Un approccio liberale al Recovery Fund.

Un approccio liberale al recoveryIl Recovery Fund (di cui abbiamo scritto una breve guida introduttiva che potete leggere qui) può rappresentare una grande opportunità per l’Italia, ma allo stesso tempo un cappio attorno al collo di un paese che da tempo pare destinato ad un lento ma inevitabile declino: basti pensare che uno dei più importanti e tangibili vantaggi derivanti dall’ingresso nella moneta unica all’inizio degli Anni Duemila, ossia la drastica riduzione dei tassi di interesse sul debito pagati dal nostro paese (il cosiddetto “dividendo dell’euro”), divenne l’occasione per i governi italiani di aumentare la spesa pubblica corrente anziché rimettere in ordine i conti pubblici ed avviare quelle riforme indispensabili per rilanciare la produttività (negli stessi anni, la Germania adottava l’Agenda 2010, l’ampio pacchetto di riforme che permise a quello che da alcuni anni era considerato il “malato d’Europa” di diventare la “locomotiva d’Europa”). Su un totale di circa 200 miliardi destinati all’Italia, più di 100 sono rappresentati da prestiti e dovranno quindi essere restituiti nel corso di prossimi decenni. Affinché, dunque, il Next Generation non diventi un nuovo peso sulle spalle delle future generazioni, ma piuttosto la scintilla che inneschi il rilancio italiano, è necessario che tali fondi vengano impiegati in riforme utili ad aumentare il potenziale di crescita del nostro paese.

Il motore della libertà
A questo punto è necessario domandarsi se esistano politiche in grado di centrare tale obiettivo. Nell’ultimo “Index of Economic Freedom”, la Heritage Foundation ricorda che gli stati, in qualsiasi fase di sviluppo si trovino, possono alimentare il proprio dinamismo economico adottando politiche che incoraggino una maggiore imprenditorialità, conferendo agli individui e alle imprese maggior libertà d’azione. In particolare, un più elevato grado di libertà economica è associato a: (1) Un maggior livello di PIL pro capite: la media per i paesi classificati come “liberi” è pari a 71.576 dollari, contro i 6.834 dei paesi “prevalentemente non liberi”. (2) Una maggior crescita economica: indipendentemente dall’orizzonte temporale considerato (25, 15 o 5 anni), vi è una relazione positiva tra variazioni del livello di libertà economica e variazioni nella crescita del Pil pro capite. (3) Un maggior dinamismo imprenditoriale: vi è una forte correlazione tra libertà economica e densità di nuove imprese, ossia il numero di società create ex novo ogni 1.000 persone in età lavorativa. Va inoltre sottolineato, a favore dei critici preoccupati dai presunti effetti collaterali del libero mercato, che una maggiore libertà economica si associa altresì ad un minor tasso di povertà e ad una miglior prestazione nel “Environmental Protection Index” dell’Università di Yale, due temi al centro dell’azione del Governo italiano e della Commissione Europa.

La libertà economica in Italia
Come sta l’Italia in termini di libertà economica? Non bene: l’ultimo report posiziona l’Italia al 69° posto in classifica con un punteggio di 64.9, ben lontana dai migliori paesi europei come Irlanda (5° posto con un punteggio di 81.4), Regno Unito (7° posto con un punteggio di 78.4) ed Estonia (8° posto con un punteggio di 78.2) e al di sotto della Germania (29° posto con un punteggio di 72.5) e persino della statalista Francia (64° posto con un punteggio di 65.7). Guardando ai singoli indicatori che compongono l’indice, è possibile verificare i settori in cui il nostro paese è più debole: la tabella, che confronta la performance dell’Italia con quella del miglior paese dell’Unione Europea per ogni singolo settore, ci evidenzia i forti ritardi sui temi della “rule of law” (in particolare efficienza della giustizia e pervasività della corruzione), delle dimensioni dell’intervento governativo nell’economia (pressione fiscale, spesa pubblica e stabilità dei conti pubblici) e delle regolamentazioni che limitano la libertà di impresa e il mercato del lavoro; gli unici settori in cui l’Italia resta al passo dei migliori sono quelli su cui si fa sentire l’influenza di Bruxelles (il punteggio relativo alla libertà di commercio, ad esempio, è lo stesso per tutti i paesi aderenti al mercato unico).

LIBERTà
Pare dunque evidente quale debba essere la strada da perseguire. Non servono ulteriori interventi diretti dello Stato nell’economia, quanto la necessità di utilizzare le risorse a disposizione per implementare quelle riforme finalizzate a creare maggiori margini di libertà per imprese e famiglie. La riforma della giustizia (non intesa come un semplice incremento delle piante organiche dei tribunali), la lotta alla corruzione (che prolifera laddove la burocrazia la rende un inevitabile strumento per accelerare le pratiche od ottenere favori dal pianificatore pubblico), la riforma del fisco (tesa non solo a ridurre la pressione fiscale, ma anche a semplificare e rendere maggiormente trasparente il sistema), il taglio della spesa pubblica corrente (necessario per finanziare la sforbiciata alle tasse di cui sopra, oltre che per rimettere i conti pubblici su un percorso di sostenibilità) e la riforma del mercato del lavoro (finalizzata in particolare a decentrare la contrattazione salariale e a rendere le remunerazioni maggiormente dipendenti dalle dinamiche della produttività): queste devono essere le priorità del governo, che invece negli anni ci ha abituato – salvo rarissime occasioni – all’approccio opposto di stampo dirigista e statalista.

