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Il vento di libertà soffia ad Hong Kong.

Il vento di libertà soffia ad Hong Kong.PNGIl territorio di Hong Kong è stato per oltre un secolo una colonia britannica: dalla Guerra dell’Oppio nella prima metà dell’Ottocento fino al 1997, i cittadini di questo piccolo ma molto popolato fazzoletto di terra hanno potuto godere dello stile di vita occidentale e dei benefici del libero mercato; non a caso, Hong Kong è classificata al primo posto dell’Economic Freedom Index, ha un livello di PIL pro-capite superiore ai 61.000 dollari l’anno (posizionandosi così nella top 10 mondiale) e un tasso di disoccupazione di appena il 3%. Ma la libertà economica va di pari passo con il rispetto dei diritti umani: dalla libertà di religione a quella di espressione e di informazione, Hong Kong si mostra agli occhi del mondo come il terzo paese più libero del globo e il primo nella regione del Sud-est asiatico.
Questo status quo è, però, seriamente in pericolo: nel 1997 è scaduta la cosiddetta “Seconda Convenzione di Pechino”, stipulata nel 1898 e con cui la Cina concedeva l’affitto al Regno Unito per 99 anni. Dal 1° luglio di quell’anno, Hong Kong è tornata sotto la sovranità cinese diventando una regione amministrativa speciale della Repubblica Popolare Cinese e sono iniziati i tentativi della dittatura comunista di Pechino di reprimerne l’autonomia e le libertà: innanzitutto, il capo del governo di Hong Kong non è eletto dai suoi cittadini, ma da un comitato elettorale composto da un ristretto numero di persone e pesantemente influenzato dal governo cinese; nel 2017, è stata annullata l’elezione di due parlamentari che durante la cerimonia di insediamento si erano rifiutati di giurare fedeltà a Pechino; dal 2018 ha chiuso l’ultima libreria che pubblicava libri censurati in Cina.
Negli ultimi mesi la situazione si è aggravata a causa della proposta di emendamento alla legge sull’estradizione che prevede la possibilità di far processare dalle autorità di Pechino gli accusati di gravi crimini: tale intervento legislativo è considerato un grave attentato all’autonomia e alla libertà di Hong Kong, poiché comporterebbe anche l’estradizione degli oppositori politici. Nonostante tale proposta sia stata ritirata, le proteste non accennano a fermarsi, anzi: la richiesta di maggiore democrazia, indispensabile per difendere la società libera, coinvolge ormai tutta la popolazione e nei giorni scorsi sono stati quasi 2 milioni i cittadini di Hong Kong scesi in piazza.
La libertà, declinata in ogni sua forma, è un valore imprescindibile e un prerequisito indispensabile per il benessere economico e sociale: ad Hong Kong lo sanno bene ed è arrivato il momento che l’Occidente si schieri fermamente dalla parte della libertà e contro il socialismo ed ogni forma di collettivismo totalitario.

L’austerità che serve al nostro Paese.

L'austerità che serve al nostro PaeseTra qualche mese, il nostro Paese si troverà nuovamente impegnato in accese discussioni su Legge di Bilancio, saldi di finanza pubblica e austerità versus politiche espansive. Quale miglior modo, allora, di sfruttare la relativa tranquillità del mese di agosto se non leggere un buon libro e arrivare preparati a tale dibattito che, sicuramente, sarà infarcito di disinformazione e slogan propagandistici? Da questo punto di vista, il saggio di Veronica De Romanis “L’austerità fa crescere” (Marsilio, 2017) può essere un ottimo punto di riferimento.

Cos’è l’austerità?
Iniziamo dai concetti basilari: cos’è l’austerità? L’economista Veronica De Romanis spiega che tale parola «viene usata per descrivere tagli di spesa o incrementi di tasse necessari a riportare i conti in equilibrio dopo un periodo di finanze pubbliche fuori controllo. È impiegato in alternativa ad altre espressioni quali consolidamento fiscale, aggiustamento o stretta fiscale, conti in ordine o politiche di rigore. Tuttavia, il sostantivo che meglio qualifica questo concetto è “responsabilità”». Dopo aver dato questa definizione generale, viene immediatamente fatta una distinzione netta, ricordando le parole di Mario Draghi secondo cui «non tutti i programmi di austerità sortiscono lo stesso effetto sulla crescita»: da un lato, infatti, abbiamo l’austerità buona; dall’altro, l’austerità cattiva.

L’austerità cattiva
L’austerità cattiva si traduce in incrementi consistenti della tassazione e tagli leggeri (se non addirittura inesistenti) alla spesa pubblica; il suo effetto sulla crescita economica è recessivo. Un esempio di quanto questo tipo di austerità possa fare danni è rappresentato dal caso Grecia. Nonostante le accuse di miopia rivolte nel corso degli anni alle istituzioni europee, la responsabilità del disastro greco è da attribuire unicamente ai politici ellenici: non solo essi truccarono i conti per poter entrare nell’Euro, ma di fronte alla necessità di un consolidamento fiscale decisero in totale autonomia di colpire principalmente la classe media; la famigerata Troika (Commissione Europea, Banca Centrale Europea e Fondo Monetario Internazionale), infatti, indicò semplicemente l’obiettivo di riduzione del deficit da centrare, ma fu la politica greca a decidere di muoversi soprattutto sul fronte dell’incremento delle tasse (aumentate del 7%) e di ridurre la spesa pubblica di meno del 2%.

