Fin dalla nascita del governo giallo-verde, numerosi commentatori hanno evidenziato le numerose incongruenze e le possibili linee di divergenza all’interno della maggioranza. Al vicepresidente di due vicepresidenti – per usare un’efficace definizione di Vittorio Sgarbi – Giuseppe Conte veniva affidato il delicato incarico di tenere insieme istanze potenzialmente conflittuali: le teorie da decrescita felice con le esigenze del Nord produttivo, il movimentismo “de sinistra” alla Di Battista con la propaganda della paura di Salvini, il reddito di cittadinanza con la Flat Tax, e tutti gli altri punti programmatici che spingevano Roberto Fico a dichiarare che la Lega e il Movimento 5 Stelle sono «geneticamente diversi».
Il vero collante della compagine di governo, il sentimento a cui fare ricorso ogni qualvolta sia necessario appianare i conflitti, è uno solo: l’anti-europeismo, o più in generale quel sistematico fastidio nei confronti dei «vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali» che, è bene ricordarlo ai difensori della Costituzione a targhe alterne, sono codificati dall’art. 117 della nostra Carta fondamentale.
Il 22 agosto di quest’anno, in piena “crisi Diciotti”, il Presidente della Camera Roberto Fico, esponente di punta dell’ala movimentista dei Cinque Stelle, scriveva su Twitter: «La giusta contrattazione con i Paesi dell’Unione Europea può continuare senza alcun problema, adesso però le 177 persone – tra cui minori non accompagnati – devono poter sbarcare». Una linea, quella di Fico, totalmente in contraddizione con quella dell’alleato di governo Matteo Salvini. Come fare, dunque, per superare una tale divergenza apparentemente inconciliabile e ritrovare compattezza? Semplice: spostare l’attenzione altrove. E su chi? Altrettanto semplice: sul nemico numero uno, l’Unione Europea. Sono degli stessi giorni, infatti, da un lato le minacce del vicepremier Di Maio di sospendere i finanziamenti all’UE, dall’altro il piagnisteo di Salvini corroborato dalla solita retorica del “ci hanno lasciati soli” (che, peraltro, abbiamo già avuto modo di smentire qui). Con poche dichiarazioni, l’attenzione dell’elettorato era già altrove, l’indignazione canalizzata verso Bruxelles e la maggioranza ricompattata sotto le insegne del sovranismo straccione.
Pochi giorni prima, il 17 di agosto, a Genova si era verificata la tragedia del crollo del Ponte Morandi. L’irruenza dilettantesca del Movimento 5 Stelle portò, in poche ore, a individuare e gettare alla gogna il presunto colpevole (Autostrade per l’Italia) e a presentare la soluzione perfetta: la nazionalizzazione. Tutti d’accordo? Nemmeno per sogno: «La statalizzazione delle autostrade, con le regole che abbiamo oggi, sarebbe un suicidio, un bagno di sangue. E d’altra parte perché si sia privatizzato, ce lo ricordiamo tutti: le società pubbliche erano diventate un ricettacolo di malaffare ed erano economicamente un colabrodo. Se si vuol tornare a quei tempi lì, si deve essere chiari con i cittadini: si torna all’epoca in cui si pensava un ponte e per farlo ci volevano vent’anni». Così dichiarò, a stretto giro, Luca Zaia, governatore leghista del Veneto. Anche in questo caso, però, la strategia adottata fu la stessa: che senso avrebbero, in caso contrario, le grida di dolore contro “l’austerità che uccide” subito lanciate, a volte in maniera criptica, da diversi esponenti della maggioranza come il senatore Bagnai? Stesso discorso per la dichiarazione del Ministro Salvini: «Viene prima il diritto alla sicurezza dei cittadini italiani o il rispetto dei vincoli europei? Per me, molto prima dello zero virgola dettato dall’Unione europea».