La valutazione delle politiche
C’è infine un ultimo aspetto che deve essere considerato nell’affrontare il tema di un approccio liberale al Recovery Fund: come ha scritto Elisa Serafini nel suo libro “Fuori dal Comune”, «ciò che oggi viene utilizzato come principio di sostegno a una proposta è la sola intenzione. Se l’intenzione è considerata buona, […] allora va tutto bene. Il problema è che le politiche pubbliche non dovrebbero essere basate sulle sole intenzioni: possono essere più che nobili, ma portano a delle conseguenze». È dunque necessario adottare la soluzione recentemente proposta, con riferimento al Next Generation Eu, da Carlo Stagnaro e Guglielmo Barone in un loro articolo su “lavoce.info”: rendere trasparenti e facilmente accessibili i dati affinché ricercatori (accademici e non) in concorrenza tra di loro possano valutare l’efficacia delle riforme adottate (ossia «misurarne l’impatto causale, ovvero la differenza tra il valore della variabile di interesse dopo l’intervento di politica economica e il valore che la stessa variabile avrebbe assunto senza quell’intervento»); intervenire in corso d’opera per migliorare ciò che si sta facendo, anche in considerazione del fatto che i fondi europei non saranno erogati in un’unica soluzione ma a tranche condizionate al raggiungimento di obiettivi specifici, sarebbe il modo migliore per evitare l’ennesimo sperpero dello Stato italiano a danno delle future generazioni.

Preservare lo stato di diritto nell’UE.

