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Quella lettera che abbiamo dimenticato.

Quella lettera che abbiamo dimenticatoLa settimana scorsa abbiamo pubblicato uno sfogo diretto verso i tantissimi politici, opinionisti e comuni cittadini indignati per il trattamento che la Germania e gli altri paesi del Nord Europa starebbero riservando all’Italia in questo momento di crisi, mancando di fornirle la solidarietà che – secondo i suddetti – sarebbe dovuta. Un episodio, ormai caduto nel dimenticatoio, è utile per capire come la responsabilità della situazione attuale sia da ricercare soprattutto nell’incapacità dell’Italia di sfruttare le occasioni che le vengono offerte e agire con lungimiranza: stiamo parlando della lettera della BCE dell’agosto 2011.
Nel pieno della crisi del debito sovrano e della tempesta finanziaria abbattutasi sui cosiddetti PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna), il governatore della Banca Centrale Europea Jean-Claude Trichet ed il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi (il quale non smetterà mai, durante tutto il suo successivo mandato a capo della BCE, di ricordare che al whatever it takes devono necessariamente accompagnarsi le riforme) firmano una lettera destinata al nostro governo per invitarlo ad adottare tempestivamente le misure necessarie a riformare il “sistema paese”, ad assicurare la sostenibilità delle finanze pubbliche e a placare la crisi di credibilità che rendeva impervio per l’Italia finanziarsi sui mercati.
Nella prima sezione della lettera, si indicano gli interventi necessari per accrescere il potenziale di crescita del nostro paese: l’aumento della concorrenza e della qualità dei servizi pubblici (da realizzare in particolare mediante radicali azioni di liberalizzazione e privatizzazioni su larga scala), il ridisegno dei sistemi regolativi e fiscali (così da sostenere la competitività delle imprese) e la riforma del mercato del lavoro (ossia rivedere il sistema di contrattazione salariale collettiva per permettere accordi a livello di impresa e le norme che regolano assunzioni e licenziamenti). Nella seconda parte, l’attenzione è rivolta ai conti pubblici e le indicazioni principali riguardano il taglio della spesa pubblica e la riforma del sistema pensionistico. Infine, la lettera si conclude con un invito a garantire una revisione della pubblica amministrazione, così da migliorarne l’efficienza e la capacità di assecondare le esigenze delle imprese.
Di tutto questo, poco o nulla è stato fatto (se non grazie alla Riforma Fornero e al Jobs Act), e quel poco è stato oggetto di contro-riforme da parte del Governo Conte-Salvini-DiMaio, responsabile dei deleteri Decreto Dignità e Quota 100. In un articolo pubblicato sul Foglio del 3 agosto 2019, Stefano Cingolani richiama il titolo di una celebre opera di Luigi Einaudi, “Prediche inutili”, e conclude: «Otto anni dopo [ora diventati quasi nove], le raccomandazioni della Banca Centrale Europea sono ancora inattuate. Prediche inutili? Ci vuole forse un’altra lettera o un’altra crisi da spread quando il debito italiano verrà di nuovo bocciato dai mercati, cioè dai risparmiatori che lo comprano?». La nuova crisi è arrivata e con lei il fondato timore che l’inevitabile incremento del debito pubblico possa rendere nuovamente l’Italia poco credibile agli occhi di chi deve prestarle denaro, e noi ci siamo fatti trovare impreparati. Ma, ovviamente, “è tutta colpa dell’Europa e della Germania”.

La cicala Italia e la formica Germania.

La cicala Italia e la formica Germania«In una calda estate, un’allegra cicala cantava sul ramo di un albero, mentre sotto di lei una lunga fila di formiche faticava per trasportare chicchi di grano. Fra una pausa e l’altra del canto, la cicala si rivolge alle formiche: “Ma perché lavorate tanto? Venite qui all’ombra a ripararvi dal sole, potremo cantare insieme!”. Ma le formiche, instancabili, senza fermarsi continuavano il loro lavoro: “Non possiamo! Dobbiamo preparare le provviste per l’inverno! Quando verrà il freddo e la neve coprirà la terra, non troveremo più niente da mangiare e solo se avremo le dispense piene potremo sopravvivere!”. “L’estate è ancora lunga e c’è tempo per fare provviste prima che arrivi l’inverno! Io preferisco cantare! Con questo sole e questo caldo è impossibile lavorare!”. Per tutta l’estate la cicala continuò a cantare e le formiche a lavorare. Ma i giorni passavano veloci, poi le settimane e i mesi. Arrivò l’autunno e gli alberi cominciarono a perdere le foglie e la cicala scese dall’albero ormai spoglio. Anche l’erba diventava sempre più gialla e rada. Una mattina la cicala si svegliò tutta infreddolita, mentre i campi erano coperti dalla prima brina. Il gelo bruciò il verde delle ultime foglie: era arrivato l’inverno. La cicala cominciò a vagare cibandosi di qualche gambo rinsecchito che spuntava ancora dal terreno duro e gelato. Venne la neve e la cicala non trovò più niente da mangiare: affamata e tremante di freddo, pensava con rimpianto al caldo e ai canti dell’estate. Una sera vide una lucina lontana e si avvicinò affondando nella neve: “Aprite! Aprite, per favore! Sto morendo di fame! Datemi qualcosa da mangiare!”. La finestra si aprì e la formica si affacciò: “Chi è? Chi è che bussa?”. “Sono io, la cicala! Ho fame, freddo e sono senza casa!”. “La cicala?! Ah! Mi ricordo di te! Cosa hai fatto durante l’estate, mentre noi faticavamo per prepararci all’inverno?”. “Io? Cantavo e riempivo del mio canto cielo e terra!”. “Hai cantato?” replicò la formica, “Adesso balla!”». La celebre favola di Esopo è la metafora più calzante per raccontare le trattative europee che si stanno svolgendo in questi giorni e le isteriche reazioni di molti politici italiani.
L’Italia è ovviamente la cicala, che per tanti anni ha cantato: ha cantato all’inizio del millennio quando, anziché sfruttare il “dividendo dell’Euro” (ossia il massiccio calo nella spesa per interessi sul debito conseguente all’introduzione della moneta unica) per fare le riforme, ha preferito usarlo per aumentare la spesa pubblica corrente; ha cantato negli anni post crisi del debito sovrano quando, alla possibilità di rimettere i conti in ordine offerta dalla flebile ripresa della crescita, ha opposto i bonus elettorali, i redditi di cittadinanza e le contro-riforme delle pensioni. Di contro, i paesi del Nord Europa (Germania in testa) sono le formiche: dopo l’unificazione il paese teutonico era considerato il “malato d’Europa” ma, mentre noi italiani cantavamo, ha intrapreso un piano di riforme (la cosiddetta Agenda 2010) che le ha permesso di trasformarsi nella “locomotiva d’Europa”; nel frattempo ha continuato, sia informalmente sia ufficialmente (le raccomandazioni annuali della Commissione Europea all’Italia sono lì a dimostrarlo), a spronarci a fare altrettanto. Abbiamo deciso di voltarci e non ascoltare.
Cosa chiede oggi la cicala Italia? Il punto in discussione non riguarda il poter spendere i nostri soldi quanto e come vogliamo: il Patto di Stabilità (da cui derivano i famigerati “vincoli europei”) è stato sospeso e il Presidente della Commissione Ursula Von Der Leyen ha dichiarato che i governi possono pompare nel sistema denaro finché serve. Il punto è che noi non abbiamo denaro da pompare perché lo abbiamo già speso e faremmo fatica ad indebitarci ulteriormente sul mercato perché lo stato delle nostre finanze pubbliche è già pericolante così; il tutto nonostante anni di inviti a sistemare le cose. Oggi chiediamo che i nostri partner europei, le formiche, firmino per noi una cambiale, “spendano” il credito e l’affidabilità duramente conquistati per garantire il nostro debito aggiuntivo; il tutto senza condizionalità, ossia lasciandoci liberi di utilizzare quei soldi come vogliamo, compresi i soliti sprechi. Voi prestereste soldi ad un conoscente rinomato per il suo vizio di giocare alle slot machine? Se la risposta è no – ed è molto probabile che sia così – allora pensateci due volte prima di prendervela con la Germania.
Sia chiaro: oggi l’Europa si trova dinnanzi ad una sfida cruciale e un passo avanti nell’integrazione, compresa la condivisione del rischio, è una soluzione opportuna per il presente e per il futuro; la rigidità dei paesi del Nord Europa potrebbe costare caro al progetto comunitario. Ma la solidarietà e la responsabilità viaggiano di pari passo: pretendere, anche con arroganza e vittimismo, è l’ultima cosa che siamo autorizzati a fare. E la lezione che deve essere imparata e ricordata bene quando ci troveremo nuovamente nella cabina elettorale è una sola: l’irresponsabilità si paga, sempre.

