Il governo sbatte contro la realtà.

Il governo sbatte contro la realtàIeri sera il Consiglio dei Ministri ha approvato il Documento di Economia e Finanza per il 2019 (di cui avevamo parlato in questo video, insieme a tutti gli altri documenti di finanza pubblica). Anche se per il momento non è ancora disponibile il testo definitivo (il che, ormai, è fatto abituale con questo governo), nel pomeriggio della giornata di ieri è circolata una bozza affidabile che ci permette di fare già qualche importante valutazione. Ciò che salta evidentemente all’occhio è che, come era inevitabile, l’esecutivo gialloverde si è alla fine dovuto scontrare con la dura realtà dei fatti, la quale poco ha a che fare con la propaganda e gli spot elettorali a cui abbiamo assistito da un anno a questa parte. Vediamo quindi di mettere brevemente in fila una serie di crudi numeri:

  • Crescita: ricordate le mirabolanti previsioni degli esponenti di spicco del governo? Se la risposta è no, ci pensiamo noi a rifrescarvi la memoria: ad ottobre 2018, Salvini pronosticava una crescita per il 2019 del 2,5%; più o meno negli stessi giorni, Di Maio e l’allora Ministro Paolo Savona si accontentavano – si fa per dire – di un più modesto 2%; Conte a gennaio parlava di un +1,5% e ci raccontava di come questo sarebbe stato un anno bellissimo; la Legge di Bilancio, infine, pronosticava una crescita dell’1%. Bene, ora che abbiamo fatto questo breve ripasso, volete sapere qual è la stima inserita nel DEF? Un misero +0,2%. E anche allungando lo sguardo, le cose non vanno poi tanto meglio: da qui al 2022, l’Italia non vedrà mai una crescita superiore all’1%. A ciò si aggiunga – fate bene attenzione – il fatto che buona parte delle istituzioni internazionali giudica queste ultime stime ancora troppo ottimistiche, prevedendo il rischio concreto di una recessione (ossia di una variazione del PIL con il meno davanti);
  • Spread: qui il rischio che il cervello di molti elettori grillo-leghisti vada in panne è elevatissimo. Guardate un po’ che cosa scrive il governo stesso: «I rendimenti a cui lo Stato si indebita sono un termometro della fiducia nel Paese e nelle sue finanze pubbliche» (pagina 10); «Negli anni successivi giocano invece un ruolo crescente nello spiegare la revisione al ribasso [delle prospettive di crescita] il più elevato livello dello spread sui titoli di Stato» (pagina 22). Ma come? Non era tutto frutto di un complotto interazionale ordito dalla finanza pluto-giudaico-massonica che nulla avrebbe a che fare con il reale stato di salute del Paese? Non era il nostro arditissimo Ministro Salvini a dichiarare che «lo spread ce lo mangiamo a colazione»?
  • Reddito di cittadinanza e quota 100: veniamo ora alle due misure simbolo dei partiti al governo. Anche in questo caso, è bene rinfrescarci la memoria sulla propaganda del governo: il Ministro Di Maio per mesi ha parlato di misure che avrebbero favorito la crescita grazie ad un fantomatico “elevatissimo moltiplicatore”. Che cos’è questo benedetto moltiplicatore? È, per dirla in termini tecnici, la variazione del PIL reale o di un’altra misura dell’output causata da un incremento di un’unità di una variabile fiscale. Ossia: se il moltiplicatore è alto (quindi superiore all’unità), 1€ in più di spesa pubblica dovrebbe generare un aumento del PIL superiore ad 1€. Guardiamo ora a cosa scrive il governo nel DEF: il reddito di cittadinanza accrescerebbe il PIL rispetto allo scenario base di uno 0,2% a fronte di un onere per le finanze pubbliche dello 0,4%, il che significa un moltiplicatore ben inferiore ad 1; le misure sul fronte pensionistico, invece, hanno un impatto stimato sulla crescita sia del 2019 di un fantasmagorico ZERO;
  • Occupazione: anche in quest’ultimo caso, la distanza tra le promesse delle «scimmie al volante» (per usare un’efficacie definizione di Alberto Forchielli) e la realtà è enorme. Che ne è stato del meccanismo del reddito di cittadinanza che avrebbe permesso l’incontro tra domanda e offerta nel mondo del lavoro e della celeberrima staffetta generazionale che doveva consentire l’assunzione di tre giovani per ogni prepensionato con quota 100? Spariti nel nulla: la valutazione dell’impatto macroeconomico complessivo delle misure in materia di reddito di cittadinanza e pensioni stima una riduzione – sì, avete capito bene: una riduzione – dell’occupazione dovuta a tali provvedimenti dello 0,2% sia nel 2019 che nel 2020.

Pare evidente che nulla è come ci era stato raccontato dall’esecutivo. Ora resta da capire che cosa succederà: il governo riuscirà ad invertire la rotta, anche considerando i pessimi segnali che arrivano dai saldi di finanza pubblica (vedi deficit e debito, anch’essi in deciso peggioramento rispetto alle stime di solo qualche mese fa)? I segnali non sono certo positivi, dato che è già partita la corsa a chi la spara più grossa in vista delle elezioni europee (la flat tax con più aliquote ma senza coperture è l’apoteosi dell’improvvisazione) e nulla si dice su dove trovare i miliardi necessari per disinnescare il già programmato aumento dell’IVA.
C’è solo da sperare che almeno una parte degli elettori esca dal sonno profondo in cui è caduta da più di un anno e lanci un segnale deciso già alla tornata del 26 maggio. Perché, come scriveva Voltaire, «coloro che ti fanno credere ad assurdità possono farti commettere atrocità».

Quanta ipocrisia sul caso Riace.

