – ed è molto probabile che sia così – allora pensateci due volte prima di prendervela con la Germania.
Sia chiaro: oggi l’Europa si trova dinnanzi ad una sfida cruciale e un passo avanti nell’integrazione, compresa la condivisione del rischio, è una soluzione opportuna per il presente e per il futuro; la rigidità dei paesi del Nord Europa potrebbe costare caro al progetto comunitario. Ma la solidarietà e la responsabilità viaggiano di pari passo: pretendere, anche con arroganza e vittimismo, è l’ultima cosa che siamo autorizzati a fare. E la lezione che deve essere imparata e ricordata bene quando ci troveremo nuovamente nella cabina elettorale è una sola: l’irresponsabilità si paga, sempre.

Cosa fare (e non) per l’emergenza economica.

Cosa fare (e non) per l'emergenza economicaIn un articolo apparso sul Foglio il 24 marzo e intitolato “Bisogna sfruttare la chiusura per riaprire il prima possibile”, gli economisti Luigi Guiso e Daniele Terlizzese hanno calcolato il costo del lockdown sul nostro Prodotto Interno Lordo: secondo le loro stime, se l’attuale chiusura dovesse arrivare a durare 45 giorni (come avvenuto in Cina), l’Italia perderebbe circa 9 punti percentuali di PIL. Uno scenario disastroso, che si verificherebbe in un contesto totalmente inedito: uno shock di offerta (e non, come siamo abituati nelle tradizionali recessioni, di domanda) con conseguenze di gran lunga peggiori rispetto al molto citato caso della distruzione provocata dalle guerre, le quali mai nella storia hanno spinto alla chiusura della quasi totalità delle fabbriche e ad un azzeramento della produzione. Una crisi così profonda per un’economia già debole come la nostra rappresenta un costo molto difficile da sostenere.

Preservare l’economia reale
La priorità numero uno deve, dunque, essere quella di mettere le attività nelle condizioni di continuare il più possibile a produrre (o comunque di riprendere a farlo il prima possibile) nel rispetto delle norme di sicurezza. Nel sopracitato articolo, gli autori propongono una serie di iniziative utili a ottenere tale obiettivo: dalla sanificazione dei luoghi di lavoro alle modifiche della turnazione (in modo da distribuire il lavoro su un arco temporale maggiore), dalla riorganizzazione degli spazi interni (per aumentare la distanza tra i lavoratori) all’effettuazione di screening sanitari all’ingresso e all’uscita (così da individuare i possibili asintomatici). Certo, si tratta di un enorme sforzo organizzativo, ma è necessario ricordare che ogni giorno di produzione guadagnata si traduce in un costo inferiore per la nostra economia.
Un tale approccio non può che essere accompagnato da una drastica riduzione dei molti vincoli inutili che l’eccesso di regolamentazione ha fatto gravare sulle nostre imprese. A questo proposito, è illuminante un passaggio della lettera di Alberto Mingardi al Foglio: «In punta di piedi, il fissato liberista fa osservare che là dove bisogna “fare presto”, le autorità stanno facendo di tutto per abbandonare quel “vincolismo” che in altri tempi le ha rese tanto fiere: si snelliscono i protocolli dell’Aifa, si producono mascherine anche al di fuori degli standard, si riqualificano aree ed edifici per farne ospedali da battaglia senza curarsi delle liturgie della pianificazione urbanistica. Si pensa, cioè, che chi ha voglia di fare qualcosa vada incoraggiato e considerato con favore, senza asfissiarlo di norme e adempimenti. È così che il fissato liberista vorrebbe che, anche in tempo di pace, funzionasse il rapporto tra stato e produttori». Come ha fatto notare Carlo Stagnaro nel suo paper “L’economia digitale ai tempi del coronavirus”, la riduzione del vincolismo dovrebbe riguardare soprattutto quel campo (negli ultimi anni molto bistrattato) che oggi tanto preziosamente ci consente di sfruttare le tecnologie digitali per, ad esempio, ricevere il cibo a casa.

Draghi e le misure economiche
Quali dovrebbero essere, invece, gli interventi economici del governo? In un articolo pubblicato sul Financial Times, Mario Draghi ha scritto: «È ormai chiaro che la nostra reazione dovrà far leva su un aumento significativo del debito pubblico. La perdita di reddito a cui va incontro il settore privato – e l’indebitamento necessario per colmare il divario – dovrà prima o poi essere assorbita, interamente o in parte, dal bilancio dello stato. […] Le banche devono prestare rapidamente a costo zero alle aziende favorevoli a salvaguardare i posti di lavoro. E poiché in questo modo esse si trasformano in vettori degli interventi pubblici, il capitale necessario per portare a termine il loro compito sarà fornito dal governo, sottoforma di garanzie di stato su prestiti e scoperti aggiuntivi». Un tale massiccio programma di sostegno alla liquidità delle imprese deve essere accompagnato da due ulteriori interventi suggeriti da Alberto Mingardi in un suo articolo sul Sole24Ore intitolato “Per evitare il collasso economico dare subito liquidità alle aziende”: il primo è rafforzativo della proposta di Draghi e consiste nell’azzeramento della tassazione sui rendimenti dei prestiti alle imprese e nella concessione di significative deduzioni fiscali per i fondi che gli imprenditori faranno confluire in azienda; il secondo attiene invece alla credibilità del Paese e implica un forte impegno di lungo periodo sullo stato della finanza pubblica, a partire da misure simboliche come l’abolizione di Quota 100 (e, aggiungiamo noi, da una drastica revisione di tutta la spesa pubblica corrente).