Preservare lo stato di diritto nell'UEAvevamo già parlato in un recente articolo della necessità da parte dell’UE di salvaguardare gli assetti democratici dei propri Stati Membri, messi ulteriormente alla prova dalla svolta autoritaria ungherese come reazione alla crisi sanitaria. In generale, seppur in modo indiretto, anche la recente sentenza della Corte Costituzionale Tedesca rischia di produrre degli indesiderati risvolti politici, alimentando così le posizioni oltranziste di Polonia e Ungheria, così come testimoniato dalle dichiarazioni del Primo Ministro polacco Morawiecki. Per questi motivi, è quindi utile cercare di rispondere a quella domanda che ci eravamo posti precedentemente: cosa può fare l’UE per interrompere le violazioni dello stato di diritto che tanto possono nuocere alla coesione politica dell’Unione?
Come ormai piuttosto noto, i meccanismi tradizionali atti a contrastare le ripetute violazioni dei valori di cui all’Art. 2 del Trattato sull’Unione Europea (TUE) da parte di Polonia e Ungheria si sono rivelati sino ad oggi sostanzialmente inefficaci. Ciò vale sia per quanto riguarda la procedura di infrazione contemplata dagli Artt. 258, 259 e 260 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE) che per la cosiddetta “opzione nucleare” contenuta nell’Art. 7 del TUE, sebbene pensata proprio per sanzionare il mancato rispetto dell’Art. 2 TUE. In particolare, la prima soluzione è tipicamente indirizzata a specifiche inosservanze della legislazione europea e non sembra adatta ad un contesto di violazioni sistematiche dei valori fondamentali come quello che si sta considerando; per quanto riguarda il secondo dispositivo invece, esso risulta particolarmente debole per via della necessità dell’unanimità per comminare sanzioni così come previsto dall’Art. 7(2) del TUE (si ricordi, comunque, che anche la fase di constatazione del rischio di violazione grave dell’Art. 2 TUE da parte di uno SM, ovvero L’Art. 7(1), richiede inevitabilmente un voto favorevole da parte dei quattro quinti del Consiglio dell’UE, quindi una maggioranza ancora difficile da raggiungere).
Nel periodo passato, l’Unione Europea, consapevole dei limiti dei meccanismi tradizionali, ha anche introdotto il cosiddetto Rule of Law mechanism (noto anche come pre-Article 7 Rule of Law Framework), con l’obiettivo di rendere più efficace la fase preventiva dell’Art. 7(1). Tale strumento, il quale peraltro non è mai stato utilizzato nei confronti dell’Ungheria per ragioni squisitamente politiche, ma solo nel caso della Polonia, non si è rivelato efficace, a dispetto delle decise raccomandazioni della Commissione Europea. Infine, anche il ruolo della Corte di Giustizia Europea, nonostante la recente giurisprudenza sul pensionamento forzato dei giudici polacchi, trova evidenti limiti in riferimento al rafforzamento dei valori fondamentali dell’UE negli Stati Membri, attività che è sostanzialmente demandata alle corti a livello domestico.
Per questi motivi, già da diverso tempo è chiara l’esigenza di identificare nuovi strumenti per garantire il rispetto della rule of law e, più in generale, dei valori dell’Art. 2 TUE, ma anche al fine di preservare la legittimità stessa della Commissione Europea e la credibilità del suo ruolo di “guardiana dei Trattati”. Uno di questi strumenti (e sicuramene il più interessante ed attuale) è quello che riguarda il nesso tra condizionalità e stato di diritto, concetto che trova le proprie radici nel rapporto sul “Futuro finanziamento dell’Unione Europea” del 2016. La stessa Commissione, attraverso le parole della Commissaria alla Giustizia Vera Jourová già nel 2017, lanciò l’idea di condizionare i fondi dell’UE al rispetto dei valori fondamentali. Più dettagliatamente poi, nella proposta di bilancio della Commissione del maggio 2018 fu inclusa una bozza di regolamento comprendente un meccanismo che prevedesse sanzioni in caso di violazione dello stato diritto in quanto questo è considerato “prerequisito per altri valori fondamentali” ed è strettamente legato a “un’attuazione efficiente del bilancio dell’Unione”. Lo strumento in questione autorizzerebbe la Commissione a sospendere, ridurre o restringere l’accesso ai fondi europei in modo proporzionato alla natura, alla gravità e allo scopo delle violazioni dello stato di diritto. Questa proposta di regolamento avanzata dalla Commissione Europea potrebbe poi essere adottata sulla base dell’Art. 322 del TFUE (assumendo alternativamente  che l’articolo 4(3) TUE contenga un obbligo, in capo agli Stati, ad assicurare l’osservanza dei principi dello stato di diritto, ovvero che l’articolo 3(1), letto congiuntamente all’articolo 13(1) TUE, imponga de facto alla Commissione di promuovere suddetti principi).
Fatte queste premesse sullo stato delle cose, va detto che oggi, più che mai, appare assolutamente necessario predisporre un meccanismo di condizionalità per garantire l’integrità dell’Unione. Sebbene vi sia una ormai notevole convergenza tra molti Stati Membri in merito all’esigenza di legare il rispetto dello stato di diritto con l’elargizione dei fondi, anche in virtù della sua potenziale efficacia se si considera quanto il successo delle economie dei paesi in questione dipenda dagli aiuti europei (soprattutto per ciò che riguarda l’Ungheria), permangono ancora notevoli problemi. Vale la pena però, a questo punto, cercare di spiegare alcuni elementi sulla base di quali riteniamo dovrebbero essere strutturati i possibili scenari. Questi aspetti, in particolare, poggiano sull’idea che la problematica in questione, oltre ad essere fondamentalmente giuridica, abbia delle chiare e imprescindibili connotazioni politiche.
Secondo la nostra opinione, infatti, che si decida di concludere, come avvenne contestualmente all’adozione del MES e del Patto di bilancio, un trattato internazionale che non incida sulle competenze previste nei trattati (imponendo magari, anche in questo caso, di adottare all’interno degli ordinamenti nazionali misure permanenti volte a ribadire la primazia del diritto e della giurisprudenza), ovvero che si opti per proseguire sulla strada intrapresa dalla Commissione nel 2018 per mezzo della proposta di regolamento sulla tutela del bilancio dell’Unione in caso di carenze generalizzate riguardanti lo stato di diritto, risulterà fondamentale assicurare che la soluzione adottata non venga vista esclusivamente come un tentativo di aggirare le difficoltà insite nella procedura prevista all’articolo 7 TUE, ovvero come un’arma essenzialmente politica, evitando così inevitabili impasse istituzionali e i rischi legati ai possibili risvolti sull’opinione pubblica dei paesi coinvolti e sulla percezione dell’illegittimità delle eventuali sanzioni.
A tal proposito, un interessante punto di riferimento risulta essere il contenuto del programma di azione predisposto dalla Commissione nel 2019 al fine di rafforzare lo stato di diritto nell’Unione, all’interno del quale si promuove un approccio comprensivo volto ad una valutazione, tra le altre, dei problemi sistemici inerenti il processo legislativo, il pluralismo dei media e l’effettiva attuazione del diritto dell’Unione. Un approccio comprensivo, quindi, che, per mezzo dell’indicazione di parametri (così come avviene per le condizionalità macroeconomiche), permetterebbe una diversificazione delle sanzioni che tenga in primis in considerazione le differenze tra quelle che in letteratura vengono definite illiberal turn e illiberal swerves, concetto il primo riconducibile al processo di “arretramento democratico” in corso in Polonia e Ungheria il quale è confermato dal recente rapporto di Freedom House.
Parimenti, al fine di non esacerbare le spinte sovraniste nell’Unione, sarebbe auspicabile prevedere dei meccanismi di incentivazione, così come previsto all’interno della Revised enlargement methodology. I meccanismi sanzionatori, ovvero l’effetto deterrente da essi derivante, hanno già dato prova della loro efficienza (si pensi alla deriva autoritaria che subì la Slovacchia tra il 1994 e il 1998 sotto la guida di Mečiar), ma rischierebbero di rivelarsi, in assenza di incentivi, un’arma a doppio taglio a fronte dei fenomeni delle “svolte illiberali”. In generale, è necessario creare un beneficio netto di compliance poiché la minaccia delle sanzioni può funzionare unicamente se il costo di non conformarsi da parte del destinatario eccede il costo di rispettare le misure restrittive.

Essere liberali ai tempi del coronavirus.