L’ennesima svolta autoritaria dell’Ungheria.

L'ennesima svolta autoritaria in UngheriaI recenti avvenimenti che riguardano l’Ungheria ricordano all’Unione Europea un’ulteriore problematica piuttosto imminente che – se mai ce ne fosse bisogno – va ad aggiungersi a quelle sanitaria ed economica. Difatti, la decisione del Premier ungherese Orbán di conferirsi pieni poteri (che a breve verrà approfondita) palesa la necessità da parte dell’UE di salvaguardare gli assetti democratici dei propri Stati Membri.
Con una maggioranza di 137 voti a favore e 57 contrari, ottenuta grazie al partito del Premier Fidesz (che, si pensi, a seguito delle contestate elezioni dell’8 aprile 2018 detiene ben 133 seggi sui 199 dell’Assemblea Nazionale, già ridotti rispetto ai 386 vigenti prima della riforma elettorale del 23 dicembre 2001, votata proprio durante i primi periodi del secondo governo Orbán) e ad alcuni voti provenienti dall’estrema destra, il Parlamento ungherese ha approvato la Legge di Autorizzazione per contrastare il Coronavirus. La legge, senza troppi giri di parole, attribuisce appunto pieni poteri al Premier, il quale potrà d’ora in poi governare per decreto, bloccare le elezioni e sospendere le leggi che sono già in vigore, di fatto congelando il ruolo dell’organo legislativo. La nuova legge prevede pene severissime per chi non rispetta il coprifuoco imposto dalle autorità (fino a 8 anni di carcere) e per chi diffonde notizie false (fino a 10 anni di carcere), non essendo poi chiaro chi potrà stabilire effettivamente la veridicità delle informazioni e – anche per via della vaghezza del testo – lasciando intatta la possibilità di includere in tali fattispecie anche qualsiasi tipo di manifestazione di dissenso politico e critica al governo.
L’elemento più grave di questa legge è però un altro: tutto ciò a cui si è appena accennato vale a tempo indeterminato. Si noti, a questo proposito, che le stesse opposizioni avevano effettivamente dichiarato la loro disponibilità a votare favorevolmente il testo qualora Orbán avesse provveduto a fornire una scadenza delle misure. Nonostante ciò, però, proprio per via della sproporzionata maggioranza di cui gode Fidesz, il Premier, oltre ad aver seccamente rifiutato la proposta, ha addirittura asserito che coloro che non si schiereranno dalla sua parte staranno “dalla parte del virus”.
È indiscutibile che tali misure siano gravissime, tanto più che vengono autorizzate da uno Stato Membro dell’Unione Europea. Ciò detto, però, agli occhi un osservatore informato, la mossa di Orbán non può certo costituire un elemento di sorpresa. Essa si pone a coronamento della strategia della cosiddetta democrazia illiberale che il Premier ha, neanche troppo gradualmente, instaurato in Ungheria a partire dal 2010 mediante l’erosione dell’indipendenza giudiziaria, le “leggi schiavitù” sul lavoro, la progressiva scomparsa dell’informazione libera (la maggior parte dei media indipendenti sono stati acquistati dagli oligarchi vicini alla figura di Orbán) e altri atteggiamenti di deriva autoritaria.
Non solo: la reiterata azione estremamente spregiudicata di Orbán costituisce una vera e propria umiliazione per l’UE, soprattutto se si considera che grandissima parte della rapida crescita economica del Paese magiaro verificatasi negli scorsi anni (la quale ha certamente contribuito ad arricchire la popolarità di Orbán, che è poi esplosa per via delle efficaci propagande anti-migranti di Fidesz durante le campagne elettorali per le elezioni politiche del 2018 e europee del 2019) si deve proprio alla sua appartenenza alla grande area commerciale europea e ai trasferimenti ricevuti dal bilancio di Bruxelles.
Ci si chiede, allora, cosa faccia e cosa possa fare l’UE per frenare le continue violazioni dell’Art. 2 del Trattato sull’Unione Europea (TUE), che detta i principi democratici e i diritti fondamentali sui quali si fonda l’intero progetto europeo. In realtà, a giudicare dalle informazioni disponibili sino ad oggi, ben poco. Sebbene l’adesione dei 13 eurodeputati di Fidesz sia stata congelata dal Partito Popolare Europeo (PPE) e l’Ungheria sia finita sotto la procedura contemplata dall’art 7 TUE per violazione proprio dei diritti contenuti nell’art 2 TUE già da tempo (su un dossier che si trascinava ormai da anni, accompagnato dall’apertura di numerose procedure di infrazione da parte della Commissione Europea), l’azione dell’Ue non riesce ad essere incisiva. Infatti, nonostante lo storico voto a favore del cosiddetto Rapporto Sargentini da parte del Parlamento Europeo nel settembre del 2018, per arrivare a sanzionare uno Stato Membro attraverso l’art 7 TUE, sinteticamente, è necessario il voto unanime del Consiglio dell’Unione Europea, estremamente improbabile solo se si considera che sarebbe necessario anche quello della Polonia che, oltre ad essere politicamente molto vicina all’Ungheria di Orbán (così come gli Paesi del Gruppo di Visegrád), è essa stessa al centro di un’altra procedura attivatasi mediante l’articolo 7 TUE in considerazione delle minacce relative all’indipendenza della magistratura.
In parole povere, l’UE si trova intrappolata nel suo stesso assetto giuridico e non riesce a porre limiti all’atteggiamento di un governo a capo di un Paese dal peso decisamente relativo.
In questo contesto, l’emergenza Coronavirus, in particolare, rischia, come si legge nel focus dell’ISPI del 31 marzo, di mietere la prima vittima tra le democrazie senza che l’UE riesca ad intervenire (ad oggi, nonostante gli sforzi del comitato europeo per le libertà civili, dalla Commissione Europea arrivano solo timidi richiami generalizzati). Alla luce di ciò, non può quindi stupire che, rileggendo oggi, a posteriori, l’art. 49 TUE e i cosiddetti Criteri di Copenaghen (in particolare, il criterio politico, laddove stabilisce la necessità della “presenza di istituzioni stabili, garanti della democrazia, dello stato di diritto e dei diritti umani”) per l’adesione all’UE, il caso dell’Ungheria possa sembrare alquanto paradossale. Del resto, questo concetto è ormai piuttosto conosciuto con l’espressione “Copenaghen Dilemma”: sebbene esista la possibilità di porre un veto sull’adesione di uno Stato candidato in base alla compatibilità di quest’ultimo con i diritti fondamentali, non esiste un meccanismo efficace per supervisionare la sua aderenza a tali valori a seguito dell’accesso.