Questi due semplici esempi servono per delineare i contorni di una vera e propria strategia della euro-tensione portata avanti in maniera sistematica e coordinata. L’individuazione di un nemico esterno (l’Unione Europea o, più in generale, la comunità internazionale), infatti, consente di canalizzare la rabbia dell’opinione pubblica al di fuori dei confini nazionali, di compattare il “popolo” contro una sorta di invasore esterno da combattere e di far credere che l’origine dei problemi italici non sia un male endogeno bensì esogeno e che quindi non serva alcun sacrifico per combatterlo: basta un vaffanculo.
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L’Europa e l’estrema destra – Parte II.
Come già scritto nella Parte I, i partiti europei di estrema destra presentano caratteristiche comuni ma anche peculiarità differenti fra loro: all’interno di questo universo politico, infatti, vi sono formazioni politiche molto diverse.
Alla destra più radicale di questo scacchiere politico vi sono le formazioni dichiaratamente naziste o fasciste. Tra questi figurano il partito tedesco Afd – che, per quanto possa sembrare assurdo, nel corso dell’ultima tornata elettorale ha riscosso notevole successo nella regione orientale dello stato tedesco, dove il numero dei tanto detestati migranti è inferiore rispetto al resto del Paese – i partiti italiani Forza Nuova e Fronte sociale nazionale, la spagnola Democrazia nazionale, il Partito nazionale britannico, il Fronte ellenico in Grecia, l’ungherese Partito della giustizia e della vita ed infine il partito fiammingo Vlaams Blok. Altri partiti hanno invece abbandonato, almeno a livello teorico ed ideologico, l’esaltazione politica dei valori storicamente nazifascisti e si sono mossi nella direzione di una sorta di socialismo di destra, con tratti fortemente anti-liberali ed anti-liberisti. In questo secondo raggruppamento figurano partiti quali il francese Fronte nazionale, guidato da Marine Le Pen, e l’Fpö (Partito della Libertà Austriaco).
Negli ultimi anni, inoltre, sono stati fondati movimenti e partiti di tal genere nell’Europa centro settentrionale. Essi uniscono idee populiste (nazionalismo, localismo, anti-europeismo) a sentimenti di odio nei confronti degli immigrati, il tutto in un quadro di consensi verso ideali fascisti, come “Per un’Olanda vivibile”, il Partito del popolo danese, il Partito norvegese del progresso e il Partito del popolo svizzero.
Vi sono poi i partiti dell’Est Europa, regione posta un tempo sotto il cosiddetto blocco sovietico, dove, ironia della sorte, oggi la connotazione ultranazionalista sembra essere nettamente prevalente: vedasi, ad esempio, il Partito della Grande Romania, il Partito nazionalista slovacco, il Partito della destra croata ed il Partito radicale serbo.
Ma in tutto questo non trovano spazio solo sentimenti xenofobi e razzisti: una posizione comune nei partiti di estrema destra, salvo qualche rara eccezione che riguarda però partiti di Stati che non fanno parte dell’Unione Europea (come i movimenti dell’estrema destra russa) è la netta opposizione agli organismi comunitari. Totale rifiuto, quindi, per una maggiore integrazione e per la moneta comune. L’estrema destra predica e vuole fortemente la prevalenza dello stato nazione sui vari organismi comunitari.
Riassumendo, il quadro che si delinea, a livello geografico, è il seguente: a nord del vecchio continente si fanno sempre più forti i partiti estremisti della penisola scandinava. A sud dell’Europa, in Grecia, la situazione non è differente. A est, in Ungheria, in Slovacchia e in Romania, veri e propri partiti fascisti godono da sempre di un certo seguito, accentuatasi dopo il crollo del blocco comunista e in seguito alla fine della Guerra Fredda. A ovest, per finire, l’estrema destra assume forme meno evidenti. Si assiste a un grande rinnovamento della destra legato all’identità, con la creazione di una nuova generazione di partiti di destra radicale.
Pur di ottenere seggi in Parlamento o un sempre maggior numeri di consensi, i leader di questi partiti fanno di tutto per non risultare ed essere definiti estremisti, e per rimanere all’interno del gioco politico democratico. Si preferisce la democrazia diretta a quella rappresentativa, si denuncia la distanza delle élite dalla realtà, la loro chiusura mentale nonché la loro corruzione. Il popolo – affermano le destre – sa quello che le élite non sanno o fingono di non sapere, e Bruxelles è vista come il covo delle classi agiate.