Essere liberali ai tempi del coronavirusIl coronavirus ci sta mettendo a dura prova. E non c’è dubbio alcuno sul fatto che le sfide poste da questa emergenza non riguardano solo le settimane che ci prepariamo ad affrontare, ma anche il modo in cui vivremo in futuro. Quale dovrebbe essere, allora, l’atteggiamento di un liberale verso tutte queste questioni?

La sfida di oggi
Il confine tra necessità di tutelare la salute pubblica ed esigenza di difendere le libertà costituzionali è una linea molto sottile: un passo in meno del necessario può rendere inefficaci le misure adottate e mettere in crisi il nostro sistema sanitario; uno di troppo rischia di rappresentare l’inizio di un percorso verso l’autoritarismo. Sono dunque due le cose da fare.
Innanzi tutto, rispettare pedissequamente la quarantena e le misure fin qui introdotte: in uno stato di diritto gli atti normativi devono essere rispettati fino a che sono in vigore, poiché comportamenti irresponsabili da parte degli individui metterebbero seriamente a rischio la salute altrui.
Ma la seconda cosa da fare non è meno importante: verificare. Cosa? Per prima cosa che non vengano commessi abusi da parte delle forze dell’ordine, soprattutto vista l’elevata discrezionalità insita nelle norme emergenziali introdotte: per esempio, sono stati segnalati diversi casi di persone fermate e denunciate per essere uscite di casa a comprare il giornale o le sigarette nonostante il DPCM dell’11 marzo inserisca edicole e tabaccherie tra i negozi autorizzati a rimanere aperti. Ma soprattutto è necessario rimanere all’erta in merito a ciò che potrebbe essere ulteriormente introdotto: a questo proposito, la notizia che ai militari sarebbe stata concessa la qualifica di agenti di pubblica sicurezza, con la possibilità di fermare i passanti per verificare il rispetto delle misure emergenziali, non è un segnale particolarmente edificante.

La sfida di domani
Ancor più impervia è la sfida per domani. Peter Klein, in un articolo intitolato “Coronacrisis and Leviathan“, ci ricorda che la crescita dei poteri dello Stato nel XX secolo può essere spiegata innanzitutto da schemi di risposta alle crisi: come contromisure temporanee all’emergenza vengono introdotti nuovi programmi governativi, ma la maggior parte delle misure temporanee diventa poi permanente, esplicitamente o in forma rivista. Stiamo correndo questo rischio?
L’attacco alla sanità privata, l’invocazione di maggiore deficit, la credenza che per risolvere tutti i problemi basti un’iniezione extra di liquidità da parte della banca centrale, la volontà di calmierare i prezzi di alcuni beni, la simpatia per la “efficacia” di paesi totalitari come la Cina (contrapposta alla presunta inazione dell’Unione Europea) sono anch’essi segnali molto preoccupanti: non sarà lo Stato onnipotente a salvarci dal virus. E l’impegno dei liberali, nella battaglia comunicativa, dovrà essere più forte che mai.

Libertà economica vo’ cercando.

Libertà economica vo'cercandoLa libertà economica di un Paese è una variabile chiave per poter analizzarne correttamente la situazione e soprattutto le prospettive di sviluppo e di prosperità. Ciò nonostante, è un concetto difficile da definire e troppo spesso ignorato nel dibattito pubblico: tutti ci appassioniamo al tema delle libertà civili, tutti ci indigniamo se un governo limita diritti fondamentali come quelli di parola o di stampa, ma in pochi ci preoccupiamo sul serio di fronte a limitazioni alla libertà economica.
Essa può essere definita, prendendo la cosa molto alla larga, come la libertà di scegliere e di farsi scegliere, per usare un’espressione usata da Alberto Mingardi nel suo libro L’intelligenza del denaro (Marsilio, 2013). Al centro della questione vi è, quindi, l’autonomia dell’individuo, il suo diritto a soddisfare i propri desideri e i propri bisogni nel modo che ritiene più opportuno, guidato dalle proprie priorità e non da quelle del governo.

L’Index of Economic Freedom
A partire dal 1995, la Heritage Foundation ha messo a disposizione di tutti un indice, l’Index of Economic Freedom, che ci fornisce una visione sintetica del grado di libertà economica di un Paese: più il punteggio è alto, più il Paese è economicamente libero (al primo posto troviamo Hong Kong con 90.2 punti); viceversa più il punteggio è basso, meno il Paese è economicamente libero (l’ultimo posto è occupato dalla Corea del Nord con 5.9 punti). Tale valutazione si basa sull’analisi di quattro macro-aspetti fondamentali: stato di diritto, dimensioni del governo, efficienza normativa e apertura dei mercati.
Come scrive la Heritage Foundation nel suo ultimo report, negli ultimi 25 anni la libertà economica è andata aumentando in tutto il mondo: il punteggio medio globale è aumentato di 3.2 ed oggi si assesta a 60.8, il terzo punteggio più alto da quando è iniziata la rilevazione. In tutto questo periodo, però, l’Italia è rimasta al palo: mentre lo score della Germania saliva da 69.8 a 73.5 (+ 3.7) e quello dell’Europa nel suo complesso da 57.5 a 68.6 (+ 11.1, grazie soprattutto ai Paesi dell’Est), l’Italia si doveva accontentare di migliorare il suo score solamente di un punto (da 61.2 a 62.2, poco al di sopra della media di tutto il mondo). Eccolo, dunque, il grande problema del nostro Paese, di cui nessuno sembra avere interesse ad occuparsi sul serio.FreedomStato di diritto
La valutazione di questa macro-area riguarda tre aspetti: i diritti di proprietà (poiché il rispetto dei contratti e la capacità di accumulare proprietà privata e ricchezza sono caratteristiche vitali di un’economia di mercato ben funzionante), efficacia del sistema giudiziario (al fine di garantire il pieno rispetto delle leggi) e l’integrità del governo (la corruzione sistemica delle istituzioni, il nepotismo e il clientelismo possono, infatti, limitare la libertà economica di un individuo).
Da questo punto di vista, l’Italia soffre di un ritardo dovuto principalmente alla lentezza della giustizia e all’estensione della corruzione (favorita dall’ingombrante burocrazia) che scoraggia gli investimenti e la crescita economica e comporta oltre 60 miliardi all’anno in sprechi di risorse pubbliche (o meglio: risorse del contribuente).

