La forte tentazione di tassare la morte.

La forte tentazione di tassare la morteCi capita spesso di criticare l’alto livello di tassazione che colpisce il nostro Paese. C’è una cosa, però, che nonostante se ne parli di tanto in tanto, non vogliamo cambi: è il caso della tassa di successione.
Si dà il caso, infatti, che la tassa di successione prevista dalla normativa italiana sia una delle più basse all’interno dell’Unione Europea: entrando nel dettaglio, l’imposta ordinaria è pari all’8%, ma scende al 6% per quanto riguarda fratelli e parenti fino al quarto grado e addirittura al 4% in caso di eredi diretti (trattasi di figli, coniuge o compagno unito civilmente); esistono poi le così dette soglie di esenzione, che ammontano a 100.000 euro per i fratelli, e 1 milione di euro per coniuge e parenti in linea retta. Nella pratica, buona parte dell’eredità che viene lasciata all’interno del territorio italiano è esente da tasse. Nella legislatura precedente venne presentata una proposta di legge volta ad abbassare la franchigia per coniuge e figli a 500.000 euro e ad alzare l’aliquota al 7% (e al 21% per i patrimoni superiori al milione); si prevedeva altresì di portare l’aliquota per i fratelli all’8%, quella per gli altri parenti al 10% e quella per tutti gli altri casi al 15%.
Ora, noi capiamo che la tentazione di alzare questa tassa in un Paese vecchio e con un debito pubblico elevato sia forte, ma cercheremo allo stesso tempo di argomentare perché non è auspicabile alcun cambiamento in tal senso. Coloro che sono a favore difenderanno la propria tesi sostenendo che un’alta tassa di successione sia un buon mezzo per assicurare a tutti i cittadini le stesse condizioni di partenza. Ammettiamo anche che da ciò derivi un’allocazione di servizi di un’efficienza tale da garantire al settore più povero della popolazione le stesse opportunità di quello più ricco. Ad ogni modo, a nostro avviso, l’unico effetto che una tale tassazione avrà nei fatti sarà di accrescere le differenze negli stili di vita dell’attuale generazione, nella misura in cui per fuggire dall’attività predatoria dello Stato qualsiasi individuo “sperpererà” i suoi averi in beni di lusso/di consumo. I difensori della tassa potranno domandare quale sia la minaccia in tutto ciò, argomentando anzi che essa abbia un ruolo positivo nell’aumento dei consumi: la risposta è ovviamente nessuna, se non che si dissipa qualsiasi possibilità di investimento e innovazione.
Tornando ai difensori, questi potranno argomentare ponendosi la questione del perché un’azienda o un privato cittadino, anche in caso di un’elevata tassa, non possano decidere di investire piuttosto che consumare. La risposta è semplice: gli investimenti e le innovazioni non sono sempre possibili allo stato attuale delle conoscenze, o di altri fattori, quali possono ad esempio essere (come nel caso italiano) gli ostacoli burocratici; occorre dunque ragionare secondo un’ottica intragenerazionale. Considerando poi che al giorno d’oggi il termine sostenibilità va molto di moda, è doveroso sottolineare che sostenibilità implica altresì il dovere morale di garantire alle generazioni future le stesse possibilità di sviluppo di quelle attuali e, aggiungeremmo noi, se possibile di accrescerle.
Diceva Milton Friedman, in risposta a coloro che attaccavano le idee liberiste accusandole di avere un impianto eccessivamente individualista, che noi tutti viviamo all’interno di una “family society”. Se i nostri genitori hanno avuto la possibilità di avere degli standard di vita migliori dei nostri nonni, e se noi abbiamo avuto a nostra volta la possibilità di averne di migliori dei nostri genitori, tutto ciò è dovuto a una sola cosa: il risparmio. È solo dal risparmio che possono nascere investimenti e innovazione. Alcuni paesi dai più considerati socialisti (Svezia e Norvegia) hanno colto queste dinamiche e di conseguenza eliminato quella che in America è chiamata “death tax”, tassa sulla morte. Noi chiediamo alla nostra classe dirigente di continuare su questa linea e di non azzardarsi a sostenere qualsiasi riduzione del deficit con una tassa che potremmo definire immorale. In un’era dove il concetto di risparmio ha visto gradualmente sminuirsi il suo valore e dove la classe dirigente sostiene che la crescita economica sia soprattutto guidata dall’aumento dei consumi, noi continueremo a difendere i cittadini da ogni tassa che vada a ledere qualsiasi forma di risparmio.

La Nadef ci regala più deficit per tutti.

La Nadef ci regala più debito per tuttiPochi giorni fa, il Governo Conte II ha approvato la Nota di Aggiornamento al Documento di Economia e Finanza (Nadef), ossia il testo di finanza pubblica che consente, da un lato, di aggiornare le previsioni economiche contenute nel Def approvato ad aprile e, dall’altro lato, di fissare nuovi obiettivi programmatici in vista della futura Legge di Bilancio (per maggiori informazioni circa tutti i Documenti di Finanza pubblica, è possibile vedere questo nostro video).
Osservando i numeri, pare purtroppo evidente l’assoluta continuità del governo giallorosso con quello gialloverde in merito ad una variabile chiave: il deficit, il quale si traduce in maggior debito pubblico sulle spalle degli Italiani, in particolare quelli più giovani.