L’austerità buona
Al contrario, l’austerità buona prevede meno tasse, una riduzione della spesa pubblica (o una sua “revisione”, togliendo risorse alla spesa corrente per incanalarle verso investimenti e infrastrutture) e un corposo piano di riforme strutturali. L’effetto, in questo caso, può essere espansivo: l’autrice ci ricorda che «come dimostra l’evidenza empirica di numerosi studi, tagli di spesa, se accompagnati da liberalizzazioni e riforme nel mercato dei beni e del lavoro, comportano costi di gran lunga inferiori – in alcuni casi addirittura nessun costo – rispetto a inasprimenti delle tasse». Il caso di scuola da prendere in considerazione, opposto a quello greco, è in questo caso rappresentato dalla Spagna: tra il 2012 e il 2015, il disavanzo pubblico è stato ridotto dal Governo Rajoy di circa 6 punti di PIL, con un intervento che ha privilegiato il lato delle uscite (la spesa pubblica rispetto al PIL è calata di quasi il 5%) anziché quello delle entrate (che sono aumentate solo dell’1% e non in maniera generalizzata, dato che contemporaneamente le tasse sulle imprese sono state diminuite dal 30% al 25%); il piano di aggiustamento dei conti, inoltre, è stato accompagnato da un programma di riforme teso soprattutto a rendere più flessibile il mercato del lavoro e a ridurre l’impatto negativo della burocrazia. I risultati sono stati decisamente positivi: dal 2015, infatti, la Spagna registra una crescita economica maggiore rispetto alla media dell’Area Euro e il suo non è un caso isolato, dato che considerazioni analoghe possono essere fatte rispetto al consolidamento portato avanti da Vladis Dombrovskis in Lituania.

Una lezione per l’Italia
Il nostro Paese cosa può imparare da questa lezione? Che è arrivato il momento in cui la politica deve assumersi le sue responsabilità, soprattutto nei confronti delle future generazioni. Eccezion fatta per la parentesi montiana, l’Italia non ha mai davvero praticato l’austerità (che, purtroppo, fu del tipo cattivo durante il Governo Monti): ci siamo costantemente incamminati sulla via della cosiddetta “flessibilità” (che, in parole semplici, significa maggior debito sulle spalle dei giovani) e il governo gialloverde non è certo stato da meno, con la sua Legge di Bilancio incentrata su maggior spesa corrente (Quota 100 e Reddito di Cittadinanza) e innalzamento della pressione fiscale.
La ricetta, quindi, può e deve essere una sola: meno spesa, meno tasse, meno Stato. Perché, come scrive Veronica De Romanis, «a conti fatti, seguire politiche di rigore, arrestare la corsa del debito pubblico e quindi mettere ordine nelle finanze pubbliche, è fondamentale sotto molteplici aspetti: per lo sviluppo, per l’occupazione – di oggi e di domani -, per contare in Europa».

Conti pubblici: quali prospettive per il 2020?

Conti pubblici - prspettive 2020Estate, tempo di mare e di vacanze, ma anche tempo di manovre correttive e di prime ipotesi riguardo a cosa accadrà quando, negli ultimi mesi dell’anno, il governo gialloverde si troverà a dover mettere nero su bianco la Legge di Bilancio per il 2020. È quindi il caso di fare un piccolo “riassunto delle puntate precedenti” e di fare qualche congettura sul futuro, uscendo dall’eco chamber in cui pare rinchiuso il dibattito pubblico, monopolizzato dalla discussione sull’immigrazione e sui porti pseudo-chiusi.

La manovra correttiva
Dopo una lunga agonia caratterizzata da annunci dal balcone, tensione sui mercati e trattative con i partner europei, nella Legge di Bilancio varata a fine 2018 il governo Conte inserì un numerino: il 2,04% come obiettivo per il rapporto Deficit/PIL nell’anno 2019. Ma, a causa del deterioramento delle condizioni economiche (con la crescita del Prodotto Interno Lordo italiano ferma ben al di sotto del livello preventivato dall’esecutivo), il rispetto di tale target è stato messo fortemente in pericolo e dunque la maggioranza gialloverde è stata costretta ad intervenire con una manovra correttiva, approfittando della distrazione dell’opinione pubblica (impegnata ad accapigliarsi sul caso Sea Watch e successivamente sugli scandali dei fondi russi e di Bibbiano) e rimangiandosi tutte le promesse demagogiche fatte in precedenza (non è passato molto tempo dalla puntata di Otto e Mezzo del 5 giugno in cui, alla domanda di Lilli Gruber: «Farete una manovra correttiva?», il Ministro Salvini rispondeva: «Ma figurati!»).
Vediamo, quindi, cosa prevede questa manovra. L’ammontare complessivo di risorse recuperate tramite tale intervento è di circa 7,6 miliardi di euro (l’equivalente di quello 0,4% di PIL necessario per riportare il deficit dal 2,4% a quel 2% concordato l’anno scorso con l’Europa) e si ripartisce così:

  • Lato entrate: circa 6,2 miliardi sui 7,6 totali della manovra derivano da maggiori entrate, in particolare si tratta di 3,5 miliardi di extra-gettito fiscale e contributivo derivante principalmente dall’implementazione della fatturazione elettronica e dalla chiusura di contenziosi fiscali con imprese private come Gucci (quindi si tratta, in parole semplici, di risorse sottratte all’evasione), più 2,7 miliardi di maggiori entrate non fiscali, ossia maggiori utili e dividenti arrivati al Ministero dell’Economia e delle Finanze da Banca d’Italia e Cassa Depositi e Prestiti (che negli stessi giorni ha emesso un maxi bond da 1,5 miliardi, il che significa che ha peggiorato significativamente la sua posizione finanziaria netta e che quei soldi inclusi in manovra sono, di fatto, sempre soldi dei cittadini investitori);
  • Lato uscite: 1,5 miliardi di minori spese per le due misure bandiera del governo, Quota 100 e Reddito di Cittadinanza.

Abbiamo così risolto tutti i nostri problemi di bilancio? Assolutamente no. I motivi sono due: (1) la maggior parte della manovra è di natura non strutturale, e quindi si tratta di risorse su cui l’anno prossimo molto probabilmente non potremo contare; (2) le prospettive di bilancio per il 2020 restano pessime, dato che – come vedremo tra poco – il governo sarà costretto a trovare ingenti risorse per evitare l’aumento dell’Iva e far fronte a tutte le sue promesse (non a caso, il commento migliore è quello di Mario Seminerio che ha intitolato il suo articolo sulla manovra “Rinviata è la tempesta, odo grulli far festa”).
P.S. il fatto che l’extra-gettito derivante da una minor evasione (ossia i 3,5 miliardi dalla fatturazione elettronica e dalla chiusura dei contenziosi tributari) sia andato a coprire buchi di bilancio anziché a finanziare una riduzione della pressione fiscale è l’ennesima riprova che, in Italia, la favoletta del “pagare tutti, pagare meno” è una menzogna bella e buona.