Dimensioni del governo
La valutazione in questo caso riguarda la tassazione (maggiore è la quota di reddito e di ricchezza assorbita dal governo, minore è la ricompensa dell’individuo per la propria attività e dunque minore è l’incentivo a intraprendere un lavoro), la spesa pubblica (la cui espansione distorce l’allocazione delle risorse sul mercato e gli incentivi agli investimenti privati, oltre a comportare un aumento della pressione fiscale) e la stabilità delle finanze pubbliche (poiché deficit e debito crescenti tendono a disturbare la stabilità macroeconomica, a introdurre incertezza e a limitare la libertà economica).
Sotto questi aspetti i problemi del nostro Paese sono enormi: la spesa pubblica pesa circa il 50% del PIL, la pressione fiscale è al 43%, il rapporto deficit/PIL fatica a scendere al di sotto del 2% e il debito pubblico sta al di sopra del 130%. Non sorprende che questa sia la macro-area che più penalizza l’Italia nella valutazione complessiva del suo grado di libertà economica.

Efficienza normativa
L’efficienza normativa di un paese dipende dalla sua libertà d’impresa (la capacità di un individuo di creare e gestire un’impresa senza indebite interferenze da parte dello stato), dalla sua libertà del mercato del lavoro (poiché la rigidità normativa impedisce ai datori di lavoro e ai dipendenti di negoziare liberamente termini e condizioni di lavoro, generando spesso una discrepanza cronica tra domanda e offerta) e dalla sua libertà monetaria (che richiede una valuta stabile e prezzi determinati dal mercato).
Anche in questo caso, eccezion fatta per la libertà monetaria che è di competenza europea, l’Italia non brilla: la creazione e gestione di nuove imprese resta un processo lungo e burocratico e l’inefficienza della pubblica amministrazione ne aumenta il costo in maniera rilevante; inoltre, le carenze sistemiche del mercato del lavoro continuano ad impedire la crescita dell’occupazione.

Apertura dei mercati
Dal punto di vista della libertà commerciale, di investimento e finanziaria le cose vanno, invece, molto meglio ma solo grazie all’influenza della tanto odiata Unione Europea.

I benefici della libertà
Ma perché la libertà è tanto importante? La risposta ce la fornisce Friedrich Von Hayek, Premio Nobel per l’Economia e tra i maggiori esponenti della cultura liberale del XX secolo: l’uomo è fondamentalmente ignorante su moltissime cose; ciò che sappiamo e che usiamo consapevolmente è solo una piccola parte di tutta la conoscenza che contribuisce al successo delle nostre azioni. È dunque necessario un “qualcosa” che permetta di mobilitare la conoscenza, che è dispersa, che nessuno possiede per intero e che nessuno può centralizzare: questo “qualcosa” è il libero mercato. Come scrive Hayek ne La società libera (Rubbettino, 2011), «la libertà è essenziale per far posto all’imprevedibile e all’impredicibile; ne abbiamo bisogno perché abbiamo imparato ad aspettarci da essa le occasioni per raggiungere molti dei nostri obiettivi. Siccome ogni individuo sa poco e, in particolare, raramente sa chi di noi sa fare meglio, ci affidiamo agli sforzi indipendenti e concorrenti dei molti, per propiziare la nascita di quel che desidereremo quando lo vedremo».
Guariamo ora ai dati: essi ci dicono che la libertà economica è la causa principale del miglioramento delle condizioni di vita. I Paesi classificati dall’Index of Economic Freedom come più liberi, infatti, hanno un livello medio di PIL pro-capite di gran lunga maggiore rispetto agli altri; più libertà economica significa anche una maggiore felicità (così come misurata nel World Happiness Report delle Nazioni Unite) ed un minor livello di disoccupazione.
Ciò di cui veramente l’Italia avrebbe bisogno è, dunque, un’azione concreta e decisa volta a ridurre il perimetro di intervento dello stato nell’economia. Ma trovare qualche politico che lo proponga seriamente è un’impresa titanica.Liberismo

È tutta colpa del liberismo?

