Ieri sera il Consiglio dei Ministri ha approvato il Documento di Economia e Finanza per il 2019 (di cui avevamo parlato in questo video, insieme a tutti gli altri documenti di finanza pubblica). Anche se per il momento non è ancora disponibile il testo definitivo (il che, ormai, è fatto abituale con questo governo), nel pomeriggio della giornata di ieri è circolata una bozza affidabile che ci permette di fare già qualche importante valutazione. Ciò che salta evidentemente all’occhio è che, come era inevitabile, l’esecutivo gialloverde si è alla fine dovuto scontrare con la dura realtà dei fatti, la quale poco ha a che fare con la propaganda e gli spot elettorali a cui abbiamo assistito da un anno a questa parte. Vediamo quindi di mettere brevemente in fila una serie di crudi numeri:
- Crescita: ricordate le mirabolanti previsioni degli esponenti di spicco del governo? Se la risposta è no, ci pensiamo noi a rifrescarvi la memoria: ad ottobre 2018, Salvini pronosticava una crescita per il 2019 del 2,5%; più o meno negli stessi giorni, Di Maio e l’allora Ministro Paolo Savona si accontentavano – si fa per dire – di un più modesto 2%; Conte a gennaio parlava di un +1,5% e ci raccontava di come questo sarebbe stato un anno bellissimo; la Legge di Bilancio, infine, pronosticava una crescita dell’1%. Bene, ora che abbiamo fatto questo breve ripasso, volete sapere qual è la stima inserita nel DEF? Un misero +0,2%. E anche allungando lo sguardo, le cose non vanno poi tanto meglio: da qui al 2022, l’Italia non vedrà mai una crescita superiore all’1%. A ciò si aggiunga – fate bene attenzione – il fatto che buona parte delle istituzioni internazionali giudica queste ultime stime ancora troppo ottimistiche, prevedendo il rischio concreto di una recessione (ossia di una variazione del PIL con il meno davanti);
- Spread: qui il rischio che il cervello di molti elettori grillo-leghisti vada in panne è elevatissimo. Guardate un po’ che cosa scrive il governo stesso: «I rendimenti a cui lo Stato si indebita sono un termometro della fiducia nel Paese e nelle sue finanze pubbliche» (pagina 10); «Negli anni successivi giocano invece un ruolo crescente nello spiegare la revisione al ribasso [delle prospettive di crescita] il più elevato livello dello spread sui titoli di Stato» (pagina 22). Ma come? Non era tutto frutto di un complotto interazionale ordito dalla finanza pluto-giudaico-massonica che nulla avrebbe a che fare con il reale stato di salute del Paese? Non era il nostro arditissimo Ministro Salvini a dichiarare che «lo spread ce lo mangiamo a colazione»?
- Reddito di cittadinanza e quota 100: veniamo ora alle due misure simbolo dei partiti al governo. Anche in questo caso, è bene rinfrescarci la memoria sulla propaganda del governo: il Ministro Di Maio per mesi ha parlato di misure che avrebbero favorito la crescita grazie ad un fantomatico “elevatissimo moltiplicatore”. Che cos’è questo benedetto moltiplicatore? È, per dirla in termini tecnici, la variazione del PIL reale o di un’altra misura dell’output causata da un incremento di un’unità di una variabile fiscale. Ossia: se il moltiplicatore è alto (quindi superiore all’unità), 1€ in più di spesa pubblica dovrebbe generare un aumento del PIL superiore ad 1€. Guardiamo ora a cosa scrive il governo nel DEF: il reddito di cittadinanza accrescerebbe il PIL rispetto allo scenario base di uno 0,2% a fronte di un onere per le finanze pubbliche dello 0,4%, il che significa un moltiplicatore ben inferiore ad 1; le misure sul fronte pensionistico, invece, hanno un impatto stimato sulla crescita sia del 2019 di un fantasmagorico ZERO;
- Occupazione: anche in quest’ultimo caso, la distanza tra le promesse delle «scimmie al volante» (per usare un’efficacie definizione di Alberto Forchielli) e la realtà è enorme. Che ne è stato del meccanismo del reddito di cittadinanza che avrebbe permesso l’incontro tra domanda e offerta nel mondo del lavoro e della celeberrima staffetta generazionale che doveva consentire l’assunzione di tre giovani per ogni prepensionato con quota 100? Spariti nel nulla: la valutazione dell’impatto macroeconomico complessivo delle misure in materia di reddito di cittadinanza e pensioni stima una riduzione – sì, avete capito bene: una riduzione – dell’occupazione dovuta a tali provvedimenti dello 0,2% sia nel 2019 che nel 2020.
Pare evidente che nulla è come ci era stato raccontato dall’esecutivo. Ora resta da capire che cosa succederà: il governo riuscirà ad invertire la rotta, anche considerando i pessimi segnali che arrivano dai saldi di finanza pubblica (vedi deficit e debito, anch’essi in deciso peggioramento rispetto alle stime di solo qualche mese fa)? I segnali non sono certo positivi, dato che è già partita la corsa a chi la spara più grossa in vista delle elezioni europee (la flat tax con più aliquote ma senza coperture è l’apoteosi dell’improvvisazione) e nulla si dice su dove trovare i miliardi necessari per disinnescare il già programmato aumento dell’IVA.
C’è solo da sperare che almeno una parte degli elettori esca dal sonno profondo in cui è caduta da più di un anno e lanci un segnale deciso già alla tornata del 26 maggio. Perché, come scriveva Voltaire, «coloro che ti fanno credere ad assurdità possono farti commettere atrocità».
