Brexit e le difficoltà di un accordo.

Brexit e le difficoltà di un accordoCome recentemente affermato dall’europarlamentare Guy Verhofstadt, la Brexit potrebbe rivelarsi un evento di una portata tale da garantire la sopravvivenza dell’Unione Europea e la moderazione delle pretese del blocco sovranista. Al netto ovviamente della traumaticità della fuoriuscita dall’UE del Regno Unito, le difficoltà che si sono palesate e continuano a permanere nelle trattative fra i due schieramenti hanno reso evidente ai più come la strada per recedere dai trattati dell’Unione Europea sia particolarmente tortuosa, ed è anche per questo motivo che politici come il sovranista per eccellenza Orbàn nei suoi ultimi interventi non hanno mai menzionato la possibilità di uscire.
Fin da subito le trattative tra il governo di Sua Maestà e la Commissione europea si sono mostrate particolarmente complicate, soprattutto in quanto risulta difficile giungere a compromessi, considerate da un lato la volontà francese di mostrare il pugno duro così da non creare precedenti che potrebbero stimolare future fuoriuscite, dall’altro i delicati equilibri su cui si regge il governo May e l’esigenza di rappresentare quella che è stata la volontà della maggioranza dei britannici in seguito al referendum: “Take back control”. Secondo le ultime indiscrezioni, Theresa May parrebbe orientata a trovare una soluzione che tenga il Regno Unito ancorato al mercato unico europeo sul modello norvegese, con forti limitazioni relative alla possibilità di avere una politica commerciale propria e con controlli sulle merci dirette verso l’Irlanda del Nord.
Procediamo comunque per gradi. Quello che è emerso successivamente all’esito referendario è stata la volontà di giungere a negoziati che garantissero al Regno Unito la possibilità di adottare una politica commerciale propria, un accesso al mercato unico europeo sulla base di un accordo di libero scambio, il mantenimento della partnership euro-britannica riguardante le politiche su sicurezza e lotta al terrorismo (forse l’unico punto su cui c’è una forte unità d’intenti) e il ritorno a una politica migratoria autonoma anche per quando riguarda le migrazioni provenienti dall’Unione Europea, da cui dovrebbero giungere solamente lavoratori altamente qualificati. È evidente, come avviene d’altronde in ogni negoziato, che una parte debba per forza di cose rinunciare ad almeno una delle sue pretese e quindi che sia impossibile per il Regno Unito ottenere una risposta affermativa relativa a tutte le questioni precedentemente citate. È ancor più evidente se si considera che l’Unione Europea non è disposta a scindere le quattro libertà fondamentali alla base del mercato unico, e quindi libertà di circolazione di persone, beni, capitali e servizi. Qualsiasi deroga a quanto precedentemente citato creerebbe un precedente che minerebbe i rapporti tra due paesi, quali Svizzera e Norvegia, e l’Unione Europea.
Altro elemento su cui l’Unione Europea sembrava inizialmente non disposta a cedere è quello che riguarda l’accesso preferenziale al mercato unico da un lato e la possibilità di dotarsi di una politica commerciale autonoma dall’altro, in quanto porterebbe enormi vantaggi per il Regno Unito, che si troverebbe nella situazione di poter attrarre merci sul suo territorio a tariffe più vantaggiose rispetto a quelle applicate dall’Unione continuando allo stesso tempo a commerciare all’interno del mercato unico senza applicare alcuna tariffa.
Le soluzioni profilatesi sono dunque state due: un accordo simile al modello canadese o l’opzione norvegese. La prima soluzione si è da subito dimostrata particolarmente complicata, in quanto avrebbe di fatto significato rinunciare all’Irlanda del Nord (consideriamo inoltre che il governo di Sua Maestà si regge oggi sull’alleanza tra conservatori e il Partito unionista democratico) per poter garantire il rispetto degli accordi del Venerdì Santo, di cui l’Unione Europea è garante, ed evitare la creazione di una nuova frontiera tra Ulster ed Eire. Per questo motivo il governo May si è da subito mosso nella direzione della “Norway option”, che prevede la sottomissione alle regole del mercato unico (senza poterle modificare), la possibilità di siglare accordi commerciali (parzialmente), ma l’obbligo di raccogliere le tariffe dell’Unione Europea per i beni diretti nell’Unione Europea, i quali devono ovviamente rispettare gli standard definiti dalle regole del mercato unico. Senza ombra di dubbio questa soluzione sembra essere un duro colpo per i sostenitori di una hard Brexit e più in generale per i sostenitori del leave, data la limitazione della sovranità in materia commerciale. Sono infatti molte le voci all’interno del partito conservatore che chiedono che questa soluzione sia solamente temporanea, nell’attesa che si trovi una soluzione tecnologica di rilievo per la questione relativa al confine con l’Irlanda.
Come già detto precedentemente, però, in ogni negoziato ogni parte deve compiere un passo nella direzione opposta. È possibile che il governo britannico (un po’ come ormai è consuetudine in tutto il continente) ottenga come contropartita la possibilità di gestire in maniera autonoma le questioni riguardanti le migrazioni dall’Unione Europea, così da accontentare buona parte dei sostenitori del leave e dell’elettorato conservatore, il quale più che a una riduzione totale dell’immigrazione mira al controllo del fenomeno stesso. I dati relativi ai flussi migratori sottolineano infatti come i migranti provenienti da buona parte dell’Unione portino entrate superiori a quelli che sono i costi relativi al loro mantenimento sociale (un’eccezione sono per lo più i cittadini europei provenienti dall’est dell’Unione). Emerge infatti anche dai sondaggi come l’elettorato conservatore sia consapevole che un taglio radicale dell’immigrazione comporterebbe un sostanziale innalzamento delle tasse e che quindi a esso sia preferibile una politica di controllo delle entrate. A dire la verità l’opzione norvegese avrebbe già all’interno del suo pacchetto la soluzione a questa questione. I cittadini europei potrebbero entrare nel Regno Unito solamente per motivi lavorativi e restare solamente per più di tre mesi a condizione di essere in possesso di un lavoro e di mezzi per il proprio sostentamento; per questi tre mesi non potrebbero richiedere sussidi di disoccupazione e dovrebbero provvedere a sottoscrivere una polizza assicurativa privata; se nei primi sei mesi non trovassero un lavoro o non avessero la possibilità concreta di farlo, potrebbero essere espulsi dal territorio britannico; il governo inglese si riserverebbe inoltre la possibilità di sospendere totalmente l’immigrazione proveniente dall’Unione nel caso essa causi difficoltà economiche, sociali o ambientali.
Dunque, il governo inglese sembra aver fatto il primo passo, vedremo quali saranno le mosse dell’Unione Europea. Quest’ultima riuscirebbe a mantenere all’interno del mercato unico un paese che ha un disavanzo commerciale nei confronti di tutti i paesi membri eccetto Danimarca, Irlanda e Svezia. Spetta ora all’Unione Europea stessa fare delle concessioni alle pretese britanniche. In ogni caso la lezione imparata dalla Brexit è che un accordo con l’Unione, così come tutti gli accordi, presenta delle difficoltà quasi insormontabili, che qualsiasi governo sovranista e populista si troverebbe a dover spiegare ai propri sostenitori. Si spera che la classe politica italiana abbia appreso la lezione.

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