Lo scenario tendenziale
Innanzitutto, è doveroso dare un’occhiata ai numeri del cosiddetto scenario tendenziale, ossia quello a legislazione vigente, che non tiene conto dei futuri interventi programmati dal governo.
A causa, in particolare, della situazione stagnante dell’economia mondiale, la crescita del PIL per il 2020 è rivista al ribasso dallo 0.8 allo 0.4%, per poi salire allo 0.8 e all’1% rispettivamente nel 2021 e nel 2022. Per quanto riguarda il deficit, la stima per il 2019 è del 2.2% (in calo rispetto al 2.4 preventivato dal Def di aprile grazie al miglioramento dell’avanzo primario e al calo degli interessi sul debito), mentre nel triennio 2020-2022 è prevista una progressiva decrescita fino allo 0.9%. Infine, il debito salirebbe al 135.7% del PIL a fine 2019 (soprattutto a causa delle mancate privatizzazioni promesse dal Governo Conte I) per poi scendere fino al 130.4% nel 2022, il che non sarebbe comunque sufficiente a soddisfare la regola di riduzione del debito prevista dal Fiscal Compact.Nadef_tendenz.PNG

Lo scenario programmatico
Passiamo ora ad analizzare la parte più importante, ossia lo scenario programmatico. Come ha detto Mario Seminerio nel suo podcast (che potete ascoltare qui), la Nadef rappresenta la cornice complessiva all’interno di cui deve essere scritta la prossima Legge di Bilancio. I numeri ci parlano di una manovra per il 2020 che “peserà” circa 30 miliardi: di questi, oltre 14 derivano da maggiore flessibilità (cioè deficit) e 7 dalla lotta all’evasione (numero che sarebbe senza precedenti), a cui si aggiungerebbero le risorse derivanti dal taglio dei sussidi ambientalmente dannosi (che vuol dire tutto e vuol dire nulla) e dal risparmio in interessi passivi sul debito (che ha spinto Seminerio a dire che «questo è il primo paese al mondo che riesce a mettere in maniera assolutamente demenziale il risparmio nella spesa per interessi [come copertura] e a creare tesoretti dove praticamente tesoretti non esistono»), oltre alle solite privatizzazioni e spending review di cui ogni anno sentiamo parlare senza riuscire davvero a vederle.
Tutto ciò è evidenziato dalle previsioni dello scenario programmatico: in seguito agli interventi promessi dal governo, il PIL dovrebbe salire di appena lo 0.2% nel 2020 e nel 2021, ma il deficit resterebbe fermo al 2.2% nel 2020 (anziché scendere all’1.4) e il debito calerebbe solo al 135.2% (anziché al 134.1); e anche per il 2021 e per il 2022 è previsto un peggioramento dei saldi di finanza pubblica rispetto allo scenario tendenziale.
Insomma, un’altra “manovra del popolo” a spese delle generazioni future.Nadef_prog

Gli interventi previsti
La flebile speranza che, perlomeno, le misure promesse per il 2020 potessero avere un senso logico e portare il nostro Paese su quel necessario percorso di riduzione delle tasse, della spesa pubblica e del perimetro di intervento dello Stato nell’economia (di cui vi avevamo parlato qui) si scontra con il catalogo degli orrori contenuto a pagina 23 della Nadef, in cui spiccano: il disegno di legge per un Green New Deal (espressione coniata dalla paladina del comunismo madurista del XXI secolo, Alexandria Ocasio-Cortez) che si tradurrà in maggiori tasse e regolamentazioni per le imprese; la riforma del catasto, utile per colpire ulteriormente il già agonizzante mercato immobiliare; la creazione di una banca pubblica per gli investimenti, per cui ci prepariamo al ritorno in grande spolvero dell’IRI e della Cassa per il Mezzogiorno in salsa cinquestelle.
A ciò si aggiunga che nulla è stato fatto per rimediare agli errori del Conte I: infatti, non vengono in alcun modo toccati né il Reddito di Cittadinanza né Quota 100. In particolare, per quanto riguarda quest’ultima, la Nota di Aggiornamento al Def certifica quei numeri che molti esponenti della maggioranza hanno tentato nei mesi scorsi di negare: l’intervento pensionistico voluto dalla Lega produce, nel periodo 2019-2036, un incremento di spesa in rapporto al PIL pari in media a circa 0.2 punti annui, ossia oltre 60 miliardi nell’arco dei prossimi 17 anni.Pensioni.PNGIl governo della moderazione e della responsabilità, quindi, si scopre essere il perfetto staffettista della pessima esperienza gialloverde, nonostante i tanti proclami sulla discontinuità. Per citare nuovamente Mario Seminerio, «tanto tuonò che non piovve. O che piovvero idiozie».

Vietare la plastica non è la soluzione.