E proprio la tanto odiata Unione Europea può essere vista come uno dei principali motivi del crescente successo dell’estremismo di destra in Europa. Chi vota estrema destra vota contro il processo di costruzione dell’organo sovranazionale europeo, esprimendo disgusto anche nei confronti del modello economico che essa ha proposto.
Le ragioni che permettono di comprendere meglio questo odio nei confronti della comunità europea sono ancorate al concetto di etnia: oggi l’uso più diffuso del termine è quello con coloritura politica, nell’ottica in cui l’affermazione di etnicità corrisponde ad un progetto di matrice ideologica, che ha nella ricerca dell’autenticità il suo fine ultimo. Ciò che è percepito come autentico, infatti, ha insita una dimensione originaria, quasi primordiale, e che si lega alla tradizione: si vuole così rivendicare la propria autenticità etnica, la propria cultura autentica e delle origini, che, oggi come mai, sembra essere perduta per sempre. L’idea di perdita, di distacco dalle proprie origini presuppone un possibile recupero di esse, e costituisce una tematica ricorrente nella politica odierna. Invero, il concetto di autenticità serve a proteggere dal cambiamento. Esprime un bisogno di stabilità e di ordine dinnanzi alle sfide di un mondo anonimo e omologato. Il singolo individuo, per rifuggire dal suo anonimato, cerca conforto in un utopico ed impossibile ritorno alle origini.
Si arriva, in questo modo, al fondamentalismo politico e religioso, che sono i logici ed immediati risultati dell’ideologia politica che propaganda il ritorno alle origini perdute. Ciò che è improntato alla ricerca di una qualche radice, diventa, alla fine, radicalismo. Questo vale tanto per il fondamentalismo religioso quanto quello politico. E se alcuni atteggiamenti possono nascere in modo spontaneo, molti sono cavalcati e guidati da partiti o movimenti politici che hanno interiorizzato questo sentimento mediante il richiamo a quella che si potrebbe definire come una concezione astratta della cultura, pensata come qualcosa di immutabile ed eterno, estranea ad ogni processo evolutivo, ma solo passibile di influenze negative provenienti dal diverso.
Tutto torna, il cerchio si chiude e si completa. Perché “l’altro” odierno è lo straniero, colui che è etnicamente percepito come diverso, e dunque come un nemico.
E la difesa del cosiddetto mondo perduto e dei suoi valori tradizionali persuade tanto i vecchi quanto i giovani. L’Europa intera sprofonda sempre di più in una nuova crisi ideologica e culturale. E, in questo precipitare, i movimenti che fanno dell’identità, del nazionalismo, del radicalismo religioso, della paura del diverso, il loro credo e la loro bandiera politica, ottengono sempre più facili consensi.
L’Europa e l’estrema destra – Parte I.
Se si volge lo sguardo alla storia dell’umanità, dalla proverbiale alba dei tempi fino alla nostra epoca, l’aspetto più inquietante e sconvolgente pare essere costituito dal fatto che l’uomo abbia letteralmente demolito il mito machiavelliano della storia come maestra di vita. La storia non sembra essere riuscita ad insegnare nulla all’uomo, il quale – dopo interi secoli trascorsi nell’oblio più profondo generato da guerre, morte,distruzione, carestie e crisi di ogni sorta – continua, ancora oggi, a perseverare nei medesimi errori. Sarà pur vero che la storia non torna mai indietro, ma certamente essa può ripetersi, e come sul finire della Belle Epoque ottocentesca – quando il nuovo secolo gettò un’ombra di incertezze morali e mise in discussione i valori su cui da sempre si era poggiata la cultura occidentale – così oggigiorno l’Europa sta attraversando una nuova crisi, che mette a dura prova i suoi ideali.
