Metodo retributivo e metodo contributivo.

Articolo_3bisDopo aver spiegato la differenza tra sistemi a capitalizzazione e sistemi a ripartizione, nonché gli effetti dell’invecchiamento della popolazione su questi ultimi, è ora necessario affrontare un altro argomento basilare: come si calcola l’importo della pensione? I metodi utilizzabili sono principalmente due: il retributivo e il contributivo.

Metodo retributivo

Con il metodo retributivo, l’importo della pensione è parametrato alla retribuzione percepita negli ultimi anni della propria vita lavorativa. Facciamo un esempio semplificato: ipotizziamo che il signor Mario vada in pensione con 40 anni di anzianità contributiva e che, nell’ultimo quinquennio, il suo stipendio annuale sia stato di 35.000 €. Per calcolare l’importo annuo della sua pensione sarà necessario moltiplicare gli anni di anzianità, la retribuzione media finale e l’aliquota di rendimento (fissata per legge al 2% e progressivamente calante al crescere del reddito annuo): nel nostro esempio, dunque, 40 x 35.000 x 2% = 28.000 €.
Il calcolo esatto, secondo la normativa vigente, è un po’ più complicato (soprattutto per quanto riguarda l’individuazione della retribuzione media) e lo si può trovare sul sito dell’INPS, ma per i nostri fini espositivi quanto fin qui illustrato è più che sufficiente per capire il funzionamento generale del meccanismo retributivo.retributivo

Metodo contributivo
Con il metodo contributivo, l’importo della pensione è parametrato ai contributi versati e all’età in cui ci si ritira dal lavoro. Ai fini del calcolo, dunque, due sono gli elementi da tenere in considerazione: il cosiddetto montante contributivo (ossia la somma dei contributi versati ogni anno dal lavoratore nelle casse dell’INPS, rivalutati in base alla media quinquennale della crescita del PIL del paese) e il coefficiente di trasformazione (ossia un numero che cresce all’aumentare dell’età del neo pensionato). Facciamo anche in questo caso un esempio numerico: ipotizziamo che la signora Carla vada in pensione a 65 anni (il coefficiente di trasformazione, in questo caso, è fissato per legge al 5,326%) con un montante contributivo complessivo di 465.000 €. Per calcolare l’importo annuo della sua pensione basterà moltiplicare i due dati: 465.000 x 5,326% = 24.766 €.contributivo

Sistemi a confronto
Il metodo retributivo difetta di equità: mancando un legame diretto tra contributi versati e importo della pensione, può dare origine a situazioni “paradossali”. Per capire meglio questa cosa, prendiamo l’esempio esposto da Elsa Fornero nel suo libro “Chi ha paura delle riforme” (Università Bocconi Editore, 2018): Antonio e Marco hanno entrambi 62 anni e stanno per andare in pensione con la medesima anzianità contributiva (40 anni) e il medesimo montante (400.000 €); la retribuzione di Antonio è rimasta pressoché identica per tutta la sua carriera e, negli ultimi anni prima di andare in pensione, è pari a 36.000 €; Marco, invece, è partito con uno stipendio molto più basso ma ha avuto una carriera più brillante che lo ha portato a concludere la sua vita lavorativa con una retribuzione annua di 60.000 €. Applicando le formule del metodo retributivo sopra esposte, otterremmo una pensione annua di 28.800 € per Antonio e di 48.000 € per Marco, nonostante siano coetanei, abbiano lavorato lo stesso numero di anni e versato i medesimi contributi.
A ciò sia aggiunga che, con il metodo retributivo, il rischio demografico (di cui abbiamo parlato in questo articolo) è interamente a carico del sistema, ossia delle casse dell’INPS e delle future generazioni.

La situazione in Italia
Il metodo contributivo è stato, seppur con alcune modifiche nei dettagli del meccanismo di calcolo, l’unico applicabile dall’INPS fino alla riforma Dini del 1995. A seguito di tale intervento, ulteriormente rafforzato dall’azione del governo Monti nel 2011, il sistema pensionistico pubblico italiano ha iniziato una lenta transizione verso il metodo contributivo. Attualmente, i lavoratori possono essere divisi in tre gruppi:

    • Coloro i quali hanno iniziato a lavorare dopo il 1° gennaio 1996 si vedranno calcolata la propria pensione integralmente con il sistema contributivo.

    • I lavoratori che, al 31 dicembre 1995 avevano accumulato meno di 18 anni di contributi, usufruiranno di un sistema misto in base al quale una parte della pensione verrà calcolata con il retributivo (per la quota maturata al 31/12/1995) ed una parte con il contributivo (per la quota maturata dopo).