La mobilitazione di massa in difesa di Domenico Lucano, sindaco di Riace, lascia in eredità un solo pensiero: gli Italiani sono proprio delle belle facce di bronzo. Perché esaltiamo il ruolo della famiglia, se poi difendiamo un sindaco accusato di organizzare matrimoni di convenienza? Perché crediamo nella libera concorrenza, se poi difendiamo un personaggio accusato di affidamento fraudolento diretto dei servizi di raccolta rifiuti? Un popolo che esalta la violazione della legge, che crede che l’applicazione della legge sia sottoposta a valutazioni morali, è un popolo che mira alla sua autodistruzione.
È vero, i numeri non sempre ci dicono tutto. Però è altrettanto vero che ciò che i numeri ci dicono non può essere ignorato, poiché sono dotati di una loro forza e di una loro inopinabilità che ci permette di usarli – e dopotutto questa è la mission de L’Asino di Buridano – per fissare dei punti fermi utili per orientarsi nello scenario politico.
Preoccupa ancor di più notare che i rendimenti offerti dai titoli italiani sono più alti di quelli del Portogallo, nonostante quest’ultimo abbia un rating creditizio peggiore: probabilmente i mercati già scontano un futuro declassamento dell’Italia, che potrebbe concretizzarsi già questo mese. È il caso di ricordare che attualmente il nostro Paese è solo due gradini sopra il livello junk (spazzatura), che se raggiunto impedirebbe alla BCE di acquistare i BTP nell’ambito del Quantitative Easing e di accettarli come collaterale nelle operazioni di finanziamento delle banche: un vero e proprio cataclisma per il nostro sistema finanziario.
Fin dalla nascita del governo giallo-verde, numerosi commentatori hanno evidenziato le numerose incongruenze e le possibili linee di divergenza all’interno della maggioranza. Al vicepresidente di due vicepresidenti – per usare un’efficace definizione di Vittorio Sgarbi – Giuseppe Conte veniva affidato il delicato incarico di tenere insieme istanze potenzialmente conflittuali: le teorie da decrescita felice con le esigenze del Nord produttivo, il movimentismo “de sinistra” alla Di Battista con la propaganda della paura di Salvini, il reddito di cittadinanza con la Flat Tax, e tutti gli altri punti programmatici che spingevano Roberto Fico a dichiarare che la Lega e il Movimento 5 Stelle sono «geneticamente diversi».
Il liberismo è il male assoluto; l’austerità uccide; il libero mercato persegue il profitto a discapito di sicurezza e dignità umana. Sono solo alcune delle frasi molto in voga in questo periodo in cui per ogni evento tragico, dagli incendi in Grecia al crollo del ponte Morandi di Genova, il colpevole mediaticamente più appetibile è sempre lo stesso: il liberismo brutto e cattivo.
Viviamo in un’epoca in cui la percezione dei fatti tende a diventare, spesso e volentieri, più importante della realtà. Ciò ha un impatto su diversi aspetti del vivere civile, ma influisce in maniera devastate su uno in particolare: il voto.
Secondo luogo comune: più del 90% degli immigrati che sbarcano non ha diritto a rimanere. Anche questa affermazione è falsa. Infatti, se è vero che nel 2017 solo nell’8% dei casi analizzati è stato riconosciuto lo status di rifugiato, ci si dimentica di dire che esistono altre due fattispecie in base alle quali si ha diritto a rimanere sul suolo italiano: la protezione umanitaria (che nel 2017 è stata concessa nel 25% dei casi) e quella sussidiaria (concessa nell’8% dei casi analizzati). Ecco che quindi, considerando tutte queste circostanze, le proporzioni cambiano molto.
Il mutamento del concetto di Stato, occorso durante il ‘900, ha indubbiamente avuto una ricaduta sul concetto di cittadinanza stesso. Lo Stato non occupa più solamente un ruolo passivo nella tutela delle libertà dei propri sudditi, ma partecipa attivamente alla loro promozione e garanzia, in quanto la proliferazione di una nuova categoria di diritti – quelli sociali – implica per forza di cose l’avvento dell’interventismo statale nelle sfere private degli individui.
In questo periodo si discute ampiamente di legge elettorale, sopratutto a seguito della decisione del Governo di porre la fiducia sulla votazione di 3 articoli della Legge Rosato . Il dibattito, però, non verte solo sulla decisione del governo, ma anche in merito al fatto che questa legge elettorale – esattamente come quasi tutte le precedenti – non garantirebbe, per caratteristiche intrinseche, la governabilità.
Il progetto di legge elettorale firmato dal deputato Dem Ettore Rosato è chiaramente un compromesso tra forze politiche sia delle maggioranza che dell’opposizione (nello specifico il Partito Democratico, Alterativa Popolare, Forza Italia e Lega) e questo emerge chiaramente della sua struttura.
Una delle più apprezzabili caratteristiche di un’idea, di un progetto o di un’analisi è senza alcun dubbio la sua lungimiranza, la sua capacità di imporsi e perpetuarsi in un lasso di tempo che non si limiti al periodo in cui essa venga esposta. Per questo motivo Gianfranco Miglio merita di essere considerato uno dei più grandi giuristi e politologi italiani del ‘900. La sua capacità di prevedere, alla fine della Guerra Fredda, che l’idea di Stato tradizionale sarebbe stata soppiantata dall’emergere di particolarismi in grado di minacciare l’assetto dello stesso, dovrebbe eliminare lo stupore che colpisce tutti noi quando ascoltiamo le notizie riguardanti la “divergenza di vedute” – se così la si vuole chiamare – tra il governo spagnolo e la Catalogna.