Statalismo alla riscossa
Come abbiamo già avuto modo di ricordare in questo articolo, le emergenze possono essere fonte di pericoli per l’ordine liberale, soprattutto a causa della tendenza a rendere permanenti misure introdotte al fine di fronteggiare temporaneamente le conseguenze di breve periodo della crisi. Sono bastate poche settimane per fornirci più di un esempio. Sia Vincenzo Visco che Fabrizio Onida hanno lanciato l’idea di introdurre una patrimoniale utile per mobilitare il risparmio privato e metterlo al servizio della ripresa: la possibilità di ritrovarci, alla fine di questa emergenza, con più tasse (in particolare sugli immobili) non è un’ipotesi così peregrina. Anche le parole, messe nero su bianco in un articolo per Repubblica, del consigliere economico di Palazzo Chigi Mariana Mazzucato (già nota agli amici de L’Asino di Buridano per la sua teoria secondo cui lo stato avrebbe inventato internet, di cui si parla in questo video) fanno capire chiaramente che per alcuni intellettuali il coronavirus è solo la scusa per riformare secondo i propri desiderata il sistema capitalistico e plasmare i mercati: salviamo oggi le imprese, per far loro fare quel che vogliamo noi domani. Certe toppe potrebbero essere ben peggiori del buco.

Il ruolo dell’Europa
In questi giorni si sta discutendo molto anche dell’esigenza che l’Unione Europea faccia la sua parte nella gestione di questa emergenza, come d’altra parte abbiamo scritto anche noi qui, sottolineando la necessità di una risposta europea omogenea. L’opinione pubblica e la politica stanno rivolgendo la propria attenzione a due temi, ossia gli Eurobond (o i Coronabond) e il Meccanismo Europeo di Stabilità: ne parliamo in questo articolo.

MES, Eurobond o Coronabond?

MES, Eurobond o CoronabondIn questi giorni si sta discutendo molto dell’esigenza che l’Unione Europea faccia la sua parte nella gestione dell’emergenza Covid-19, come d’altra parte abbiamo scritto anche noi qui, sottolineando la necessità di una risposta europea omogenea. L’opinione pubblica e la politica stanno rivolgendo la propria attenzione a due temi: gli Eurobond (o i Coronabond) e il Meccanismo Europeo di Stabilità. Cerchiamo quindi di capire di cosa si tratta.

Euro/Corona Bond
Gli Eurobond sono un tema spinoso e non nuovo in ambito europeo, considerando che furono proposti per la prima volta dall’ex Presidente della Commissione Europea Jacques Delors (in carica dal 1985 al 1995): si tratta di titoli di debito pubblico europei e presuppongono, quindi, una forma di mutualizzazione del debito, poiché la responsabilità ed il rischio sarebbero condivisi da tutti gli Stati membri. I Coronabond sono uno strumento del tutto simile, ma di carattere una tantum (ossia verrebbero emessi solo questa volta e non in maniera continuativa), finalizzato unicamente a far fronte all’emergenza in atto.
Perché non c’è accordo a livello europeo sulla loro introduzione? I profili di criticità sono principalmente due: (1) Essi non sono ritenuti una soluzione per l’immediato, in particolare a causa di questioni tecniche come l’eventuale modifica dei trattati o anche solo la creazione di un’apposita istituzione che si incarichi di emetterli. (2) La mutualizzazione del debito è una questione molto spinosa dal momento che i principali beneficiari sono paesi come il nostro che approfittano della crisi per inserire nei decreti emergenziali regalie e sprechi come gli ennesimi 700 milioni ad Alitalia.

Meccanismo Europeo di Stabilità
Il Meccanismo Europeo di Stabilità (MES, detto anche Fondo salva-stati) è una sorta di assicurazione comunitaria creata al fine di salvaguardare la stabilità finanziaria dell’eurozona, sostenendo i Paesi in difficoltà finanziarie. Nonostante le tante bufale sul tema propagandate nell’ultimo anno da partiti sia della maggioranza che dell’opposizione, oggi potrebbe rivelarsi lo strumento migliore per affrontare l’emergenza: come hanno scritto Lorenzo Codogno e Giampaolo Galli in un articolo sul Sole24Ore intitolato “Dal MES deve arrivare un salvagente per l’Italia”, l’Italia potrebbe avvalersi subito di una delle due linee di credito precauzionali previste per paesi che sono colpiti da shock avversi che sono al di fuori del loro controllo.
Il problema, però, è analogo a quello visto prima: le regole del MES prevedono la sottoscrizione di un “memorandum di intesa” (che richiede che il paese si sottoponga ad un programma di riforme e di aggiustamento dei conti pubblici), ma l’Italia e i paesi del Sud Europa stanno cercando di ottenere che l’accesso sia incondizionato. Gli altri partner europei possono fidarsi? Non sarebbe il caso, mentre chiediamo all’Europa di fare un passo avanti e venire incontro alle nostre richieste, di fare a nostra volta un passo di responsabilità ed affidabilità verso di loro, magari partendo – come proposto da Alberto Mingardi – da un gesto simbolico come l’abolizione di Quota 100?

