Durante le negoziazioni che hanno portato all’adozione del Next Generation EU sono emerse le posizioni di quelli che nel dibattito pubblico sono stati definiti “i paesi frugali”. Si tratta di un gruppo composto da quattro Stati, precisamente Olanda, Danimarca, Svezia e Austria, ai quali lo scorso anno si è aggiunta la Finlandia, noti per le loro idee piuttosto restrittive in tema di politiche fiscali, per la difesa dei cosiddetti rebates (ossia i meccanismi di correzione dei contributi al bilancio dell’UE a favore di determinati paesi istituiti dal Consiglio di Fontainebleau del 1984) e per l’opposizione agli schemi di redistribuzione e di debito comune europei.
Infatti, i paesi frugali, che sono spesso indicati come eredi della Nuova Lega Anseatica (una formazione nata dopo la Brexit tra alcuni Stati membri sulla base di determinati obiettivi e valori condivisi) scontano una pessima fama, soprattutto in Italia. Questi, anche in seguito alle aspre contrapposizioni nei negoziati europei di luglio, sono stati additati quali elementi di frizione per il processo di integrazione europea. In realtà, partendo da una prospettiva più obiettiva, le cose non stanno esattamente così. Al contrario, i frugali possono potenzialmente ricoprire un prezioso ruolo guida per il motore europeo, in particolare quali strenui difensori di una sana gestione finanziaria e dei principi democratici.
Anzitutto, a dispetto dell’appellativo e come testimonia un sondaggio condotto da Susi Dennison e Pawel Zerka per lo European Council of Foreign Relations del novembre 2020, le preoccupazioni dei cittadini dei paesi frugali sono collegati anzitutto alla gestione dei fondi: solo il 20% degli intervistati in Austria è preoccupata dall’ammontare del bilancio dell’UE, mentre il 48% lo è per i rischi di sprechi e corruzione; in Olanda, tale rapporto è di 24% a 38%; anche i numeri degli altri paesi frugali sono molto simili a quelli rilevati dai sondaggi in Germania, Francia e Polonia. In generale, i cittadini di questi paesi temono che l’influenza dei loro governi sulle decisioni dell’UE stia diminuendo e così anche la capacità di contrastare i malfunzionamenti che si verificheranno nell’attuazione del bilancio pluriennale.
Non solo, anche la popolarità dell’Unione europea ha subito una evidente flessione all’interno di questi Stati membri, che si è acuita come conseguenza degli scarsi risultatati raggiunti in merito alla questione dello Stato di diritto. Si deve ricordare, infatti, che è stato proprio il Premier olandese Rutte ad assumere la posizione più intransigente (supportata poi anche dagli altri paesi frugali) nei confronti dei veti di Polonia e Ungheria, che erano intenzionate a bloccare il collegamento tra meccanismi di condizionalità dello Stato di diritto e bilancio pluriennale europeo.
In ogni caso, è evidente che lo stesso Next Generation EU costituisca una importante opportunità per i paesi frugali al fine di recuperare un ruolo propositivo e, allo stesso tempo, capace di influenzare l’UE dall’interno. A questo proposito, come sottolinea lo stesso rapporto dello ECFR, essi dovrebbero evitare di “cadere nella trappola britannica di incolpare Bruxelles” e “riformulare sé stessi”. È altrettanto chiaro che questa eventualità dipenderà, da un lato, dalle scelte dei leader dei paesi frugali e, dall’altro, dalla capacità di inclusione dell’Unione Europea e dai progressi della stessa.
Per quanto riguarda il primo punto, è quindi necessario che l’azione dei governi dei paesi frugali si concretizzi in una partecipazione attiva all’integrazione europea piuttosto che in sterili proteste, che spesso assumono la forma di retorica elettorale. Fino ad ora, però, i segnali non sono stati troppo incoraggianti: i paesi frugali non hanno avuto alcun ruolo particolare nella definizione del meccanismo di condizionalità dello Stato di diritto (che è un’iniziativa del Parlamento Europeo); essi non si sono resi protagonisti nel supportare le procedure pendenti nei confronti di Polonia e Ungheria e non si sono mai rivolti alla Corte di Giustizia dell’UE; infine, a proposito di lotta alla corruzione, hanno dimostrato uno scarso interesse nei confronti dello strumento della Procura Europea (Svezia e Danimarca non sono nemmeno parti dell’istituzione nata nel 2017).
Per colmare il vuoto ideologico lasciato dalla Gran Bretagna e quello derivante dalla scomparsa di un vero contrappeso “nordico” alla nuova versione dell’asse franco-tedesco, i paesi frugali dovrebbero quindi ritrovare una posizione più partecipativa e, a differenza però di quella britannica, più comunitaria. Questo discorso vale soprattutto per l’Olanda, storico paese fondatore e partecipante a pieno titolo a tutti i pilastri dell’integrazione, ma allo stesso tempo da sempre intrappolato in una perenne indecisione verso l’UE.
Come si accennava, un auspicato risvolto positivo dipenderà anche dalla capacità dell’UE di creare un ambiente credibile e coeso, anzitutto scongiurando i rischi di uno scontro tra paesi meridionali e paesi nordici sulle questioni legate alla gestione delle risorse. In particolare, come ha scritto Mark Leonard, Berlino e Parigi hanno una responsabilità particolare in questo senso. La scarsa sensibilità del format franco-tedesco, si pensi all’insistenza sui cosiddetti “momenti hamiltoniani” e al controverso compromesso raggiunto dalla Merkel sullo Stato di diritto, ha contribuito ad alimentare quella percezione di impotenza e di assenza di controllo sugli affari europei ora molto presente nei paesi frugali. È quindi necessario un maggiore coinvolgimento, che si potrebbe realizzare anche nell’ambito del NGEU con collaborazioni ambiziose in settori molto cari ai frugali come ambiente e digitale (in realtà, un altro esempio è dato dalla stretta partnership che già lega Olanda e Germania nel settore della difesa).
Sarebbe opportuno, in definitiva, uno sforzo condiviso e mutuamente vantaggioso: il supporto dei paesi frugali è fondamentale per rafforzare un’integrazione coerente con i principi e valori cardine dell’UE, che sono alle volte meno popolari in altri Stati membri, e quindi per svolgere un vero e proprio ruolo di contrappeso all’interno del blocco. Ciò però è anche legato alla capacità dell’Unione e dei suoi maggiori decisori di permettere che i cittadini dei paesi frugali tornino (o inizino) a sentirsi protagonisti capaci di influenzare in modo tangibile le politiche dell’UE in un momento storico così decisivo.
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Un’unione fiscale per l’Unione Europea?
In maniera piuttosto comprensibile, nelle ultime settimane, si sono intensificati i dibattiti relativi agli strumenti economici che l’Unione Europea, e in particolare l’eurozona, dovrebbe adottare per far fronte alla crisi: in siffatte circostanze, diviene centrale, e non solo in collegamento al generico appello ai cosiddetti eurobond, l’antico tema dell’unione fiscale europea, sia in modo diretto che, spesso, in modo indiretto. Trattandosi appunto di un tema vecchio almeno quanto lo stesso progetto di integrazione europea, è bene ricordare alcuni elementi essenziali che servono a fornire un quadro di ampio spettro, utile a comprendere la complessità dell’argomento. Naturalmente, essendo altresì un argomento estremamente vasto e generico, in questa sede ci si limiterà ad evidenziare alcuni passaggi ritenuti particolarmente rilevanti per una comprensione generale, in modo estremamente sintetico.