Quante ipocrisa sul caso Riace.PNGLa mobilitazione di massa in difesa di Domenico Lucano, sindaco di Riace, lascia in eredità un solo pensiero: gli Italiani sono proprio delle belle facce di bronzo. Perché esaltiamo il ruolo della famiglia, se poi difendiamo un sindaco accusato di organizzare matrimoni di convenienza? Perché crediamo nella libera concorrenza, se poi difendiamo un personaggio accusato di affidamento fraudolento diretto dei servizi di raccolta rifiuti? Un popolo che esalta la violazione della legge, che crede che l’applicazione della legge sia sottoposta a valutazioni morali, è un popolo che mira alla sua autodistruzione.
È inutile nascondersi dietro all’affermazione “questi leggi sono inique”, “Salvini sta costruendo uno Stato autoritario”. Per buona pace di Saviano, le indagini sono iniziate prima che venisse assegnato l’incarico a questo governo e, ad ogni modo, è compito della magistratura avviare indagini se sussistano dubbi riguardanti la violazione di una norma. Le leggi definite inique sopravvivono da un decennio, durante il quale si sono alternati governi di destra e di sinistra. E anche ammettendo l’iniquità di tali leggi, definire il comportamento di Mimmo Lucano disobbedienza civile è un’offesa a personaggi che la disobbedienza civile l’hanno praticata per davvero (vedasi Bonino e Pannella): la disobbedienza civile implica che la violazione della norma avvenga pubblicamente, invocando addirittura la propria messa in stato di accusa; il Sindaco di Riace, invece, si suppone abbia violato le norme lontano dai riflettori, e solo da alcune intercettazione si capisce la volontà di disobbedire agli imperativi delle leggi italiane. Nulla di lontano quindi dal classico comportamento italiano, per cui una volta fatta una legge si trova l’inganno.
Tornando alle valutazioni morali, è vero che l’agire di Lucano ha reso la vita di diversi stranieri migliore, ma quello che dobbiamo chiederci noi – come teorizzato da Kant secoli fa – è se siamo disposti a universalizzare questa regola: in ogni caso un politico può agire aggirando una norma se mosso da interessi socialmente accettabili? Questo significherebbe ad esempio dare il permesso di espropriare terre senza indennizzo per poterle affidare a chi in situazione di indigenza (giusto per limitarci a esempi più soft). Questo relativismo spinto agli estremi può portare a privilegi per alcune categorie di persone, e se ragioniamo più lucidamente è un atteggiamento irrispettoso anche nei confronti di tutti gli altri richiedenti asilo, che si sobbarcano procedure lunghe e lente per il riconoscimento o diniego del loro status; un relativismo che fa una distinzione tra vincenti e perdenti, che dà per scontato l’eticità dell’azione di un politico, il quale per forza di cose gode di una posizione privilegiata e di impatto; un relativismo che se portato alle estreme conseguenze porta alla distruzione dello Stato di diritto perché, per quanto iniqua una legge possa essere, un sistema di norme si basa sul rispetto di esse. Ogni individuo ha poi il diritto di disobbedire civilmente a una norma, ma è altrettanto consapevole delle conseguenze che ne derivano. È solo volta che la disobbedienza civile diventa da minoritaria a maggioritaria, che la legge verrà modificata.
Quindi cari Italiani, caro Saviano, questo governo non piace nemmeno a noi, ma la politicizzazione di questioni giuridiche, come insegna la storia recente, non è la soluzione ai mali che infliggono il nostro Paese. E se vogliamo dirla tutta, se dovessero venire confermati i reati di cui è accusato il Sindaco di Riace, ci sarebbe ben poco da nascondersi dietro a valutazioni morali, perché non c’è nulla di più immorale di creare famiglie inesistenti e di violare il principio di libera concorrenza per mezzo di un intervento dell’autorità pubblica. Sono due principi che abbiamo strenuamente difeso nel corso degli anni e su cui abbiamo costruito le basi del nostro ordinamento. Non dimentichiamocene proprio ora.

Un governo che fa male all’economia.