Vietare la plastica non è la soluzioneÈ giunto il momento di dirci la verità sull’inquinamento ambientale causato dalla plastica: il problema non è la plastica in sé, bensì l’uomo. Significa dunque che abbiamo perso la nostra fiducia nell’essere umano, ripudiando la sua centralità all’interno del sistema economico? La risposta è no. Si dà il caso sia appunto l’esatto contrario. È proprio alla luce della fiducia nell’attività del singolo individuo come vettore in grado di massimizzare il benessere che riteniamo l’abolizione della plastica una misura inefficace.
Parliamo di inefficacia in quanto è la stessa economia dello sviluppo ambientale a descrivere come qualsiasi errata fissazione di uno standard ambientale causa una perdita di benessere sociale: data la difficoltà per gli attori politici di stimare i costi marginali di inquinamento e di abbattimento dell’inquinamento, la difficoltà nella stima ambientale è insita al processo, e dunque uno standard così restrittivo come l’abolizione della plastica potrebbe provocare dei danni gravi in termini di benessere sociale. In aggiunta a ciò, occorre sottolineare come l’utilizzo di standard non induce i produttori a sviluppare tecnologie meno inquinanti di produzione o – come sarebbe auspicabile nel caso della plastica – di smaltimento e riciclaggio. Dal punto di vista delle imprese poi, esse sono costrette ad allinearsi allo standard prestabilito indipendentemente dai costi da sostenere, riducendo dunque la loro competitività.
Avendo parlato della mancanza di incentivi all’innovazione dovuta alla fissazione di uno standard ambientale, è doveroso ritornare alla tematica dell’attività umana. Quando leggete o sentite parlare di isole di plastica che si formano nei mari vi domandate mai come sia stata possibile la loro formazione? La risposta è semplice, al limite del banale: la responsabilità è dell’uomo e dei suoi modelli di consumo. Quest’ultimi sono cambiati fortemente nel corso degli ultimi decenni, soprattutto sotto la spinta del turismo (è inutile nasconderci dietro a un dito: il turismo genera inquinamento, nella misura in cui il legame che si instaura tra il visitatore e il luogo di accoglienza è meramente temporaneo). Vi sembrerà dunque che stiamo rievocando la storiella del consumismo, ma in questo caso un ragionamento è doveroso farlo. La critica non è rivolta ai consumi in sé, bensì a tutti quei politici che ci riempiono le orecchie con il fatto che la crescita economica possa essere trainata meramente dai consumi. Per la tematica presa in questione, non stiamo auspicando una drastica riduzione dei consumi (e difatti osteggiamo la stessa abolizione della plastica), ma vogliamo proporre un ragionamento che si basi su di un altro paradigma.
Per quanto riguarda le risorse non rinnovabili, Hartwick giunse a sostenere che vi fosse sostituibilità tra capitale naturale e artificiale, e che dunque reinvestendo le rendite dovute allo sfruttamento in capitale industriale, conoscenze e capitale naturale riproducibile si potesse garantire lo stesso livello di benessere alle generazioni future. Ora, nel caso della plastica ovviamente non stiamo parlando di una risorsa non rinnovabile, ma si potrebbe adoperare un ragionamento simile. Non tanto l’abolizione della plastica, ma forti incentivi (sotto forma di sgravi fiscali), così da poter sviluppare nuove tecnologie di riciclaggio e di smaltimento dei rifiuti o – perché no? – tecniche di produzione che consentano di produrre materiali alternativi alla plastica a costi inferiori.
Ovviamente questo non è sufficiente. L’uomo, come elemento centrale del sistema economico, deve contribuire a tutto ciò eliminando qualsiasi forma di comportamento inquinante a lui direttamente dovuto. A ogni modo, abbiamo fiducia nell’uomo e quindi nella sua capacità di risolvere i problemi dell’inquinamento dovuto alla plastica. Molta più fiducia di quella che riponiamo in uno standard fissato dal governo centrale.

Siamo una Repubblica fondata sui sondaggi?

Siamo una repubblica fondata sui sondaggi.PNGSi è già parlato in un altro recente articolo di come la volatilità dei consensi sia uno dei problemi maggiormente da prendere in considerazione sulla scena politica contemporanea. Si è anche già abbondantemente trattato di come, da un punto di vista costituzionale, richiedere elezioni ogni anno sia contrario ai principi della democrazia parlamentare. Abbiamo dunque deciso di depotenziare, attraverso l’uso di dati, tutti quegli argomenti che affermano che sia necessario recarsi alle urne data la mutata situazione politica: più nello specifico, vogliamo mostrarvi come, nell’arco della legislatura, i risultati delle tornate elettorali e le previsioni dei sondaggi dimostrano che il consenso verso le forze politiche sia in continuo divenire.
Immediatamente dopo le elezioni del 2018, contestualmente alla formazione del Governo Conte, la Lega registrò un forte balzo in avanti nei sondaggi, fino ad arrivare al 25%, mentre a luglio aveva praticamente raggiunto il Movimento 5 stelle. Gli equilibri tra le forze governative erano dunque già mutati dopo solamente tre mesi. Si sarebbero dunque dovute sciogliere le Camere per recarsi immediatamente alle urne? Alle elezioni europee questo mutamento era divenuto ancora più evidente, e lo scarto tra Lega e M5S andò rinforzandosi. Lo scenario antecedente alla crisi di governo nei sondaggi era infatti il seguente: Lega 38%, Pd 23%, M5S 17%, Forza Italia 7%. Questa dunque la situazione che giustificherebbe le pretese delle forze di centro-destra nella richiesta di nuove elezioni.
Quello che però è evidente dagli ultimi sondaggi – che come tutti i sondaggi andrebbero presi con le pinze – è che in una sola settimana il consenso alle forze politiche è cambiato in maniera repentina: la Lega avrebbe infatti perso il 7% dei consensi (!), mentre il M5S sarebbe tornato sopra quota 20%. Vi verrà da chiedervi se siamo appassionati di sondaggi, e potreste inoltre affermare che stiamo ragionando secondo la stessa ottica utilizzata dalle forze politiche. La risposta è ovviamente negativa. Questo grafico si limita a dimostrare come il consenso muti repentinamente: è avvenuto immediatamente dopo le elezioni del 2018, e si è ripetuto durante questi scenari di crisi.Volatilità.png
Quindi, anche risparmiandoci le lezioni di diritto costituzionale, determinate pretese di voto anticipato sono e saranno insensate fino a quando ovviamente non verrà constatata l’inesistenza di una maggioranza alternativa in parlamento. La stabilità delle istituzioni è un principio troppo importante, che non può dunque essere sacrificato sull’altare dei sondaggi elettorali: il rischio è quello di cadere in un perenne stato di campagna elettorale. I sondaggi sono senza dubbio uno strumento importante, ma si inseriscono in quell’ottica per cui gli elettori vogliono sentirsi sempre e profondamente raggiungibili. Proprio per questo, i sondaggi permettono di cogliere quale sia il comune sentire sull’implementazione di determinante politiche. Allo stesso tempo però, essi non devono diventare uno strumento di ricatto nelle mani delle forze politiche, e non dovranno mai minare le basi della democrazia parlamentare.