Locandina Mingardi«Non c’è disastro, dall’incendio della Grenfell Tower a Londra al crollo del ponte Morandi a Genova, che non sia “colpa del neoliberismo”. Secondo un importante giornalista, è una specie di calamità che ogni tanto fa deragliare i treni. Per l’ex presidente della Camera dei Deputati Laura Boldrini avrebbe qualche cosa a che fare con la diffusione di Ebola, al pari di quei pipistrelli dell’Africa subsahariana il cui sangue conterrebbe il ceppo del virus. Del resto, c’è chi parla di “intossicazione ideologica” neoliberista: come la salmonella». Così scrive Alberto Mingardi nel suo ultimo libro La verità, vi prego, sul neoliberismo (Marsilio 2019). Ma questo presunto neoliberismo imperante è come l’araba fenice per Metastasio: che vi sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa.
Per dirimere la questione parlando anzitutto con fatti e numeri e sfuggendo alle logiche della propaganda politica, l’associazione L’Asino di Buridano, col patrocinio del Comune di Molteno, organizza “È tutta colpa del liberismo?”, serata di dibattito con l’autore Alberto Mingardi, direttore generale dell’Istituto Bruno Leoni e ricercatore di Storia delle Dottrine Politiche presso l’Università Iulm di Milano. L’evento, ad ingresso libero, si terrà giovedì 17 ottobre dalle ore 20.30 presso la sala consiliare di Molteno e sarà introdotto da Simone Galimberti, presidente dell’associazione L’Asino di Buridano, e da Giuseppe Chiarella, sindaco di Molteno.

Il passo indietro del Sudafrica.

Il passo indietro del SudafricaLa linea politica del nuovo Presidente sudafricano Ramaphosa rischia di gettare letteralmente nella spazzatura l’immenso sforzo compiuto dal compianto – si potrebbe dire: oggi più che mai – Nelson Mandela. Un tentativo di riconciliazione innovativo per il continente africano e per tutto il globo, basato sul rispetto delle vittime, ma che allo stesso tempo non mirava all’umiliazione dei colpevoli, in un’ottica lungimirante di coesistenza tra popolazione nera e bianca. Senza ombra di dubbio le problematiche relative all’accesso alle terre risalgono all’era dell’apartheid e più precisamente al Native Act del 1918. La politica intrapresa da Mandela del willing sellers and willing buyers ha portato a risultati decisamente esigui e infatti tutt’ora la popolazione bianca (che è il 9% del totale) detiene il 72% delle terre.
Secondo il nuovo Presidente la soluzione non può che essere l’espropriazione delle terre nelle mani dei bianchi per distribuirle alla popolazione nera, e questo verrebbe permesso da una riforma costituzionale che consentirebbe al governo di non corrispondere ai proprietari alcun indennizzo. La giustificazione insita al provvedimento di riforma secondo i suoi sostenitori sarebbe la seguente: quelle terre non sono loro.
La questione merita per forza di cose un forte approccio politico, soprattutto dato il forte clima di odio e violenza che si è innescato nei confronti dei bianchi sudafricani, ma la soluzione precedentemente citata rischia potenzialmente di esacerbare il conflitto etnico, tralasciando la palese violazione dei diritti di proprietà spettanti ai proprietari terrieri. Guardando invece alle conseguenze economiche, un tale intervento potrebbe far precipitare il Sud Africa in una crisi economica già sperimentata dallo Zimbabwe successivamente a una misura di portata simile: il trasferimento di terre nelle mani di persone con scarso capitale e soprattutto scarse abilità collegate alle attività terriere e alle tecnologie necessarie per mantenere alti livelli di output hanno fatto precipitare la produttività con un conseguente innalzamento dei prezzi.
Un forte intervento statale non si profila dunque come una delle soluzioni più auspicabili, tanto per il bene del Paese, quanto per il bene della popolazione nera stessa, che nel giro di pochi anni si troverebbe comunque costretta a rivendere i terreni agli stessi bianchi che l’avevano ceduta. Una soluzione resta comunque da trovarsi, ma questa deve per forza di cose essere preceduta da un forte investimento nel capitale umano e successivamente trovare le sue fondamenta nel mercato. Una soluzione potrebbe essere quella del micro-credito, per consentire alla popolazione emarginata di accedere ai servizi finanziari (vedasi l’esempio della Grameen Bank in Bangladesh) e di diventare gradualmente proprietaria terriera. L’astenersi del governo da un intervento di tale portata nell’economia, inoltre, permetterebbe la permanenza di investitori esteri sul territorio, che consentono lo spostamento di parte della popolazione (tra cui quella bianca) in altri settori dell’economia, rendendo disponibili i terreni per nuovi acquirenti. In ogni modo quello che serve oggi è un forte impegno della Comunità Internazionale che vada oltre al singolo tentativo americano di intromettersi in una faccenda di politica interna, e che comunque rischierebbe solamente di aumentare il consenso di cui gode Ramaphosa.

La riscossa dei liberali.