Quali prospettive per il 2020?
Veniamo ora alle questioni veramente dolenti: come si muoverà il governo nel momento in cui dovrà scrivere la Legge di Bilancio per il prossimo anno? Gianluca Codagnone, nella canonica “Chiacchierata del mercoledì” con Michele Boldrin, Thomas Manfredi e Costantino De Blasi (il cui video trovate qui), ha cercato di riassumere quale potrebbe essere la situazione. Basandosi sull’ipotesi che il target di bilancio per il 2020 consisterà principalmente in un rapporto Deficit/Pil dell’1,5% (poiché questo è ciò che ragionevolmente si aspettano le istituzioni europee), si prevede che il governo intenda spendere circa 57,3 miliardi di euro così ripartiti:

  1. Cancellazione dell’aumento dell’IVA (23,3 miliardi);
  2. Spese annuali da rifinanziare (4 miliardi);
  3. Saldo extra-budget con l’Unione Europea (6 miliardi);
  4. “Copertura” del probabile calo delle entrate fiscali dovuto ad una crescita nominale inferiore a quanto preventivato nella precedente Legge di Bilancio (8 miliardi);
  5. Taglio delle tasse promesso da Salvini (che non chiamiamo e non chiameremo flat tax, poiché NON È una flat tax, e che dovrebbe costare circa 16 miliardi).

Le possibili coperture di cui si è sentito parlare in questi mesi, invece, riguardano:

  1. Spending review (4 miliardi);
  2. Minori spese per Quota 100 e Reddito di Cittadinanza (5 miliardi);
  3. Taglio di deduzioni e detrazioni (3 miliardi);
  4. Cancellazione del Bonus 80 euro di Renzi (10 miliardi).

Da questa veloce panoramica possiamo subito vedere due grossi problemi: (1) non ci sarà alcuna vera riduzione delle tasse, dato che il taglio promesso da Salvini verrebbe coperto quasi interamente da incrementi di altre tasse sotto forma di cancellazione di alcune deduzioni e detrazioni e del bonus fiscale di Renzi; (2) sic stantibus rebus a fronte di oltre 55 miliardi di maggiori spese o di minori entrate, le coperture ammontano solo a 22 miliardi, il che significa che o il Deficit/PIL esploderà al 3,5% (ben due punti percentuali oltre il target, con le ovvie disastrose ripercussioni sia in termini di turbolenza sui mercati finanziari sia di rapporti con i partner europei) o il governo sarà costretto a lasciar aumentare – almeno in parte – l’IVA per coprire tale differenza.
La conclusione è ovvia: aspettiamoci un altro autunno caldo sull’orlo del precipizio, col timore che l’ala dei “Lirettanti allo sbaraglio” della maggioranza (leggi Borghi e Bagnai) cerchi a tutti i costi l’incidente utile per giustificare l’uscita dall’Euro.

I MiniBot sono una “cagata pazzesca”.

I MiniBot sono una cagata pazzescaUna mozione parlamentare approvata alla Camera la settimana scorsa ha portato all’attenzione dell’opinione pubblica nazionale il tema – in realtà già molto discusso nell’agorà di Twitter – dei MiniBot.
Lo strumento è stato proposto per la prima volta dal Presidente della Commissione Bilancio della Camera Claudio Borghi – quello che crede che la Spagna sia uno dei paesi fondatori dell’Europa, per capire il livello del personaggio – e sarebbe apparentemente finalizzato a risolvere il problema dei debiti arretrati della pubblica amministrazione verso le imprese. Come funzionerebbero? Semplice: poniamo che il Signor Mario abbia un credito verso lo Stato di 10 milioni; lo Stato lo ripaga emettendo MiniBot, ossia titoli di stato di piccolo taglio (10, 20, 50, 100 euro); il Signor Mario, a questo punto, potrà utilizzare quei 10 milioni in MiniBot per pagare le tasse. Ma quali sono i problemi e i rischi legati all’introduzione di tale strumento?

I debiti verso le imprese
Iniziamo dalla prima domanda che dovremmo sempre porci di fronte ad una proposta politica: è utile per risolvere il problema per la quale è stata pensata? La risposta, in questo caso, è netta: no. Di fatto, se tutti i MiniBot fossero immediatamente utilizzati per pagare le tasse, l’operazione si ridurrebbe semplicemente ad una temporanea riduzione del carico fiscale sulle imprese creditrici nei confronti dello Stato. Peccato che se lo Stato non ha i soldi per ripagare i suoi debiti, non li ha neppure per far fronte a tale calo delle entrate (stiamo parlando, a seconda delle stime, di un importo che varia tra i 60 e i 100 miliardi di euro). L’unica soluzione sarebbe, a quel punto, aumentare altre tasse o il debito pubblico, con effetti deleteri sull’intera economia ed anche su quelle imprese che “beneficiano” dello strumento MiniBot. Ovviamente, una strada alternativa potrebbe essere quella di ridurre la spesa pubblica per un importo equivalente, ma un anno di attività di questo governo ci suggerisce che l’intenzione sia esattamente opposta.

Monete parallele ed uscita dall’Euro
A questo punto, dobbiamo porci un’altra domanda: non è forse che il fine ultimo di tale strumento sia diverso da quello che viene raccontato? Il programma della Lega per le elezioni politiche del 2018 dice che «se emessi in sufficiente quantità [i MiniBot] potrebbero diventare un sistema di pagamento alternativo rispetto a quello con le attuali banconote»; inoltre, in un video d’archivio ripostato su Twitter dal blogger Pietro Raffa, Claudio Borghi li definisce come «un espediente per uscire dall’euro in modo ordinato e tutelato». Come scrive il professor Tommaso Monacelli nel libro “Cosa succede se usciamo dall’Euro” (a cura di Carlo Stagnaro, IBL Libri), le finalità di questo strumento sono, quindi, principalmente due: da un lato, introdurre in Italia una moneta parallela all’Euro (infatti il Signor Mario, anziché utilizzare i suoi MiniBot per pagare le tasse, potrebbe impiegarli per pagare il suo fornitore, il Signor Carlo, il quale – in teoria – li accetterebbe in virtù della “garanzia” statale); dall’altro, monetizzare il deficit, ossia finanziare una riduzione della tasse stampando moneta. Il tutto sarebbe in palese violazione dei trattati europei e fungerebbe da preludio all’inevitabile uscita del nostro Paese dall’Euro.