La soluzione europea può arrivare dalla BEI.

La soluzione europea può arrivare dalla BEIÈ vero: questa crisi colpirà tutta l’Unione Europea. Per onestà intellettuale dobbiamo anche ammettere che gli Stati membri hanno approcciato questa situazione in condizioni economiche sensibilmente differenti, che di conseguenza permettono una differente risposta. Se da un lato questo non giustifica una mancanza di solidarietà tra Paesi le cui economie sono strettamente interconnesse, dall’altro è necessario affrontare il dibattito con responsabilità e disponibilità al compromesso. Compromesso che ovviamente non deve discostarsi troppo da quella che è la realtà sottesa a questo shock, così da comprendere effettivamente quelle che sono le priorità per arginare e ricostruire.
Come si è detto in un nostro articolo precedente, ci troviamo di fronte a uno shock di offerta che ha indotto a una generalizzata chiusura delle fabbriche, con un conseguente tendenziale azzeramento della produzione (anche in questo caso è necessario ammettere che una tale esigenza non si è presentata in egual modo in tutti i Paesi dell’Unione). È evidente dunque come i principali destinatari delle misure economiche devono essere le imprese (il Governo sembra averlo capito, seppur con ingiustificato ritardo). In particolare, per un Paese come l’Italia, fortemente trainato dalle piccole e medie imprese, ovvero dalle esportazioni, questa situazione rischia, in assenza di un intervento mirato e tempestivo, di creare danni esponenziali. Ci ripetiamo: è importante sottolineare che la crisi colpirà tutta l’Unione, ma la serrata delle fabbriche non è stata imposta in tutti gli Stati membri. Questo è un aspetto di estrema rilevanza. La concorrenza colpisce tanto quanto il virus, e una chiusura prolungata delle fabbriche, combinata all’assenza di liquidità per affrontare la cosiddetta “fase uno”, rischia di condannare alcune delle nostre imprese a perdere importanti fette di mercato, a scapito magari di produttori di altri Paesi in cui non si è resa necessaria la chiusura. Questa è una triste realtà, ma pur sempre la realtà.
La realtà in quanto tale va sempre affrontata. Noi stessi siamo costretti ad accettare che ci troveremo di fronte a un assodato aumento del debito pubblico, ovvero a un maggiore intervento statale nell’economia pubblica. Fidatevi, non è una situazione che ci fa fare i salti di gioia. Per questo è necessario che tale intervento sia mirato e competente, in modo da permettere alle nostre imprese di tornare competitive sul mercato il più in fretta possibile. Questa è una preoccupazione che non riguarda solo noi che scriviamo, ma che è altresì sottesa alle preoccupazioni dei Paesi del Nord per quel che concerne l’emissione dei cosiddetti coronabond. La lista dei motivi è lunga e ben nota, e ci siamo onestamente stancati di ricordare come i governanti abbiano sprecato le limitate risorse pubbliche di cui in condizioni normalità si disponeva per le manovre economiche.
È necessario dunque trovare una soluzione comune, in grado altresì di garantire agli altri Paesi che tali fondi non saranno gestiti in malo modo, e magari di convincerli che la ricostruzione che deriverà da tale soluzione andrà a beneficio dell’integrazione europea. È evidente a tal proposito che l’approccio del Ministro Gualtieri non risulta conciliante, nella misura in cui si ritiene che la risposta europea “sarà adeguata solo se comprenderà l’emissione comune di bond europei per finanziare i piani nazionali di risposta all’emergenza coronavirus”. L’Unione ha sino ad ora fatto molto per l’Italia (vedasi i 220 miliardi di titoli di Stato acquisiti dalla BCE, che ci permettono di fatto di innalzare il nostro debito respingendo, potenzialmente, una risposta negativa dei mercati), e ovviamente può fare ancora molto. È arrivato però il momento della reciproca comprensione.
Una proposta interessante ce la suggeriscono Cottarelli, Galli e Letta, ai quali si aggiunge la voce del Professor Quadro Curzio. La protagonista della risposta alla crisi dovrebbe essere la Banca Europea per gli Investimenti (BEI), che guarda caso è considerata la banca per lo sviluppo delle piccole e medie imprese. I primi tre propongono la creazione di una piccola istituzione ad hoc all’interno della BEI, la quale, coordinandosi con le altre istituzioni europee, dovrà emettere uno strumento di raccolta finanziaria denominato “Special Issue European Security” per raccogliere 300-400 miliardi di euro a lunghissima scadenza (30-50 anni). La BEI è infatti considerata una delle istituzioni più affidabili al mondo, e ha un potenziale economico maggiore di quello della World Bank. Questo consentirebbe altresì alla BCE di acquisire parte di tali obbligazioni, e, aggiungono Cottarelli, Galli e Letta, il MES potrebbe decidere di indirizzare parte delle sue risorse in questa direzione.
La BEI è dunque un’istituzione da non sottovalutare, perché permetterebbe agli Stati di approcciare la crisi non limitandosi dunque a un raggio temporale di breve periodo. Come giustamente sottolinea il Presidente di Confindustria Boccia su La Stampa, le imprese italiane dovranno affrontare due fasi. Nella prima fase, dovrà essere garantita loro la liquidità necessaria per poter riaprire. Nella seconda fase dovranno essere in grado di trasformare il debito accumulato in un debito di lungo periodo. La BEI dunque, alla luce della sua estrema affidabilità e della capacità di garantire prestiti a lunga scadenza, può essere la soluzione giusta per la ripartenza. Sarebbe dunque opportuno cavalcare gli spiragli di apertura provenienti da questa istituzione (essa ha recentemente deciso di attivare un fondo da 25 miliardi che ne mobiliterà 200) e di sfruttare la maggiore flessibilità prevista dal funzionamento della stessa, considerando che, a differenza del MES, non si prendono mai decisioni all’unanimità (se non in merito alla decisione di sospendere i prestiti).
Un ulteriore punto di interesse riguarda il fatto che la BEI potrebbe, per quanto riguarda l’Italia, agire per mezzo della Cassa Depositi e Prestiti, bypassando de facto il timore per gli altri Stati che i fondi da essa derivanti possano, transitando nelle mani del Governo, essere mal spesi. Come dice il Professor Paganetto su La Stampa, l’esempio della Kreditanstalt für Wiederaufbau (KfW) tedesca testimonia la desiderabilità dell’intervento di istituti che operano sul mercato, e che dall’alto delle loro specifiche competenze possono valutare le effettive esigenze per il Paese. Aggiungiamo noi, perché la Germania, che fa grande ricorso alle attività della KfW, dovrebbe dunque opporsi a un ruolo da protagonista della BEI?
La realtà ci impone però di affrontare la crisi che ci troveremo davanti, come si dice in guerra, senza lasciare nessuno indietro. Sono dunque legittime le preoccupazioni per il disordine sociale e la disoccupazione. Per quanto riguarda la seconda, essa è purtroppo un problema che precede questa emergenza. Un intervento mirato, e coordinato con l’Unione, ci permetterà potenzialmente di contenere l’aumento del numero di disoccupati derivante da una definitiva chiusura di migliaia di attività, e di affrontare le problematiche esistenti. Seguendo gli insegnamenti di Jacques Delors servirà un approccio pragmatico e rispettoso del principio di sussidiarietà, e la BEI è lo strumento ideale per una tale linea di intervento. Cottarelli propone di utilizzare gli “Special Issue European Security” per gli interventi a sostegno delle partite Iva e per quelli relativi al sistema sanitario. La BEI potrebbe, come si è detto, occuparsi della sopravvivenza e del rilancio delle piccole e medie imprese. Parallelamente l’intervento promesso dalla Commissione per mezzo del programma SURE, ci permetterebbe di affrontare con più serenità le inevitabili perdite di posti di lavoro. Lo Stato italiano sarà dunque chiamato a complementare quando sopra indicato, ovvero a sostenere le imprese di maggiori dimensioni e a prolungare la sospensione del pagamento delle tasse per le piccole e medie imprese. Come si è detto nel nostro articolo precedente, è necessario un approccio responsabile della nostra classe politica per convincere gli altri Paesi ad intraprendere questa strada, per mezzo di interventi strutturali, in grado altresì di consentire una crescita economica sostenibile.
Un approccio responsabile che potrebbe estendere lo spettro di cooperazione tra gli Stati membri, così da affrontare ulteriori problematiche che potrebbero originare da questa crisi, quali per esempio la precedentemente citata perdita di competitività di alcune imprese europee, alla luce anche del fatto che la Cina, che ha avuto la fortuna di “uscire” dall’emergenza in anticipo, è ipotizzabile non perderà l’occasione di acquisire importanti fette di mercato. Una cooperazione che potrebbe portarci anche a comprendere la necessità di stimolare la domanda a livello europeo, per mezzo di investimenti infrastrutturali transnazionali, magari lasciandoci definitivamente alle spalle quel retaggio culturale nazionalista tipico dell’Ottocento.