La riscossa dei liberaliAnno Domini 2017: gli elettori della quasi totalità dei paesi più importanti d’Europa sono stati chiamati alle urne e i risultati sono stati, per certi versi, sorprendenti e indicativi di un trend che coinvolge l’intero Vecchio Continente: i partiti che tradizionalmente si alternano alla guida del governo – per intenderci: quelli che fanno riferimento alle case europee dei Popolari e dei Socialdemocratici – hanno perso un numero consistente di voti, in alcuni casi toccando il loro minimo storico; i movimenti cosiddetti antisistema, che fanno dell’antieuropeismo e della lotta all’immigrazione e – più in generale – alla società aperta il loro cavallo di battaglia, sono indicati da pressoché tutta la grande stampa come i veri trionfatori; i partiti di ispirazione liberale, nel silenzio dei media, hanno ottenuto risultati di tutto rispetto.
È quest’ultimo il dato che più ci preme sottolineare: le formazioni politiche che – direttamente o indirettamente – fanno riferimento all’ALDE (l’Alleanza dei Liberal-Democratici Europei) sono riuscite quasi ovunque o a mantenere il loro consenso invariato o – nella maggioranza dei casi – ad incrementare considerevolmente il numero di voti ottenuti.
Il trend era già iniziato in Spagna nel 2015 e nel 2016, dove un movimento neonato (Ciudadanos) era riuscito a conquistare, in due tornate elettorali consecutive, una percentuale superiore al 13%.
Questa riscossa è proseguita e si è rafforzata nell’anno che si avvia alla conclusione: nel Regno Unito, i LibDem si sono mantenuti costanti sopra al 7% e, grazie al sistema elettorale basato sui collegi uninominali, sono riusciti a conquistare quattro seggi in più a Westminster; in Germania, l’FDP ha più che raddoppiato i suoi voti, passando dal 4,8% del 2013 all’attuale 10,7%, che probabilmente gli consentirà di essere decisivo per la formazione del nuovo governo della cancelliera Merkel; in Francia, Macron e il suo movimento En Marche! sono riusciti, presentandosi come artefici di un progetto totalmente nuovo, a conquistare l’Eliseo e il 28,2% al primo turno delle legislative; in Olanda, D66 è passato dall’8% al 12,2% e il VVD, pur avendo perso quasi cinque punti percentuali, resta il primo partito dei Paesi Bassi e continua ad esprimerne il primo ministro, Mark Rutte; infine, proprio la settimana scorsa gli austriaci di Neos sono riusciti a confermare il 5% ottenuto nella precedente tornata elettorale.
Nel complesso, dunque, i partiti liberali hanno conquistato quasi il 14% dei voti dei cittadini europei, dato che si riduce solo al 10% nel caso in cui volessimo depurarlo dai risultati ottenuti da En Marche! – in un paese statalista come la Francia essere definiti liberali non significa esserlo per davvero – e dal VVD – che, essendo il partito del primo ministro uscente, godeva per forza di cose di una forte visibilità.
Questi dati non ci sorprendono: è l’ennesima testimonianza di come, in questo periodo di crisi e incertezza, si senta la necessità di qualcuno che difenda valori non negoziabili come la proprietà privata, il libero mercato, la sana concorrenza e l’europeismo.
L’augurio è che in Italia questo trend non sia ignorato e che, finalmente, si possa assistere alla nascita di un vero partito in grado di definirsi autenticamente liberale e liberista: appuntamento al 2018.

L’Asino di Buridano: liberali per essere liberi.