Una proposta alternativa
Gianluca Codagnone e Thomas Manfredi, cofondatori di Liberi Oltre Le Illusioni, hanno lanciato una possibile soluzione alternativa in un loro articolo intitolato “Una Autorità sanitaria europea e un salute bond per battere Covid19” e apparso sul blog Econopoly. La proposta prevede la creazione di un’autorità sanitaria europea (EHA) che lanci un programma di emissioni obbligazionarie EHA COVID19 ABS con durata da 10-30 anni (la sigla ABS sta ad indicare titoli cosiddetti asset-backed, ossia garantiti dalle attività dell’autorità stessa). Il ricavato della vendita di tali obbligazioni verrebbe usato per strutture e attrezzature mediche (ospedali, laboratori, impianti di produzione di ventilatori, unità di terapia intensiva e tutti gli altri materiali che potrebbero essere necessari per affrontare una diffusione epidemica) e ogni Stato sarebbe lasciato libero di acquistare beni o servizi dalla rete EHA.
I vantaggi di tale proposta sono principalmente due: (1) Innanzitutto la natura dei titoli lascia molta flessibilità, dal momento che a crisi finita si potrebbe benissimo decidere di dismettere l’EHA, vendere i suoi asset e ripagare le obbligazioni anticipatamente. (2) Il fatto di essere specificatamente mirati a sostenere le spese per la sanità elimina l’eccessiva discrezionalità, evitando il rischio che i paesi meno seri possano approfittare dell’emissione di debito comune per finanziare misure clientelari.

Come reagire alla crisi che ci attende.

Come reagire alla crisi che ci attendeL’emergenza sanitaria causata dalla malattia Covid-19 e le sue conseguenze economiche – come era facilmente intuibile già da diversi giorni – stanno colpendo l’intera Unione Europea ponendo quest’ultima di fronte ad una sfida epocale, per molti aspetti profondamente diversa rispetto alla crisi dei debiti sovrani del 2010. In altre parole, si potrebbe dire che l’UME si trovi oggi ad affrontare uno shock simmetrico, a differenza dello shock asimmetrico che colpì Centro e Periferia a seguito della crisi economico-finanziaria. Questo significa che, oggi più che mai, è necessaria una risposta a livello dell’Unione Europea, evitando così elementi di divergenza tra le politiche degli Stati Membri poiché, per usare l’espressione di Giavazzi e Alesina, “siamo tutti sulla medesima barca”. Ciò significa anche che non è questo il momento per porre condizioni alle politiche fiscali dei diversi paesi, anche comprendendo quanto la comunicazione sia oggi essenziale per evitare uno shock negativo nei consumi (sempre citando Giavazzi e Alesina, “questa è una circostanza in cui promettere di spendere di più oggi se necessario potrebbe, alla fine, rendere le spese non necessarie”).
Più specificamente, è importante che la predisposizione delle risorse addizionali necessarie sia affidata ad un programma europeo di ampio spettro, quantomeno in termini di coordinamento, e non ai singoli Stati Membri in modo totalmente autonomo, con il rischio che emergano differenti punti di vista e che i mercati possano ritrovarsi a dubitare della solvibilità di alcune economie come nel 2010 (è infatti anche per evitare ciò che la BCE ha recentemente ampliato il suo programma di quantitative easing). Naturalmente, gli interventi di politica fiscale che sono oggi inevitabili devono essere, come suggeriscono Gaspar e Mauro, tempestivi, mirati e temporanei. In altre parole, questa crisi non può essere una ragione per una riduzione permanete (o sospensione) della tassazione e un aumento permanente ed indiscriminato della spesa. Anzi, il caso italiano insegna per l’appunto – se ce ne fosse ulteriore bisogno – l’importanza di mantenere una certa disciplina fiscale in tempi “normali” per paesi come il nostro, dove i conti pubblici sono particolarmente sotto stress: difatti, se l’Italia non avesse accumulato un rapporto debito/PIL superiore al 130% in periodi in cui l’economia cresceva, sarebbe oggi possibile spendere molto di più per far fronte a questa situazione di straordinaria eccezionalità.
Ciò richiama anche un’altra circostanza: il ruolo guida della Germania nella stabilizzazione dell’economia europea. Spesso, riferendosi al processo di aggiustamento macroeconomico all’interno dell’UME (che è notoriamente soggetta a pressioni deflazionistiche a causa di un eccesso di risparmio sull’investimento) ci si è appellati al ruolo attivo che i paesi che dispongono di spazio fiscale dovrebbero svolgere nello stimolo agli investimenti, in particolare proprio la Germania. Nella crisi sanitaria che si sta verificando in questi giorni, proprio lo spazio di manovra della Germania, che dispone di un debt ratio molto contenuto rispetto agli standard internazionali, diviene, appunto, fondamentale per tutta l’UE (ma anche per la stessa Germania, tanto più che, proprio l’economia tedesca è oggi notevolmente sotto pressione per via della sua forte dipendenza dalla domanda estera e dal settore industriale).
In generale, è necessario che l’Unione Europea si dimostri coesa e coordinata in un momento come questo e che gli interessi nazionali vengano subordinati a quello europeo. L’unico aspetto positivo di questa crisi è che essa potrebbe rappresentare una grande occasione per un ulteriore importante passo verso quell’integrazione europea spesso criticata (alcune volte comprensibilmente) ma quasi mai compresa fino in fondo per una profonda e generalizzata ignoranza storica. D’altro canto, però, un errore adesso potrebbe costare carissimo al progetto europeo e, più in generale, al futuro del continente.