Spesso ci si riferisce all’assenza di una unione fiscale a livello dell’eurozona come ad una notevole anomalia in riferimento a un soggetto giuridico che invece dispone di una completa sovranità monetaria e come ad una fonte di incompletezza istituzionale, con conseguenti ed evidenti ripercussioni sul cosiddetto computo costi-benefici di una unione valutaria, elemento centrale nella Teoria delle Aree Valutarie Ottimali (TAVO). In effetti, ciò è per diversi aspetti veritiero. Del resto, è sufficiente pensare alla crisi dei debiti sovrani per ricordare che l’eurozona assomigliava (e, in parte assomiglia ancora oggi) molto più ad un sistema in regime di cambi fissi piuttosto che ad un’unica economia integrata. Ciò, in realtà, non dipende solo dall’assenza di un un’unione fiscale, ma anche da una serie di ulteriori carenze strutturali e dalla persistente assenza di una strategia cooperativa tra gli Stati Membri; va detto, peraltro, che grandi progressi sono stati fatti a seguito della crisi (si pensi solo all’unione bancaria, anche se ancora non completata).
L’unione fiscale in chiave storica
Fatte queste precisazioni, diviene essenziale chiarire che quando si parla di unione fiscale si entra in un terreno che va ben oltre quello delle unioni valutarie e che sfocia necessariamente nel campo dell’unione politica. Elemento questo estremamente sensibile e che richiede, per usare un concetto tanto caro a Ludwig von Mises, anche una comprensione storica approfondita, per evitare di scadere in confronti che si addicono più a opposte tifoserie piuttosto che a persone che cercano di capire la realtà delle cose. Difatti, sin dalle sue origini e grazie alle brillanti e pragmatiche idee di uno degli uomini più importanti della storia dell’integrazione tra gli Stati europei, ovvero Jean Monnet, il progetto europeo è stato da sempre caratterizzato dal cosiddetto funzionalismo (o metodo dei piccoli passi). In altre parole, e in modo quasi volgarmente sintetico, si è deciso di procedere, per evitare insormontabili impasse politiche, cedendo piccole fette di sovranità degli Stati Membri e passando dalla costruzione di una unione economica prima di raggiungere finalmente una completa unione politica, obiettivo questo comune con la visione federalista contrapposta (che vedeva in Altiero Spinelli la sua figura più rappresentativa) che si distingueva per la scelta dei mezzi da utilizzare. Sarebbe difficile non far ricadere in questo contesto la lunga esperienza dell’integrazione monetaria, iniziata formalmente almeno dal Piano Werner del 1970 e culminata poi con l’adozione della moneta unica. Così facendo, si capisce subito che l’assenza di una unione fiscale non è tanto un fallimento quanto un effetto specifico dell’integrazione comunitaria, che è sostanzialmente un unicum nel mondo (normalmente, infatti, sono le unioni monetarie ad essere conseguenti alle unioni politiche).
Tutto ciò per dire che, seppure esistano colpevoli ritardi e carenze di condivisione politica in diverse aree dell’Unione Europea, l’altra faccia della medaglia di questo storico approccio pragmatico è quello di aver reso possibile una serie importante di cessioni di sovranità che, verosimilmente, altrimenti non lo sarebbero state (e di aver sostanzialmente vincolato i paesi a non abbandonare il percorso intrapreso). La grande intuizione di Monnet fu quella di capire che la presenza degli Stati nazionali era troppo forte per credere realisticamente ad un progetto federale europeo (seppur va detto, il federalismo ha comunque avuto un ruolo non di secondo piano, quantomeno nel creare un autentico sentimento di europeismo). Nell’Europa di oggi, il ruolo degli Stati nazionali è ancora importantissimo e bisogna tenerlo ben presente. L’unione fiscale si inserisce perfettamente in questo quadro (in un certo senso, si potrebbe azzardare che essa occupa oggi, mutatis mutandis, lo spazio mediatico che l’unione di difesa europea occupava negli anni di Monnet) e, di conseguenza, ciò che serve oggi è certamente grande coraggio e una intuizione politica per risolvere l’impasse, esattamente come negli anni Cinquanta, ma per fare ciò non bisogna mai abbandonare il realismo che ha sempre contraddistinto la politica europea, evitando di abbandonarsi a sogni banali e interpretazioni troppo idealizzate della realtà, tenendo così bene a mente l’ampiezza e la lungimiranza del progetto europeo nella sua totalità.
Significato di unione fiscale e il caso degli eurobond
Una volta chiarito in modo definitivo che l’unione fiscale è una componente essenziale dell’unione politica, con tutte le necessarie conseguenze, tocca ora capire cosa sia effettivamente l’unione fiscale nel contesto dell’eurozona. Per riprendere ciò che prima si è accennato, una unione monetaria senza unione fiscale è da considerarsi incompleta e tale incompletezza può comportare, in linea teorica, un’elevata fragilità nei mercati dei titoli di stato per quei paesi che sperimentano shock negativi, con la potenzialità di indurli in crisi di solvibilità con meccanismi simili a quelli spiegati con i modelli pensati per i paesi in via di sviluppo che accumulano debito in valuta estera. Nel contesto delle TAVO si è spesso fatto riferimento a questi scenari relativamente agli shock asimmetrici che possono colpire paesi che dispongono di una medesima valuta. In realtà, per rendere il tema più attinente all’esperienza attuale, non vi è particolare differenza rispetto al caso in cui uno shock simmetrico sia nelle condizioni di propagarsi in modo eterogeneo nei vari Stati Membri per via delle differenze in termini di saldi di finanza pubblica.
Cosa si intende però più tecnicamente per unione fiscale? Nell’ambito dell’UE, ma anche in più in generale, quando si richiama la necessità di progredire nella direzione di maggiore integrazione fiscale si fa fondamentalmente riferimento a due maggiori dimensioni. Da una parte c’è infatti il consolidamento dei debiti nazionali (che, ad oggi, sono emessi dagli Stati Membri in una moneta sulla quale non hanno di fatto nessun controllo diretto) in un unico debito comune a livello dell’Unione. Questo implica naturalmente la creazione (o l’identificazione se già esistente) di un’autorità comune che sia preposta all’emissione del debito comune e che abbia il controllo sulla moneta con la quale il debito è denominato, contribuendo così ad evitare, sempre in linea strettamente teorica, il circolo vizioso legato alla sfiducia nei mercati e alle crisi di liquidità. Dall’altra parte e in modo interconnesso, la seconda dimensione riguarda invece l’accentramento dei bilanci pubblici in un unico bilancio e meccanismo di trasferimento comune a livello europeo. Tale passaggio creerebbe un sistema di mutua assicurazione, nel quale le risorse sarebbero trasferite dallo Stato membro non colpito a quello colpito dallo shock negativo, in modo tale da alleviare la portata della recessione (si noti che questo concetto è comunque legato in modo evidente all’eventualità di uno shock asimmetrico; le cose cambiano quando sia i paesi che ricevono i trasferimenti che quelli che li effettuano sono colpiti da una recessione, seppure in forma diversa come nel caso della crisi del Covid-19, poiché in tali circostanze, ad un problema di ordine puramente economico si accompagnerebbe un problema politico, cioè quello di giustificare agli occhi della popolazione meccanismi di solidarietà inevitabilmente impopolari).
Naturalmente, quando nel dibattito pubblico vengono avanzate idee in merito ad una maggiore integrazione fiscale, molto spesso non si intende la necessità di completare l’unione dall’oggi al domani bensì quella di cedere gradualmente pezzi di sovranità nelle due dimensioni della budgetary union di cui si è accennato. Un classico esempio, oggi più che mai attuale, può essere relativo all’idea di emissione di titoli di debito che siano comuni a tutti gli Stati Membri (strumenti che sono ormai noti, appunto, come eurobond). Un’ipotesi di questo tipo non solo si muoverebbe verso la condivisione dei rischi da parte degli Stati Membri riducendo la possibilità del sopraggiungere di crisi di liquidità individuali ma, in modo significativo, avrebbe l’effetto di trasmettere sicurezza ai mercati in merito alla volontà definitiva di non abbandonare la moneta unica da parte dei Paesi che compongono l’area euro.