Un governo che fa male all'economiaÈ vero, i numeri non sempre ci dicono tutto. Però è altrettanto vero che ciò che i numeri ci dicono non può essere ignorato, poiché sono dotati di una loro forza e di una loro inopinabilità che ci permette di usarli – e dopotutto questa è la mission de L’Asino di Buridano – per fissare dei punti fermi utili per orientarsi nello scenario politico.
E in questo contesto, i numeri parlano chiaramente: il governo giallo-verde è dannoso per l’economia italiana.
Partiamo innanzitutto dalla notizia che ha tenuto banco nelle ultime settimane, ossia le decisioni della maggioranza in merito al deficit di bilancio: secondo le previsioni dell’ultimo Documento di Economia e Finanza approvato, il disavanzo pubblico italiano (cioè la differenza tra le uscite e le entrate) avrebbe dovuto essere l’1,6% del PIL nel 2018, lo 0,8% nel 2019 per poi arrivare al pareggio di bilancio nel 2020; il Governo Conte ha però deciso, nonostante le resistenze del Ministro Tria e dei tecnici del Ministero dell’Economia, di portare il deficit al 2,4% del PIL. Ciò significa, in termini strutturali (che poi sono quelli che veramente più contano per il Patto di Stabilità), un peggioramento dello 0,7%, quando l’Italia si era formalmente impegnata per un miglioramento dello 0,7%: stiamo parlando, quindi, di uno scostamento dagli obiettivi di quasi un punto e mezzo. Abbiamo già avuto modo di spiegare brevemente cosa ciò significhi qui: più deficit e più debito non sono altro che una manovra per acquistare il consenso degli elettori scaricandone il costo sulle future generazioni; il che è ancora più grave se guardiamo ciò che tale deficit andrà a finanziare, ossia misure (come il superamento della Fornero, la pensione di cittadinanza, la pace fiscale, ecc) che riguardano prevalentemente i più anziani. È ormai palese la necessità di una sorta di “rivolta generazionale”, di una presa di posizione forte da parte di quella fascia di popolazione (gli under 35) che, nonostante abbiano una probabilità doppia rispetto agli over 65 di finire in condizioni di povertà assoluta, viene sistematicamente ignorata se non addirittura penalizzata dalle scelte di politica economica di questo governo.
Quest’ultima decisione sul deficit, sommata alle tante altre esternazioni e minacce da parte di esponenti di punta della maggioranza di governo (basti pensare al Piano B per l’uscita dall’euro del Ministro Savona o alla proposta per la cancellazione del debito italiano detenuto dalla BCE fatta dal responsabile economico della Lega Claudio Borghi e contenuta nella prima bozza del Contratto di Governo), ha anche un impatto immediato e direttamente percepibile: l’aumento del tanto famigerato spread. Tale indicatore, che misura il differenziale di rendimento tra BTP a 10 anni e Bund tedeschi con la stessa scadenza e che si può considerare come una buona proxy di come i mercati percepiscono l’affidabilità del nostro Paese, è passato dai 122 punti base del 1 aprile ai 285 della chiusura della settimana passata. La tabella qua sotto, che confronta i tassi a 2 e a 10 anni pagati da Italia, Germania, Spagna e Portogallo ci dice che, mentre per tutti gli altri Paesi si è registrato un fisiologico incremento dovuto all’acutizzarsi del “rischio Europa”, l’Italia ha visto raddoppiare il rendimento del BTP decennale, mentre quello a scadenza due anni è passato dal territorio negativo (ossia gli investitori pagavano il nostro Paese per poterci prestare denaro) a quello positivo.
RENDIMENTIPreoccupa ancor di più notare che i rendimenti offerti dai titoli italiani sono più alti di quelli del Portogallo, nonostante quest’ultimo abbia un rating creditizio peggiore: probabilmente i mercati già scontano un futuro declassamento dell’Italia, che potrebbe concretizzarsi già questo mese. È il caso di ricordare che attualmente il nostro Paese è solo due gradini sopra il livello junk (spazzatura), che se raggiunto impedirebbe alla BCE di acquistare i BTP nell’ambito del Quantitative Easing e di accettarli come collaterale nelle operazioni di finanziamento delle banche: un vero e proprio cataclisma per il nostro sistema finanziario.
Anche la borsa in questi mesi non ha avuto vita facile: mentre il DAX di Francoforte e l’IBEX di Madrid hanno perso da maggio ad oggi rispettivamente circa il 5% e l’8%, il FTSE MIB di Milano ha bruciato oltre il 16% della sua capitalizzazione, appesantito dai bancari calati anche di oltre il 25%.
Maggio e giugno sono stati poi i mesi della grande fuga di capitali dall’Italia: la Banca d’Italia ha registrato importanti flussi di uscita negli investimenti di portafoglio, diminutivi complessivamente di 75 miliardi di euro; tale risultato è frutto in particolare della vendita di circa 58 miliardi di titoli di stato italiani. A ciò si aggiunga che alla fine di settembre BofA Merrill Lynch ha diffuso i risultati di un sondaggio globale tra gestori di fondi in cui 20% degli intervistati dichiarava l’intenzione di voler diminuire gli investimenti in Italia.
Si può inoltre dare una veloce carrellata di dati riguardanti luglio: l’Ocse ha abbassato le aspettative per la crescita del PIL italiano nel 2018, che passa da +1,4% a +1,2%; le richieste di disoccupazione sono cresciute del 9,4% rispetto al 2017; i nuovi ordinativi industriali sono scesi del 2,3%; le esportazioni sono calate del 2,6%; la produzione industriale si è ridotta del 1,8%. Ad agosto, poi, il clima di fiducia dei consumatori è sceso dal 116,2 del mese precedente a 115,2 e lo stesso si può dire del clima di fiducia delle imprese (passato da 105,3 a 103,8).
Insomma, i numeri, per quanto freddi e a volte noiosi, dipingono un quadro preoccupante e che non può essere ignorato: questo governo fa male all’economia e servirebbe come il pane un’opposizione che, su questo tema più che su molti altri, sapesse fare il suo mestiere.

La strategia della euro-tensione.