Covid-19 e protezione dei dati personali.

Covid-19 e protezione dati personali“Vi controlliamo attraverso le celle telefoniche”. Queste le parole pronunciate dall’assessore al Welfare della Lombardia, Giulio Gallera, dopo aver riscontrato, per mezzo dei dati raccolti dagli operatori telefonici, che nella Regione quattro persone su dieci continuano a muoversi nonostante i divieti del governo. Un numero che è ovviamente allarmante – considerando soprattutto che, sulla base delle stesse informazioni, si riscontra che prima che scoppiasse l’emergenza le percentuali non si discostavano di molto da quelle sopracitate – e che testimonia probabilmente come il messaggio non sia stato recepito dai cittadini. Un’affermazione, quella di Gallera, che deve essere interpretata come un monito, e non come un’effettiva sorveglianza sui cittadini. Mettiamo le cose in chiaro: tali dati non permettono l’identificazione dei singoli individui, ma sono esclusivamente concernenti il tracciamento degli spostamenti in generale.
Un monito che però non deve essere sottovalutato in giorni difficili come quelli che stiamo vivendo. Sono state infatti diverse in questi giorni le dichiarazioni relative alla necessità di limitare la protezione dei dati personali dei cittadini italiani – e di quelli europei in generale – per sconfiggere il Coronavirus. Dagli esperti irlandesi che hanno espresso il proprio parere positivo circa la possibilità di appropriarsi delle password degli account Google, al Robert Koch Institute – l’istituto di sanità pubblica tedesco – il quale sta considerando l’utilizzo dei dati personali provenienti dai cellulari delle persone risultate positive, l’eco del successo della strategia sudcoreana risuona forte. I dati forniscono inoltre un’ulteriore spinta alle voci di coloro che spingono per utilizzare dette strategie: in Corea infatti, a parità di casi, il numero di decessi è inferiore. Questo è un dato che fa riflettere, in quanto è ovviamente irrisorio pensare che i sudcoreani siano più resilienti al virus degli italiani. Le strategie digitali, ovvero la limitazione del diritto alla protezione dei dati personali, possono dunque essere una risposta a detta di molti. In questi giorni ci si interroga dunque pesantemente sulle scelte da prendere a tal proposito. Ad ogni modo, è necessario considerare che all’interno dell’Unione Europea vige un regime di protezione dei dati personali differente da quello sudcoreano. Un regime che è indiscutibilmente il più stringente al mondo, ma che contiene comunque degli elementi di flessibilità. Procediamo però per gradi, incominciando da una disamina di quella che è stata la strategia messa in campo dalle autorità di Seul.
In Sud Corea si è sostanzialmente fatto uso di un’applicazione per smartphone sviluppata dal Ministero dell’Interno e della Sicurezza, la quale permette, a chi ha ricevuto l’ordine di non uscire di casa, di rimanere in contatto con gli assistenti sociali e di riferire i progressi fatti. Ovviamente tale applicazione utilizza il GPS al fine di tracciare le posizioni degli stessi, così da controllare effettivamente che non violino la quarantena. L’elemento attrattivo che induce all’utilizzo di tale app è la possibilità di controllare se nelle vicinanze ci sono altre persone contagiate. Per questo l’applicazione ha potuto riscuotere successo anche tra i non contagiati, considerato che in Sud Corea si è imposta la quarantena anche a coloro che sono entrati in contatto – anche essere stati nella stessa stanza di un individuo che ha mostrato i sintomi del Coronavirus – con un infettato. Le deroghe dunque derivano dall’utilizzo di un’applicazione, la quale permette agli interessati di conoscere le basi giuridiche e lo scopo del trattamento per mezzo dell’informativa e delle condizioni d’uso. In letteratura sono però molti gli studi che testimoniano la scarsa propensione alla lettura delle condizioni d’uso, ovvero la difficoltà relativa alla comprensione degli stessi. Problematiche dalle quali origina il cosiddetto fenomeno del “consent paradox”, che in questo caso rischia di essere esacerbato dalla sopramenzionata attrattività di tale applicazione, e dal senso di emergenza che per forza di cose deriva dal diffondersi del virus.
Sebbene, dunque, la strategia segua un approccio bilanciato, non è esente da criticità, soprattutto se si considera l’impianto normativo europeo in materia di protezione dei dati personali. A tal proposito, il Presidente del Comitato Europeo per la Protezione dei Dati, Andrea Jelinek – così come altre Autorità di controllo nazionali, tra le quali quella francese e quella danese – ribadendo come il GDPR presenta delle basi giuridiche per consentire alle autorità pubbliche di trattare i dati personali in situazioni di emergenza senza il consenso degli interessati, ha altresì ricordato come le stesse dovrebbero però condurre trattamenti concernenti l’ubicazione in modo anonimo – ecco spiegato perché ai sensi della normativa europea le affermazioni di Gallera sono meramente da considerarsi un monito – e dunque per mezzo di un’elaborazione di dati aggregati tali da impedire che tali possano essere convertiti in dati personali, come per esempio limitandosi alla rilevazione di concentrazioni di cellulari in un dato luogo.
La strategia sudcoreana dunque è un’opzione allettante, ma che mal si concilia con la normativa europea. Nonostante ciò, è doveroso sottolineare come essa, permettendo di ricostruire gli spostamenti dei soggetti infetti, permetterebbe altresì di imporre divieti nelle aree meno colpite dal virus. Un buon compromesso potrebbe dunque essere la possibilità di utilizzare delle strategie simili, omettendo alcuni dati, utilizzando le cosiddette tecniche di pseudoanonimizzazione e – ad esempio- permettendo esclusivamente ai cittadini di conoscere se un soggetto infetto sia stato in una determinata zona così da evitarla, o alternativamente alle autorità di comprendere dove siano potuti potenzialmente occorrere dei contagi. Una soluzione dunque che, nel rispetto del principio di minimizzazione, potrebbe essere presa in considerazione quando la situazione inizierà a “normalizzarsi”. Ricordiamoci infatti che, nell’ordinamento europeo, ogni limitazione dei diritti e delle libertà fondamentali – e la protezione dei dati personali è considerato un diritto fondamentale all’interno della Carta di Nizza – deve essere necessaria e proporzionata. Stiamo vivendo giorni in cui alla popolazione sono già imposte – giustamente – forti restrizioni alla libertà di movimento, e la stessa libertà di impresa è soggetta a forti interferenze. Ulteriori restrizioni, come quelle alla protezione dei dati personali, potrebbero risultare eccessivamente sproporzionate.
Siamo una democrazia, crediamo nello stato di diritto e nella tutela dei diritti e delle libertà fondamentali. Come già scritto qui, chiunque si definisca liberale non deve scordarselo e rimanere all’erta.