La maggiore ragione per la quale una proposta di questo tipo ha incontrato le resistenze di diversi paesi dell’eurozona risiede nel timore giustificato che essa possa alimentare l’azzardo morale: in altre parole, essendo il sistema degli eurobond intrinsecamente munito di un meccanismo di assicurazione ed essendo l’emissione dei titoli di responsabilità collettiva, alcuni Stati Membri potrebbero essere attratti dall’idea di emettere troppo debito. Un secondo problema, che non è tecnicamente slegato dal primo, è relativo al fatto che alcuni Stati Membri che godono di rating di tripla A sui propri titoli, dovrebbero essere disposti a condividere il debito con altri che presentano condizioni più rischiose e rating meno favorevoli, accettando, di fatto, di pagare tassi di interesse più alti. Naturalmente, poi, è evidente che siffatti meccanismi devono necessariamente essere accompagnati da una capacità di prelievo fiscale che oggi l’Unione Europea non possiede e che, comunque, richiederebbe molto tempo per essere instaurata.
In virtù di tutto ciò, per quanto gli eurobond siano una soluzione non solo auspicabile ma anche inevitabile per il futuro dell’Unione Europea in quanto unione politica, è in ogni caso complicato pensare ad una loro completa realizzazione in una fase di emergenza, in cui sono necessarie risposte immediate. Non è affatto detto, poi, che agli eurobond non ci si possa arrivare in modo graduale, coerentemente con la dottrina del funzionalismo, attraverso una serie di compromessi coraggiosi che costituiscano dei punti di non ritorno, e quindi senza fare crociate nazionali sulla base di concetti talvolta altisonanti ma piuttosto confusi e utopistici.
Quella lettera che abbiamo dimenticato.
La settimana scorsa abbiamo pubblicato uno sfogo diretto verso i tantissimi politici, opinionisti e comuni cittadini indignati per il trattamento che la Germania e gli altri paesi del Nord Europa starebbero riservando all’Italia in questo momento di crisi, mancando di fornirle la solidarietà che – secondo i suddetti – sarebbe dovuta. Un episodio, ormai caduto nel dimenticatoio, è utile per capire come la responsabilità della situazione attuale sia da ricercare soprattutto nell’incapacità dell’Italia di sfruttare le occasioni che le vengono offerte e agire con lungimiranza: stiamo parlando della lettera della BCE dell’agosto 2011.
Nel pieno della crisi del debito sovrano e della tempesta finanziaria abbattutasi sui cosiddetti PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna), il governatore della Banca Centrale Europea Jean-Claude Trichet ed il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi (il quale non smetterà mai, durante tutto il suo successivo mandato a capo della BCE, di ricordare che al whatever it takes devono necessariamente accompagnarsi le riforme) firmano una lettera destinata al nostro governo per invitarlo ad adottare tempestivamente le misure necessarie a riformare il “sistema paese”, ad assicurare la sostenibilità delle finanze pubbliche e a placare la crisi di credibilità che rendeva impervio per l’Italia finanziarsi sui mercati.
Nella prima sezione della lettera, si indicano gli interventi necessari per accrescere il potenziale di crescita del nostro paese: l’aumento della concorrenza e della qualità dei servizi pubblici (da realizzare in particolare mediante radicali azioni di liberalizzazione e privatizzazioni su larga scala), il ridisegno dei sistemi regolativi e fiscali (così da sostenere la competitività delle imprese) e la riforma del mercato del lavoro (ossia rivedere il sistema di contrattazione salariale collettiva per permettere accordi a livello di impresa e le norme che regolano assunzioni e licenziamenti). Nella seconda parte, l’attenzione è rivolta ai conti pubblici e le indicazioni principali riguardano il taglio della spesa pubblica e la riforma del sistema pensionistico. Infine, la lettera si conclude con un invito a garantire una revisione della pubblica amministrazione, così da migliorarne l’efficienza e la capacità di assecondare le esigenze delle imprese.
Di tutto questo, poco o nulla è stato fatto (se non grazie alla Riforma Fornero e al Jobs Act), e quel poco è stato oggetto di contro-riforme da parte del Governo Conte-Salvini-DiMaio, responsabile dei deleteri Decreto Dignità e Quota 100. In un articolo pubblicato sul Foglio del 3 agosto 2019, Stefano Cingolani richiama il titolo di una celebre opera di Luigi Einaudi, “Prediche inutili”, e conclude: «Otto anni dopo [ora diventati quasi nove], le raccomandazioni della Banca Centrale Europea sono ancora inattuate. Prediche inutili? Ci vuole forse un’altra lettera o un’altra crisi da spread quando il debito italiano verrà di nuovo bocciato dai mercati, cioè dai risparmiatori che lo comprano?». La nuova crisi è arrivata e con lei il fondato timore che l’inevitabile incremento del debito pubblico possa rendere nuovamente l’Italia poco credibile agli occhi di chi deve prestarle denaro, e noi ci siamo fatti trovare impreparati. Ma, ovviamente, “è tutta colpa dell’Europa e della Germania”.
La cicala Italia e la formica Germania.
«In una calda estate, un’allegra cicala cantava sul ramo di un albero, mentre sotto di lei una lunga fila di formiche faticava per trasportare chicchi di grano. Fra una pausa e l’altra del canto, la cicala si rivolge alle formiche: “Ma perché lavorate tanto? Venite qui all’ombra a ripararvi dal sole, potremo cantare insieme!”. Ma le formiche, instancabili, senza fermarsi continuavano il loro lavoro: “Non possiamo! Dobbiamo preparare le provviste per l’inverno! Quando verrà il freddo e la neve coprirà la terra, non troveremo più niente da mangiare e solo se avremo le dispense piene potremo sopravvivere!”. “L’estate è ancora lunga e c’è tempo per fare provviste prima che arrivi l’inverno! Io preferisco cantare! Con questo sole e questo caldo è impossibile lavorare!”. Per tutta l’estate la cicala continuò a cantare e le formiche a lavorare. Ma i giorni passavano veloci, poi le settimane e i mesi. Arrivò l’autunno e gli alberi cominciarono a perdere le foglie e la cicala scese dall’albero ormai spoglio. Anche l’erba diventava sempre più gialla e rada. Una mattina la cicala si svegliò tutta infreddolita, mentre i campi erano coperti dalla prima brina. Il gelo bruciò il verde delle ultime foglie: era arrivato l’inverno. La cicala cominciò a vagare cibandosi di qualche gambo rinsecchito che spuntava ancora dal terreno duro e gelato. Venne la neve e la cicala non trovò più niente da mangiare: affamata e tremante di freddo, pensava con rimpianto al caldo e ai canti dell’estate. Una sera vide una lucina lontana e si avvicinò affondando nella neve: “Aprite! Aprite, per favore! Sto morendo di fame! Datemi qualcosa da mangiare!”. La finestra si aprì e la formica si affacciò: “Chi è? Chi è che bussa?”. “Sono io, la cicala! Ho fame, freddo e sono senza casa!”. “La cicala?! Ah! Mi ricordo di te! Cosa hai fatto durante l’estate, mentre noi faticavamo per prepararci all’inverno?”. “Io? Cantavo e riempivo del mio canto cielo e terra!”. “Hai cantato?” replicò la formica, “Adesso balla!”». La celebre favola di Esopo è la metafora più calzante per raccontare le trattative europee che si stanno svolgendo in questi giorni e le isteriche reazioni di molti politici italiani.
L’Italia è ovviamente la cicala, che per tanti anni ha cantato: ha cantato all’inizio del millennio quando, anziché sfruttare il “dividendo dell’Euro” (ossia il massiccio calo nella spesa per interessi sul debito conseguente all’introduzione della moneta unica) per fare le riforme, ha preferito usarlo per aumentare la spesa pubblica corrente; ha cantato negli anni post crisi del debito sovrano quando, alla possibilità di rimettere i conti in ordine offerta dalla flebile ripresa della crescita, ha opposto i bonus elettorali, i redditi di cittadinanza e le contro-riforme delle pensioni. Di contro, i paesi del Nord Europa (Germania in testa) sono le formiche: dopo l’unificazione il paese teutonico era considerato il “malato d’Europa” ma, mentre noi italiani cantavamo, ha intrapreso un piano di riforme (la cosiddetta Agenda 2010) che le ha permesso di trasformarsi nella “locomotiva d’Europa”; nel frattempo ha continuato, sia informalmente sia ufficialmente (le raccomandazioni annuali della Commissione Europea all’Italia sono lì a dimostrarlo), a spronarci a fare altrettanto. Abbiamo deciso di voltarci e non ascoltare.