    • I lavoratori che, al 31 dicembre 1995 avevano già accumulato almeno 18 anni di contributi, usufruiranno di un sistema misto in base al quale una parte della pensione verrà calcolata con il retributivo (per la quota maturata al 31/12/2011) ed una parte con il contributivo (per la quota maturata dopo).

Ciò nonostante, gli effetti dei meccanismi precedenti alle riforme continuano a far sentire il proprio peso sui conti pubblici: secondo i dati INPS del 2018, le pensioni attualmente erogate calcolate integralmente con il metodo retributivo sono 10.370.656 (il 77,87% del totale), 2.305.178 sono quelle calcolate con il sistema misto (17,31%), mentre solo 641.685 sono state calcolate con il metodo contributivo (4,82%).
Tale squilibrio, unito all’invecchiamento della popolazione e ai tentativi di “smontare” la riforma Fornero effettuati dal governo Conte, mettono seriamente in pericolo la sostenibilità del sistema, come evidenziato di recente anche dalla Corte dei Conti.

metodi

Cosa accade se la popolazione invecchia.

Articolo_2Nel precedente articolo, abbiamo parlato della fondamentale differenza tra sistemi pensionistici a capitalizzazione e sistemi a ripartizione e abbiamo concluso domandandoci quali siano gli effetti su questi ultimi del progressivo invecchiamento della popolazione.
Affinché un sistema previdenziale sia in equilibrio è necessario che l’ammontare totale dei contributi sia uguale all’ammontare delle pensioni erogate nello stesso periodo. Se la popolazione invecchia e, di conseguenza, ci sono sempre meno giovani e sempre più anziani, l’equilibrio è messo in grave pericolo: diminuisce il numero di persone che “finanziano” l’Inps (tramite i propri contributi) ed aumenta il numero di quelle che ricevono pagamenti dallo stesso.
I dati demografici non sono un’opinione ma un fatto: l’Eurostat ci dice che nel 2005 il tasso di dipendenza degli anziani – ossia il rapporto tra il numero di persone in età non attiva (dai 65 anni in su) e il numero di quelle in età attiva (tra i 15 e i 64 anni) – era del 25% in tutta l’Unione Europea e del 29,4% in Italia; le proiezioni statistiche mostrano che entro il 2050 esso salirà al 50,3% in UE e sforerà quota 60% nel nostro Paese. In questo senso, è emblematico osservare l’evoluzione della piramide della popolazione italiana: se nel 1971 mostrava la classica forma triangolare (con un’ampia base di giovani ed un limitato numero di anziani), essa ha successivamente iniziato a rovesciarsi e col passare degli anni ci troveremo sempre più in una situazione di fortissima concentrazione della popolazione nella fascia di età over 60.

Piramide

Cosa fare?
Pare evidente che, date le premesse, sia necessario intervenire con dei correttivi per garantire la stabilità di lungo periodo del sistema. Tali interventi non sono mai banali: come abbiamo detto nel precedente articolo, un sistema pubblico a ripartizione non è equiparabile ad una semplice forma di risparmio, ma implica un patto intergenerazionale. Di conseguenza, riforme fatte oggi non incidono solo su chi è prossimo alla pensione, ma anche su chi una pensione la riceve già, su chi ha iniziato a lavorare da poco o non lo ha ancora fatto e addirittura anche su chi non è nemmeno ancora nato.
Le possibili soluzioni sono principalmente sei. Attenzione: quelle che seguono non sono nostre proposte (una nostra proposta la presenteremo nei prossimi mesi, quindi stay tuned) ma sono semplicemente la realtà dei fatti. Sta alla politica scegliere quale adottare (o se intraprendere un mix di più d’una). L’unica cosa che non è possibile fare è negarle tutte: ricordate bene che se un politico vi dice che non vuole fare nessuna di queste sei cose (o che, addirittura, vuole fare l’esatto opposto), allora vi sta mentendo.

  1. Ridurre le pensioni: in questo modo, a parità di contributi versati dai lavoratori, si ridurrebbe l’importo complessivo erogato dall’Inps, riportando il sistema in equilibrio;
  2. Aumentare i contributi: in questo modo, a parità di pensioni erogate, aumenterebbe l’importo complessivo incassato dall’Inps, riportando il sistema in equilibrio;
  3. Aumentare le tasse in generale: siccome il sistema è pubblico, un eventuale disavanzo tra entrate e uscite dell’Inps può essere coperto dallo Stato, facendo ricorso alla fiscalità generale;
  4. Aumentare l’età di pensionamento: così facendo aumenterebbe il numero di persone in età attiva (che versano contributi) e si ridurrebbe il numero di quelle in età non attiva (che ricevono la pensione), riportando il sistema in equilibrio;
  5. “Importare” lavoratori: se in Italia non si fanno più figli e la popolazione invecchia, l’afflusso di giovani lavoratori dall’estero può contribuire a ridurre il tasso di dipendenza;
  6. Passare ad un sistema a capitalizzazione: tale soluzione (intrapresa, per esempio, in Cile negli Anni Ottanta) garantirebbe la sostenibilità nel lungo periodo, ma avrebbe dei costi elevatissimi nel breve-medio termine a causa della necessità di restituire i contributi già versati dai lavoratori ancora in attività e di finanziare il pagamento delle pensioni in essere.