Essere liberali ai tempi del coronavirus.

Essere liberali ai tempi del coronavirusIl coronavirus ci sta mettendo a dura prova. E non c’è dubbio alcuno sul fatto che le sfide poste da questa emergenza non riguardano solo le settimane che ci prepariamo ad affrontare, ma anche il modo in cui vivremo in futuro. Quale dovrebbe essere, allora, l’atteggiamento di un liberale verso tutte queste questioni?

La sfida di oggi
Il confine tra necessità di tutelare la salute pubblica ed esigenza di difendere le libertà costituzionali è una linea molto sottile: un passo in meno del necessario può rendere inefficaci le misure adottate e mettere in crisi il nostro sistema sanitario; uno di troppo rischia di rappresentare l’inizio di un percorso verso l’autoritarismo. Sono dunque due le cose da fare.
Innanzi tutto, rispettare pedissequamente la quarantena e le misure fin qui introdotte: in uno stato di diritto gli atti normativi devono essere rispettati fino a che sono in vigore, poiché comportamenti irresponsabili da parte degli individui metterebbero seriamente a rischio la salute altrui.
Ma la seconda cosa da fare non è meno importante: verificare. Cosa? Per prima cosa che non vengano commessi abusi da parte delle forze dell’ordine, soprattutto vista l’elevata discrezionalità insita nelle norme emergenziali introdotte: per esempio, sono stati segnalati diversi casi di persone fermate e denunciate per essere uscite di casa a comprare il giornale o le sigarette nonostante il DPCM dell’11 marzo inserisca edicole e tabaccherie tra i negozi autorizzati a rimanere aperti. Ma soprattutto è necessario rimanere all’erta in merito a ciò che potrebbe essere ulteriormente introdotto: a questo proposito, la notizia che ai militari sarebbe stata concessa la qualifica di agenti di pubblica sicurezza, con la possibilità di fermare i passanti per verificare il rispetto delle misure emergenziali, non è un segnale particolarmente edificante.

La sfida di domani
Ancor più impervia è la sfida per domani. Peter Klein, in un articolo intitolato “Coronacrisis and Leviathan“, ci ricorda che la crescita dei poteri dello Stato nel XX secolo può essere spiegata innanzitutto da schemi di risposta alle crisi: come contromisure temporanee all’emergenza vengono introdotti nuovi programmi governativi, ma la maggior parte delle misure temporanee diventa poi permanente, esplicitamente o in forma rivista. Stiamo correndo questo rischio?
L’attacco alla sanità privata, l’invocazione di maggiore deficit, la credenza che per risolvere tutti i problemi basti un’iniezione extra di liquidità da parte della banca centrale, la volontà di calmierare i prezzi di alcuni beni, la simpatia per la “efficacia” di paesi totalitari come la Cina (contrapposta alla presunta inazione dell’Unione Europea) sono anch’essi segnali molto preoccupanti: non sarà lo Stato onnipotente a salvarci dal virus. E l’impegno dei liberali, nella battaglia comunicativa, dovrà essere più forte che mai.