La strategia della euro-tensioneFin dalla nascita del governo giallo-verde, numerosi commentatori hanno evidenziato le numerose incongruenze e le possibili linee di divergenza all’interno della maggioranza. Al vicepresidente di due vicepresidenti – per usare un’efficace definizione di Vittorio Sgarbi – Giuseppe Conte veniva affidato il delicato incarico di tenere insieme istanze potenzialmente conflittuali: le teorie da decrescita felice con le esigenze del Nord produttivo, il movimentismo “de sinistra” alla Di Battista con la propaganda della paura di Salvini, il reddito di cittadinanza con la Flat Tax, e tutti gli altri punti programmatici che spingevano Roberto Fico a dichiarare che la Lega e il Movimento 5 Stelle sono «geneticamente diversi».
Il vero collante della compagine di governo, il sentimento a cui fare ricorso ogni qualvolta sia necessario appianare i conflitti, è uno solo: l’anti-europeismo, o più in generale quel sistematico fastidio nei confronti dei «vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali» che, è bene ricordarlo ai difensori della Costituzione a targhe alterne, sono codificati dall’art. 117 della nostra Carta fondamentale.
Il 22 agosto di quest’anno, in piena “crisi Diciotti”, il Presidente della Camera Roberto Fico, esponente di punta dell’ala movimentista dei Cinque Stelle, scriveva su Twitter: «La giusta contrattazione con i Paesi dell’Unione Europea può continuare senza alcun problema, adesso però le 177 persone – tra cui minori non accompagnati – devono poter sbarcare». Una linea, quella di Fico, totalmente in contraddizione con quella dell’alleato di governo Matteo Salvini. Come fare, dunque, per superare una tale divergenza apparentemente inconciliabile e ritrovare compattezza? Semplice: spostare l’attenzione altrove. E su chi? Altrettanto semplice: sul nemico numero uno, l’Unione Europea. Sono degli stessi giorni, infatti, da un lato le minacce del vicepremier Di Maio di sospendere i finanziamenti all’UE, dall’altro il piagnisteo di Salvini corroborato dalla solita retorica del “ci hanno lasciati soli” (che, peraltro, abbiamo già avuto modo di smentire qui). Con poche dichiarazioni, l’attenzione dell’elettorato era già altrove, l’indignazione canalizzata verso Bruxelles e la maggioranza ricompattata sotto le insegne del sovranismo straccione.
Pochi giorni prima, il 17 di agosto, a Genova si era verificata la tragedia del crollo del Ponte Morandi. L’irruenza dilettantesca del Movimento 5 Stelle portò, in poche ore, a individuare e gettare alla gogna il presunto colpevole (Autostrade per l’Italia) e a presentare la soluzione perfetta: la nazionalizzazione. Tutti d’accordo? Nemmeno per sogno: «La statalizzazione delle autostrade, con le regole che abbiamo oggi, sarebbe un suicidio, un bagno di sangue. E d’altra parte perché si sia privatizzato, ce lo ricordiamo tutti: le società pubbliche erano diventate un ricettacolo di malaffare ed erano economicamente un colabrodo. Se si vuol tornare a quei tempi lì, si deve essere chiari con i cittadini: si torna all’epoca in cui si pensava un ponte e per farlo ci volevano vent’anni». Così dichiarò, a stretto giro, Luca Zaia, governatore leghista del Veneto. Anche in questo caso, però, la strategia adottata fu la stessa: che senso avrebbero, in caso contrario, le grida di dolore contro “l’austerità che uccide” subito lanciate, a volte in maniera criptica, da diversi esponenti della maggioranza come il senatore Bagnai? Stesso discorso per la dichiarazione del Ministro Salvini: «Viene prima il diritto alla sicurezza dei cittadini italiani o il rispetto dei vincoli europei? Per me, molto prima dello zero virgola dettato dall’Unione europea».
Questi due semplici esempi servono per delineare i contorni di una vera e propria strategia della euro-tensione portata avanti in maniera sistematica e coordinata. L’individuazione di un nemico esterno (l’Unione Europea o, più in generale, la comunità internazionale), infatti, consente di canalizzare la rabbia dell’opinione pubblica al di fuori dei confini nazionali, di compattare il “popolo” contro una sorta di invasore esterno da combattere e di far credere che l’origine dei problemi italici non sia un male endogeno bensì esogeno e che quindi non serva alcun sacrifico per combatterlo: basta un vaffanculo.

Le autostrade in Italia e il libero mercato.

Le autostrade in Italia e il libero mercato.PNGIl liberismo è il male assoluto; l’austerità uccide; il libero mercato persegue il profitto a discapito di sicurezza e dignità umana. Sono solo alcune delle frasi molto in voga in questo periodo in cui per ogni evento tragico, dagli incendi in Grecia al crollo del ponte Morandi di Genova, il colpevole mediaticamente più appetibile è sempre lo stesso: il liberismo brutto e cattivo.
Prima di tutto, alcuni dati per smentire luoghi comuni molto diffusi. Un articolo del 23 agosto su Leoni Blog ha messo in fila una serie di numeri che mostrano chiaramente l’inconsistenza dell’affermazione secondo cui sull’altare del profitto sarebbero stati sacrificati i diritti e la tutela dei consumatori: è infatti falso che le autostrade in Italia siano le più care d’Europa (il pedaggio medio per chilometro percorso è inferiore a quello di Francia, Spagna e Portogallo) ed è altrettanto errato sostenere che il concessionario Autostrade per l’Italia non investa in sicurezza (nel 2016 ha addirittura speso il 2,3% in più di quanto inizialmente previsto dal Piano economico e finanziario).
Ma veniamo alla domanda più importante: quanto liberismo c’è nella vicenda delle autostrade? Ebbene, la risposta parrà ad alcuni sorprendente, ma è inequivocabile: poco. La società Autostrade S.p.a. fu privatizzata nel 1999 con trattativa privata e ad aggiudicarsi la quota più rilevante del capitale fu una società riconducibile ai Benetton, famiglia da sempre ben inserita nelle stanze del potere politico e molto generosa nelle elargizioni a tutti i partiti; la concessione per la gestione non è mai stata messa a gara pubblica, scade nel 2042 e buona parte dei suoi termini sono secretati. Di liberismo, di concorrenza, di libero mercato in tutto questo contesto ce n’è ben poco. Piuttosto, pare il classico schema all’italiana: la privatizzazione senza liberalizzazione così da poter garantire la prosecuzione, sotto le mentite spoglie dell’intervento privato, dello pseudo-capitalismo monopolistico di Stato.
Certo, c’è di peggio. Il problema è che questo “peggio” è esattamente ciò che ha in mente il Governo giallo-verde: la nazionalizzazione, portando totalmente il controllo delle autostrade nelle mani del nostro elefantiaco, burocratico ed inefficiente Stato; lo stesso Stato che in questi anni non ha avuto nemmeno le capacità di vigilare, come avrebbe dovuto fare attraverso la Direzione generale per la vigilanza delle concessioni autostradali dipendente dal Ministero dei Trasporti. Dichiara Lorenzo Saltari, professore di Diritto pubblico all’Università di Palermo e coautore del libro “Il regime giuridico della autostrade”, a Il Foglio del 25 e 26 agosto: «Il segmento maggiore della rete autostradale una gestione diretta statale non l’ha mai avuta, sarebbe una novità. Inoltre abbiamo un benchmark tra il modello di gestione – manutenzione – costruzione concessorio e quello in gestione diretta che è la Salerno – Reggio Calabria, appunto gestita dall’Anas». Insomma, se il Governo Conte proseguisse sulla strada annunciata, il futuro sarebbe il modello della Salerno – Reggio Calabria esportato in tutta Italia: il classico livellamento degli standard verso il basso che si vorrebbe perseguire anche quando ci si scaglia contro il sistema sanitario misto lombardo o le scuole paritarie. Ma l’esempio della eternamente in costruzione autostrada del Sud Italia non è un caso isolato, ma il sintomo più evidente della malattia rappresentata dalla mala gestio pubblica, che di certo non ci ha risparmiato eventi tragici: basti pensare ai crolli del viadotto lungo la Palermo – Catania nel 2015, del cavalcavia di Annone Brianza (Lecco) nel 2016 e di quello di Fossano (Cuneo) nel 2017.
La risposta alle inefficienze è, come sempre, una sola: più concorrenza, più libero mercato!