La crisi che interessa oggi l’Europa non ha connotati esclusivamente economici, ma anche politici, sociali e filosofici. Si viaggia sempre di più, ma si studia e si comprende sempre meno la geografia e la geopolitica, problema, questo, che si riflette tanto sull’ elettorato quanto sulla classe dirigente. Il primo corre il rischio di votare per un partito di cui non consoce nemmeno il programma politico, la seconda rischia di compiere azioni o scelte scellerate, perché non è possibile governare a prescindere dalla comprensione del quadro geopolitico e storico del Paese di cui si è a capo. Ed è proprio in questo contesto che emerge un’analogia con l’Europa degli anni ’20 del 1900, poiché oggi come allora – anche se per motivi storici differenti e in un contesto radicalmente mutato – trovano terreno fertile movimenti o partiti che hanno fatto del radicalismo e del populismo il loro credo. Il manifestarsi di un nuovo sentimento nazionalista crea delle autentiche pulsioni disgregatrici sia entro la UE, sia all’interno degli stati nazionali, in cui prendono piede ideologie nazionaliste, antieuropeiste e spesso xenofobe, che trovano linfa vitale nel concetto di identità; un’identità profondamente collegata a una tradizione storico religiosa che assume tratti razzisti. Questo nuovo nazionalismo presenta innumerevoli sfaccettature, e rende l’Europa un autentico mosaico di forze politiche populiste, separatiste, xenofobe, antisemite, e addirittura dichiaratamente fasciste o neonaziste.
Il primo dato interessante è che questo fenomeno è presente in tutto il vecchio continente: pressoché ogni stato ha il suo partito o la sua forza politica di estrema destra. Dall’Italia alla penisola scandinava, dal Portogallo alla Russia, senza tralasciare l’Europa dell’est e la Grecia.
Non tutti i movimenti di estrema destra presentano però le stesse peculiarità: ad esempio, il Fronte Ellenico (Grecia), il Movimento Patriottico Popolare Finlandese e il Partito del Popolo Svizzero, non sono antisemiti, e addirittura il Partito del Popolo Svizzero non si dichiara neppure – almeno in via formale – una organizzazione politica nazionalista. Al contrario, vi sono partiti che sono apertamente antisemiti ma non necessariamente antieuropeisti, come il Partito Nazionalista Slovacco o il Partito della Grande Romania, o come il Fronte Nazionalista e Patriottico Russo, quest’ultimo anche in virtù del fatto che la Russia non è un Paese membro dell’Unione Europea.
D’altro canto va invece sottolineata l’esistenza di un nucleo duro di valori, ideologie e posizioni condivise e assunte da ognuno di questi partiti: in primo luogo il razzismo e la xenofobia, e più in generale una vera e propria avversione nei confronti del diverso, che spesso sfocia anche nell’omofobia; in secondo luogo il nazionalismo, etnico o meno, intriso di patriottismo e di una vera e propria cultura identitaria; in terzo luogo il concetto della nazionalità intesa come autentico vincolo di sangue. I partiti sopracitati che non si riconoscono in ognuno di questi elementi, sono solo pochissime eccezioni ad una regola che negli ultimi anni si è fatta sempre più ferrea nel mondo dell’estrema destra europea.
Questo coacervo di credenze ed elementi hanno la loro fonte nel principio di disuguaglianza presente nella filosofia nietzschiana, in base al quale gli uomini sono per natura diseguali e soltanto una civiltà che affonda le sue radici nel cristianesimo – con la cosiddetta morale del gregge – li ha resi ingiustamente uguali. La storia della moderna civiltà europea sembra dunque essere attraversata da una lotta tra principi antitetici (uguaglianza da un lato e disuguaglianza dall’altro) nonché dalle rispettive derive (omologazione e autoritarismo).
Si dice che ogni epoca abbia il suo fantasma. Per l’estrema destra odierna lo spettro da combattere è rappresentato dall’immigrato, dal clandestino, e da tutti coloro che migrano dal sud verso il nord del mondo, in fuga da scenari drammatici e in cerca di migliori condizioni di vita. Questo nuovo nemico funge anche da collante per tutti gli schieramenti della destra estremista che, per ottenere sempre maggiori consensi, si avvale di una tematica molto delicata, in merito alla quale sia la tradizionale destra cristiana sia la sinistra faticano a trovare una soluzione ragionevole.