Cosa chiede oggi la cicala Italia? Il punto in discussione non riguarda il poter spendere i nostri soldi quanto e come vogliamo: il Patto di Stabilità (da cui derivano i famigerati “vincoli europei”) è stato sospeso e il Presidente della Commissione Ursula Von Der Leyen ha dichiarato che i governi possono pompare nel sistema denaro finché serve. Il punto è che noi non abbiamo denaro da pompare perché lo abbiamo già speso e faremmo fatica ad indebitarci ulteriormente sul mercato perché lo stato delle nostre finanze pubbliche è già pericolante così; il tutto nonostante anni di inviti a sistemare le cose. Oggi chiediamo che i nostri partner europei, le formiche, firmino per noi una cambiale, “spendano” il credito e l’affidabilità duramente conquistati per garantire il nostro debito aggiuntivo; il tutto senza condizionalità, ossia lasciandoci liberi di utilizzare quei soldi come vogliamo, compresi i soliti sprechi. Voi prestereste soldi ad un conoscente rinomato per il suo vizio di giocare alle slot machine? Se la risposta è no – ed è molto probabile che sia così – allora pensateci due volte prima di prendervela con la Germania.
Sia chiaro: oggi l’Europa si trova dinnanzi ad una sfida cruciale e un passo avanti nell’integrazione, compresa la condivisione del rischio, è una soluzione opportuna per il presente e per il futuro; la rigidità dei paesi del Nord Europa potrebbe costare caro al progetto comunitario. Ma la solidarietà e la responsabilità viaggiano di pari passo: pretendere, anche con arroganza e vittimismo, è l’ultima cosa che siamo autorizzati a fare. E la lezione che deve essere imparata e ricordata bene quando ci troveremo nuovamente nella cabina elettorale è una sola: l’irresponsabilità si paga, sempre.
L’ennesima svolta autoritaria dell’Ungheria.
I recenti avvenimenti che riguardano l’Ungheria ricordano all’Unione Europea un’ulteriore problematica piuttosto imminente che – se mai ce ne fosse bisogno – va ad aggiungersi a quelle sanitaria ed economica. Difatti, la decisione del Premier ungherese Orbán di conferirsi pieni poteri (che a breve verrà approfondita) palesa la necessità da parte dell’UE di salvaguardare gli assetti democratici dei propri Stati Membri.
Con una maggioranza di 137 voti a favore e 57 contrari, ottenuta grazie al partito del Premier Fidesz (che, si pensi, a seguito delle contestate elezioni dell’8 aprile 2018 detiene ben 133 seggi sui 199 dell’Assemblea Nazionale, già ridotti rispetto ai 386 vigenti prima della riforma elettorale del 23 dicembre 2001, votata proprio durante i primi periodi del secondo governo Orbán) e ad alcuni voti provenienti dall’estrema destra, il Parlamento ungherese ha approvato la Legge di Autorizzazione per contrastare il Coronavirus. La legge, senza troppi giri di parole, attribuisce appunto pieni poteri al Premier, il quale potrà d’ora in poi governare per decreto, bloccare le elezioni e sospendere le leggi che sono già in vigore, di fatto congelando il ruolo dell’organo legislativo. La nuova legge prevede pene severissime per chi non rispetta il coprifuoco imposto dalle autorità (fino a 8 anni di carcere) e per chi diffonde notizie false (fino a 10 anni di carcere), non essendo poi chiaro chi potrà stabilire effettivamente la veridicità delle informazioni e – anche per via della vaghezza del testo – lasciando intatta la possibilità di includere in tali fattispecie anche qualsiasi tipo di manifestazione di dissenso politico e critica al governo.
L’elemento più grave di questa legge è però un altro: tutto ciò a cui si è appena accennato vale a tempo indeterminato. Si noti, a questo proposito, che le stesse opposizioni avevano effettivamente dichiarato la loro disponibilità a votare favorevolmente il testo qualora Orbán avesse provveduto a fornire una scadenza delle misure. Nonostante ciò, però, proprio per via della sproporzionata maggioranza di cui gode Fidesz, il Premier, oltre ad aver seccamente rifiutato la proposta, ha addirittura asserito che coloro che non si schiereranno dalla sua parte staranno “dalla parte del virus”.
È indiscutibile che tali misure siano gravissime, tanto più che vengono autorizzate da uno Stato Membro dell’Unione Europea. Ciò detto, però, agli occhi un osservatore informato, la mossa di Orbán non può certo costituire un elemento di sorpresa. Essa si pone a coronamento della strategia della cosiddetta democrazia illiberale che il Premier ha, neanche troppo gradualmente, instaurato in Ungheria a partire dal 2010 mediante l’erosione dell’indipendenza giudiziaria, le “leggi schiavitù” sul lavoro, la progressiva scomparsa dell’informazione libera (la maggior parte dei media indipendenti sono stati acquistati dagli oligarchi vicini alla figura di Orbán) e altri atteggiamenti di deriva autoritaria.
Non solo: la reiterata azione estremamente spregiudicata di Orbán costituisce una vera e propria umiliazione per l’UE, soprattutto se si considera che grandissima parte della rapida crescita economica del Paese magiaro verificatasi negli scorsi anni (la quale ha certamente contribuito ad arricchire la popolarità di Orbán, che è poi esplosa per via delle efficaci propagande anti-migranti di Fidesz durante le campagne elettorali per le elezioni politiche del 2018 e europee del 2019) si deve proprio alla sua appartenenza alla grande area commerciale europea e ai trasferimenti ricevuti dal bilancio di Bruxelles.
Ci si chiede, allora, cosa faccia e cosa possa fare l’UE per frenare le continue violazioni dell’Art. 2 del Trattato sull’Unione Europea (TUE), che detta i principi democratici e i diritti fondamentali sui quali si fonda l’intero progetto europeo. In realtà, a giudicare dalle informazioni disponibili sino ad oggi, ben poco. Sebbene l’adesione dei 13 eurodeputati di Fidesz sia stata congelata dal Partito Popolare Europeo (PPE) e l’Ungheria sia finita sotto la procedura contemplata dall’art 7 TUE per violazione proprio dei diritti contenuti nell’art 2 TUE già da tempo (su un dossier che si trascinava ormai da anni, accompagnato dall’apertura di numerose procedure di infrazione da parte della Commissione Europea), l’azione dell’Ue non riesce ad essere incisiva. Infatti, nonostante lo storico voto a favore del cosiddetto Rapporto Sargentini da parte del Parlamento Europeo nel settembre del 2018, per arrivare a sanzionare uno Stato Membro attraverso l’art 7 TUE, sinteticamente, è necessario il voto unanime del Consiglio dell’Unione Europea, estremamente improbabile solo se si considera che sarebbe necessario anche quello della Polonia che, oltre ad essere politicamente molto vicina all’Ungheria di Orbán (così come gli Paesi del Gruppo di Visegrád), è essa stessa al centro di un’altra procedura attivatasi mediante l’articolo 7 TUE in considerazione delle minacce relative all’indipendenza della magistratura.
In parole povere, l’UE si trova intrappolata nel suo stesso assetto giuridico e non riesce a porre limiti all’atteggiamento di un governo a capo di un Paese dal peso decisamente relativo.
In questo contesto, l’emergenza Coronavirus, in particolare, rischia, come si legge nel focus dell’ISPI del 31 marzo, di mietere la prima vittima tra le democrazie senza che l’UE riesca ad intervenire (ad oggi, nonostante gli sforzi del comitato europeo per le libertà civili, dalla Commissione Europea arrivano solo timidi richiami generalizzati). Alla luce di ciò, non può quindi stupire che, rileggendo oggi, a posteriori, l’art. 49 TUE e i cosiddetti Criteri di Copenaghen (in particolare, il criterio politico, laddove stabilisce la necessità della “presenza di istituzioni stabili, garanti della democrazia, dello stato di diritto e dei diritti umani”) per l’adesione all’UE, il caso dell’Ungheria possa sembrare alquanto paradossale. Del resto, questo concetto è ormai piuttosto conosciuto con l’espressione “Copenaghen Dilemma”: sebbene esista la possibilità di porre un veto sull’adesione di uno Stato candidato in base alla compatibilità di quest’ultimo con i diritti fondamentali, non esiste un meccanismo efficace per supervisionare la sua aderenza a tali valori a seguito dell’accesso.