L’immigrazione tra realtà e propaganda.

L'immigrazione tra realtà e propagandaViviamo in un’epoca in cui la percezione dei fatti tende a diventare, spesso e volentieri, più importante della realtà. Ciò ha un impatto su diversi aspetti del vivere civile, ma influisce in maniera devastate su uno in particolare: il voto.
Tale fenomeno è fortemente riscontrabile per quanto riguarda il tema dell’immigrazione, rappresentato da molti partiti politici come “il Problema”, quello che più di ogni altro necessita di qualunque sforzo – anche al limite della legalità – pur di essere risolto. Cerchiamo, quindi, di mettere in fila numeri e fatti, smontando alcuni dei luoghi comuni più diffusi e dimostrando che gran parte degli elettori è vittima di una distorta percezione della realtà.
Primo luogo comune: è in corso un’invasione. Per dimostrare la falsità di questa affermazione basta prendere tre dati dell’Unhcr sulla situazione nel Mediterraneo: 1) Gli sbarchi in Italia da gennaio ad agosto 2018 sono stati 19.442, con una drastica diminuzione rispetto a 2017, quando furono complessivamente 119.369; 2) L’Italia non è il paese più colpito dal fenomeno sbarchi: da inizio anno, infatti, la Spagna ha dovuto affrontare ben 28.201 arrivi via mare. 3) Anche negli anni passati il nostro Paese non è stato il solo a fronteggiare gli sbarchi: nel 2015 in Grecia arrivarono dal Mediterraneo 856.723 immigrati, contro 153.842 sbarcati in Italia. Allargando lo sguardo dal numero degli sbarchi via mare alla percentuale di immigrati presenti nel Paese, le cose certo non cambiano: i dati Eurostat ci dicono che, tra i 28 Paesi dell’Unione Europea, ben 16 hanno una percentuale di immigrati sul totale della popolazione superiore alla nostra (da noi è circa il 7%; in Grecia, Spagna, Regno Unito, Francia e Germania è superiore all’8%; in Austria, Lituania, Croazia, Svezia ed Estonia è superiore al 10%). Gli stessi dati Eurostat, visibili nel grafico sotto, ci dicono anche una cosa molto più interessante: il nostro è il Paese con la percezione sul fenomeno più distorta, ossia con la maggior differenza tra il rapporto immigrati/popolazione percepito (24%) e quello reale (7%).
IMMIGRAZIONE REALE E PERCEPITA - EUROSTATSecondo luogo comune: più del 90% degli immigrati che sbarcano non ha diritto a rimanere. Anche questa affermazione è falsa. Infatti, se è vero che nel 2017 solo nell’8% dei casi analizzati è stato riconosciuto lo status di rifugiato, ci si dimentica di dire che esistono altre due fattispecie in base alle quali si ha diritto a rimanere sul suolo italiano: la protezione umanitaria (che nel 2017 è stata concessa nel 25% dei casi) e quella sussidiaria (concessa nell’8% dei casi analizzati). Ecco che quindi, considerando tutte queste circostanze, le proporzioni cambiano molto.
Terzo luogo comune: il Governo Conte ha fatto molto di più degli esecutivi precedenti per contrastare il fenomeno. In questo caso entriamo in un terreno più scivoloso, quello dell’analisi politica. Ciò nonostante, alcuni numeri e fatti ci permettono di dire che anche questa affermazione è falsa. Innanzitutto, i dati del Ministero dell’Interno mostrano che, al momento dell’entrata in carica dell’attuale esecutivo, gli sbarchi erano già diminuiti del 77,5% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. In secondo luogo, la tanto sbandierata “grande vittoria” di Conte al Consiglio Europeo sui migranti del 28 – 29 giugno 2018 si è rivelata, come prevedibile, una bufala: molti degli osservatori più esperti si erano accorti che i documenti ufficiali parlavano unicamente di ricollocamenti dei migranti su base volontaria, cambiando ben poco le cose rispetto alla situazione pre-vertice; ciò non impedì comunque a diversi mezzi di informazione e all’apparato di propaganda del Governo di raccontare con toni quasi agiografici dell’intrepido Presidente del Consiglio che, finalmente, era riuscito a farsi rispettare; la vicenda recente della Diciotti e le esternazioni del Ministro dell’Interno Salvini e di altri esponenti della maggioranza hanno confermato che di fake news di trattava. Infine, c’è un ultimo aspetto che deve essere considerato e che attiene al tema delle alleanze internazionali del Governo grillo-leghista: i dati Ispi ci dicono che dei migranti ricollocati dall’Italia, la maggior parte è andata a Germania, Svezia, Paesi Bassi e Spagna; sapete quanti ne ha accettati l’Ungheria di Orban? Zero. E la Polonia? Zero. Ecco, forse sarebbe il caso di interrogarsi su come sia possibile affermare di voler fare di tutto affinché l’Italia non diventi il “campo profughi d’Europa” e poi stringere alleanze con chi vorrebbe proprio una cosa del genere.
Ci fermiamo qui, anche se ci sarebbero molti altri luoghi comuni da sfatare. Ma ormai il senso di tutto ciò pare chiaro: ci sono partiti che, a fronte della loro totale inadeguatezza nell’affrontare i veri dossier caldi (vedi l’economia), fanno di tutto per creare un clima di paura e una percezione distorta del reale fenomeno dell’immigrazione, così da capitalizzare nell’urna elettorale. E l’opposizione non solo è incapace di spiegare la realtà delle cose, ma si presta al gioco della maggioranza, scendendo sul suo terreno e sfidandola su un tema in cui la sconfitta è certa. Speriamo che qualcuno riesca a riportare l’attenzione dell’opinione pubblica sui problemi reali, ché la discussione su temi cruciali come la Nota di aggiornamento del Documento di Economia e Finanza e la Legge di Bilancio è ormai alle porte.