Come cambia il concetto di cittadinanza.
Il mutamento del concetto di Stato, occorso durante il ‘900, ha indubbiamente avuto una ricaduta sul concetto di cittadinanza stesso. Lo Stato non occupa più solamente un ruolo passivo nella tutela delle libertà dei propri sudditi, ma partecipa attivamente alla loro promozione e garanzia, in quanto la proliferazione di una nuova categoria di diritti – quelli sociali – implica per forza di cose l’avvento dell’interventismo statale nelle sfere private degli individui.
È in questo contesto che il concetto di cittadinanza muta pelle, caratterizzandosi come un’entità duplice: una cittadinanza verticale, ossia la sottoposizione dell’individuo rispetto l’autorità statale, che implica doveri ma allo stesso tempo genera richiesta di diritti; ed una cittadinanza orizzontale, contraddistinta dalla partecipazione ad una comunità di persone, la quale condivide un insieme di valori. Dall’altro lato invece la proliferazione di carte internazionali a tutela dei diritti umani – e le sentenze interpretative delle diverse corti costituzionali – hanno in parte svuotato il concetto di cittadinanza verticale, in quanto ogni Stato deve garantire i diritti dell’individuo ad ogni persona presente sul proprio territorio, e dunque anche ai non cittadini. Aggiungendo a quest’ultimo punto la rilevanza del fenomeno migratorio – e soprattutto l’importanza che oggi giorno esso assume nelle agende politiche – la cittadinanza diventa uno strumento di aggregazione, di accomunanza e di condivisione di valori.
Va però sottolineato come i diritti politici, siano rimasti esclusi da quel meccanismo di tutela precedentemente citato. In poche parole: spetta allo Stato stabilire chi goda o meno di essi, chi possa votare e chi no. Ora, questa non è una questione di poco conto, in quanto è tramite il voto e la partecipazione politica che si concretizza l’appartenenza ad una comunità, che si diventa parte integrante dello Stato, ma soprattutto è tramite esso che si tutela la propria libertà. D’altro canto, la stessa Dicharazione dei diritti della Virginia, alla section 6, sanciva il principio della “no taxation without representation”.
Lo sforzo attuato dagli Stati europei – e, arrancando, da quello italiano, è dunque quello di includere gli stranieri (o meglio i minori) in questo processo. La stessa costituzione italiana, all’art. 4, dice che il cittadino deve poter partecipare al progresso materiale e spirituale della società. Il progetto di legge in discussione al Senato, mira dunque a riconoscere la cittadinanza a quelle nuove generazioni che parteciperanno ad esso.
L’ Italia ha provato ad intraprendere un percorso diverso rispetto agli altri Stati europei: infatti, oltre a garantire lo status di cittadino ai minori nati in Italia e aventi almeno un genitore possedente il permesso di lungo periodo Ue (in linea con la volontà europea di giungere ad una progressiva parificazione di cittadini e soggiornanti di lungo periodo), ha elaborato un nuovo metodo di acquisizione della cittadinanza (sempre per i minori), legato alla frequenza e alla conclusione di un ciclo scolastico. Ecco qui ritrovato il concetto di cittadinanza orizzontale che accomuna gli Stati europei , i quali sono indirizzati a subordinare l’acquisto dello status di cittadino alla conoscenza spesse volte della storia e della struttura costituzionale e dei valori dello Stato concedente. Dall’altro lato però, gli Stati europei hanno rivolto tendenzialmente minore attenzione alle generazioni già presenti sul territorio, e a coloro che si stabiliscono qui (non minori), prevedendo tempi molto lunghi per attivare i processi di concessione della cittadinanza, non tutelando così coloro che per propria volontà si sono stabiliti, insieme alla propria attività, su quel territorio, partecipando al progresso dello Stato. I dieci anni previsti in Italia, sono infatti ben il doppio di quelli che sono stabiliti dalla legislazione americana, che subordina la concessione della cittadinanza al possesso della Green card e al soggiorno sul territorio Usa per un periodo di cinque anni, e ovviamente all’assenza di reati contro la moralità pubblica e alla conoscenza della lingua e al superamento di un test di conoscenza civica.