La soluzione europea può arrivare dalla BEI.
È vero: questa crisi colpirà tutta l’Unione Europea. Per onestà intellettuale dobbiamo anche ammettere che gli Stati membri hanno approcciato questa situazione in condizioni economiche sensibilmente differenti, che di conseguenza permettono una differente risposta. Se da un lato questo non giustifica una mancanza di solidarietà tra Paesi le cui economie sono strettamente interconnesse, dall’altro è necessario affrontare il dibattito con responsabilità e disponibilità al compromesso. Compromesso che ovviamente non deve discostarsi troppo da quella che è la realtà sottesa a questo shock, così da comprendere effettivamente quelle che sono le priorità per arginare e ricostruire.
Come si è detto in un nostro articolo precedente, ci troviamo di fronte a uno shock di offerta che ha indotto a una generalizzata chiusura delle fabbriche, con un conseguente tendenziale azzeramento della produzione (anche in questo caso è necessario ammettere che una tale esigenza non si è presentata in egual modo in tutti i Paesi dell’Unione). È evidente dunque come i principali destinatari delle misure economiche devono essere le imprese (il Governo sembra averlo capito, seppur con ingiustificato ritardo). In particolare, per un Paese come l’Italia, fortemente trainato dalle piccole e medie imprese, ovvero dalle esportazioni, questa situazione rischia, in assenza di un intervento mirato e tempestivo, di creare danni esponenziali. Ci ripetiamo: è importante sottolineare che la crisi colpirà tutta l’Unione, ma la serrata delle fabbriche non è stata imposta in tutti gli Stati membri. Questo è un aspetto di estrema rilevanza. La concorrenza colpisce tanto quanto il virus, e una chiusura prolungata delle fabbriche, combinata all’assenza di liquidità per affrontare la cosiddetta “fase uno”, rischia di condannare alcune delle nostre imprese a perdere importanti fette di mercato, a scapito magari di produttori di altri Paesi in cui non si è resa necessaria la chiusura. Questa è una triste realtà, ma pur sempre la realtà.
La realtà in quanto tale va sempre affrontata. Noi stessi siamo costretti ad accettare che ci troveremo di fronte a un assodato aumento del debito pubblico, ovvero a un maggiore intervento statale nell’economia pubblica. Fidatevi, non è una situazione che ci fa fare i salti di gioia. Per questo è necessario che tale intervento sia mirato e competente, in modo da permettere alle nostre imprese di tornare competitive sul mercato il più in fretta possibile. Questa è una preoccupazione che non riguarda solo noi che scriviamo, ma che è altresì sottesa alle preoccupazioni dei Paesi del Nord per quel che concerne l’emissione dei cosiddetti coronabond. La lista dei motivi è lunga e ben nota, e ci siamo onestamente stancati di ricordare come i governanti abbiano sprecato le limitate risorse pubbliche di cui in condizioni normalità si disponeva per le manovre economiche.
È necessario dunque trovare una soluzione comune, in grado altresì di garantire agli altri Paesi che tali fondi non saranno gestiti in malo modo, e magari di convincerli che la ricostruzione che deriverà da tale soluzione andrà a beneficio dell’integrazione europea. È evidente a tal proposito che l’approccio del Ministro Gualtieri non risulta conciliante, nella misura in cui si ritiene che la risposta europea “sarà adeguata solo se comprenderà l’emissione comune di bond europei per finanziare i piani nazionali di risposta all’emergenza coronavirus”. L’Unione ha sino ad ora fatto molto per l’Italia (vedasi i 220 miliardi di titoli di Stato acquisiti dalla BCE, che ci permettono di fatto di innalzare il nostro debito respingendo, potenzialmente, una risposta negativa dei mercati), e ovviamente può fare ancora molto. È arrivato però il momento della reciproca comprensione.
Una proposta interessante ce la suggeriscono Cottarelli, Galli e Letta, ai quali si aggiunge la voce del Professor Quadro Curzio. La protagonista della risposta alla crisi dovrebbe essere la Banca Europea per gli Investimenti (BEI), che guarda caso è considerata la banca per lo sviluppo delle piccole e medie imprese. I primi tre propongono la creazione di una piccola istituzione ad hoc all’interno della BEI, la quale, coordinandosi con le altre istituzioni europee, dovrà emettere uno strumento di raccolta finanziaria denominato “Special Issue European Security” per raccogliere 300-400 miliardi di euro a lunghissima scadenza (30-50 anni). La BEI è infatti considerata una delle istituzioni più affidabili al mondo, e ha un potenziale economico maggiore di quello della World Bank. Questo consentirebbe altresì alla BCE di acquisire parte di tali obbligazioni, e, aggiungono Cottarelli, Galli e Letta, il MES potrebbe decidere di indirizzare parte delle sue risorse in questa direzione.
La BEI è dunque un’istituzione da non sottovalutare, perché permetterebbe agli Stati di approcciare la crisi non limitandosi dunque a un raggio temporale di breve periodo. Come giustamente sottolinea il Presidente di Confindustria Boccia su La Stampa, le imprese italiane dovranno affrontare due fasi. Nella prima fase, dovrà essere garantita loro la liquidità necessaria per poter riaprire. Nella seconda fase dovranno essere in grado di trasformare il debito accumulato in un debito di lungo periodo. La BEI dunque, alla luce della sua estrema affidabilità e della capacità di garantire prestiti a lunga scadenza, può essere la soluzione giusta per la ripartenza. Sarebbe dunque opportuno cavalcare gli spiragli di apertura provenienti da questa istituzione (essa ha recentemente deciso di attivare un fondo da 25 miliardi che ne mobiliterà 200) e di sfruttare la maggiore flessibilità prevista dal funzionamento della stessa, considerando che, a differenza del MES, non si prendono mai decisioni all’unanimità (se non in merito alla decisione di sospendere i prestiti).
Un ulteriore punto di interesse riguarda il fatto che la BEI potrebbe, per quanto riguarda l’Italia, agire per mezzo della Cassa Depositi e Prestiti, bypassando de facto il timore per gli altri Stati che i fondi da essa derivanti possano, transitando nelle mani del Governo, essere mal spesi. Come dice il Professor Paganetto su La Stampa, l’esempio della Kreditanstalt für Wiederaufbau (KfW) tedesca testimonia la desiderabilità dell’intervento di istituti che operano sul mercato, e che dall’alto delle loro specifiche competenze possono valutare le effettive esigenze per il Paese. Aggiungiamo noi, perché la Germania, che fa grande ricorso alle attività della KfW, dovrebbe dunque opporsi a un ruolo da protagonista della BEI?
La realtà ci impone però di affrontare la crisi che ci troveremo davanti, come si dice in guerra, senza lasciare nessuno indietro. Sono dunque legittime le preoccupazioni per il disordine sociale e la disoccupazione. Per quanto riguarda la seconda, essa è purtroppo un problema che precede questa emergenza. Un intervento mirato, e coordinato con l’Unione, ci permetterà potenzialmente di contenere l’aumento del numero di disoccupati derivante da una definitiva chiusura di migliaia di attività, e di affrontare le problematiche esistenti. Seguendo gli insegnamenti di Jacques Delors servirà un approccio pragmatico e rispettoso del principio di sussidiarietà, e la BEI è lo strumento ideale per una tale linea di intervento. Cottarelli propone di utilizzare gli “Special Issue European Security” per gli interventi a sostegno delle partite Iva e per quelli relativi al sistema sanitario. La BEI potrebbe, come si è detto, occuparsi della sopravvivenza e del rilancio delle piccole e medie imprese. Parallelamente l’intervento promesso dalla Commissione per mezzo del programma SURE, ci permetterebbe di affrontare con più serenità le inevitabili perdite di posti di lavoro. Lo Stato italiano sarà dunque chiamato a complementare quando sopra indicato, ovvero a sostenere le imprese di maggiori dimensioni e a prolungare la sospensione del pagamento delle tasse per le piccole e medie imprese. Come si è detto nel nostro articolo precedente, è necessario un approccio responsabile della nostra classe politica per convincere gli altri Paesi ad intraprendere questa strada, per mezzo di interventi strutturali, in grado altresì di consentire una crescita economica sostenibile.