Come cambia il concetto di cittadinanza.

Come cambia il concetto di cittadinanzaIl mutamento del concetto di Stato, occorso durante il ‘900, ha indubbiamente avuto una ricaduta sul concetto di cittadinanza stesso. Lo Stato non occupa più solamente un ruolo passivo nella tutela delle libertà dei propri sudditi, ma partecipa attivamente alla loro promozione e garanzia, in quanto la proliferazione di una nuova categoria di diritti – quelli sociali – implica per forza di cose l’avvento dell’interventismo statale nelle sfere private degli individui.
È in questo contesto che il concetto di cittadinanza muta pelle, caratterizzandosi come un’entità duplice: una cittadinanza verticale, ossia la sottoposizione dell’individuo rispetto l’autorità statale, che implica doveri ma allo stesso tempo genera richiesta di diritti; ed una cittadinanza orizzontale, contraddistinta dalla partecipazione ad una comunità di persone, la quale condivide un insieme di valori. Dall’altro lato invece la proliferazione di carte internazionali a tutela dei diritti umani – e le sentenze interpretative delle diverse corti costituzionali – hanno in parte svuotato il concetto di cittadinanza verticale, in quanto ogni Stato deve garantire i diritti dell’individuo ad ogni persona presente sul proprio territorio, e dunque anche ai non cittadini. Aggiungendo a quest’ultimo punto la rilevanza del fenomeno migratorio – e soprattutto l’importanza che oggi giorno esso assume nelle agende politiche – la cittadinanza diventa uno strumento di aggregazione, di accomunanza e di condivisione di valori.
Va però sottolineato come i diritti politici, siano rimasti esclusi da quel meccanismo di tutela precedentemente citato. In poche parole: spetta allo Stato stabilire chi goda o meno di essi, chi possa votare e chi no. Ora, questa non è una questione di poco conto, in quanto è tramite il voto e la partecipazione politica che si concretizza l’appartenenza ad una comunità, che si diventa parte integrante dello Stato, ma soprattutto è tramite esso che si tutela la propria libertà. D’altro canto, la stessa Dicharazione dei diritti della Virginia, alla section 6, sanciva il principio della “no taxation without representation”.
Lo sforzo attuato dagli Stati europei – e, arrancando, da quello italiano, è dunque quello di includere gli stranieri (o meglio i minori) in questo processo. La stessa costituzione italiana, all’art. 4, dice che il cittadino deve poter partecipare al progresso materiale e spirituale della società. Il progetto di legge in discussione al Senato, mira dunque a riconoscere la cittadinanza a quelle nuove generazioni che parteciperanno ad esso.
L’ Italia ha provato ad intraprendere un percorso diverso rispetto agli altri Stati europei: infatti, oltre a garantire lo status di cittadino ai minori nati in Italia e aventi almeno un genitore possedente il permesso di lungo periodo Ue (in linea con la volontà europea di giungere ad una progressiva parificazione di cittadini e soggiornanti di lungo periodo), ha elaborato un nuovo metodo di acquisizione della cittadinanza (sempre per i minori), legato alla frequenza e alla conclusione di un ciclo scolastico. Ecco qui ritrovato il concetto di cittadinanza orizzontale che accomuna gli Stati europei , i quali sono indirizzati a subordinare l’acquisto dello status di cittadino alla conoscenza spesse volte della storia e della struttura costituzionale e dei valori dello Stato concedente. Dall’altro lato però, gli Stati europei hanno rivolto tendenzialmente minore attenzione alle generazioni già presenti sul territorio, e a coloro che si stabiliscono qui (non minori), prevedendo tempi molto lunghi per attivare i processi di concessione della cittadinanza, non tutelando così coloro che per propria volontà si sono stabiliti, insieme alla propria attività, su quel territorio, partecipando al progresso dello Stato. I dieci anni previsti in Italia, sono infatti ben il doppio di quelli che sono stabiliti dalla legislazione americana, che subordina la concessione della cittadinanza al possesso della Green card e al soggiorno sul territorio Usa per un periodo di cinque anni, e ovviamente all’assenza di reati contro la moralità pubblica e alla conoscenza della lingua e al superamento di un test di conoscenza civica.
Indubbiamente la cittadinanza non è un qualcosa che va elargito a chiunque, ma è necessario un bilanciamento tra doveri e diritti, un compromesso tra una “cittadinanza di residenza”, ed una concessa solamente a posteriori, un punto d’incontro tra una partecipazione attiva legata alla condivisione dei valori italiani (o meglio occidentali) ed una conservazione pacifica (citando il padre del liberalismo John Locke) che ruoti intorno al concetto di proprietà e di libertà.

Legge elettorale e governabilità.