Indubbiamente la cittadinanza non è un qualcosa che va elargito a chiunque, ma è necessario un bilanciamento tra doveri e diritti, un compromesso tra una “cittadinanza di residenza”, ed una concessa solamente a posteriori, un punto d’incontro tra una partecipazione attiva legata alla condivisione dei valori italiani (o meglio occidentali) ed una conservazione pacifica (citando il padre del liberalismo John Locke) che ruoti intorno al concetto di proprietà e di libertà.
La riscossa dei liberali.
Anno Domini 2017: gli elettori della quasi totalità dei paesi più importanti d’Europa sono stati chiamati alle urne e i risultati sono stati, per certi versi, sorprendenti e indicativi di un trend che coinvolge l’intero Vecchio Continente: i partiti che tradizionalmente si alternano alla guida del governo – per intenderci: quelli che fanno riferimento alle case europee dei Popolari e dei Socialdemocratici – hanno perso un numero consistente di voti, in alcuni casi toccando il loro minimo storico; i movimenti cosiddetti antisistema, che fanno dell’antieuropeismo e della lotta all’immigrazione e – più in generale – alla società aperta il loro cavallo di battaglia, sono indicati da pressoché tutta la grande stampa come i veri trionfatori; i partiti di ispirazione liberale, nel silenzio dei media, hanno ottenuto risultati di tutto rispetto.
È quest’ultimo il dato che più ci preme sottolineare: le formazioni politiche che – direttamente o indirettamente – fanno riferimento all’ALDE (l’Alleanza dei Liberal-Democratici Europei) sono riuscite quasi ovunque o a mantenere il loro consenso invariato o – nella maggioranza dei casi – ad incrementare considerevolmente il numero di voti ottenuti.
Il trend era già iniziato in Spagna nel 2015 e nel 2016, dove un movimento neonato (Ciudadanos) era riuscito a conquistare, in due tornate elettorali consecutive, una percentuale superiore al 13%.
Questa riscossa è proseguita e si è rafforzata nell’anno che si avvia alla conclusione: nel Regno Unito, i LibDem si sono mantenuti costanti sopra al 7% e, grazie al sistema elettorale basato sui collegi uninominali, sono riusciti a conquistare quattro seggi in più a Westminster; in Germania, l’FDP ha più che raddoppiato i suoi voti, passando dal 4,8% del 2013 all’attuale 10,7%, che probabilmente gli consentirà di essere decisivo per la formazione del nuovo governo della cancelliera Merkel; in Francia, Macron e il suo movimento En Marche! sono riusciti, presentandosi come artefici di un progetto totalmente nuovo, a conquistare l’Eliseo e il 28,2% al primo turno delle legislative; in Olanda, D66 è passato dall’8% al 12,2% e il VVD, pur avendo perso quasi cinque punti percentuali, resta il primo partito dei Paesi Bassi e continua ad esprimerne il primo ministro, Mark Rutte; infine, proprio la settimana scorsa gli austriaci di Neos sono riusciti a confermare il 5% ottenuto nella precedente tornata elettorale.
Nel complesso, dunque, i partiti liberali hanno conquistato quasi il 14% dei voti dei cittadini europei, dato che si riduce solo al 10% nel caso in cui volessimo depurarlo dai risultati ottenuti da En Marche! – in un paese statalista come la Francia essere definiti liberali non significa esserlo per davvero – e dal VVD – che, essendo il partito del primo ministro uscente, godeva per forza di cose di una forte visibilità.
Questi dati non ci sorprendono: è l’ennesima testimonianza di come, in questo periodo di crisi e incertezza, si senta la necessità di qualcuno che difenda valori non negoziabili come la proprietà privata, il libero mercato, la sana concorrenza e l’europeismo.
L’augurio è che in Italia questo trend non sia ignorato e che, finalmente, si possa assistere alla nascita di un vero partito in grado di definirsi autenticamente liberale e liberista: appuntamento al 2018.