Libertà economica vo’ cercando.

Libertà economica vo'cercandoLa libertà economica di un Paese è una variabile chiave per poter analizzarne correttamente la situazione e soprattutto le prospettive di sviluppo e di prosperità. Ciò nonostante, è un concetto difficile da definire e troppo spesso ignorato nel dibattito pubblico: tutti ci appassioniamo al tema delle libertà civili, tutti ci indigniamo se un governo limita diritti fondamentali come quelli di parola o di stampa, ma in pochi ci preoccupiamo sul serio di fronte a limitazioni alla libertà economica.
Essa può essere definita, prendendo la cosa molto alla larga, come la libertà di scegliere e di farsi scegliere, per usare un’espressione usata da Alberto Mingardi nel suo libro L’intelligenza del denaro (Marsilio, 2013). Al centro della questione vi è, quindi, l’autonomia dell’individuo, il suo diritto a soddisfare i propri desideri e i propri bisogni nel modo che ritiene più opportuno, guidato dalle proprie priorità e non da quelle del governo.

L’Index of Economic Freedom
A partire dal 1995, la Heritage Foundation ha messo a disposizione di tutti un indice, l’Index of Economic Freedom, che ci fornisce una visione sintetica del grado di libertà economica di un Paese: più il punteggio è alto, più il Paese è economicamente libero (al primo posto troviamo Hong Kong con 90.2 punti); viceversa più il punteggio è basso, meno il Paese è economicamente libero (l’ultimo posto è occupato dalla Corea del Nord con 5.9 punti). Tale valutazione si basa sull’analisi di quattro macro-aspetti fondamentali: stato di diritto, dimensioni del governo, efficienza normativa e apertura dei mercati.
Come scrive la Heritage Foundation nel suo ultimo report, negli ultimi 25 anni la libertà economica è andata aumentando in tutto il mondo: il punteggio medio globale è aumentato di 3.2 ed oggi si assesta a 60.8, il terzo punteggio più alto da quando è iniziata la rilevazione. In tutto questo periodo, però, l’Italia è rimasta al palo: mentre lo score della Germania saliva da 69.8 a 73.5 (+ 3.7) e quello dell’Europa nel suo complesso da 57.5 a 68.6 (+ 11.1, grazie soprattutto ai Paesi dell’Est), l’Italia si doveva accontentare di migliorare il suo score solamente di un punto (da 61.2 a 62.2, poco al di sopra della media di tutto il mondo). Eccolo, dunque, il grande problema del nostro Paese, di cui nessuno sembra avere interesse ad occuparsi sul serio.FreedomStato di diritto
La valutazione di questa macro-area riguarda tre aspetti: i diritti di proprietà (poiché il rispetto dei contratti e la capacità di accumulare proprietà privata e ricchezza sono caratteristiche vitali di un’economia di mercato ben funzionante), efficacia del sistema giudiziario (al fine di garantire il pieno rispetto delle leggi) e l’integrità del governo (la corruzione sistemica delle istituzioni, il nepotismo e il clientelismo possono, infatti, limitare la libertà economica di un individuo).
Da questo punto di vista, l’Italia soffre di un ritardo dovuto principalmente alla lentezza della giustizia e all’estensione della corruzione (favorita dall’ingombrante burocrazia) che scoraggia gli investimenti e la crescita economica e comporta oltre 60 miliardi all’anno in sprechi di risorse pubbliche (o meglio: risorse del contribuente).

Dimensioni del governo
La valutazione in questo caso riguarda la tassazione (maggiore è la quota di reddito e di ricchezza assorbita dal governo, minore è la ricompensa dell’individuo per la propria attività e dunque minore è l’incentivo a intraprendere un lavoro), la spesa pubblica (la cui espansione distorce l’allocazione delle risorse sul mercato e gli incentivi agli investimenti privati, oltre a comportare un aumento della pressione fiscale) e la stabilità delle finanze pubbliche (poiché deficit e debito crescenti tendono a disturbare la stabilità macroeconomica, a introdurre incertezza e a limitare la libertà economica).
Sotto questi aspetti i problemi del nostro Paese sono enormi: la spesa pubblica pesa circa il 50% del PIL, la pressione fiscale è al 43%, il rapporto deficit/PIL fatica a scendere al di sotto del 2% e il debito pubblico sta al di sopra del 130%. Non sorprende che questa sia la macro-area che più penalizza l’Italia nella valutazione complessiva del suo grado di libertà economica.