Cosa fare (e non) per l’emergenza economica.

Cosa fare (e non) per l'emergenza economicaIn un articolo apparso sul Foglio il 24 marzo e intitolato “Bisogna sfruttare la chiusura per riaprire il prima possibile”, gli economisti Luigi Guiso e Daniele Terlizzese hanno calcolato il costo del lockdown sul nostro Prodotto Interno Lordo: secondo le loro stime, se l’attuale chiusura dovesse arrivare a durare 45 giorni (come avvenuto in Cina), l’Italia perderebbe circa 9 punti percentuali di PIL. Uno scenario disastroso, che si verificherebbe in un contesto totalmente inedito: uno shock di offerta (e non, come siamo abituati nelle tradizionali recessioni, di domanda) con conseguenze di gran lunga peggiori rispetto al molto citato caso della distruzione provocata dalle guerre, le quali mai nella storia hanno spinto alla chiusura della quasi totalità delle fabbriche e ad un azzeramento della produzione. Una crisi così profonda per un’economia già debole come la nostra rappresenta un costo molto difficile da sostenere.

Preservare l’economia reale
La priorità numero uno deve, dunque, essere quella di mettere le attività nelle condizioni di continuare il più possibile a produrre (o comunque di riprendere a farlo il prima possibile) nel rispetto delle norme di sicurezza. Nel sopracitato articolo, gli autori propongono una serie di iniziative utili a ottenere tale obiettivo: dalla sanificazione dei luoghi di lavoro alle modifiche della turnazione (in modo da distribuire il lavoro su un arco temporale maggiore), dalla riorganizzazione degli spazi interni (per aumentare la distanza tra i lavoratori) all’effettuazione di screening sanitari all’ingresso e all’uscita (così da individuare i possibili asintomatici). Certo, si tratta di un enorme sforzo organizzativo, ma è necessario ricordare che ogni giorno di produzione guadagnata si traduce in un costo inferiore per la nostra economia.
Un tale approccio non può che essere accompagnato da una drastica riduzione dei molti vincoli inutili che l’eccesso di regolamentazione ha fatto gravare sulle nostre imprese. A questo proposito, è illuminante un passaggio della lettera di Alberto Mingardi al Foglio: «In punta di piedi, il fissato liberista fa osservare che là dove bisogna “fare presto”, le autorità stanno facendo di tutto per abbandonare quel “vincolismo” che in altri tempi le ha rese tanto fiere: si snelliscono i protocolli dell’Aifa, si producono mascherine anche al di fuori degli standard, si riqualificano aree ed edifici per farne ospedali da battaglia senza curarsi delle liturgie della pianificazione urbanistica. Si pensa, cioè, che chi ha voglia di fare qualcosa vada incoraggiato e considerato con favore, senza asfissiarlo di norme e adempimenti. È così che il fissato liberista vorrebbe che, anche in tempo di pace, funzionasse il rapporto tra stato e produttori». Come ha fatto notare Carlo Stagnaro nel suo paper “L’economia digitale ai tempi del coronavirus”, la riduzione del vincolismo dovrebbe riguardare soprattutto quel campo (negli ultimi anni molto bistrattato) che oggi tanto preziosamente ci consente di sfruttare le tecnologie digitali per, ad esempio, ricevere il cibo a casa.