Legge elettorale e governabilitàIn questo periodo si discute ampiamente di legge elettorale, sopratutto a seguito della decisione del Governo di porre la fiducia sulla votazione di 3 articoli della Legge Rosato . Il dibattito, però, non verte solo sulla decisione del governo, ma anche in merito al fatto che questa legge elettorale – esattamente come quasi tutte le precedenti – non garantirebbe, per caratteristiche intrinseche, la governabilità.
Proprio riguardo al tema della governabilità, per quanto sia certamente vero che la legge Rosato – considerando i dati attuali dei partiti nelle proiezioni – sembrerebbe lungi dal garantire una situazione di stabilità, si deve comunque riconoscere che, percorrendo brevemente la storia italiana repubblicana, è facile intuire come, indipendentemente dalle leggi elettorali, una situazione di instabilità è sempre stata predominante. Sarebbe utile chiedersi quanto ciò dipenda, prima ancora che dalla legge elettorale in sé, dalla stessa Costituzione.
Per capire più nel dettaglio, è indispensabile fare un breve confronto con l’esperienza tedesca, la quale – a prescindere dal fatto che la Germania presenti una forma di stato federale – è caratteristica, allo stesso modo di quella italiana, di una Repubblica parlamentare con un’esperienza pre-costituzionale dittatoriale e di un sistema che non è mai stato completamente maggioritario ma, anzi, è soprattutto proporzionale.
Certamente, da un punto di vista storico, vi fu, al momento della stesura della Carta fondamentale, un approccio diametralmente opposto da parte dei costituenti italiani rispetto a quelli tedeschi. Infatti, in Germania, dove la costituzione fu redatta in un momento successivo, il ragionamento fu più o meno questo: il nazismo fu il frutto della Repubblica di Weimar, realtà che rappresentava la massima espressione della ingovernabilità e dell’impotenza totale degli esecutivi che portò a un caos dei partiti, ovvero l’impossibilità di trovare maggioranze stabili e, quindi, governi efficaci. Per questo motivo i costituzionalisti tedeschi pensarono di scrivere una costituzione che garantisse la governabilità, partendo anzitutto dal fatto che la fiducia del governo dipende dal solo Bundestag – l’Italia è l’unico paese al mondo con un bicameralismo perfetto in un sistema parlamentare – e poi passando dall’introduzione in Costituzione di due principi: una soglia di sbarramento fissa del 5% e, soprattutto, l’apprezzabilissimo meccanismo della sfiducia costruttiva, attraverso la quale un’opposizione per sfiduciare un governo deve disporre di un’alternativa definita – meccanismo che sarebbe utilissimo in un sistema che soffre di instabilità.
L’esperienza italiana, come detto, è partita da un presupposto contrario: i costituenti posero l’attenzione esclusivamente sulla natura del fascismo e sul fatto che esso governò incontrastatamente in un sistema totalmente privo di partiti e di controlli parlamentari e, di conseguenza, si pensò unicamente ad esautorare il potere esecutivo, privando i governi della stabilità. Ciò, conseguentemente, portò e tuttora porta ad una condizione di onnipotenza dei partiti, la quale, paradossalmente, assomiglia – seppur con le dovute specificazioni – all’esperienza di Weimar. Il fatto è che, poi, la Costituzione italiana viene spesso interpretata senza spirito critico: non raramente è citata dagli stessi italiani – molto probabilmente esageratamente e soggettivamente – come una tra le migliori al mondo e, in occasione di ogni tentativo di modifica nel senso di aumentare la stabilità dei governi, si tende a criticare il tentativo battezzandolo come tendente a un ritorno agli atteggiamenti fascisti.
È abbastanza emblematico pensare, in questo senso, che in Germania – che certo è una democrazia – ci sono leader che – pur essendo tra i più nobili della storia europea contemporanea, come Adenouer, Kohl e la stessa Merkel – hanno esteso i loro esecutivi per 12-16 anni.
È chiaro che, da questo punto di vista, anche la produzione della legge elettorale e la sua approvazione, in un sistema frammentato come quello italiano, diventa molto difficile da scindere dal più largo compromesso. È anche per questo che, spesso, in momenti rilevanti, i governi abusano dello strumento della fiducia, il quale non è affatto un meccanismo “eversivo”, soprattutto se utilizzato dopo il naufragio di un progetto di legge faticosamente mutuato e a pochi mesi dalla scadenza di una legislatura in assenza di una la legge elettorale unitaria per Camera e Senato – camere che, peraltro, solo per il fatto di essere elette una attraverso un’elezione su base regionale e l’altra su base nazionale, già di per sé non possono avere una composizione uguale neanche con la stessa legge.

Come funziona la nuova legge elettorale.

Come funziona la nuova legge elettoraleIl progetto di legge elettorale firmato dal deputato Dem Ettore Rosato è chiaramente un compromesso tra forze politiche sia delle maggioranza che dell’opposizione (nello specifico il Partito Democratico, Alterativa Popolare, Forza Italia e Lega) e questo emerge chiaramente della sua struttura.

Ne analizzeremo ora i punti salienti:

– ASSEGNAZIONE DEI SEGGI: vi è un doppio metodo di elezione che comprende i collegi uninominali (225 alla Camera più 6 in Trentino alto Adige e 1 in Valle d’Aosta; 109 al Senato più 6 in Trentino Alto Adige e 1 in Valle d’Aosta) per il 36%, quindi per 1/3 del totale dei parlamentari da eleggere (a differenza del 50% che era stato previsto nella prima legge Rosato, il cosiddetto “tedesco”, anche se in realtà era poco affine al sistema di elezione teutonico, che naufragò a causa del voto all’emendamento Biancofiore da parte del M5S, voto che, teoricamente segreto, fu palesato per errore); il restante 64% è, invece, eletto attraverso il metodo proporzionale (386 eletti nei collegi plurinominali alla Camera e 103 al Senato, con altri 12 deputati e 6 senatori eletti nelle circoscrizioni estere).

– COLLEGI UNINOMINALI: i collegi uninominali funzionano attraverso il meccanismo “first past the post”, ovvero vince il candidato (il quale sarà collegato a una o a più determinate liste) con più voti al primo e unico turno, anche se non ha la maggioranza assoluta.

– LISTE E SOGLIE DI SBARRAMENTO: il testo Rosato prevede soglie di sbarramento del 3% per la lista e del 10% per la coalizione (con l’eccezione delle liste relative alle minoranze linguistiche per le quali la soglia è del 20%) e non concorrono alla determinazione della cifra elettorale nazionale di coalizione i voti espressi alle liste collegate che abbiano conseguito su base nazionale una percentuale inferiore all’1%. Le liste saranno bloccate e brevi, con candidati non inferiori a due e non superiori a quattro. Vi è poi la specificazione del capo della forza politica.