L'Asino di Buridano - Liberali per essere liberiIl celebre apologo del filosofo Giovanni Buridano ha come protagonista un asino, il quale, stanco, assetato e affamato, si trova di fronte a due mucchi di fieno, della medesima qualità e quantità, ciascuno posizionato dinnanzi al proprio secchio d’acqua. L’asino, non sapendo da quale dei due mucchi e secchi iniziare a sfamarsi e dissetarsi, muore di stenti. L’analisi del filosofo francese verte sul fatto che l’intelletto sia sempre in grado di suggerire agli uomini la scelta migliore da prendere a fronte di diverse alternative e se, per assurdo, tale scelta dovesse essere costituita da due elementi perfettamente uguali, la volontà umana rimarrebbe paralizzata, a meno che si decida di non scegliere.
Se si effettua una trasposizione in chiave politica della vicenda poc’anzi narrata, l’asino di Buridano incarna perfettamente la figura dell’elettore moderno, che si sente tradito da una classe politica in cui non si riconosce più e da cui, da troppo tempo, non riceve risposte, circondato da miriadi di mucchi di fieno, ciascuno portatore di un diverso vessillo o colore politico ma, come i covoni dell’asino, nel complesso perfettamente identici nella loro incapacità di difendere valori e ideali di cui sono solo pseudo difensori, e nel loro patetico tentativo di realizzare progetti concreti con cui risollevare le sorti del Paese. Fortunatamente, come direbbe Leibniz, in natura non esistono realtà identiche come accade invece in matematica, pertanto, l’elettore, a differenza dell’asino, avrà sempre la possibilità di scegliere, sia che la scelta riguardi un partito in particolare, una corrente di pensiero o un’ideologia, fermo restando che è sempre possibile optare per la terza via, quella dell’astensionismo, la morte della politica per eccellenza.
Del resto pare proprio quest’ultima la scelta più quotata negli ultimi anni, e invero come dare torto all’elettorato, perennemente alle prese con forze politiche che quotidianamente svelano la loro natura vacua e inconsistente, sia a destra sia a sinistra dello schieramento, senza tralasciare quanti si arrogano il diritto di definirsi gli unici veri interpreti del concetto di antisistema nonché garanti dell’onestà e della trasparenza. Tutto questo si aggiunge ad una crisi dello stato moderno, già analizzata da Gianfranco Miglio nel 1999 nel suo libro intitolato – non a caso – “L’asino di Buridano. Gli italiani alle prese con l’ultima occasione di cambiare il loro destino”. In questa sua opera, Miglio illustrava le numerose problematiche che lo stato avrebbe dovuto fronteggiare in futuro, specie nel garantire servizi efficienti alla popolazione. Il trattato di Miglio offre pertanto una nuova chiave di interpretazione politica dell’omonimo apologo dell’asino, che potrebbe essere così rivisitata: un elettore si trova di fronte a due scelte: da un lato partiti o movimenti in cui non si riconosce e in cui non ripone più alcuna fiducia, dall’altro la crisi dello stato moderno. Non sapendo cosa scegliere, non sceglie e a morire è l’idea stessa di politica.
Consci di queste problematiche e desiderosi di proporre la nostra visione ideologica in ambito politico, economico e culturale, ci siamo dati questo nome – il motivo appare ora evidente – con l’obiettivo principe di restituire allo scenario politico la visibilità e la credibilità che merita, dal momento che il termine politica, dal greco politikè, si riferisce alla pόlis, la città stato, nonché la comunità in cui gli uomini si organizzano e regolano la propria vita. Pertanto non è comprensibile una vita vissuta lontano dalla politica.
Sono quattro le parole che racchiudono la nostra visione e i principi a cui ci ispiriamo: liberalismo, liberismo, europeismo e federalismo.
Liberalismo, il che significa, innanzitutto, difesa della proprietà privata e dei beni in possesso dell’individuo. John Locke, padre dell’empirismo e del pensiero liberale, definisce la proprietà privata come il diritto supremo tra i diritti naturali e afferma che il potere politico non può diminuire né sottrarre la proprietà privata dei cittadini. A sostegno di questa tesi Locke rammenta che nella Bibbia si parla di come Dio abbia creato la terra come risorsa a disposizione dell’uomo, ed egli, mescolando il proprio lavoro alla materia da lui stesso lavorata, ottiene così la proprietà privata, un bene di sua unica proprietà, ed essa è un diritto inviolabile. Considerato però il livello attuale di tassazione, pare che lo stato abbia leso in modo spropositato tale diritto, impedendo all’individuo di godere e disporre dei beni in suo possesso, dimenticandosi forse che la sua stessa esistenza si esplica nella difesa e nella tutela dei diritti degli individui, e non nella loro continua lesione. Il liberalismo, poi, come riscoperta dell’individuo, dei suoi diritti e della sua indipendenza, in opposizione allo strapotere collettivo per antonomasia, lo stato: uno stato paternalista ed eccessivamente interventista, specie in ambito economico. “Il governo migliore è quello che governa di meno” diceva nel XVIII secolo Thomas Jefferson, che nel lontano 4 luglio 1776 fece la storia degli Stati Uniti d’America con la Dichiarazione d’Indipendenza dalla Gran Bretagna, documento ricco di principi liberali.
Liberismo, ovvero il liberalismo applicato all’economia. Alla base della logica liberista vi è la convinzione che per dedurre le leggi economiche più corrette sia sufficiente indagare l’azione dei singoli, la cui sommatoria dà origine alla società. Questo perché le azioni dei singoli individui, che si muovono nell’ottica della realizzazione della massima aspirazione personale, contribuiscono automaticamente e involontariamente al benessere dell’intera società, come spiegato da Adam Smith nella famosa metafora della mano invisibile. Perciò, lo stato deve restringere il proprio margine d’azione e garantire con norme giuridiche lo sviluppo della libera concorrenza e del libero mercato, limitandosi ai bisogni della collettività che i singoli non possono risolvere in piena autonomia.
Europeismo, per un’Europa veramente unita, per l’unione dei popoli d’Europa sotto il profilo politico e non solo economico, col pensiero rivolto al grande sogno degli Stati Uniti d’Europa, federazione di macroregioni che porrà fine alla sovranità dei singoli stati e alla crisi dello stato moderno.
Federalismo, sia in ambito europeo, sia, nel breve periodo, a livello nazionale. Per un duplice assetto di potere che preveda due livelli di governo, con competenze autonome e distinte, e più potere alle regioni nell’ambito dell’auto governo, a scapito dello stato centrale. Federalismo che, ovviamente, sia anche fiscale, per un sistema decentrato di riscossione delle imposte, affinché siano direttamente gli enti locali a poter gestire le entrate per conto dello stato centrale, a cui deve essere versata una percentuale, purché sia ragionevole.
Questa è la nostra visione, che avremo modo di approfondire nel corso del tempo. Questo è il nostro sogno, la nostra più alta aspirazione: un’Europa unita costruita sulla base del federalismo, del liberismo e del liberalismo, quello stesso liberalismo che ha tanto contribuito a fare del Vecchio Continente la culla dei più alti valori e ideali che l’umanità abbia mai conosciuto. Questo è stata l’Europa. Possa essa tornare a difenderli e a diffonderli.