Draghi e le misure economiche
Quali dovrebbero essere, invece, gli interventi economici del governo? In un articolo pubblicato sul Financial Times, Mario Draghi ha scritto: «È ormai chiaro che la nostra reazione dovrà far leva su un aumento significativo del debito pubblico. La perdita di reddito a cui va incontro il settore privato – e l’indebitamento necessario per colmare il divario – dovrà prima o poi essere assorbita, interamente o in parte, dal bilancio dello stato. […] Le banche devono prestare rapidamente a costo zero alle aziende favorevoli a salvaguardare i posti di lavoro. E poiché in questo modo esse si trasformano in vettori degli interventi pubblici, il capitale necessario per portare a termine il loro compito sarà fornito dal governo, sottoforma di garanzie di stato su prestiti e scoperti aggiuntivi». Un tale massiccio programma di sostegno alla liquidità delle imprese deve essere accompagnato da due ulteriori interventi suggeriti da Alberto Mingardi in un suo articolo sul Sole24Ore intitolato “Per evitare il collasso economico dare subito liquidità alle aziende”: il primo è rafforzativo della proposta di Draghi e consiste nell’azzeramento della tassazione sui rendimenti dei prestiti alle imprese e nella concessione di significative deduzioni fiscali per i fondi che gli imprenditori faranno confluire in azienda; il secondo attiene invece alla credibilità del Paese e implica un forte impegno di lungo periodo sullo stato della finanza pubblica, a partire da misure simboliche come l’abolizione di Quota 100 (e, aggiungiamo noi, da una drastica revisione di tutta la spesa pubblica corrente).

Statalismo alla riscossa
Come abbiamo già avuto modo di ricordare in questo articolo, le emergenze possono essere fonte di pericoli per l’ordine liberale, soprattutto a causa della tendenza a rendere permanenti misure introdotte al fine di fronteggiare temporaneamente le conseguenze di breve periodo della crisi. Sono bastate poche settimane per fornirci più di un esempio. Sia Vincenzo Visco che Fabrizio Onida hanno lanciato l’idea di introdurre una patrimoniale utile per mobilitare il risparmio privato e metterlo al servizio della ripresa: la possibilità di ritrovarci, alla fine di questa emergenza, con più tasse (in particolare sugli immobili) non è un’ipotesi così peregrina. Anche le parole, messe nero su bianco in un articolo per Repubblica, del consigliere economico di Palazzo Chigi Mariana Mazzucato (già nota agli amici de L’Asino di Buridano per la sua teoria secondo cui lo stato avrebbe inventato internet, di cui si parla in questo video) fanno capire chiaramente che per alcuni intellettuali il coronavirus è solo la scusa per riformare secondo i propri desiderata il sistema capitalistico e plasmare i mercati: salviamo oggi le imprese, per far loro fare quel che vogliamo noi domani. Certe toppe potrebbero essere ben peggiori del buco.

Il ruolo dell’Europa
In questi giorni si sta discutendo molto anche dell’esigenza che l’Unione Europea faccia la sua parte nella gestione di questa emergenza, come d’altra parte abbiamo scritto anche noi qui, sottolineando la necessità di una risposta europea omogenea. L’opinione pubblica e la politica stanno rivolgendo la propria attenzione a due temi, ossia gli Eurobond (o i Coronabond) e il Meccanismo Europeo di Stabilità: ne parliamo in questo articolo.

MES, Eurobond o Coronabond?

MES, Eurobond o CoronabondIn questi giorni si sta discutendo molto dell’esigenza che l’Unione Europea faccia la sua parte nella gestione dell’emergenza Covid-19, come d’altra parte abbiamo scritto anche noi qui, sottolineando la necessità di una risposta europea omogenea. L’opinione pubblica e la politica stanno rivolgendo la propria attenzione a due temi: gli Eurobond (o i Coronabond) e il Meccanismo Europeo di Stabilità. Cerchiamo quindi di capire di cosa si tratta.

Euro/Corona Bond
Gli Eurobond sono un tema spinoso e non nuovo in ambito europeo, considerando che furono proposti per la prima volta dall’ex Presidente della Commissione Europea Jacques Delors (in carica dal 1985 al 1995): si tratta di titoli di debito pubblico europei e presuppongono, quindi, una forma di mutualizzazione del debito, poiché la responsabilità ed il rischio sarebbero condivisi da tutti gli Stati membri. I Coronabond sono uno strumento del tutto simile, ma di carattere una tantum (ossia verrebbero emessi solo questa volta e non in maniera continuativa), finalizzato unicamente a far fronte all’emergenza in atto.
Perché non c’è accordo a livello europeo sulla loro introduzione? I profili di criticità sono principalmente due: (1) Essi non sono ritenuti una soluzione per l’immediato, in particolare a causa di questioni tecniche come l’eventuale modifica dei trattati o anche solo la creazione di un’apposita istituzione che si incarichi di emetterli. (2) La mutualizzazione del debito è una questione molto spinosa dal momento che i principali beneficiari sono paesi come il nostro che approfittano della crisi per inserire nei decreti emergenziali regalie e sprechi come gli ennesimi 700 milioni ad Alitalia.

Meccanismo Europeo di Stabilità
Il Meccanismo Europeo di Stabilità (MES, detto anche Fondo salva-stati) è una sorta di assicurazione comunitaria creata al fine di salvaguardare la stabilità finanziaria dell’eurozona, sostenendo i Paesi in difficoltà finanziarie. Nonostante le tante bufale sul tema propagandate nell’ultimo anno da partiti sia della maggioranza che dell’opposizione, oggi potrebbe rivelarsi lo strumento migliore per affrontare l’emergenza: come hanno scritto Lorenzo Codogno e Giampaolo Galli in un articolo sul Sole24Ore intitolato “Dal MES deve arrivare un salvagente per l’Italia”, l’Italia potrebbe avvalersi subito di una delle due linee di credito precauzionali previste per paesi che sono colpiti da shock avversi che sono al di fuori del loro controllo.
Il problema, però, è analogo a quello visto prima: le regole del MES prevedono la sottoscrizione di un “memorandum di intesa” (che richiede che il paese si sottoponga ad un programma di riforme e di aggiustamento dei conti pubblici), ma l’Italia e i paesi del Sud Europa stanno cercando di ottenere che l’accesso sia incondizionato. Gli altri partner europei possono fidarsi? Non sarebbe il caso, mentre chiediamo all’Europa di fare un passo avanti e venire incontro alle nostre richieste, di fare a nostra volta un passo di responsabilità ed affidabilità verso di loro, magari partendo – come proposto da Alberto Mingardi – da un gesto simbolico come l’abolizione di Quota 100?