Gli insegnamenti di questa crisi di governo.

Gli insegnamenti di questa crisi di governoCosa ci sta insegnando questa crisi di governo (ammesso che di crisi si potrà parlare)? Si può dire che, sulla scia di quello che avvenne durante il referendum costituzionale del 2016, c’è in corso un tendenziale disaffezionamento per i principi fondamentali del diritto costituzionale. “Non abbiamo paura del voto”, “il popolo è sovrano”, “non vi è nulla di più democratico e trasparente delle elezioni”: queste le espressioni più pronunciate nelle fasi di avvicinamento di quella che potenzialmente potrà essere ufficialmente una crisi di governo. Tralasciando che si fatica ad annoverare il voto tra le prime dieci attività preferite dai cittadini italiani, queste affermazioni sono gravi e preoccupanti.
L’articolo 1 della Costituzione dice sì che la sovranità appartiene al popolo, ma aggiunge che essa è esercitate nelle forme e nei limiti previsti dalla Costituzione stessa. Quanto alle forme, si dà il caso che secondo il dettato costituzionale l’Italia sia una democrazia parlamentare, e che è dunque il Parlamento il luogo in cui la sovranità viene esercitata: Parlamento che è appunto eletto dai cittadini, i quali conferiscono un mandato parlamentare a deputati e senatori per cinque anni. Tralasciamo anche che certe pretese provengono da un partito che conta 125 deputati su 630, e 58 senatori su 319. Tolto anche questo cosa ci resta? Beh, ci restano 261 senatori e 505 deputati. Ovviamente non stiamo affermando che questi sono i numeri di una potenziale maggioranza, ma non si può trascurare come la volontà popolare resti ben rappresentata all’interno dei due rami del Parlamento, anche se un singolo gruppo parlamentare vorrebbe nuove elezioni. In una democrazia parlamentare è infatti compito del Presidente della Repubblica quello di nominare il governo, ovviamente sulla base delle possibili maggioranze che si creano in Parlamento, e solo in caso contrario è lo stesso a decretare lo scioglimento delle Camere.
Ci resta qualcos’altro? Quasi ci dimenticavamo. “No agli inciuci” “Un governo Renzi-Di Maio non sarebbe un governo naturale”: questo l’altro strumento di propaganda sventolato nell’ultima settimana. Si dà il caso che, essendo l’Italia una repubblica parlamentare, ed avendo un sistema elettorale che non può essere definito maggioritario (inoltre i sistemi elettorali maggioritari non sono sinonimo di automatico ottenimento di una maggioranza parlamentare), la maggioranza all’interno del Parlamento si dovrà per forza di cose trovare tramite l’alleanza di due o più forze politiche (così come è già avvenuto con il governo gialloverde). Si può dunque discutere dell’esigenza di avere un sistema elettorale diverso (cosa che puntualmente si fa ad ogni crisi di governo e prima di ogni tornata elettorale), di trasformare l’Italia in una Repubblica presidenziale, di adottare strumenti costituzionali volti a garantire la stabilità degli esecutivi (vedasi la sfiducia costruttiva), oppure di ridurre la durata delle legislature, ma quello che ci insegnano questi scenari di crisi è ben più preoccupante.
In questa fase della storia europea, la politica è cambiata, e con essa gli elettori. Come afferma Catherine Fieschi in “Populocracy. The Tyranny of Authenticity and the Rise of Populism” gli elettori vogliono sentirsi sempre e profondamente raggiungibili e per questo motivo i politici amano mostrarsi raggiungibili e rintracciabili. Per questo nascondersi dietro la bandiera della non paura del voto è molto preoccupante. Ed è preoccupante perché in tal modo le forze politiche, così come già avviene stante la perenne instabilità degli esecutivi, stazionano in una costante campagna elettorale. La volatilità del consenso è senza dubbio un problema dei giorni nostri, ma la soluzione non è certo la distruzione delle basi della democrazia parlamentare. Stabilità, responsabilità e alternanza sono le uniche cure che conosciamo per poter controllare i cambiamenti che per forza di cose sono avvenuti nella società contemporanea.

L’austerità che serve al nostro Paese.

L'austerità che serve al nostro PaeseTra qualche mese, il nostro Paese si troverà nuovamente impegnato in accese discussioni su Legge di Bilancio, saldi di finanza pubblica e austerità versus politiche espansive. Quale miglior modo, allora, di sfruttare la relativa tranquillità del mese di agosto se non leggere un buon libro e arrivare preparati a tale dibattito che, sicuramente, sarà infarcito di disinformazione e slogan propagandistici? Da questo punto di vista, il saggio di Veronica De Romanis “L’austerità fa crescere” (Marsilio, 2017) può essere un ottimo punto di riferimento.