Quando d’ora in avanti incontrerete un amico o un parente che si lamenta dell’aumento dell’età di pensionamento deciso da Elsa Fornero nel 2011, ricordate loro quali erano (e quali sono) le alternative. Probabilmente non cambierà idea, ma vedrete che almeno si calmerà un po’.

Sistemi a capitalizzazione e sistemi a ripartizione.

Articolo_1Parlare di pensioni non è mai semplice: è un tema che accende gli animi. Basti pensare che Elsa Fornero, la quale ha dato il suo nome ad una delle più recenti riforme del settore, è ancora oggi costretta a muoversi con la scorta a causa delle minacce ricevute, il che – indipendentemente da come la si pensi sul merito del suo operato – dà l’idea di quanto il tema sia delicato.
È quindi necessario partire dalle basi, perché solo in questo modo è possibile intraprendere una discussione seria e consapevole sul tema delle pensioni: così come non parleremmo mai di fisica nucleare ad una persona che non sa nemmeno fare le addizioni, allo stesso modo dobbiamo iniziare col domandarci come funzioni un sistema pensionistico; in caso contrario, ogni ragionamento ed ogni proposta sarebbero privi di senso.
Il primo passo è chiarire la distinzione tra sistemi a capitalizzazione e sistemi a ripartizione. Per alcuni tale differenza pare scontata, ma così non è: se fermassimo un passante per strada e gli chiedessimo “Dove sono i tuoi contributi pensionistici?”, il più delle volte otterremmo come risposta “All’Inps”. Ma la realtà è diversa.

Sistema a capitalizzazione
In un sistema a capitalizzazione, il lavoratore versa i propri contributi ad un fondo pensione e questo li investe per conto del lavoratore in obbligazioni ed altri titoli finanziari, che formano il cosiddetto “montante contributivo”. Quando raggiunge l’età di pensionamento, al lavoratore viene pagato un importo mensile calcolato tenendo conto di quanto complessivamente versato, degli interessi e dell’aspettativa di vita media.
Il punto chiave è che il montante contributivo è reale: quei soldi – per usare un’espressione poco elegante – “sono lì”. In parole semplici: il lavoratore versa, il fondo pensione accumula e alla fine – in un certo senso – restituisce. In questo caso, i contributi previdenziali rappresentano una vera e propria forma di risparmio.10

Sistema a ripartizione
Il sistema pensionistico pubblico italiano, però, non è a capitalizzazione: è a ripartizione. In tale sistema, il lavoratore versa i propri contributi all’Inps, il quale non li investe per conto del lavoratore ma li utilizza immediatamente per pagare le pensioni in essere. Il montante contributivo, in questo caso, è puramente figurativo: è un numero che verrà utilizzato al momento opportuno per calcolare l’importo dell’assegno pensionistico, ma non ha alle sue spalle alcun “tesoretto” fatto di investimenti finanziari.
Alla base del sistema vi è un patto intergenerazionale (che i più cinici paragonano ad una sorta di Catena di Sant’Antonio): il lavoratore versa e l’Inps spende, e il tutto si regge sulla consapevolezza che domani – quando il lavoratore sarà diventato un pensionato – ci sarà una nuova generazione di contributori, i cui soldi permettano di pagare le pensioni in essere.11

E se la popolazione invecchia?
Il meccanismo funziona così per un motivo semplice: quando si è deciso di creare da zero un sistema previdenziale pubblico, era necessario trovare un modo per poter pagare da subito le pensioni a quella fascia di popolazione anziana che per forza di cose non aveva mai versato alcun contributo. Il patto tra generazioni inizia lì. Ma cosa succede se la popolazione invecchia? Quali sono le conseguenze per la stabilità del sistema se – per ragioni demografiche – aumenta sempre di più il numero di pensionati che ricevono pagamenti dall’Inps e parallelamente diminuisce il numero di giovani lavoratori che versano contributi? E quali sono i possibili interventi per evitare che l’intero meccanismo smetta di funzionare? Non sono quesiti banali – come invece si potrebbe supporre guardando le discussioni sul tema nei talk show – e proviamo a rispondere in questo articolo.