Una proposta alternativa
Gianluca Codagnone e Thomas Manfredi, cofondatori di Liberi Oltre Le Illusioni, hanno lanciato una possibile soluzione alternativa in un loro articolo intitolato “Una Autorità sanitaria europea e un salute bond per battere Covid19” e apparso sul blog Econopoly. La proposta prevede la creazione di un’autorità sanitaria europea (EHA) che lanci un programma di emissioni obbligazionarie EHA COVID19 ABS con durata da 10-30 anni (la sigla ABS sta ad indicare titoli cosiddetti asset-backed, ossia garantiti dalle attività dell’autorità stessa). Il ricavato della vendita di tali obbligazioni verrebbe usato per strutture e attrezzature mediche (ospedali, laboratori, impianti di produzione di ventilatori, unità di terapia intensiva e tutti gli altri materiali che potrebbero essere necessari per affrontare una diffusione epidemica) e ogni Stato sarebbe lasciato libero di acquistare beni o servizi dalla rete EHA.
I vantaggi di tale proposta sono principalmente due: (1) Innanzitutto la natura dei titoli lascia molta flessibilità, dal momento che a crisi finita si potrebbe benissimo decidere di dismettere l’EHA, vendere i suoi asset e ripagare le obbligazioni anticipatamente. (2) Il fatto di essere specificatamente mirati a sostenere le spese per la sanità elimina l’eccessiva discrezionalità, evitando il rischio che i paesi meno seri possano approfittare dell’emissione di debito comune per finanziare misure clientelari.

Come reagire alla crisi che ci attende.

Come reagire alla crisi che ci attendeL’emergenza sanitaria causata dalla malattia Covid-19 e le sue conseguenze economiche – come era facilmente intuibile già da diversi giorni – stanno colpendo l’intera Unione Europea ponendo quest’ultima di fronte ad una sfida epocale, per molti aspetti profondamente diversa rispetto alla crisi dei debiti sovrani del 2010. In altre parole, si potrebbe dire che l’UME si trovi oggi ad affrontare uno shock simmetrico, a differenza dello shock asimmetrico che colpì Centro e Periferia a seguito della crisi economico-finanziaria. Questo significa che, oggi più che mai, è necessaria una risposta a livello dell’Unione Europea, evitando così elementi di divergenza tra le politiche degli Stati Membri poiché, per usare l’espressione di Giavazzi e Alesina, “siamo tutti sulla medesima barca”. Ciò significa anche che non è questo il momento per porre condizioni alle politiche fiscali dei diversi paesi, anche comprendendo quanto la comunicazione sia oggi essenziale per evitare uno shock negativo nei consumi (sempre citando Giavazzi e Alesina, “questa è una circostanza in cui promettere di spendere di più oggi se necessario potrebbe, alla fine, rendere le spese non necessarie”).
Più specificamente, è importante che la predisposizione delle risorse addizionali necessarie sia affidata ad un programma europeo di ampio spettro, quantomeno in termini di coordinamento, e non ai singoli Stati Membri in modo totalmente autonomo, con il rischio che emergano differenti punti di vista e che i mercati possano ritrovarsi a dubitare della solvibilità di alcune economie come nel 2010 (è infatti anche per evitare ciò che la BCE ha recentemente ampliato il suo programma di quantitative easing). Naturalmente, gli interventi di politica fiscale che sono oggi inevitabili devono essere, come suggeriscono Gaspar e Mauro, tempestivi, mirati e temporanei. In altre parole, questa crisi non può essere una ragione per una riduzione permanete (o sospensione) della tassazione e un aumento permanente ed indiscriminato della spesa. Anzi, il caso italiano insegna per l’appunto – se ce ne fosse ulteriore bisogno – l’importanza di mantenere una certa disciplina fiscale in tempi “normali” per paesi come il nostro, dove i conti pubblici sono particolarmente sotto stress: difatti, se l’Italia non avesse accumulato un rapporto debito/PIL superiore al 130% in periodi in cui l’economia cresceva, sarebbe oggi possibile spendere molto di più per far fronte a questa situazione di straordinaria eccezionalità.
Ciò richiama anche un’altra circostanza: il ruolo guida della Germania nella stabilizzazione dell’economia europea. Spesso, riferendosi al processo di aggiustamento macroeconomico all’interno dell’UME (che è notoriamente soggetta a pressioni deflazionistiche a causa di un eccesso di risparmio sull’investimento) ci si è appellati al ruolo attivo che i paesi che dispongono di spazio fiscale dovrebbero svolgere nello stimolo agli investimenti, in particolare proprio la Germania. Nella crisi sanitaria che si sta verificando in questi giorni, proprio lo spazio di manovra della Germania, che dispone di un debt ratio molto contenuto rispetto agli standard internazionali, diviene, appunto, fondamentale per tutta l’UE (ma anche per la stessa Germania, tanto più che, proprio l’economia tedesca è oggi notevolmente sotto pressione per via della sua forte dipendenza dalla domanda estera e dal settore industriale).
In generale, è necessario che l’Unione Europea si dimostri coesa e coordinata in un momento come questo e che gli interessi nazionali vengano subordinati a quello europeo. L’unico aspetto positivo di questa crisi è che essa potrebbe rappresentare una grande occasione per un ulteriore importante passo verso quell’integrazione europea spesso criticata (alcune volte comprensibilmente) ma quasi mai compresa fino in fondo per una profonda e generalizzata ignoranza storica. D’altro canto, però, un errore adesso potrebbe costare carissimo al progetto europeo e, più in generale, al futuro del continente.

Covid-19 e protezione dei dati personali.