Eccoci, dunque, nuovamente alla domanda iniziale: quali sono i problemi e i rischi legati all’introduzione di tale strumento? I MiniBot sono il classico escamotage del Governo gialloverde, che a parole dichiara di non voler assolutamente portare l’Italia fuori dall’eurozona, ma coi fatti va in tutt’altra direzione. Una direzione che punta verso il baratro, verso il ritorno alle politiche della Prima Repubblica fatte di svalutazioni competitive, inflazione galoppante e debito pubblico. In pratica, anziché risolvere i problemi che attanagliano il nostro Paese, torneremmo alle pratiche che li hanno originati, aggravando ulteriormente la già complicata situazione odierna. In molti non stanno comprendendo questo rischio: è necessario opporci con tutte le nostre forze!

Il momento della diplomazia.

Il momento della diplomaziaDopo la lettera pervenuta, in via del tutto eccezionale, al ministro Tria dalla Commissione Europea, ora l’Italia deve cominciare a pensare alla diplomazia. Se è vero che il tema in questione è squisitamente tecnico, il governo gialloverde, per evitare lo spettro di una procedura di infrazione che potrebbe avere ricadute pesantissime, dovrà concentrare le sue forze nel negoziato politico.
Infatti, seppur la procedura di infrazione sia una misura che colpisce il paese che ne è destinatario, è altrettanto vero che sarebbe piuttosto ingenuo credere che una decisione di questo tipo possa non avere ripercussioni sull’Unione Europea stessa. In particolar modo, verosimilmente parte rilevante dei negoziati tra Roma e Bruxelles si svolgerà nel periodo utile per eleggere i vertici dell’Unione che mai come quest’anno, specialmente per quanto riguarda il capo dell’esecutivo, sono intrappolati in un clima di incertezza.
Certamente l’Italia avrà un ruolo importante all’interno dell’Unione Europea e va da sé che sarà in grado di esercitare un’influenza non trascurabile nelle dinamiche delle nomine dei vertici della “nuova” Unione Europea e, allo stesso tempo, ha necessità di alleati per affrontare un periodo di forte tensione dal punto di vista della disciplina di bilancio.
Ma quali Paesi potrebbero entrare in queste relazioni diplomatiche? Come scrive Dino Pesole sul Sole24ore sarà difficile attendersi particolari sponde dai paesi sovranisti come l’Ungheria ma anche la stessa Austria, i quali si sono sempre dichiarati rigorosi sulla gestione dei conti pubblici italiani. Probabilmente, quindi – e non può essere una novità – saranno Francia e Germania, oltre che le forze politiche europeiste che andranno a costituire la maggioranza, i maggiori interlocutori.
Torna, quindi, un tema che non è nuovo: un governo caratterizzato da un originario atteggiamento di scontro nei confronti dell’Unione, non potendo godere di una vittoria “populista” (che probabilmente nemmeno loro si aspettavano) alle elezioni europee tale da sovvertire favorevolmente gli equilibri, dovrà dialogare necessariamente proprio con gli europeisti più tradizionali, i quali però, dalla loro, sono indeboliti e frammentati.
Certamente, per evitare la procedura di infrazione, non basta il dialogo politico ma sono necessari anche segnali forti da un punto di vista della gestione del disavanzo, campo in cui ci sarà necessariamente meno flessibilità rispetto ai periodi passati. Nonostante ciò, le regole europee hanno dimostrato di avere una certa flessibilità e il rallentamento del PIL dell’Eurozona potrebbe essere in questo senso un elemento importante. Tutti questi discorsi avranno senso se il governo gialloverde riuscirà ad aggiungere un elemento importante alla lista delle sue attività che fino ad oggi non è pervenuto: la diplomazia.

La favola della produzione industriale.

La favola della produzione industrialeLa notizia che ha tenuto banco la scorsa settimana, oltre all’approvazione del Documento di Economia e Finanza 2019, riguarda il dato sulla produzione industriale: secondo il comunicato Istat diffuso il 10 aprile, si stima che a febbraio l’indice destagionalizzato della produzione industriale sia aumentato dello 0,8% rispetto al mese precedente; tale crescita si aggiunge a quella di gennaio, quando si era registrato un +1,7% rispetto a dicembre 2018.
Ma cosa significa tutto questo? È dovuto al fatto che «le politiche del governo cominciano a produrre effetti», come afferma il deputato del Movimento 5 Stelle Raphael Raduzzi? Ebbene, con grande sorpresa, la realtà è diversa da come viene descritta dagli apologeti del governo gialloverde. Il motivo – che è tecnico ma cercheremo, con un esempio, di spiegarlo in maniera semplice – lo ha spiegato sabato mattina Mario Seminerio a “I conti della belva” su Radio24.
Dovete sapere che non tutto ciò che viene prodotto è poi venduto, e non tutto ciò che viene venduto è poi consumato da chi lo ha comprato. Esistono, infatti, le scorte. Cosa è accaduto negli ultimi mesi del 2018? Si è verificata una forte contrazione della produzione industriale dovuta al decumulo di scorte a fini prudenziali. Ossia: siccome tirava una brutta aria, le imprese hanno preferito frenare la produzione e ridurre le proprie scorte, per evitare che rimanessero inutilizzate. Ora, dopo averle ridotte ad una quantità minima, le imprese hanno ricominciato a produrre per ricostituirle (quel che in inglese viene definito restocking): ciò spiega la crescita della produzione industriale.
Facciamo un esempio banale ma utile per capire meglio la cosa. Poniamo che il Signor Carlo ogni settimana vada a fare la spesa e compri una quantità di cibo ben superiore a quella che è in grado di consumare nell’arco di sette giorni. Ad un certo punto, si ritroverà con il frigorifero pieno e il rischio che una parte di ciò che ha comprato vada a male. Quindi dice: «Sai che c’è? Ora per un mese non vado più al supermercato e consumo tutto ciò che ho nel frigo»: la sua spesa si ridurrà al minimo indispensabile per comprare cose come il pane fresco (e ciò è quello che, tornando dalla spesa del Signor Carlo alla produzione industriale, Seminerio ha chiamato “riduzione per decumulo di scorte a fini prudenziali”). Terminato il mese ed esaurite le scorte di cibo presenti in frigorifero, Carlo tornerà al supermercato: la sua spesa, rispetto al mese precedente, ovviamente aumenterà. Ciò significa che la sua situazione è migliorata? Sta meglio? Ha aumentato la sua spesa perché il suo reddito è aumentato? No, ed è esattamente quel che sta succedendo con la produzione industriale: non è aumentata perché l’economia va meglio (tantomeno per le politiche del governo, la cui efficacia è smentita dal governo stesso nel DEF, come abbiamo scritto qui), ma come fisiologica conseguenza della riduzione delle scorte verificatasi a fine 2018.