Cos’è l’austerità?
Iniziamo dai concetti basilari: cos’è l’austerità? L’economista Veronica De Romanis spiega che tale parola «viene usata per descrivere tagli di spesa o incrementi di tasse necessari a riportare i conti in equilibrio dopo un periodo di finanze pubbliche fuori controllo. È impiegato in alternativa ad altre espressioni quali consolidamento fiscale, aggiustamento o stretta fiscale, conti in ordine o politiche di rigore. Tuttavia, il sostantivo che meglio qualifica questo concetto è “responsabilità”». Dopo aver dato questa definizione generale, viene immediatamente fatta una distinzione netta, ricordando le parole di Mario Draghi secondo cui «non tutti i programmi di austerità sortiscono lo stesso effetto sulla crescita»: da un lato, infatti, abbiamo l’austerità buona; dall’altro, l’austerità cattiva.

L’austerità cattiva
L’austerità cattiva si traduce in incrementi consistenti della tassazione e tagli leggeri (se non addirittura inesistenti) alla spesa pubblica; il suo effetto sulla crescita economica è recessivo. Un esempio di quanto questo tipo di austerità possa fare danni è rappresentato dal caso Grecia. Nonostante le accuse di miopia rivolte nel corso degli anni alle istituzioni europee, la responsabilità del disastro greco è da attribuire unicamente ai politici ellenici: non solo essi truccarono i conti per poter entrare nell’Euro, ma di fronte alla necessità di un consolidamento fiscale decisero in totale autonomia di colpire principalmente la classe media; la famigerata Troika (Commissione Europea, Banca Centrale Europea e Fondo Monetario Internazionale), infatti, indicò semplicemente l’obiettivo di riduzione del deficit da centrare, ma fu la politica greca a decidere di muoversi soprattutto sul fronte dell’incremento delle tasse (aumentate del 7%) e di ridurre la spesa pubblica di meno del 2%.

L’austerità buona
Al contrario, l’austerità buona prevede meno tasse, una riduzione della spesa pubblica (o una sua “revisione”, togliendo risorse alla spesa corrente per incanalarle verso investimenti e infrastrutture) e un corposo piano di riforme strutturali. L’effetto, in questo caso, può essere espansivo: l’autrice ci ricorda che «come dimostra l’evidenza empirica di numerosi studi, tagli di spesa, se accompagnati da liberalizzazioni e riforme nel mercato dei beni e del lavoro, comportano costi di gran lunga inferiori – in alcuni casi addirittura nessun costo – rispetto a inasprimenti delle tasse». Il caso di scuola da prendere in considerazione, opposto a quello greco, è in questo caso rappresentato dalla Spagna: tra il 2012 e il 2015, il disavanzo pubblico è stato ridotto dal Governo Rajoy di circa 6 punti di PIL, con un intervento che ha privilegiato il lato delle uscite (la spesa pubblica rispetto al PIL è calata di quasi il 5%) anziché quello delle entrate (che sono aumentate solo dell’1% e non in maniera generalizzata, dato che contemporaneamente le tasse sulle imprese sono state diminuite dal 30% al 25%); il piano di aggiustamento dei conti, inoltre, è stato accompagnato da un programma di riforme teso soprattutto a rendere più flessibile il mercato del lavoro e a ridurre l’impatto negativo della burocrazia. I risultati sono stati decisamente positivi: dal 2015, infatti, la Spagna registra una crescita economica maggiore rispetto alla media dell’Area Euro e il suo non è un caso isolato, dato che considerazioni analoghe possono essere fatte rispetto al consolidamento portato avanti da Vladis Dombrovskis in Lituania.

Una lezione per l’Italia
Il nostro Paese cosa può imparare da questa lezione? Che è arrivato il momento in cui la politica deve assumersi le sue responsabilità, soprattutto nei confronti delle future generazioni. Eccezion fatta per la parentesi montiana, l’Italia non ha mai davvero praticato l’austerità (che, purtroppo, fu del tipo cattivo durante il Governo Monti): ci siamo costantemente incamminati sulla via della cosiddetta “flessibilità” (che, in parole semplici, significa maggior debito sulle spalle dei giovani) e il governo gialloverde non è certo stato da meno, con la sua Legge di Bilancio incentrata su maggior spesa corrente (Quota 100 e Reddito di Cittadinanza) e innalzamento della pressione fiscale.
La ricetta, quindi, può e deve essere una sola: meno spesa, meno tasse, meno Stato. Perché, come scrive Veronica De Romanis, «a conti fatti, seguire politiche di rigore, arrestare la corsa del debito pubblico e quindi mettere ordine nelle finanze pubbliche, è fondamentale sotto molteplici aspetti: per lo sviluppo, per l’occupazione – di oggi e di domani -, per contare in Europa».

Conti pubblici: quali prospettive per il 2020?

Conti pubblici - prspettive 2020Estate, tempo di mare e di vacanze, ma anche tempo di manovre correttive e di prime ipotesi riguardo a cosa accadrà quando, negli ultimi mesi dell’anno, il governo gialloverde si troverà a dover mettere nero su bianco la Legge di Bilancio per il 2020. È quindi il caso di fare un piccolo “riassunto delle puntate precedenti” e di fare qualche congettura sul futuro, uscendo dall’eco chamber in cui pare rinchiuso il dibattito pubblico, monopolizzato dalla discussione sull’immigrazione e sui porti pseudo-chiusi.

