Nel precedente articolo, abbiamo parlato della fondamentale differenza tra sistemi pensionistici a capitalizzazione e sistemi a ripartizione e abbiamo concluso domandandoci quali siano gli effetti su questi ultimi del progressivo invecchiamento della popolazione.
Affinché un sistema previdenziale sia in equilibrio è necessario che l’ammontare totale dei contributi sia uguale all’ammontare delle pensioni erogate nello stesso periodo. Se la popolazione invecchia e, di conseguenza, ci sono sempre meno giovani e sempre più anziani, l’equilibrio è messo in grave pericolo: diminuisce il numero di persone che “finanziano” l’Inps (tramite i propri contributi) ed aumenta il numero di quelle che ricevono pagamenti dallo stesso.
I dati demografici non sono un’opinione ma un fatto: l’Eurostat ci dice che nel 2005 il tasso di dipendenza degli anziani – ossia il rapporto tra il numero di persone in età non attiva (dai 65 anni in su) e il numero di quelle in età attiva (tra i 15 e i 64 anni) – era del 25% in tutta l’Unione Europea e del 29,4% in Italia; le proiezioni statistiche mostrano che entro il 2050 esso salirà al 50,3% in UE e sforerà quota 60% nel nostro Paese. In questo senso, è emblematico osservare l’evoluzione della piramide della popolazione italiana: se nel 1971 mostrava la classica forma triangolare (con un’ampia base di giovani ed un limitato numero di anziani), essa ha successivamente iniziato a rovesciarsi e col passare degli anni ci troveremo sempre più in una situazione di fortissima concentrazione della popolazione nella fascia di età over 60.

Cosa fare?
Pare evidente che, date le premesse, sia necessario intervenire con dei correttivi per garantire la stabilità di lungo periodo del sistema. Tali interventi non sono mai banali: come abbiamo detto nel precedente articolo, un sistema pubblico a ripartizione non è equiparabile ad una semplice forma di risparmio, ma implica un patto intergenerazionale. Di conseguenza, riforme fatte oggi non incidono solo su chi è prossimo alla pensione, ma anche su chi una pensione la riceve già, su chi ha iniziato a lavorare da poco o non lo ha ancora fatto e addirittura anche su chi non è nemmeno ancora nato.
Le possibili soluzioni sono principalmente sei. Attenzione: quelle che seguono non sono nostre proposte (una nostra proposta la presenteremo nei prossimi mesi, quindi stay tuned) ma sono semplicemente la realtà dei fatti. Sta alla politica scegliere quale adottare (o se intraprendere un mix di più d’una). L’unica cosa che non è possibile fare è negarle tutte: ricordate bene che se un politico vi dice che non vuole fare nessuna di queste sei cose (o che, addirittura, vuole fare l’esatto opposto), allora vi sta mentendo.
- Ridurre le pensioni: in questo modo, a parità di contributi versati dai lavoratori, si ridurrebbe l’importo complessivo erogato dall’Inps, riportando il sistema in equilibrio;
- Aumentare i contributi: in questo modo, a parità di pensioni erogate, aumenterebbe l’importo complessivo incassato dall’Inps, riportando il sistema in equilibrio;
- Aumentare le tasse in generale: siccome il sistema è pubblico, un eventuale disavanzo tra entrate e uscite dell’Inps può essere coperto dallo Stato, facendo ricorso alla fiscalità generale;
- Aumentare l’età di pensionamento: così facendo aumenterebbe il numero di persone in età attiva (che versano contributi) e si ridurrebbe il numero di quelle in età non attiva (che ricevono la pensione), riportando il sistema in equilibrio;
- “Importare” lavoratori: se in Italia non si fanno più figli e la popolazione invecchia, l’afflusso di giovani lavoratori dall’estero può contribuire a ridurre il tasso di dipendenza;
- Passare ad un sistema a capitalizzazione: tale soluzione (intrapresa, per esempio, in Cile negli Anni Ottanta) garantirebbe la sostenibilità nel lungo periodo, ma avrebbe dei costi elevatissimi nel breve-medio termine a causa della necessità di restituire i contributi già versati dai lavoratori ancora in attività e di finanziare il pagamento delle pensioni in essere.
Quando d’ora in avanti incontrerete un amico o un parente che si lamenta dell’aumento dell’età di pensionamento deciso da Elsa Fornero nel 2011, ricordate loro quali erano (e quali sono) le alternative. Probabilmente non cambierà idea, ma vedrete che almeno si calmerà un po’.