Il coronavirus ci sta mettendo a dura prova. E non c’è dubbio alcuno sul fatto che le sfide poste da questa emergenza non riguardano solo le settimane che ci prepariamo ad affrontare, ma anche il modo in cui vivremo in futuro. Quale dovrebbe essere, allora, l’atteggiamento di un liberale verso tutte queste questioni?
La sfida di oggi
Il confine tra necessità di tutelare la salute pubblica ed esigenza di difendere le libertà costituzionali è una linea molto sottile: un passo in meno del necessario può rendere inefficaci le misure adottate e mettere in crisi il nostro sistema sanitario; uno di troppo rischia di rappresentare l’inizio di un percorso verso l’autoritarismo. Sono dunque due le cose da fare.
Innanzi tutto, rispettare pedissequamente la quarantena e le misure fin qui introdotte: in uno stato di diritto gli atti normativi devono essere rispettati fino a che sono in vigore, poiché comportamenti irresponsabili da parte degli individui metterebbero seriamente a rischio la salute altrui.
Ma la seconda cosa da fare non è meno importante: verificare. Cosa? Per prima cosa che non vengano commessi abusi da parte delle forze dell’ordine, soprattutto vista l’elevata discrezionalità insita nelle norme emergenziali introdotte: per esempio, sono stati segnalati diversi casi di persone fermate e denunciate per essere uscite di casa a comprare il giornale o le sigarette nonostante il DPCM dell’11 marzo inserisca edicole e tabaccherie tra i negozi autorizzati a rimanere aperti. Ma soprattutto è necessario rimanere all’erta in merito a ciò che potrebbe essere ulteriormente introdotto: a questo proposito, la notizia che ai militari sarebbe stata concessa la qualifica di agenti di pubblica sicurezza, con la possibilità di fermare i passanti per verificare il rispetto delle misure emergenziali, non è un segnale particolarmente edificante.
La sfida di domani
Ancor più impervia è la sfida per domani. Peter Klein, in un articolo intitolato “Coronacrisis and Leviathan“, ci ricorda che la crescita dei poteri dello Stato nel XX secolo può essere spiegata innanzitutto da schemi di risposta alle crisi: come contromisure temporanee all’emergenza vengono introdotti nuovi programmi governativi, ma la maggior parte delle misure temporanee diventa poi permanente, esplicitamente o in forma rivista. Stiamo correndo questo rischio?
L’attacco alla sanità privata, l’invocazione di maggiore deficit, la credenza che per risolvere tutti i problemi basti un’iniezione extra di liquidità da parte della banca centrale, la volontà di calmierare i prezzi di alcuni beni, la simpatia per la “efficacia” di paesi totalitari come la Cina (contrapposta alla presunta inazione dell’Unione Europea) sono anch’essi segnali molto preoccupanti: non sarà lo Stato onnipotente a salvarci dal virus. E l’impegno dei liberali, nella battaglia comunicativa, dovrà essere più forte che mai.