La manovra correttiva
Dopo una lunga agonia caratterizzata da annunci dal balcone, tensione sui mercati e trattative con i partner europei, nella Legge di Bilancio varata a fine 2018 il governo Conte inserì un numerino: il 2,04% come obiettivo per il rapporto Deficit/PIL nell’anno 2019. Ma, a causa del deterioramento delle condizioni economiche (con la crescita del Prodotto Interno Lordo italiano ferma ben al di sotto del livello preventivato dall’esecutivo), il rispetto di tale target è stato messo fortemente in pericolo e dunque la maggioranza gialloverde è stata costretta ad intervenire con una manovra correttiva, approfittando della distrazione dell’opinione pubblica (impegnata ad accapigliarsi sul caso Sea Watch e successivamente sugli scandali dei fondi russi e di Bibbiano) e rimangiandosi tutte le promesse demagogiche fatte in precedenza (non è passato molto tempo dalla puntata di Otto e Mezzo del 5 giugno in cui, alla domanda di Lilli Gruber: «Farete una manovra correttiva?», il Ministro Salvini rispondeva: «Ma figurati!»).
Vediamo, quindi, cosa prevede questa manovra. L’ammontare complessivo di risorse recuperate tramite tale intervento è di circa 7,6 miliardi di euro (l’equivalente di quello 0,4% di PIL necessario per riportare il deficit dal 2,4% a quel 2% concordato l’anno scorso con l’Europa) e si ripartisce così:

  • Lato entrate: circa 6,2 miliardi sui 7,6 totali della manovra derivano da maggiori entrate, in particolare si tratta di 3,5 miliardi di extra-gettito fiscale e contributivo derivante principalmente dall’implementazione della fatturazione elettronica e dalla chiusura di contenziosi fiscali con imprese private come Gucci (quindi si tratta, in parole semplici, di risorse sottratte all’evasione), più 2,7 miliardi di maggiori entrate non fiscali, ossia maggiori utili e dividenti arrivati al Ministero dell’Economia e delle Finanze da Banca d’Italia e Cassa Depositi e Prestiti (che negli stessi giorni ha emesso un maxi bond da 1,5 miliardi, il che significa che ha peggiorato significativamente la sua posizione finanziaria netta e che quei soldi inclusi in manovra sono, di fatto, sempre soldi dei cittadini investitori);
  • Lato uscite: 1,5 miliardi di minori spese per le due misure bandiera del governo, Quota 100 e Reddito di Cittadinanza.

Abbiamo così risolto tutti i nostri problemi di bilancio? Assolutamente no. I motivi sono due: (1) la maggior parte della manovra è di natura non strutturale, e quindi si tratta di risorse su cui l’anno prossimo molto probabilmente non potremo contare; (2) le prospettive di bilancio per il 2020 restano pessime, dato che – come vedremo tra poco – il governo sarà costretto a trovare ingenti risorse per evitare l’aumento dell’Iva e far fronte a tutte le sue promesse (non a caso, il commento migliore è quello di Mario Seminerio che ha intitolato il suo articolo sulla manovra “Rinviata è la tempesta, odo grulli far festa”).
P.S. il fatto che l’extra-gettito derivante da una minor evasione (ossia i 3,5 miliardi dalla fatturazione elettronica e dalla chiusura dei contenziosi tributari) sia andato a coprire buchi di bilancio anziché a finanziare una riduzione della pressione fiscale è l’ennesima riprova che, in Italia, la favoletta del “pagare tutti, pagare meno” è una menzogna bella e buona.

Quali prospettive per il 2020?
Veniamo ora alle questioni veramente dolenti: come si muoverà il governo nel momento in cui dovrà scrivere la Legge di Bilancio per il prossimo anno? Gianluca Codagnone, nella canonica “Chiacchierata del mercoledì” con Michele Boldrin, Thomas Manfredi e Costantino De Blasi (il cui video trovate qui), ha cercato di riassumere quale potrebbe essere la situazione. Basandosi sull’ipotesi che il target di bilancio per il 2020 consisterà principalmente in un rapporto Deficit/Pil dell’1,5% (poiché questo è ciò che ragionevolmente si aspettano le istituzioni europee), si prevede che il governo intenda spendere circa 57,3 miliardi di euro così ripartiti:

  1. Cancellazione dell’aumento dell’IVA (23,3 miliardi);
  2. Spese annuali da rifinanziare (4 miliardi);
  3. Saldo extra-budget con l’Unione Europea (6 miliardi);
  4. “Copertura” del probabile calo delle entrate fiscali dovuto ad una crescita nominale inferiore a quanto preventivato nella precedente Legge di Bilancio (8 miliardi);
  5. Taglio delle tasse promesso da Salvini (che non chiamiamo e non chiameremo flat tax, poiché NON È una flat tax, e che dovrebbe costare circa 16 miliardi).

Le possibili coperture di cui si è sentito parlare in questi mesi, invece, riguardano:

  1. Spending review (4 miliardi);
  2. Minori spese per Quota 100 e Reddito di Cittadinanza (5 miliardi);
  3. Taglio di deduzioni e detrazioni (3 miliardi);
  4. Cancellazione del Bonus 80 euro di Renzi (10 miliardi).