– QUOTE DI GENERE: altra caratteristiche della legge è che essa prevede che nel complesso delle liste presentate nei collegi, sia per l’uninominale che per il plurinominale, nessuno dei due generi (nel caso del plurinominale si tratta dei capilista) può essere rappresentato per più del 60%.

– PLURICANDIDATURE: un candidato all’uninominale può candidarsi anche in collegi plurinominali, per un massimo di 5, ma non può però candidarsi in un altro collegio uninominale.

– ASSENZA DEL VOTO DISGIUNTO: la caratteristica più particolare e controversa deriva dal fatto che non esiste la possibilità di voto disgiunto, nello specifico: “Ogni elettore dispone di un voto da esprimere su un’unica scheda recante il nome del candidato nel collegio uninominale e il contrassegno di ciascuna lista, corredato dei nomi dei candidati nel collegio plurinominale”. Ciò appare molto discutibile poiché, in via di fatto, trasformerebbe il voto uninominale in un voto di lista (in questo la Legge Mattarella era diversa, per esempio, in quanto prevedeva due schede separate).

Regioni d’Europa in subbuglio: il federalismo si imporrà.

Regioni d'Europa in subbuglioUna delle più apprezzabili caratteristiche di un’idea, di un progetto o di un’analisi è senza alcun dubbio la sua lungimiranza, la sua capacità di imporsi e perpetuarsi in un lasso di tempo che non si limiti al periodo in cui essa venga esposta. Per questo motivo Gianfranco Miglio merita di essere considerato uno dei più grandi giuristi e politologi italiani del ‘900. La sua capacità di prevedere, alla fine della Guerra Fredda, che l’idea di Stato tradizionale sarebbe stata soppiantata dall’emergere di particolarismi in grado di minacciare l’assetto dello stesso, dovrebbe eliminare lo stupore che colpisce tutti noi quando ascoltiamo le notizie riguardanti la “divergenza di vedute” – se così la si vuole chiamare – tra il governo spagnolo e la Catalogna.
A partire dal 1989, infatti, ogni angolo del mondo ha conosciuto queste spinte autonomiste (o secessioniste) e il caso catalano giunge solo dopo quello scozzese, bavarese, basco, “padano” e via discorrendo. Questa lucida previsione di cosa avrebbe portato la fine del mondo bipolare – così come era inteso prima della dissoluzione dell’Urss – spinse l’ex preside della Facoltà di Scienze politiche presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano a sostenere la fine di una visione dello Stato come entità immutabile e la necessità per esso di modificare il suo assetto, al fine di assecondare tali cambiamenti, tramite un patto che ripartisca la sovranità fra due centri di potere, disegnando una struttura federale e mettendo in panchina la supremazia della politica. Quest’ultima caratterizza gli Stati non propriamente federali, quali ad esempio la Spagna stessa, il cui autonomismo differenziato permette al governo centrale e alle dinamiche politiche di prevaricare gli interessi delle comunità autonome stesse. D’altro canto, invece, negli Stati Uniti d’America (forse l’unico vero Stato federale esistente) la sovranità è divisa ed ogni Stato ha la capacità di imporre propri tributi. A differenza di quanto avviene in Spagna, però, il progetto di federalismo fiscale è la conseguenza dell’impianto costituzionale, non una concessione politica del governo centrale attuata mediante una legge organica, la quale può prontamente essere modificata o ritirata dallo stesso in nome dell’unità nazionale.
Inoltre, i cambiamenti che stanno intercorrendo a livello politico – e più in generale a livello globale – vanno tutti nella direzione di un bisogno di assecondare tali particolarismi. Dopo tutto, il partito non è più un produttore di ideologie, ma solo un propositore di figure che possano conciliarsi con la visione di leader che l’elettore vorrebbe. La globalizzazione ha sminuito il ruolo dei parlamenti nazionali, sempre più scavalcati da altri attori nei processi decisionali, e ha distrutto l’antica visione di confine inteso come recinto in grado di contenere un’etnia. Cambiamenti radicali che stravolgeranno i paesi europei, i quali dovranno trarre spunto dall’ esperienza americana, che invece è da sempre stata contraddistinta da tali elementi. Per questo motivo gli Stati devono comprendere il proliferare di queste ricerche di autonomia e cercare di indirizzarle in canali istituzionali, anticipando eventuali problemi come quello catalano – infatti Proudhon definiva il federalismo come un valido “placatore di masse”, in quanto in grado di armare la parte con la forza del tutto contro l’abuso del suo potere -, tramite una revisione del proprio assetto, da unitario a federale, garantendo una maggiore vicinanza tra il centro di potere e la popolazione, in rispetto del sacrosanto principio “no taxation without representation”, che in questo caso si può modificare in: “no taxation without a close representation”. Ecco perché l’Europa degli Stati Nazionali deve trasformarsi nell’Europa delle Macro-regioni, le quali dovranno essere disegnate sulla base di caratteristiche economiche e territoriali omogenee.
Per quanto riguarda l’Italia, il 22 ottobre potrebbe essere una data in grado di portare ad un (ri)inizio di tale procedimento: gli elettori di Lombardia e Veneto voteranno – legittimando i propri governi regionali a trattare con lo Stato – per una richiesta di maggiore autonomia (un trasferimento di competenze dalla sfera statale a quella regionale), da sancire mediante una legge approvata dalle due camere. E’ vero, come ho precedentemente affermato non basta: non basta il trasferimento di competenze per l’acquisizione della possibilità di dotarsi di una propria sovranità tributaria, non basta per giungere ad una rivoluzione dell’assetto statale. Ma i “non basta” sono solo l’inizio di un cambiamento, di un radicale mutamento all’interno del pensare collettivo. D’altronde, come affermava Miglio, “il federalismo si imporrà per forza delle cose”.