Covid-19 e protezione dati personali“Vi controlliamo attraverso le celle telefoniche”. Queste le parole pronunciate dall’assessore al Welfare della Lombardia, Giulio Gallera, dopo aver riscontrato, per mezzo dei dati raccolti dagli operatori telefonici, che nella Regione quattro persone su dieci continuano a muoversi nonostante i divieti del governo. Un numero che è ovviamente allarmante – considerando soprattutto che, sulla base delle stesse informazioni, si riscontra che prima che scoppiasse l’emergenza le percentuali non si discostavano di molto da quelle sopracitate – e che testimonia probabilmente come il messaggio non sia stato recepito dai cittadini. Un’affermazione, quella di Gallera, che deve essere interpretata come un monito, e non come un’effettiva sorveglianza sui cittadini. Mettiamo le cose in chiaro: tali dati non permettono l’identificazione dei singoli individui, ma sono esclusivamente concernenti il tracciamento degli spostamenti in generale.
Un monito che però non deve essere sottovalutato in giorni difficili come quelli che stiamo vivendo. Sono state infatti diverse in questi giorni le dichiarazioni relative alla necessità di limitare la protezione dei dati personali dei cittadini italiani – e di quelli europei in generale – per sconfiggere il Coronavirus. Dagli esperti irlandesi che hanno espresso il proprio parere positivo circa la possibilità di appropriarsi delle password degli account Google, al Robert Koch Institute – l’istituto di sanità pubblica tedesco – il quale sta considerando l’utilizzo dei dati personali provenienti dai cellulari delle persone risultate positive, l’eco del successo della strategia sudcoreana risuona forte. I dati forniscono inoltre un’ulteriore spinta alle voci di coloro che spingono per utilizzare dette strategie: in Corea infatti, a parità di casi, il numero di decessi è inferiore. Questo è un dato che fa riflettere, in quanto è ovviamente irrisorio pensare che i sudcoreani siano più resilienti al virus degli italiani. Le strategie digitali, ovvero la limitazione del diritto alla protezione dei dati personali, possono dunque essere una risposta a detta di molti. In questi giorni ci si interroga dunque pesantemente sulle scelte da prendere a tal proposito. Ad ogni modo, è necessario considerare che all’interno dell’Unione Europea vige un regime di protezione dei dati personali differente da quello sudcoreano. Un regime che è indiscutibilmente il più stringente al mondo, ma che contiene comunque degli elementi di flessibilità. Procediamo però per gradi, incominciando da una disamina di quella che è stata la strategia messa in campo dalle autorità di Seul.
In Sud Corea si è sostanzialmente fatto uso di un’applicazione per smartphone sviluppata dal Ministero dell’Interno e della Sicurezza, la quale permette, a chi ha ricevuto l’ordine di non uscire di casa, di rimanere in contatto con gli assistenti sociali e di riferire i progressi fatti. Ovviamente tale applicazione utilizza il GPS al fine di tracciare le posizioni degli stessi, così da controllare effettivamente che non violino la quarantena. L’elemento attrattivo che induce all’utilizzo di tale app è la possibilità di controllare se nelle vicinanze ci sono altre persone contagiate. Per questo l’applicazione ha potuto riscuotere successo anche tra i non contagiati, considerato che in Sud Corea si è imposta la quarantena anche a coloro che sono entrati in contatto – anche essere stati nella stessa stanza di un individuo che ha mostrato i sintomi del Coronavirus – con un infettato. Le deroghe dunque derivano dall’utilizzo di un’applicazione, la quale permette agli interessati di conoscere le basi giuridiche e lo scopo del trattamento per mezzo dell’informativa e delle condizioni d’uso. In letteratura sono però molti gli studi che testimoniano la scarsa propensione alla lettura delle condizioni d’uso, ovvero la difficoltà relativa alla comprensione degli stessi. Problematiche dalle quali origina il cosiddetto fenomeno del “consent paradox”, che in questo caso rischia di essere esacerbato dalla sopramenzionata attrattività di tale applicazione, e dal senso di emergenza che per forza di cose deriva dal diffondersi del virus.
Sebbene, dunque, la strategia segua un approccio bilanciato, non è esente da criticità, soprattutto se si considera l’impianto normativo europeo in materia di protezione dei dati personali. A tal proposito, il Presidente del Comitato Europeo per la Protezione dei Dati, Andrea Jelinek – così come altre Autorità di controllo nazionali, tra le quali quella francese e quella danese – ribadendo come il GDPR presenta delle basi giuridiche per consentire alle autorità pubbliche di trattare i dati personali in situazioni di emergenza senza il consenso degli interessati, ha altresì ricordato come le stesse dovrebbero però condurre trattamenti concernenti l’ubicazione in modo anonimo – ecco spiegato perché ai sensi della normativa europea le affermazioni di Gallera sono meramente da considerarsi un monito – e dunque per mezzo di un’elaborazione di dati aggregati tali da impedire che tali possano essere convertiti in dati personali, come per esempio limitandosi alla rilevazione di concentrazioni di cellulari in un dato luogo.
La strategia sudcoreana dunque è un’opzione allettante, ma che mal si concilia con la normativa europea. Nonostante ciò, è doveroso sottolineare come essa, permettendo di ricostruire gli spostamenti dei soggetti infetti, permetterebbe altresì di imporre divieti nelle aree meno colpite dal virus. Un buon compromesso potrebbe dunque essere la possibilità di utilizzare delle strategie simili, omettendo alcuni dati, utilizzando le cosiddette tecniche di pseudoanonimizzazione e – ad esempio- permettendo esclusivamente ai cittadini di conoscere se un soggetto infetto sia stato in una determinata zona così da evitarla, o alternativamente alle autorità di comprendere dove siano potuti potenzialmente occorrere dei contagi. Una soluzione dunque che, nel rispetto del principio di minimizzazione, potrebbe essere presa in considerazione quando la situazione inizierà a “normalizzarsi”. Ricordiamoci infatti che, nell’ordinamento europeo, ogni limitazione dei diritti e delle libertà fondamentali – e la protezione dei dati personali è considerato un diritto fondamentale all’interno della Carta di Nizza – deve essere necessaria e proporzionata. Stiamo vivendo giorni in cui alla popolazione sono già imposte – giustamente – forti restrizioni alla libertà di movimento, e la stessa libertà di impresa è soggetta a forti interferenze. Ulteriori restrizioni, come quelle alla protezione dei dati personali, potrebbero risultare eccessivamente sproporzionate.
Siamo una democrazia, crediamo nello stato di diritto e nella tutela dei diritti e delle libertà fondamentali. Come già scritto qui, chiunque si definisca liberale non deve scordarselo e rimanere all’erta.

Essere liberali ai tempi del coronavirus.

Essere liberali ai tempi del coronavirusIl coronavirus ci sta mettendo a dura prova. E non c’è dubbio alcuno sul fatto che le sfide poste da questa emergenza non riguardano solo le settimane che ci prepariamo ad affrontare, ma anche il modo in cui vivremo in futuro. Quale dovrebbe essere, allora, l’atteggiamento di un liberale verso tutte queste questioni?