Un approccio responsabile che potrebbe estendere lo spettro di cooperazione tra gli Stati membri, così da affrontare ulteriori problematiche che potrebbero originare da questa crisi, quali per esempio la precedentemente citata perdita di competitività di alcune imprese europee, alla luce anche del fatto che la Cina, che ha avuto la fortuna di “uscire” dall’emergenza in anticipo, è ipotizzabile non perderà l’occasione di acquisire importanti fette di mercato. Una cooperazione che potrebbe portarci anche a comprendere la necessità di stimolare la domanda a livello europeo, per mezzo di investimenti infrastrutturali transnazionali, magari lasciandoci definitivamente alle spalle quel retaggio culturale nazionalista tipico dell’Ottocento.
MES, Eurobond o Coronabond?
In questi giorni si sta discutendo molto dell’esigenza che l’Unione Europea faccia la sua parte nella gestione dell’emergenza Covid-19, come d’altra parte abbiamo scritto anche noi qui, sottolineando la necessità di una risposta europea omogenea. L’opinione pubblica e la politica stanno rivolgendo la propria attenzione a due temi: gli Eurobond (o i Coronabond) e il Meccanismo Europeo di Stabilità. Cerchiamo quindi di capire di cosa si tratta.
Euro/Corona Bond
Gli Eurobond sono un tema spinoso e non nuovo in ambito europeo, considerando che furono proposti per la prima volta dall’ex Presidente della Commissione Europea Jacques Delors (in carica dal 1985 al 1995): si tratta di titoli di debito pubblico europei e presuppongono, quindi, una forma di mutualizzazione del debito, poiché la responsabilità ed il rischio sarebbero condivisi da tutti gli Stati membri. I Coronabond sono uno strumento del tutto simile, ma di carattere una tantum (ossia verrebbero emessi solo questa volta e non in maniera continuativa), finalizzato unicamente a far fronte all’emergenza in atto.
Perché non c’è accordo a livello europeo sulla loro introduzione? I profili di criticità sono principalmente due: (1) Essi non sono ritenuti una soluzione per l’immediato, in particolare a causa di questioni tecniche come l’eventuale modifica dei trattati o anche solo la creazione di un’apposita istituzione che si incarichi di emetterli. (2) La mutualizzazione del debito è una questione molto spinosa dal momento che i principali beneficiari sono paesi come il nostro che approfittano della crisi per inserire nei decreti emergenziali regalie e sprechi come gli ennesimi 700 milioni ad Alitalia.
Meccanismo Europeo di Stabilità
Il Meccanismo Europeo di Stabilità (MES, detto anche Fondo salva-stati) è una sorta di assicurazione comunitaria creata al fine di salvaguardare la stabilità finanziaria dell’eurozona, sostenendo i Paesi in difficoltà finanziarie. Nonostante le tante bufale sul tema propagandate nell’ultimo anno da partiti sia della maggioranza che dell’opposizione, oggi potrebbe rivelarsi lo strumento migliore per affrontare l’emergenza: come hanno scritto Lorenzo Codogno e Giampaolo Galli in un articolo sul Sole24Ore intitolato “Dal MES deve arrivare un salvagente per l’Italia”, l’Italia potrebbe avvalersi subito di una delle due linee di credito precauzionali previste per paesi che sono colpiti da shock avversi che sono al di fuori del loro controllo.
Il problema, però, è analogo a quello visto prima: le regole del MES prevedono la sottoscrizione di un “memorandum di intesa” (che richiede che il paese si sottoponga ad un programma di riforme e di aggiustamento dei conti pubblici), ma l’Italia e i paesi del Sud Europa stanno cercando di ottenere che l’accesso sia incondizionato. Gli altri partner europei possono fidarsi? Non sarebbe il caso, mentre chiediamo all’Europa di fare un passo avanti e venire incontro alle nostre richieste, di fare a nostra volta un passo di responsabilità ed affidabilità verso di loro, magari partendo – come proposto da Alberto Mingardi – da un gesto simbolico come l’abolizione di Quota 100?
Una proposta alternativa
Gianluca Codagnone e Thomas Manfredi, cofondatori di Liberi Oltre Le Illusioni, hanno lanciato una possibile soluzione alternativa in un loro articolo intitolato “Una Autorità sanitaria europea e un salute bond per battere Covid19” e apparso sul blog Econopoly. La proposta prevede la creazione di un’autorità sanitaria europea (EHA) che lanci un programma di emissioni obbligazionarie EHA COVID19 ABS con durata da 10-30 anni (la sigla ABS sta ad indicare titoli cosiddetti asset-backed, ossia garantiti dalle attività dell’autorità stessa). Il ricavato della vendita di tali obbligazioni verrebbe usato per strutture e attrezzature mediche (ospedali, laboratori, impianti di produzione di ventilatori, unità di terapia intensiva e tutti gli altri materiali che potrebbero essere necessari per affrontare una diffusione epidemica) e ogni Stato sarebbe lasciato libero di acquistare beni o servizi dalla rete EHA.
I vantaggi di tale proposta sono principalmente due: (1) Innanzitutto la natura dei titoli lascia molta flessibilità, dal momento che a crisi finita si potrebbe benissimo decidere di dismettere l’EHA, vendere i suoi asset e ripagare le obbligazioni anticipatamente. (2) Il fatto di essere specificatamente mirati a sostenere le spese per la sanità elimina l’eccessiva discrezionalità, evitando il rischio che i paesi meno seri possano approfittare dell’emissione di debito comune per finanziare misure clientelari.
Come reagire alla crisi che ci attende.
L’emergenza sanitaria causata dalla malattia Covid-19 e le sue conseguenze economiche – come era facilmente intuibile già da diversi giorni – stanno colpendo l’intera Unione Europea ponendo quest’ultima di fronte ad una sfida epocale, per molti aspetti profondamente diversa rispetto alla crisi dei debiti sovrani del 2010. In altre parole, si potrebbe dire che l’UME si trovi oggi ad affrontare uno shock simmetrico, a differenza dello shock asimmetrico che colpì Centro e Periferia a seguito della crisi economico-finanziaria. Questo significa che, oggi più che mai, è necessaria una risposta a livello dell’Unione Europea, evitando così elementi di divergenza tra le politiche degli Stati Membri poiché, per usare l’espressione di Giavazzi e Alesina, “siamo tutti sulla medesima barca”. Ciò significa anche che non è questo il momento per porre condizioni alle politiche fiscali dei diversi paesi, anche comprendendo quanto la comunicazione sia oggi essenziale per evitare uno shock negativo nei consumi (sempre citando Giavazzi e Alesina, “questa è una circostanza in cui promettere di spendere di più oggi se necessario potrebbe, alla fine, rendere le spese non necessarie”).