Il governo sbatte contro la realtà.

Il governo sbatte contro la realtàIeri sera il Consiglio dei Ministri ha approvato il Documento di Economia e Finanza per il 2019 (di cui avevamo parlato in questo video, insieme a tutti gli altri documenti di finanza pubblica). Anche se per il momento non è ancora disponibile il testo definitivo (il che, ormai, è fatto abituale con questo governo), nel pomeriggio della giornata di ieri è circolata una bozza affidabile che ci permette di fare già qualche importante valutazione. Ciò che salta evidentemente all’occhio è che, come era inevitabile, l’esecutivo gialloverde si è alla fine dovuto scontrare con la dura realtà dei fatti, la quale poco ha a che fare con la propaganda e gli spot elettorali a cui abbiamo assistito da un anno a questa parte. Vediamo quindi di mettere brevemente in fila una serie di crudi numeri:

  • Crescita: ricordate le mirabolanti previsioni degli esponenti di spicco del governo? Se la risposta è no, ci pensiamo noi a rifrescarvi la memoria: ad ottobre 2018, Salvini pronosticava una crescita per il 2019 del 2,5%; più o meno negli stessi giorni, Di Maio e l’allora Ministro Paolo Savona si accontentavano – si fa per dire – di un più modesto 2%; Conte a gennaio parlava di un +1,5% e ci raccontava di come questo sarebbe stato un anno bellissimo; la Legge di Bilancio, infine, pronosticava una crescita dell’1%. Bene, ora che abbiamo fatto questo breve ripasso, volete sapere qual è la stima inserita nel DEF? Un misero +0,2%. E anche allungando lo sguardo, le cose non vanno poi tanto meglio: da qui al 2022, l’Italia non vedrà mai una crescita superiore all’1%. A ciò si aggiunga – fate bene attenzione – il fatto che buona parte delle istituzioni internazionali giudica queste ultime stime ancora troppo ottimistiche, prevedendo il rischio concreto di una recessione (ossia di una variazione del PIL con il meno davanti);
  • Spread: qui il rischio che il cervello di molti elettori grillo-leghisti vada in panne è elevatissimo. Guardate un po’ che cosa scrive il governo stesso: «I rendimenti a cui lo Stato si indebita sono un termometro della fiducia nel Paese e nelle sue finanze pubbliche» (pagina 10); «Negli anni successivi giocano invece un ruolo crescente nello spiegare la revisione al ribasso [delle prospettive di crescita] il più elevato livello dello spread sui titoli di Stato» (pagina 22). Ma come? Non era tutto frutto di un complotto interazionale ordito dalla finanza pluto-giudaico-massonica che nulla avrebbe a che fare con il reale stato di salute del Paese? Non era il nostro arditissimo Ministro Salvini a dichiarare che «lo spread ce lo mangiamo a colazione»?
  • Reddito di cittadinanza e quota 100: veniamo ora alle due misure simbolo dei partiti al governo. Anche in questo caso, è bene rinfrescarci la memoria sulla propaganda del governo: il Ministro Di Maio per mesi ha parlato di misure che avrebbero favorito la crescita grazie ad un fantomatico “elevatissimo moltiplicatore”. Che cos’è questo benedetto moltiplicatore? È, per dirla in termini tecnici, la variazione del PIL reale o di un’altra misura dell’output causata da un incremento di un’unità di una variabile fiscale. Ossia: se il moltiplicatore è alto (quindi superiore all’unità), 1€ in più di spesa pubblica dovrebbe generare un aumento del PIL superiore ad 1€. Guardiamo ora a cosa scrive il governo nel DEF: il reddito di cittadinanza accrescerebbe il PIL rispetto allo scenario base di uno 0,2% a fronte di un onere per le finanze pubbliche dello 0,4%, il che significa un moltiplicatore ben inferiore ad 1; le misure sul fronte pensionistico, invece, hanno un impatto stimato sulla crescita sia del 2019 di un fantasmagorico ZERO;
  • Occupazione: anche in quest’ultimo caso, la distanza tra le promesse delle «scimmie al volante» (per usare un’efficacie definizione di Alberto Forchielli) e la realtà è enorme. Che ne è stato del meccanismo del reddito di cittadinanza che avrebbe permesso l’incontro tra domanda e offerta nel mondo del lavoro e della celeberrima staffetta generazionale che doveva consentire l’assunzione di tre giovani per ogni prepensionato con quota 100? Spariti nel nulla: la valutazione dell’impatto macroeconomico complessivo delle misure in materia di reddito di cittadinanza e pensioni stima una riduzione – sì, avete capito bene: una riduzione – dell’occupazione dovuta a tali provvedimenti dello 0,2% sia nel 2019 che nel 2020.

Pare evidente che nulla è come ci era stato raccontato dall’esecutivo. Ora resta da capire che cosa succederà: il governo riuscirà ad invertire la rotta, anche considerando i pessimi segnali che arrivano dai saldi di finanza pubblica (vedi deficit e debito, anch’essi in deciso peggioramento rispetto alle stime di solo qualche mese fa)? I segnali non sono certo positivi, dato che è già partita la corsa a chi la spara più grossa in vista delle elezioni europee (la flat tax con più aliquote ma senza coperture è l’apoteosi dell’improvvisazione) e nulla si dice su dove trovare i miliardi necessari per disinnescare il già programmato aumento dell’IVA.
C’è solo da sperare che almeno una parte degli elettori esca dal sonno profondo in cui è caduta da più di un anno e lanci un segnale deciso già alla tornata del 26 maggio. Perché, come scriveva Voltaire, «coloro che ti fanno credere ad assurdità possono farti commettere atrocità».