Da questa veloce panoramica possiamo subito vedere due grossi problemi: (1) non ci sarà alcuna vera riduzione delle tasse, dato che il taglio promesso da Salvini verrebbe coperto quasi interamente da incrementi di altre tasse sotto forma di cancellazione di alcune deduzioni e detrazioni e del bonus fiscale di Renzi; (2) sic stantibus rebus a fronte di oltre 55 miliardi di maggiori spese o di minori entrate, le coperture ammontano solo a 22 miliardi, il che significa che o il Deficit/PIL esploderà al 3,5% (ben due punti percentuali oltre il target, con le ovvie disastrose ripercussioni sia in termini di turbolenza sui mercati finanziari sia di rapporti con i partner europei) o il governo sarà costretto a lasciar aumentare – almeno in parte – l’IVA per coprire tale differenza.
La conclusione è ovvia: aspettiamoci un altro autunno caldo sull’orlo del precipizio, col timore che l’ala dei “Lirettanti allo sbaraglio” della maggioranza (leggi Borghi e Bagnai) cerchi a tutti i costi l’incidente utile per giustificare l’uscita dall’Euro.

I MiniBot sono una “cagata pazzesca”.

I MiniBot sono una cagata pazzescaUna mozione parlamentare approvata alla Camera la settimana scorsa ha portato all’attenzione dell’opinione pubblica nazionale il tema – in realtà già molto discusso nell’agorà di Twitter – dei MiniBot.
Lo strumento è stato proposto per la prima volta dal Presidente della Commissione Bilancio della Camera Claudio Borghi – quello che crede che la Spagna sia uno dei paesi fondatori dell’Europa, per capire il livello del personaggio – e sarebbe apparentemente finalizzato a risolvere il problema dei debiti arretrati della pubblica amministrazione verso le imprese. Come funzionerebbero? Semplice: poniamo che il Signor Mario abbia un credito verso lo Stato di 10 milioni; lo Stato lo ripaga emettendo MiniBot, ossia titoli di stato di piccolo taglio (10, 20, 50, 100 euro); il Signor Mario, a questo punto, potrà utilizzare quei 10 milioni in MiniBot per pagare le tasse. Ma quali sono i problemi e i rischi legati all’introduzione di tale strumento?

I debiti verso le imprese
Iniziamo dalla prima domanda che dovremmo sempre porci di fronte ad una proposta politica: è utile per risolvere il problema per la quale è stata pensata? La risposta, in questo caso, è netta: no. Di fatto, se tutti i MiniBot fossero immediatamente utilizzati per pagare le tasse, l’operazione si ridurrebbe semplicemente ad una temporanea riduzione del carico fiscale sulle imprese creditrici nei confronti dello Stato. Peccato che se lo Stato non ha i soldi per ripagare i suoi debiti, non li ha neppure per far fronte a tale calo delle entrate (stiamo parlando, a seconda delle stime, di un importo che varia tra i 60 e i 100 miliardi di euro). L’unica soluzione sarebbe, a quel punto, aumentare altre tasse o il debito pubblico, con effetti deleteri sull’intera economia ed anche su quelle imprese che “beneficiano” dello strumento MiniBot. Ovviamente, una strada alternativa potrebbe essere quella di ridurre la spesa pubblica per un importo equivalente, ma un anno di attività di questo governo ci suggerisce che l’intenzione sia esattamente opposta.

Monete parallele ed uscita dall’Euro
A questo punto, dobbiamo porci un’altra domanda: non è forse che il fine ultimo di tale strumento sia diverso da quello che viene raccontato? Il programma della Lega per le elezioni politiche del 2018 dice che «se emessi in sufficiente quantità [i MiniBot] potrebbero diventare un sistema di pagamento alternativo rispetto a quello con le attuali banconote»; inoltre, in un video d’archivio ripostato su Twitter dal blogger Pietro Raffa, Claudio Borghi li definisce come «un espediente per uscire dall’euro in modo ordinato e tutelato». Come scrive il professor Tommaso Monacelli nel libro “Cosa succede se usciamo dall’Euro” (a cura di Carlo Stagnaro, IBL Libri), le finalità di questo strumento sono, quindi, principalmente due: da un lato, introdurre in Italia una moneta parallela all’Euro (infatti il Signor Mario, anziché utilizzare i suoi MiniBot per pagare le tasse, potrebbe impiegarli per pagare il suo fornitore, il Signor Carlo, il quale – in teoria – li accetterebbe in virtù della “garanzia” statale); dall’altro, monetizzare il deficit, ossia finanziare una riduzione della tasse stampando moneta. Il tutto sarebbe in palese violazione dei trattati europei e fungerebbe da preludio all’inevitabile uscita del nostro Paese dall’Euro.

Eccoci, dunque, nuovamente alla domanda iniziale: quali sono i problemi e i rischi legati all’introduzione di tale strumento? I MiniBot sono il classico escamotage del Governo gialloverde, che a parole dichiara di non voler assolutamente portare l’Italia fuori dall’eurozona, ma coi fatti va in tutt’altra direzione. Una direzione che punta verso il baratro, verso il ritorno alle politiche della Prima Repubblica fatte di svalutazioni competitive, inflazione galoppante e debito pubblico. In pratica, anziché risolvere i problemi che attanagliano il nostro Paese, torneremmo alle pratiche che li hanno originati, aggravando ulteriormente la già complicata situazione odierna. In molti non stanno comprendendo questo rischio: è necessario opporci con tutte le nostre forze!

Il momento della diplomazia.