Più specificamente, è importante che la predisposizione delle risorse addizionali necessarie sia affidata ad un programma europeo di ampio spettro, quantomeno in termini di coordinamento, e non ai singoli Stati Membri in modo totalmente autonomo, con il rischio che emergano differenti punti di vista e che i mercati possano ritrovarsi a dubitare della solvibilità di alcune economie come nel 2010 (è infatti anche per evitare ciò che la BCE ha recentemente ampliato il suo programma di quantitative easing). Naturalmente, gli interventi di politica fiscale che sono oggi inevitabili devono essere, come suggeriscono Gaspar e Mauro, tempestivi, mirati e temporanei. In altre parole, questa crisi non può essere una ragione per una riduzione permanete (o sospensione) della tassazione e un aumento permanente ed indiscriminato della spesa. Anzi, il caso italiano insegna per l’appunto – se ce ne fosse ulteriore bisogno – l’importanza di mantenere una certa disciplina fiscale in tempi “normali” per paesi come il nostro, dove i conti pubblici sono particolarmente sotto stress: difatti, se l’Italia non avesse accumulato un rapporto debito/PIL superiore al 130% in periodi in cui l’economia cresceva, sarebbe oggi possibile spendere molto di più per far fronte a questa situazione di straordinaria eccezionalità.
Ciò richiama anche un’altra circostanza: il ruolo guida della Germania nella stabilizzazione dell’economia europea. Spesso, riferendosi al processo di aggiustamento macroeconomico all’interno dell’UME (che è notoriamente soggetta a pressioni deflazionistiche a causa di un eccesso di risparmio sull’investimento) ci si è appellati al ruolo attivo che i paesi che dispongono di spazio fiscale dovrebbero svolgere nello stimolo agli investimenti, in particolare proprio la Germania. Nella crisi sanitaria che si sta verificando in questi giorni, proprio lo spazio di manovra della Germania, che dispone di un debt ratio molto contenuto rispetto agli standard internazionali, diviene, appunto, fondamentale per tutta l’UE (ma anche per la stessa Germania, tanto più che, proprio l’economia tedesca è oggi notevolmente sotto pressione per via della sua forte dipendenza dalla domanda estera e dal settore industriale).
In generale, è necessario che l’Unione Europea si dimostri coesa e coordinata in un momento come questo e che gli interessi nazionali vengano subordinati a quello europeo. L’unico aspetto positivo di questa crisi è che essa potrebbe rappresentare una grande occasione per un ulteriore importante passo verso quell’integrazione europea spesso criticata (alcune volte comprensibilmente) ma quasi mai compresa fino in fondo per una profonda e generalizzata ignoranza storica. D’altro canto, però, un errore adesso potrebbe costare carissimo al progetto europeo e, più in generale, al futuro del continente.
Covid-19 e protezione dei dati personali.
“Vi controlliamo attraverso le celle telefoniche”. Queste le parole pronunciate dall’assessore al Welfare della Lombardia, Giulio Gallera, dopo aver riscontrato, per mezzo dei dati raccolti dagli operatori telefonici, che nella Regione quattro persone su dieci continuano a muoversi nonostante i divieti del governo. Un numero che è ovviamente allarmante – considerando soprattutto che, sulla base delle stesse informazioni, si riscontra che prima che scoppiasse l’emergenza le percentuali non si discostavano di molto da quelle sopracitate – e che testimonia probabilmente come il messaggio non sia stato recepito dai cittadini. Un’affermazione, quella di Gallera, che deve essere interpretata come un monito, e non come un’effettiva sorveglianza sui cittadini. Mettiamo le cose in chiaro: tali dati non permettono l’identificazione dei singoli individui, ma sono esclusivamente concernenti il tracciamento degli spostamenti in generale.
Un monito che però non deve essere sottovalutato in giorni difficili come quelli che stiamo vivendo. Sono state infatti diverse in questi giorni le dichiarazioni relative alla necessità di limitare la protezione dei dati personali dei cittadini italiani – e di quelli europei in generale – per sconfiggere il Coronavirus. Dagli esperti irlandesi che hanno espresso il proprio parere positivo circa la possibilità di appropriarsi delle password degli account Google, al Robert Koch Institute – l’istituto di sanità pubblica tedesco – il quale sta considerando l’utilizzo dei dati personali provenienti dai cellulari delle persone risultate positive, l’eco del successo della strategia sudcoreana risuona forte. I dati forniscono inoltre un’ulteriore spinta alle voci di coloro che spingono per utilizzare dette strategie: in Corea infatti, a parità di casi, il numero di decessi è inferiore. Questo è un dato che fa riflettere, in quanto è ovviamente irrisorio pensare che i sudcoreani siano più resilienti al virus degli italiani. Le strategie digitali, ovvero la limitazione del diritto alla protezione dei dati personali, possono dunque essere una risposta a detta di molti. In questi giorni ci si interroga dunque pesantemente sulle scelte da prendere a tal proposito. Ad ogni modo, è necessario considerare che all’interno dell’Unione Europea vige un regime di protezione dei dati personali differente da quello sudcoreano. Un regime che è indiscutibilmente il più stringente al mondo, ma che contiene comunque degli elementi di flessibilità. Procediamo però per gradi, incominciando da una disamina di quella che è stata la strategia messa in campo dalle autorità di Seul.
In Sud Corea si è sostanzialmente fatto uso di un’applicazione per smartphone sviluppata dal Ministero dell’Interno e della Sicurezza, la quale permette, a chi ha ricevuto l’ordine di non uscire di casa, di rimanere in contatto con gli assistenti sociali e di riferire i progressi fatti. Ovviamente tale applicazione utilizza il GPS al fine di tracciare le posizioni degli stessi, così da controllare effettivamente che non violino la quarantena. L’elemento attrattivo che induce all’utilizzo di tale app è la possibilità di controllare se nelle vicinanze ci sono altre persone contagiate. Per questo l’applicazione ha potuto riscuotere successo anche tra i non contagiati, considerato che in Sud Corea si è imposta la quarantena anche a coloro che sono entrati in contatto – anche essere stati nella stessa stanza di un individuo che ha mostrato i sintomi del Coronavirus – con un infettato. Le deroghe dunque derivano dall’utilizzo di un’applicazione, la quale permette agli interessati di conoscere le basi giuridiche e lo scopo del trattamento per mezzo dell’informativa e delle condizioni d’uso. In letteratura sono però molti gli studi che testimoniano la scarsa propensione alla lettura delle condizioni d’uso, ovvero la difficoltà relativa alla comprensione degli stessi. Problematiche dalle quali origina il cosiddetto fenomeno del “consent paradox”, che in questo caso rischia di essere esacerbato dalla sopramenzionata attrattività di tale applicazione, e dal senso di emergenza che per forza di cose deriva dal diffondersi del virus.
Sebbene, dunque, la strategia segua un approccio bilanciato, non è esente da criticità, soprattutto se si considera l’impianto normativo europeo in materia di protezione dei dati personali. A tal proposito, il Presidente del Comitato Europeo per la Protezione dei Dati, Andrea Jelinek – così come altre Autorità di controllo nazionali, tra le quali quella francese e quella danese – ribadendo come il GDPR presenta delle basi giuridiche per consentire alle autorità pubbliche di trattare i dati personali in situazioni di emergenza senza il consenso degli interessati, ha altresì ricordato come le stesse dovrebbero però condurre trattamenti concernenti l’ubicazione in modo anonimo – ecco spiegato perché ai sensi della normativa europea le affermazioni di Gallera sono meramente da considerarsi un monito – e dunque per mezzo di un’elaborazione di dati aggregati tali da impedire che tali possano essere convertiti in dati personali, come per esempio limitandosi alla rilevazione di concentrazioni di cellulari in un dato luogo.
La strategia sudcoreana dunque è un’opzione allettante, ma che mal si concilia con la normativa europea. Nonostante ciò, è doveroso sottolineare come essa, permettendo di ricostruire gli spostamenti dei soggetti infetti, permetterebbe altresì di imporre divieti nelle aree meno colpite dal virus. Un buon compromesso potrebbe dunque essere la possibilità di utilizzare delle strategie simili, omettendo alcuni dati, utilizzando le cosiddette tecniche di pseudoanonimizzazione e – ad esempio- permettendo esclusivamente ai cittadini di conoscere se un soggetto infetto sia stato in una determinata zona così da evitarla, o alternativamente alle autorità di comprendere dove siano potuti potenzialmente occorrere dei contagi. Una soluzione dunque che, nel rispetto del principio di minimizzazione, potrebbe essere presa in considerazione quando la situazione inizierà a “normalizzarsi”. Ricordiamoci infatti che, nell’ordinamento europeo, ogni limitazione dei diritti e delle libertà fondamentali – e la protezione dei dati personali è considerato un diritto fondamentale all’interno della Carta di Nizza – deve essere necessaria e proporzionata. Stiamo vivendo giorni in cui alla popolazione sono già imposte – giustamente – forti restrizioni alla libertà di movimento, e la stessa libertà di impresa è soggetta a forti interferenze. Ulteriori restrizioni, come quelle alla protezione dei dati personali, potrebbero risultare eccessivamente sproporzionate.