Efficienza normativa
L’efficienza normativa di un paese dipende dalla sua libertà d’impresa (la capacità di un individuo di creare e gestire un’impresa senza indebite interferenze da parte dello stato), dalla sua libertà del mercato del lavoro (poiché la rigidità normativa impedisce ai datori di lavoro e ai dipendenti di negoziare liberamente termini e condizioni di lavoro, generando spesso una discrepanza cronica tra domanda e offerta) e dalla sua libertà monetaria (che richiede una valuta stabile e prezzi determinati dal mercato).
Anche in questo caso, eccezion fatta per la libertà monetaria che è di competenza europea, l’Italia non brilla: la creazione e gestione di nuove imprese resta un processo lungo e burocratico e l’inefficienza della pubblica amministrazione ne aumenta il costo in maniera rilevante; inoltre, le carenze sistemiche del mercato del lavoro continuano ad impedire la crescita dell’occupazione.

Apertura dei mercati
Dal punto di vista della libertà commerciale, di investimento e finanziaria le cose vanno, invece, molto meglio ma solo grazie all’influenza della tanto odiata Unione Europea.

I benefici della libertà
Ma perché la libertà è tanto importante? La risposta ce la fornisce Friedrich Von Hayek, Premio Nobel per l’Economia e tra i maggiori esponenti della cultura liberale del XX secolo: l’uomo è fondamentalmente ignorante su moltissime cose; ciò che sappiamo e che usiamo consapevolmente è solo una piccola parte di tutta la conoscenza che contribuisce al successo delle nostre azioni. È dunque necessario un “qualcosa” che permetta di mobilitare la conoscenza, che è dispersa, che nessuno possiede per intero e che nessuno può centralizzare: questo “qualcosa” è il libero mercato. Come scrive Hayek ne La società libera (Rubbettino, 2011), «la libertà è essenziale per far posto all’imprevedibile e all’impredicibile; ne abbiamo bisogno perché abbiamo imparato ad aspettarci da essa le occasioni per raggiungere molti dei nostri obiettivi. Siccome ogni individuo sa poco e, in particolare, raramente sa chi di noi sa fare meglio, ci affidiamo agli sforzi indipendenti e concorrenti dei molti, per propiziare la nascita di quel che desidereremo quando lo vedremo».
Guariamo ora ai dati: essi ci dicono che la libertà economica è la causa principale del miglioramento delle condizioni di vita. I Paesi classificati dall’Index of Economic Freedom come più liberi, infatti, hanno un livello medio di PIL pro-capite di gran lunga maggiore rispetto agli altri; più libertà economica significa anche una maggiore felicità (così come misurata nel World Happiness Report delle Nazioni Unite) ed un minor livello di disoccupazione.
Ciò di cui veramente l’Italia avrebbe bisogno è, dunque, un’azione concreta e decisa volta a ridurre il perimetro di intervento dello stato nell’economia. Ma trovare qualche politico che lo proponga seriamente è un’impresa titanica.Liberismo

La svalutazione risolve tutti i problemi?