Tutta la verità sul signoraggio.

aaUn servizio andato in onda venerdì sera nella trasmissione Povera Patria di Rai2 ha scatenato un vero e proprio polverone negli ambienti (molto social) dei commentatori economici italiani. Il filmato (che trovate qui) è emblematico della situazione italiana, in cui l’alfabetizzazione economico-finanziaria latita mentre vengono elevati a guru personaggi che dimostrano di aver studiato poco e male. Dopotutto, il nuovo corso era già stato annunciato dal neo direttore di Rai2 Freccero, il quale in conferenza stampa aveva dichiarato che non esiste una sola verità bensì un caleidoscopio di verità, aprendo di fatto all’epoca delle fake news finanziate coi soldi del canone.
Il tema del servizio era il cosiddetto signoraggio. E ora vorremmo spiegare in maniera chiara dove e come quel servizio è totalmente errato.
Innanzitutto, cos’è il signoraggio? Il signoraggio, come dice la parola stessa, è il diritto del “signore” (oggi lo stato) di sfruttare il monopolio nella creazione di moneta per incassare risorse reali. Il problema, ignorato dal servizio Rai, è che la nozione e la forma del signoraggio è cambiata molto nel corso dei secoli.

Il signoraggio nell’età antica.
Un tempo il sistema monetario era interamente basato sui metalli preziosi: alle monete emesse corrispondeva un equivalente deposito in oro e in qualunque momento una persona poteva presentarsi presso la Banca Centrale e chiedere di scambiare le proprie banconote con il corrispondente quantitativo di oro. Il sistema funzionava anche in senso contrario. Facciamo un esempio.
Il signor Paolo, cittadino dell’Antica Roma, si presenta alla Zecca dell’Impero con una borsa piena di oro da essere trasformato in monete a corso legale (ossia accettate da tutti per il valore stampato sopra, senza la necessità di perdere tempo nel saggiare la qualità dell’oro o nel pesarlo). Il signor Paolo riceve 100 denari: quel numero 100 è il cosiddetto valore estrinseco, ossia quello convenzionalmente accettato da tutti i cittadini per gli scambi. In realtà, però, il quantitativo di oro presente in quelle monete è inferiore e vale 90 e questo è il valore intrinseco: se il signor Paolo fondesse i suoi 100 denari per farne un lingotto d’oro, esso ne varrebbe 90. Come è possibile? 5 sono stati utilizzati per pagare i costi relativi al conio (ossia, per esempio, lo stipendio dell’uomo che fonde l’oro e ne fa monete) mentre 5 rappresentano appunto il signoraggio, una vera e propria tassa che il “signore” si fa pagare in cambio del servizio.
Il valore del signoraggio in età antica, quindi, veniva banalmente calcolato prendendo il valore estrinseco e sottraendo quello intrinseco e i costi del conio: nel nostro esempio, 100 – 90 – 5 = 5.

Cara vecchia Rai.
Il problema principale del servizio targato Rai2 sta nell’aver applicato tale formula al signoraggio moderno. Il ragionamento è semplice: se per stampare 100 euro il costo del conio è 1 (mentre il valore intrinseco è pressoché nullo, dato che le banconote sono fatte di carta e le monete di nichel), il signoraggio sarà evidentemente di 99. Peccato che sia del tutto errato.

Il signoraggio moderno.
Il sistema monetario oggi non si basa più sui metalli preziosi: se vi presentate presso la Banca d’Italia con 100 euro, non otterrete oro per lo stesso valore.
Un’altra cosa da ricordare è che la moneta è, per la Banca Centrale che la emette, una passività: ma se a fronte di tale passività un tempo c’era l’oro all’attivo, oggi cosa c’è? La risposta è “titoli”: quando la Banca Centrale stampa denaro, lo immette nel sistema andando sul mercato a comprare (attraverso le cosiddette operazioni di mercato aperto) titoli finanziari, tipicamente titoli di stato, per un importo di pari valore. Ma, mentre la moneta non genera interessi, i titoli acquistati sì: è tale tasso di interesse a rappresentare il signoraggio moderno. Se, per esempio, la Banca Centrale emette 100 euro acquistando titoli di stato che rendono il 3%, il signoraggio sarà 3 meno il costo del conio (che la Rai ipotizza di 1 €). Quindi non 99, ma 2.

Le altre fake news.
Il servizio di Povera Patria (mai titolo fu più azzeccato), però, non si limita a tale grave imprecisione anacronistica, ma dà spazio ad altre teorie molto in voga tra i complottisti (affianco a scie chimiche, terra piatta e vaccini pericolosi). Due in particolare meritano attenzione.
Primo: la Banca d’Italia non è privata. Nonostante il suo capitale sia posseduto da banche private, tale assetto proprietario è puramente formale. Per scoprirlo basterebbe avere voglia di leggersi le 19 paginette del suo statuto: già all’articolo 1 si legge che “la Banca d’Italia è istituito di diritto pubblico”; il suo governatore non è scelto dalle banche private che possiedono quote di capitale (come avviene in ogni società privata), ma dal Presidente della Repubblica su proposta del Governo; gli utili totali (che derivano proprio dal signoraggio e che la BCE, unica banca autorizzata all’emissione di moneta nell’Unione Europea, distribuisce a tutte le banche centrali nazionali) vanno per più del 50% allo stato e solo per il 6% alle banche private (nel 2015, queste hanno incassato un dividendo di 340 milioni, mentre il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha portato a casa oltre 2 miliardi).
Secondo: il “divorzio” tra lo stato italiano e la Banca d’Italia non è stato il frutto di un complotto internazionale, bensì del buonsenso. In tutti i paesi avanzati la Banca Centrale è indipendente dal potere politico, per evitare che le necessità elettorali di breve periodo dei governi influenzino negativamente gli obiettivi di medio-lungo periodo dei banchieri centrali (come, ad esempio, succede in Venezuela e i risultati sono davanti agli occhi di tutti). Prima del “divorzio” (avvenuto nel 1981), i governi italiani utilizzavano la Banca Centrale per finanziare la spesa corrente: essa, infatti, era obbligata a stampare moneta per comprare i titoli di stato rimasti invenduti. Il risultato di tale malcostume si riassume in una parola: inflazione, che a cavallo tra gli anni ’70 e ’80 aveva raggiunto in Italia valori monstre superiori al 20%. È bene ricordare che l’inflazione (di cui avevamo già parlato in questo video) rappresenta una tassa occulta: se il signor Mario guadagna 1.000 euro e vuole comprarsi un nuovissimo PC che costa 1.000 euro, può farlo; ma con un’inflazione al 20%, l’anno successivo lui continuerà a guadagnare 1.000 (poiché i salari si aggiustano all’inflazione molto più lentamente) mente il PC costerà 1.200, e ciò significa che non potrà più permetterselo e sarà più povero in termini reali.