Il momento della diplomaziaDopo la lettera pervenuta, in via del tutto eccezionale, al ministro Tria dalla Commissione Europea, ora l’Italia deve cominciare a pensare alla diplomazia. Se è vero che il tema in questione è squisitamente tecnico, il governo gialloverde, per evitare lo spettro di una procedura di infrazione che potrebbe avere ricadute pesantissime, dovrà concentrare le sue forze nel negoziato politico.
Infatti, seppur la procedura di infrazione sia una misura che colpisce il paese che ne è destinatario, è altrettanto vero che sarebbe piuttosto ingenuo credere che una decisione di questo tipo possa non avere ripercussioni sull’Unione Europea stessa. In particolar modo, verosimilmente parte rilevante dei negoziati tra Roma e Bruxelles si svolgerà nel periodo utile per eleggere i vertici dell’Unione che mai come quest’anno, specialmente per quanto riguarda il capo dell’esecutivo, sono intrappolati in un clima di incertezza.
Certamente l’Italia avrà un ruolo importante all’interno dell’Unione Europea e va da sé che sarà in grado di esercitare un’influenza non trascurabile nelle dinamiche delle nomine dei vertici della “nuova” Unione Europea e, allo stesso tempo, ha necessità di alleati per affrontare un periodo di forte tensione dal punto di vista della disciplina di bilancio.
Ma quali Paesi potrebbero entrare in queste relazioni diplomatiche? Come scrive Dino Pesole sul Sole24ore sarà difficile attendersi particolari sponde dai paesi sovranisti come l’Ungheria ma anche la stessa Austria, i quali si sono sempre dichiarati rigorosi sulla gestione dei conti pubblici italiani. Probabilmente, quindi – e non può essere una novità – saranno Francia e Germania, oltre che le forze politiche europeiste che andranno a costituire la maggioranza, i maggiori interlocutori.
Torna, quindi, un tema che non è nuovo: un governo caratterizzato da un originario atteggiamento di scontro nei confronti dell’Unione, non potendo godere di una vittoria “populista” (che probabilmente nemmeno loro si aspettavano) alle elezioni europee tale da sovvertire favorevolmente gli equilibri, dovrà dialogare necessariamente proprio con gli europeisti più tradizionali, i quali però, dalla loro, sono indeboliti e frammentati.
Certamente, per evitare la procedura di infrazione, non basta il dialogo politico ma sono necessari anche segnali forti da un punto di vista della gestione del disavanzo, campo in cui ci sarà necessariamente meno flessibilità rispetto ai periodi passati. Nonostante ciò, le regole europee hanno dimostrato di avere una certa flessibilità e il rallentamento del PIL dell’Eurozona potrebbe essere in questo senso un elemento importante. Tutti questi discorsi avranno senso se il governo gialloverde riuscirà ad aggiungere un elemento importante alla lista delle sue attività che fino ad oggi non è pervenuto: la diplomazia.

La favola della produzione industriale.

La favola della produzione industrialeLa notizia che ha tenuto banco la scorsa settimana, oltre all’approvazione del Documento di Economia e Finanza 2019, riguarda il dato sulla produzione industriale: secondo il comunicato Istat diffuso il 10 aprile, si stima che a febbraio l’indice destagionalizzato della produzione industriale sia aumentato dello 0,8% rispetto al mese precedente; tale crescita si aggiunge a quella di gennaio, quando si era registrato un +1,7% rispetto a dicembre 2018.
Ma cosa significa tutto questo? È dovuto al fatto che «le politiche del governo cominciano a produrre effetti», come afferma il deputato del Movimento 5 Stelle Raphael Raduzzi? Ebbene, con grande sorpresa, la realtà è diversa da come viene descritta dagli apologeti del governo gialloverde. Il motivo – che è tecnico ma cercheremo, con un esempio, di spiegarlo in maniera semplice – lo ha spiegato sabato mattina Mario Seminerio a “I conti della belva” su Radio24.
Dovete sapere che non tutto ciò che viene prodotto è poi venduto, e non tutto ciò che viene venduto è poi consumato da chi lo ha comprato. Esistono, infatti, le scorte. Cosa è accaduto negli ultimi mesi del 2018? Si è verificata una forte contrazione della produzione industriale dovuta al decumulo di scorte a fini prudenziali. Ossia: siccome tirava una brutta aria, le imprese hanno preferito frenare la produzione e ridurre le proprie scorte, per evitare che rimanessero inutilizzate. Ora, dopo averle ridotte ad una quantità minima, le imprese hanno ricominciato a produrre per ricostituirle (quel che in inglese viene definito restocking): ciò spiega la crescita della produzione industriale.
Facciamo un esempio banale ma utile per capire meglio la cosa. Poniamo che il Signor Carlo ogni settimana vada a fare la spesa e compri una quantità di cibo ben superiore a quella che è in grado di consumare nell’arco di sette giorni. Ad un certo punto, si ritroverà con il frigorifero pieno e il rischio che una parte di ciò che ha comprato vada a male. Quindi dice: «Sai che c’è? Ora per un mese non vado più al supermercato e consumo tutto ciò che ho nel frigo»: la sua spesa si ridurrà al minimo indispensabile per comprare cose come il pane fresco (e ciò è quello che, tornando dalla spesa del Signor Carlo alla produzione industriale, Seminerio ha chiamato “riduzione per decumulo di scorte a fini prudenziali”). Terminato il mese ed esaurite le scorte di cibo presenti in frigorifero, Carlo tornerà al supermercato: la sua spesa, rispetto al mese precedente, ovviamente aumenterà. Ciò significa che la sua situazione è migliorata? Sta meglio? Ha aumentato la sua spesa perché il suo reddito è aumentato? No, ed è esattamente quel che sta succedendo con la produzione industriale: non è aumentata perché l’economia va meglio (tantomeno per le politiche del governo, la cui efficacia è smentita dal governo stesso nel DEF, come abbiamo scritto qui), ma come fisiologica conseguenza della riduzione delle scorte verificatasi a fine 2018.