La svalutazione risolve tutti i problemiIl tema dell’uscita dall’euro, in Italia, è così sdoganato e fluttuante che pare spesso difficile capire quanto, effettivamente, rispecchi l’opinione comune. Questo argomento è stato utilizzato spesso nelle varie fasi delle campagne elettorali dai maggiori partiti (anti)sistema, tanto da diventare un vero e proprio cavallo di battaglia. Con l’esperienza di governo – in realtà già da qualche mese prima – esso è stato sostanzialmente depotenziato, tanto che oggi, seppur con riluttanza, anche lo stesso Salvini sembrerebbe essersi convinto dell’irreversibilità della moneta unica. Sta di fatto che, esperienze come la proposta dei minibot (di cui vi avevamo già parlato qui) e il fatto che personaggi come Borghi e Bagnai siano rispettivamente presidente della Commissione Bilancio alla Camera e presidente della Commissione Finanze al Senato, non possono certo portare ad escludere che questa arma elettorale possa tornare in qualche modo in auge.
Obiettivo di questo articolo non è quello di addentrarsi nella solita retorica di quanto una tale soluzione sarebbe impraticabile, bensì quello di confutare un argomento ancora più antico ma abbastanza popolare, ovvero la più importante giustificazione per uscire dall’euro: sintetizzando, i sostenitori dell’uscita dall’euro – almeno quelli che abbiano voglia di fare dei ragionamenti economici e non parlino esclusivamente in base alle antipatie aprioristiche nei confronti dell’Eurozona – sostengono che, all’interno dell’area valutaria, “l’Italia può recuperare competitività esclusivamente attraverso una riduzione dei salari, non potendo più utilizzare la tanto semplice ed efficace svalutazione del tasso di cambio”. Ciò è spesso tecnicamente sbagliato.
In realtà, in linea generale, non si può banalizzare un argomento molto importante come il costo di rinunciare alla politica monetaria, ma ciò non esclude che si possa confutare la citata interpretazione dei fatti. Per farlo bisogna concentrare il ragionamento su un concetto fondamentale: i salari reali (ovvero W/P, il salario nominale sui prezzi o, in altre parole, ciò che si può effettivamente acquistare con il salario). Si consideri, allora, un semplice esempio. Del resto, per usare le parole di Richard Baldwin, sebbene lo scenario risulterà sostanzialmente irrealistico, esattamente come alcune più importanti lezioni di vita possono essere meglio trasmesse attraverso semplici parabole, anche concetti economici molto complessi possono essere meglio spiegati con esempi intuitivi.
Si considerino ora due paesi aperti al commercio internazionale e in condizioni di piena occupazione (poniamo Italia e Germania) e l’esistenza di uno shock reale asimmetrico dal lato della domanda, il quale potrebbe derivare da un mutamento nelle preferenze dei consumatori, come immaginato da Mundell (1961), pioniere della Teoria delle Aree Valutarie Ottimali. Nel nostro esempio, vi sarà uno spostamento permanente delle domande aggregate verso i beni tedeschi, a scapito di quelli italiani, con conseguente riduzione della produzione e aumento della disoccupazione in Italia (il contrario accade per la Germania). Ciò che si intende dimostrare è che, sia nel caso di una unione valutaria che di un sistema di cambi liberi, ciò che deve accadere per tornare ai livelli iniziali di output in Italia è la riduzione dei salari reali (si assume che il processo di aggiustamento nell’unione valutaria necessiti di una deflazione reale mediante riduzione dei salari nominali, oltreché reali). Ora, si immagini di trovarsi in un sistema in cui Italia e Germania abbiano due monete distinte: l’Italia potrebbe ripristinare lo squilibrio svalutando la lira o permettendo il deprezzamento del cambio a seconda del regime e guadagnando per via del cambiamento dei prezzi relativi. Secondo i teorici dell’uscita dall’euro, il discorso si fermerebbe a questo punto.
Milton Friedman paragonava la svalutazione del tasso di cambio al cambiamento dell’ora legale e la svalutazione interna a un cambiamento delle abitudini (svegliarsi un’ora prima, andare in ufficio un’ora prima, pranzare un’ora prima ecc), poiché, in fin dei conti, la differenza tra le due è veramente piccola. Infatti, l’equilibrio che è stato descritto poc’anzi non è un equilibrio sostenibile: in poche parole, la svalutazione nominale ha un effetto temporaneo sul tasso di cambio reale, lasciandolo praticamente invariato nel lungo periodo. Ma perché? La ragione è che la svalutazione del tasso di cambio rende sì le merci nazionali più competitive sui mercati internazionali (nell’esempio in Germania, essendo questo l’unico mercato internazionale) e, quindi, aumenta la domanda per i beni domestici, ma ha anche un altro effetto, ovvero rende il prezzo delle merci importate più caro in termini di moneta nazionale. Ciò poi, verosimilmente, provocherà un aumento diretto dei costi di produzione, la riduzione dei salari reali e le conseguenti pressioni interne per aumentare i salari nominali a seguito della perdita del potere d’acquisto. Gli effetti positivi di breve periodo vengono progressivamente erosi, sebbene sia impossibile stabilire se essi scompaiano del tutto oppure no in quanto dipendenti da fattori come il grado di apertura, il mercato del lavoro e le istituzioni in generale. L’inflazione importata, espressione che descrive il fenomeno descritto, non è una regola ma una tendenza. Detto ciò, esiste una forte evidenza empirica per i paesi europei che il deterioramento degli effetti iniziali della svalutazione è molto forte, laddove non comporti un annullamento completo dei benefici (esistono alcuni casi in cui la svalutazione del tasso di cambio è stata efficace, come in Francia nel 1982-83, o in Danimarca e in Belgio nel 1982, ma questi esempi sarebbero poco indicativi se si pensa ad un paese come l’Italia per via della debolezza delle sue finanze pubbliche e della sua scarsa credibilità nei mercati internazionali). L’Italia, peraltro, verosimilmente, non disporrebbe nemmeno della credibilità delle proprie istituzioni nell’attività di contrasto all’inflazione (le si immagini, ovviamente, in un contesto esterno all’Eurozona).
L’elemento interessante interviene però ora. Come si è visto, quando Italia e Germania hanno due monete nazionali, il processo di aggiustamento a seguito di uno shock asimmetrico necessita di una riduzione dei salari reali. Tornando alla metafora di Friedman, però, si può affermare che spostare l’ora legale sia più semplice rispetto a cambiare le abitudini. Esiste, naturalmente, una spiegazione economica: l’illusione monetaria. Nel caso di una deflazione interna a seguito di uno shock in una unione valutaria, i lavoratori devono accettare una riduzione del salario nominale. Ciò che accade, invece, nel caso della svalutazione è che i lavoratori vedono erodersi il loro salario reale per mezzo dell’aumento dei prezzi. Certamente la percezione è diversa: è verosimile che i lavoratori accettino con più facilità, magari in modo inconsapevole, la seconda ipotesi rispetto alla prima (poiché il salario nominale rimane costante).
In definitiva, come scrivevano Codogno e Galli sul Sole24Ore nel 2017, la svalutazione del cambio non è un’alternativa alla compressione dei salari (la cosiddetta svalutazione interna), bensì un modo alternativo per ridurre i salari reali. Se vogliamo, la differenza è che, se nel caso della svalutazione del cambio l’Italia recuperava competitività ingannando i lavoratori – spesso ignari della riduzione del salario reale – mentre, nel caso della svalutazione interna, le imprese e il governo devono per forza trattare con i lavoratori stessi.