Brexit e le difficoltà di un accordo.

Brexit e le difficoltà di un accordoCome recentemente affermato dall’europarlamentare Guy Verhofstadt, la Brexit potrebbe rivelarsi un evento di una portata tale da garantire la sopravvivenza dell’Unione Europea e la moderazione delle pretese del blocco sovranista. Al netto ovviamente della traumaticità della fuoriuscita dall’UE del Regno Unito, le difficoltà che si sono palesate e continuano a permanere nelle trattative fra i due schieramenti hanno reso evidente ai più come la strada per recedere dai trattati dell’Unione Europea sia particolarmente tortuosa, ed è anche per questo motivo che politici come il sovranista per eccellenza Orbàn nei suoi ultimi interventi non hanno mai menzionato la possibilità di uscire.
Fin da subito le trattative tra il governo di Sua Maestà e la Commissione europea si sono mostrate particolarmente complicate, soprattutto in quanto risulta difficile giungere a compromessi, considerate da un lato la volontà francese di mostrare il pugno duro così da non creare precedenti che potrebbero stimolare future fuoriuscite, dall’altro i delicati equilibri su cui si regge il governo May e l’esigenza di rappresentare quella che è stata la volontà della maggioranza dei britannici in seguito al referendum: “Take back control”. Secondo le ultime indiscrezioni, Theresa May parrebbe orientata a trovare una soluzione che tenga il Regno Unito ancorato al mercato unico europeo sul modello norvegese, con forti limitazioni relative alla possibilità di avere una politica commerciale propria e con controlli sulle merci dirette verso l’Irlanda del Nord.
Procediamo comunque per gradi. Quello che è emerso successivamente all’esito referendario è stata la volontà di giungere a negoziati che garantissero al Regno Unito la possibilità di adottare una politica commerciale propria, un accesso al mercato unico europeo sulla base di un accordo di libero scambio, il mantenimento della partnership euro-britannica riguardante le politiche su sicurezza e lotta al terrorismo (forse l’unico punto su cui c’è una forte unità d’intenti) e il ritorno a una politica migratoria autonoma anche per quando riguarda le migrazioni provenienti dall’Unione Europea, da cui dovrebbero giungere solamente lavoratori altamente qualificati. È evidente, come avviene d’altronde in ogni negoziato, che una parte debba per forza di cose rinunciare ad almeno una delle sue pretese e quindi che sia impossibile per il Regno Unito ottenere una risposta affermativa relativa a tutte le questioni precedentemente citate. È ancor più evidente se si considera che l’Unione Europea non è disposta a scindere le quattro libertà fondamentali alla base del mercato unico, e quindi libertà di circolazione di persone, beni, capitali e servizi. Qualsiasi deroga a quanto precedentemente citato creerebbe un precedente che minerebbe i rapporti tra due paesi, quali Svizzera e Norvegia, e l’Unione Europea.
Altro elemento su cui l’Unione Europea sembrava inizialmente non disposta a cedere è quello che riguarda l’accesso preferenziale al mercato unico da un lato e la possibilità di dotarsi di una politica commerciale autonoma dall’altro, in quanto porterebbe enormi vantaggi per il Regno Unito, che si troverebbe nella situazione di poter attrarre merci sul suo territorio a tariffe più vantaggiose rispetto a quelle applicate dall’Unione continuando allo stesso tempo a commerciare all’interno del mercato unico senza applicare alcuna tariffa.
Le soluzioni profilatesi sono dunque state due: un accordo simile al modello canadese o l’opzione norvegese. La prima soluzione si è da subito dimostrata particolarmente complicata, in quanto avrebbe di fatto significato rinunciare all’Irlanda del Nord (consideriamo inoltre che il governo di Sua Maestà si regge oggi sull’alleanza tra conservatori e il Partito unionista democratico) per poter garantire il rispetto degli accordi del Venerdì Santo, di cui l’Unione Europea è garante, ed evitare la creazione di una nuova frontiera tra Ulster ed Eire. Per questo motivo il governo May si è da subito mosso nella direzione della “Norway option”, che prevede la sottomissione alle regole del mercato unico (senza poterle modificare), la possibilità di siglare accordi commerciali (parzialmente), ma l’obbligo di raccogliere le tariffe dell’Unione Europea per i beni diretti nell’Unione Europea, i quali devono ovviamente rispettare gli standard definiti dalle regole del mercato unico. Senza ombra di dubbio questa soluzione sembra essere un duro colpo per i sostenitori di una hard Brexit e più in generale per i sostenitori del leave, data la limitazione della sovranità in materia commerciale. Sono infatti molte le voci all’interno del partito conservatore che chiedono che questa soluzione sia solamente temporanea, nell’attesa che si trovi una soluzione tecnologica di rilievo per la questione relativa al confine con l’Irlanda.
Come già detto precedentemente, però, in ogni negoziato ogni parte deve compiere un passo nella direzione opposta. È possibile che il governo britannico (un po’ come ormai è consuetudine in tutto il continente) ottenga come contropartita la possibilità di gestire in maniera autonoma le questioni riguardanti le migrazioni dall’Unione Europea, così da accontentare buona parte dei sostenitori del leave e dell’elettorato conservatore, il quale più che a una riduzione totale dell’immigrazione mira al controllo del fenomeno stesso. I dati relativi ai flussi migratori sottolineano infatti come i migranti provenienti da buona parte dell’Unione portino entrate superiori a quelli che sono i costi relativi al loro mantenimento sociale (un’eccezione sono per lo più i cittadini europei provenienti dall’est dell’Unione). Emerge infatti anche dai sondaggi come l’elettorato conservatore sia consapevole che un taglio radicale dell’immigrazione comporterebbe un sostanziale innalzamento delle tasse e che quindi a esso sia preferibile una politica di controllo delle entrate. A dire la verità l’opzione norvegese avrebbe già all’interno del suo pacchetto la soluzione a questa questione. I cittadini europei potrebbero entrare nel Regno Unito solamente per motivi lavorativi e restare solamente per più di tre mesi a condizione di essere in possesso di un lavoro e di mezzi per il proprio sostentamento; per questi tre mesi non potrebbero richiedere sussidi di disoccupazione e dovrebbero provvedere a sottoscrivere una polizza assicurativa privata; se nei primi sei mesi non trovassero un lavoro o non avessero la possibilità concreta di farlo, potrebbero essere espulsi dal territorio britannico; il governo inglese si riserverebbe inoltre la possibilità di sospendere totalmente l’immigrazione proveniente dall’Unione nel caso essa causi difficoltà economiche, sociali o ambientali.
Dunque, il governo inglese sembra aver fatto il primo passo, vedremo quali saranno le mosse dell’Unione Europea. Quest’ultima riuscirebbe a mantenere all’interno del mercato unico un paese che ha un disavanzo commerciale nei confronti di tutti i paesi membri eccetto Danimarca, Irlanda e Svezia. Spetta ora all’Unione Europea stessa fare delle concessioni alle pretese britanniche. In ogni caso la lezione imparata dalla Brexit è che un accordo con l’Unione, così come tutti gli accordi, presenta delle difficoltà quasi insormontabili, che qualsiasi governo sovranista e populista si troverebbe a dover spiegare ai propri sostenitori. Si spera che la classe politica italiana abbia appreso la lezione.