Siamo una democrazia, crediamo nello stato di diritto e nella tutela dei diritti e delle libertà fondamentali. Come già scritto qui, chiunque si definisca liberale non deve scordarselo e rimanere all’erta.
Brexit e le difficoltà di un accordo.
Come recentemente affermato dall’europarlamentare Guy Verhofstadt, la Brexit potrebbe rivelarsi un evento di una portata tale da garantire la sopravvivenza dell’Unione Europea e la moderazione delle pretese del blocco sovranista. Al netto ovviamente della traumaticità della fuoriuscita dall’UE del Regno Unito, le difficoltà che si sono palesate e continuano a permanere nelle trattative fra i due schieramenti hanno reso evidente ai più come la strada per recedere dai trattati dell’Unione Europea sia particolarmente tortuosa, ed è anche per questo motivo che politici come il sovranista per eccellenza Orbàn nei suoi ultimi interventi non hanno mai menzionato la possibilità di uscire.
Fin da subito le trattative tra il governo di Sua Maestà e la Commissione europea si sono mostrate particolarmente complicate, soprattutto in quanto risulta difficile giungere a compromessi, considerate da un lato la volontà francese di mostrare il pugno duro così da non creare precedenti che potrebbero stimolare future fuoriuscite, dall’altro i delicati equilibri su cui si regge il governo May e l’esigenza di rappresentare quella che è stata la volontà della maggioranza dei britannici in seguito al referendum: “Take back control”. Secondo le ultime indiscrezioni, Theresa May parrebbe orientata a trovare una soluzione che tenga il Regno Unito ancorato al mercato unico europeo sul modello norvegese, con forti limitazioni relative alla possibilità di avere una politica commerciale propria e con controlli sulle merci dirette verso l’Irlanda del Nord.
Procediamo comunque per gradi. Quello che è emerso successivamente all’esito referendario è stata la volontà di giungere a negoziati che garantissero al Regno Unito la possibilità di adottare una politica commerciale propria, un accesso al mercato unico europeo sulla base di un accordo di libero scambio, il mantenimento della partnership euro-britannica riguardante le politiche su sicurezza e lotta al terrorismo (forse l’unico punto su cui c’è una forte unità d’intenti) e il ritorno a una politica migratoria autonoma anche per quando riguarda le migrazioni provenienti dall’Unione Europea, da cui dovrebbero giungere solamente lavoratori altamente qualificati. È evidente, come avviene d’altronde in ogni negoziato, che una parte debba per forza di cose rinunciare ad almeno una delle sue pretese e quindi che sia impossibile per il Regno Unito ottenere una risposta affermativa relativa a tutte le questioni precedentemente citate. È ancor più evidente se si considera che l’Unione Europea non è disposta a scindere le quattro libertà fondamentali alla base del mercato unico, e quindi libertà di circolazione di persone, beni, capitali e servizi. Qualsiasi deroga a quanto precedentemente citato creerebbe un precedente che minerebbe i rapporti tra due paesi, quali Svizzera e Norvegia, e l’Unione Europea.
Altro elemento su cui l’Unione Europea sembrava inizialmente non disposta a cedere è quello che riguarda l’accesso preferenziale al mercato unico da un lato e la possibilità di dotarsi di una politica commerciale autonoma dall’altro, in quanto porterebbe enormi vantaggi per il Regno Unito, che si troverebbe nella situazione di poter attrarre merci sul suo territorio a tariffe più vantaggiose rispetto a quelle applicate dall’Unione continuando allo stesso tempo a commerciare all’interno del mercato unico senza applicare alcuna tariffa.
Le soluzioni profilatesi sono dunque state due: un accordo simile al modello canadese o l’opzione norvegese. La prima soluzione si è da subito dimostrata particolarmente complicata, in quanto avrebbe di fatto significato rinunciare all’Irlanda del Nord (consideriamo inoltre che il governo di Sua Maestà si regge oggi sull’alleanza tra conservatori e il Partito unionista democratico) per poter garantire il rispetto degli accordi del Venerdì Santo, di cui l’Unione Europea è garante, ed evitare la creazione di una nuova frontiera tra Ulster ed Eire. Per questo motivo il governo May si è da subito mosso nella direzione della “Norway option”, che prevede la sottomissione alle regole del mercato unico (senza poterle modificare), la possibilità di siglare accordi commerciali (parzialmente), ma l’obbligo di raccogliere le tariffe dell’Unione Europea per i beni diretti nell’Unione Europea, i quali devono ovviamente rispettare gli standard definiti dalle regole del mercato unico. Senza ombra di dubbio questa soluzione sembra essere un duro colpo per i sostenitori di una hard Brexit e più in generale per i sostenitori del leave, data la limitazione della sovranità in materia commerciale. Sono infatti molte le voci all’interno del partito conservatore che chiedono che questa soluzione sia solamente temporanea, nell’attesa che si trovi una soluzione tecnologica di rilievo per la questione relativa al confine con l’Irlanda.
Come già detto precedentemente, però, in ogni negoziato ogni parte deve compiere un passo nella direzione opposta. È possibile che il governo britannico (un po’ come ormai è consuetudine in tutto il continente) ottenga come contropartita la possibilità di gestire in maniera autonoma le questioni riguardanti le migrazioni dall’Unione Europea, così da accontentare buona parte dei sostenitori del leave e dell’elettorato conservatore, il quale più che a una riduzione totale dell’immigrazione mira al controllo del fenomeno stesso. I dati relativi ai flussi migratori sottolineano infatti come i migranti provenienti da buona parte dell’Unione portino entrate superiori a quelli che sono i costi relativi al loro mantenimento sociale (un’eccezione sono per lo più i cittadini europei provenienti dall’est dell’Unione). Emerge infatti anche dai sondaggi come l’elettorato conservatore sia consapevole che un taglio radicale dell’immigrazione comporterebbe un sostanziale innalzamento delle tasse e che quindi a esso sia preferibile una politica di controllo delle entrate. A dire la verità l’opzione norvegese avrebbe già all’interno del suo pacchetto la soluzione a questa questione. I cittadini europei potrebbero entrare nel Regno Unito solamente per motivi lavorativi e restare solamente per più di tre mesi a condizione di essere in possesso di un lavoro e di mezzi per il proprio sostentamento; per questi tre mesi non potrebbero richiedere sussidi di disoccupazione e dovrebbero provvedere a sottoscrivere una polizza assicurativa privata; se nei primi sei mesi non trovassero un lavoro o non avessero la possibilità concreta di farlo, potrebbero essere espulsi dal territorio britannico; il governo inglese si riserverebbe inoltre la possibilità di sospendere totalmente l’immigrazione proveniente dall’Unione nel caso essa causi difficoltà economiche, sociali o ambientali.
Dunque, il governo inglese sembra aver fatto il primo passo, vedremo quali saranno le mosse dell’Unione Europea. Quest’ultima riuscirebbe a mantenere all’interno del mercato unico un paese che ha un disavanzo commerciale nei confronti di tutti i paesi membri eccetto Danimarca, Irlanda e Svezia. Spetta ora all’Unione Europea stessa fare delle concessioni alle pretese britanniche. In ogni caso la lezione imparata dalla Brexit è che un accordo con l’Unione, così come tutti gli accordi, presenta delle difficoltà quasi insormontabili, che qualsiasi governo sovranista e populista si troverebbe a dover spiegare ai propri sostenitori. Si spera che la classe politica italiana abbia appreso la lezione.