La sfida di oggi
Il confine tra necessità di tutelare la salute pubblica ed esigenza di difendere le libertà costituzionali è una linea molto sottile: un passo in meno del necessario può rendere inefficaci le misure adottate e mettere in crisi il nostro sistema sanitario; uno di troppo rischia di rappresentare l’inizio di un percorso verso l’autoritarismo. Sono dunque due le cose da fare.
Innanzi tutto, rispettare pedissequamente la quarantena e le misure fin qui introdotte: in uno stato di diritto gli atti normativi devono essere rispettati fino a che sono in vigore, poiché comportamenti irresponsabili da parte degli individui metterebbero seriamente a rischio la salute altrui.
Ma la seconda cosa da fare non è meno importante: verificare. Cosa? Per prima cosa che non vengano commessi abusi da parte delle forze dell’ordine, soprattutto vista l’elevata discrezionalità insita nelle norme emergenziali introdotte: per esempio, sono stati segnalati diversi casi di persone fermate e denunciate per essere uscite di casa a comprare il giornale o le sigarette nonostante il DPCM dell’11 marzo inserisca edicole e tabaccherie tra i negozi autorizzati a rimanere aperti. Ma soprattutto è necessario rimanere all’erta in merito a ciò che potrebbe essere ulteriormente introdotto: a questo proposito, la notizia che ai militari sarebbe stata concessa la qualifica di agenti di pubblica sicurezza, con la possibilità di fermare i passanti per verificare il rispetto delle misure emergenziali, non è un segnale particolarmente edificante.

La sfida di domani
Ancor più impervia è la sfida per domani. Peter Klein, in un articolo intitolato “Coronacrisis and Leviathan“, ci ricorda che la crescita dei poteri dello Stato nel XX secolo può essere spiegata innanzitutto da schemi di risposta alle crisi: come contromisure temporanee all’emergenza vengono introdotti nuovi programmi governativi, ma la maggior parte delle misure temporanee diventa poi permanente, esplicitamente o in forma rivista. Stiamo correndo questo rischio?
L’attacco alla sanità privata, l’invocazione di maggiore deficit, la credenza che per risolvere tutti i problemi basti un’iniezione extra di liquidità da parte della banca centrale, la volontà di calmierare i prezzi di alcuni beni, la simpatia per la “efficacia” di paesi totalitari come la Cina (contrapposta alla presunta inazione dell’Unione Europea) sono anch’essi segnali molto preoccupanti: non sarà lo Stato onnipotente a salvarci dal virus. E l’impegno dei liberali, nella battaglia comunicativa, dovrà essere più forte che mai.

Cosa accade se la popolazione invecchia.

Articolo_2Nel precedente articolo, abbiamo parlato della fondamentale differenza tra sistemi pensionistici a capitalizzazione e sistemi a ripartizione e abbiamo concluso domandandoci quali siano gli effetti su questi ultimi del progressivo invecchiamento della popolazione.
Affinché un sistema previdenziale sia in equilibrio è necessario che l’ammontare totale dei contributi sia uguale all’ammontare delle pensioni erogate nello stesso periodo. Se la popolazione invecchia e, di conseguenza, ci sono sempre meno giovani e sempre più anziani, l’equilibrio è messo in grave pericolo: diminuisce il numero di persone che “finanziano” l’Inps (tramite i propri contributi) ed aumenta il numero di quelle che ricevono pagamenti dallo stesso.
I dati demografici non sono un’opinione ma un fatto: l’Eurostat ci dice che nel 2005 il tasso di dipendenza degli anziani – ossia il rapporto tra il numero di persone in età non attiva (dai 65 anni in su) e il numero di quelle in età attiva (tra i 15 e i 64 anni) – era del 25% in tutta l’Unione Europea e del 29,4% in Italia; le proiezioni statistiche mostrano che entro il 2050 esso salirà al 50,3% in UE e sforerà quota 60% nel nostro Paese. In questo senso, è emblematico osservare l’evoluzione della piramide della popolazione italiana: se nel 1971 mostrava la classica forma triangolare (con un’ampia base di giovani ed un limitato numero di anziani), essa ha successivamente iniziato a rovesciarsi e col passare degli anni ci troveremo sempre più in una situazione di fortissima concentrazione della popolazione nella fascia di età over 60.

Piramide

Cosa fare?
Pare evidente che, date le premesse, sia necessario intervenire con dei correttivi per garantire la stabilità di lungo periodo del sistema. Tali interventi non sono mai banali: come abbiamo detto nel precedente articolo, un sistema pubblico a ripartizione non è equiparabile ad una semplice forma di risparmio, ma implica un patto intergenerazionale. Di conseguenza, riforme fatte oggi non incidono solo su chi è prossimo alla pensione, ma anche su chi una pensione la riceve già, su chi ha iniziato a lavorare da poco o non lo ha ancora fatto e addirittura anche su chi non è nemmeno ancora nato.
Le possibili soluzioni sono principalmente sei. Attenzione: quelle che seguono non sono nostre proposte (una nostra proposta la presenteremo nei prossimi mesi, quindi stay tuned) ma sono semplicemente la realtà dei fatti. Sta alla politica scegliere quale adottare (o se intraprendere un mix di più d’una). L’unica cosa che non è possibile fare è negarle tutte: ricordate bene che se un politico vi dice che non vuole fare nessuna di queste sei cose (o che, addirittura, vuole fare l’esatto opposto), allora vi sta mentendo.

  1. Ridurre le pensioni: in questo modo, a parità di contributi versati dai lavoratori, si ridurrebbe l’importo complessivo erogato dall’Inps, riportando il sistema in equilibrio;
  2. Aumentare i contributi: in questo modo, a parità di pensioni erogate, aumenterebbe l’importo complessivo incassato dall’Inps, riportando il sistema in equilibrio;
  3. Aumentare le tasse in generale: siccome il sistema è pubblico, un eventuale disavanzo tra entrate e uscite dell’Inps può essere coperto dallo Stato, facendo ricorso alla fiscalità generale;
  4. Aumentare l’età di pensionamento: così facendo aumenterebbe il numero di persone in età attiva (che versano contributi) e si ridurrebbe il numero di quelle in età non attiva (che ricevono la pensione), riportando il sistema in equilibrio;
  5. “Importare” lavoratori: se in Italia non si fanno più figli e la popolazione invecchia, l’afflusso di giovani lavoratori dall’estero può contribuire a ridurre il tasso di dipendenza;
  6. Passare ad un sistema a capitalizzazione: tale soluzione (intrapresa, per esempio, in Cile negli Anni Ottanta) garantirebbe la sostenibilità nel lungo periodo, ma avrebbe dei costi elevatissimi nel breve-medio termine a causa della necessità di restituire i contributi già versati dai lavoratori ancora in attività e di finanziare il pagamento delle pensioni in essere.

Quando d’ora in avanti incontrerete un amico o un parente che si lamenta dell’aumento dell’età di pensionamento deciso da Elsa Fornero nel 2011, ricordate loro quali erano (e quali sono) le alternative. Probabilmente non cambierà idea, ma vedrete che almeno si calmerà un po’.