Quanta ipocrisia sul caso Riace.

Quante ipocrisa sul caso Riace.PNGLa mobilitazione di massa in difesa di Domenico Lucano, sindaco di Riace, lascia in eredità un solo pensiero: gli Italiani sono proprio delle belle facce di bronzo. Perché esaltiamo il ruolo della famiglia, se poi difendiamo un sindaco accusato di organizzare matrimoni di convenienza? Perché crediamo nella libera concorrenza, se poi difendiamo un personaggio accusato di affidamento fraudolento diretto dei servizi di raccolta rifiuti? Un popolo che esalta la violazione della legge, che crede che l’applicazione della legge sia sottoposta a valutazioni morali, è un popolo che mira alla sua autodistruzione.
È inutile nascondersi dietro all’affermazione “questi leggi sono inique”, “Salvini sta costruendo uno Stato autoritario”. Per buona pace di Saviano, le indagini sono iniziate prima che venisse assegnato l’incarico a questo governo e, ad ogni modo, è compito della magistratura avviare indagini se sussistano dubbi riguardanti la violazione di una norma. Le leggi definite inique sopravvivono da un decennio, durante il quale si sono alternati governi di destra e di sinistra. E anche ammettendo l’iniquità di tali leggi, definire il comportamento di Mimmo Lucano disobbedienza civile è un’offesa a personaggi che la disobbedienza civile l’hanno praticata per davvero (vedasi Bonino e Pannella): la disobbedienza civile implica che la violazione della norma avvenga pubblicamente, invocando addirittura la propria messa in stato di accusa; il Sindaco di Riace, invece, si suppone abbia violato le norme lontano dai riflettori, e solo da alcune intercettazione si capisce la volontà di disobbedire agli imperativi delle leggi italiane. Nulla di lontano quindi dal classico comportamento italiano, per cui una volta fatta una legge si trova l’inganno.
Tornando alle valutazioni morali, è vero che l’agire di Lucano ha reso la vita di diversi stranieri migliore, ma quello che dobbiamo chiederci noi – come teorizzato da Kant secoli fa – è se siamo disposti a universalizzare questa regola: in ogni caso un politico può agire aggirando una norma se mosso da interessi socialmente accettabili? Questo significherebbe ad esempio dare il permesso di espropriare terre senza indennizzo per poterle affidare a chi in situazione di indigenza (giusto per limitarci a esempi più soft). Questo relativismo spinto agli estremi può portare a privilegi per alcune categorie di persone, e se ragioniamo più lucidamente è un atteggiamento irrispettoso anche nei confronti di tutti gli altri richiedenti asilo, che si sobbarcano procedure lunghe e lente per il riconoscimento o diniego del loro status; un relativismo che fa una distinzione tra vincenti e perdenti, che dà per scontato l’eticità dell’azione di un politico, il quale per forza di cose gode di una posizione privilegiata e di impatto; un relativismo che se portato alle estreme conseguenze porta alla distruzione dello Stato di diritto perché, per quanto iniqua una legge possa essere, un sistema di norme si basa sul rispetto di esse. Ogni individuo ha poi il diritto di disobbedire civilmente a una norma, ma è altrettanto consapevole delle conseguenze che ne derivano. È solo volta che la disobbedienza civile diventa da minoritaria a maggioritaria, che la legge verrà modificata.
Quindi cari Italiani, caro Saviano, questo governo non piace nemmeno a noi, ma la politicizzazione di questioni giuridiche, come insegna la storia recente, non è la soluzione ai mali che infliggono il nostro Paese. E se vogliamo dirla tutta, se dovessero venire confermati i reati di cui è accusato il Sindaco di Riace, ci sarebbe ben poco da nascondersi dietro a valutazioni morali, perché non c’è nulla di più immorale di creare famiglie inesistenti e di violare il principio di libera concorrenza per mezzo di un intervento dell’autorità pubblica. Sono due principi che abbiamo strenuamente difeso nel corso degli anni e su cui abbiamo costruito le basi del nostro ordinamento. Non dimentichiamocene proprio ora.