Breve guida introduttiva al Recovery Fund.

Breve guida introduttiva al RFIl tema del Recovery Fund si appresta ad essere tra i più importanti di tutta l’agenda europea dell’anno corrente. Tradotto in lingua italiana con il termine “Fondo di recupero”, esso è uno dei più noti e discussi strumenti europei ideato per porre un freno alla crisi economica generata dal Sars-CoV-2. Per meglio comprenderne la genesi, nonché i meccanismi di funzionamento, occorre fare un passo indietro.
Primavera 2020. Stretti tra chiusure e pesanti restrizioni imposte dalla malattia pandemica, i Paesi della Ue si ritrovano a fare i conti con una nuova crisi, che da sanitaria muta presto in economica. L’Unione non perde tempo e corre subito ai ripari, dimostrando un forte spirito di adattamento – alla luce della nuova situazione – nell’applicare con flessibilità la normativa inerente al bilancio. Inizialmente si pensa allo stanziamento di un fondo emergenziale di 540 miliardi di euro, sperando in una rapida quanto definitiva scomparsa del virus. Non passa molto prima che ci si renda conto della vitale importanza di una soluzione più articolata e duratura nel lungo periodo. Si arriva così alla presentazione, nel maggio dello scorso anno, di un vero e proprio Piano per la ripresa dell’Ue, che trova però una prima intesa solo dopo tre mesi. A luglio, infatti, i vertici dell’Unione concordano un piano economico per la ripresa – a titolo provvisorio – di ben 2.364,3 miliardi di euro. Dopo una nuova ed estenuante trattativa tra i Paesi membri, a dicembre arriva l’intesa. In seguito al voto favorevole del Parlamento e all’adozione da parte del Consiglio dell’Ue – rispettivamente in data 9 ed 11 febbraio 2021 – del relativo regolamento, viene ufficialmente approvato il Piano economico per la ripresa. Esso viene così strutturato: i sopracitati 540 miliardi del pacchetto inizialmente previsto quale sostegno alle imprese e ai lavoratori dei Paesi membri più colpiti; 1.074,3 miliardi del quadro finanziario pluriennale; 750 miliardi di un piano denominato “Next Generation EU”. Questo fondo di 750 miliardi – di cui 360 sotto forma di prestiti e 390 di sovvenzioni – finanziato quasi esclusivamente con l’emissione di titoli sui mercati per opera della Commissione europea, ha come obiettivi principali la ripresa economica degli Stati membri e il sostegno agli investimenti privati.
Lo strumento maggiormente incisivo del NGEU è costituito, per l’appunto, dal cosiddetto “Recovery and Resilience Facility”, o, più semplicemente: Recovery Fund. Esso è infatti il più corposo dei sette programmi di cui si compone Next Generation EU, ed è composto da 672,5 miliardi di euro, così ripartiti: 360 miliardi in prestiti e 312,5 in sovvenzioni. Riguardo a queste ultime, il 70% dovrà essere impiegato nel biennio 2021-22 nel rispetto di alcuni specifici criteri e parametri (tasso di disoccupazione nel periodo 2015-19; inverso del Pil pro capite; quota di popolazione). Il 30% dovrà di contro essere impiegato entro il termine del 2023, sempre nel rispetto di specifici criteri (calo del Pil reale nell’anno 2020; calo del Pil reale nel biennio 2020-21; inverso del Pil pro capite; quota di popolazione). Inoltre, ogni singolo Stato membro dovrà redigere e consegnare – entro la fine di aprile dell’anno corrente – un Piano nazionale personalizzato all’interno del quale definire la propria agenda per il periodo 2021-2023. Questi Piani saranno successivamente esaminati dalla Commissione europea. Per poter superare il controllo finale del Consiglio dietro proposta della Commissione, e sbloccare i relativi fondi, essi dovranno avere specifiche peculiarità: adozione di una linea d’azione coerente con le raccomandazioni dell’Ue, impegno costante nella creazione di posti di lavoro, attenzione all’ambito socioeconomico e alla transizione ecologica e digitale.
Per quanto riguarda l’Italia, ad oggi il Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) consta di 6 pilastri, dette anche macromissioni o aree di investimento: digitalizzazione/innovazione/competitività – cultura; rivoluzione verde e transizione ecologica; infrastrutture per la mobilità sostenibile; istruzione e ricerca; inclusione e sociale; salute. Dopo la consegna del suddetto Piano, in caso di approvazione, i Paesi Ue otterranno subito (a partire dal secondo semestre del 2021) il 13% della cifra loro spettante. Il rimanente sarà loro erogato con cadenza semestrale, sempre e comunque sulla base valutativa della Commissione per ciò che concerne gli obiettivi elencati e previsti all’interno del Piano stesso.
Tuttavia, il processo che ha prodotto quanto esposto sin qui non è stato privo di imprevisti e neppure di opposizioni. Alcuni Paesi membri dell’Ue, infatti, dimostrano tuttora molto scetticismo nei confronti del Recovery Fund, soprattutto per quanto riguarda il modo in cui i fondi erogati saranno spesi. Come ben evidenziato in un recente sondaggio del Consiglio europeo per le relazioni estere (ECFR), questi Stati temono lo spreco di risorse e il rischio corruzione ad esse legato molto più di quanto non temano l’ammontare del bilancio dell’intera Unione. Susi Dennison e Pawel Zerka, autori del rapporto, hanno ben dimostrato come alcuni Paesi Ue, detti “frugali”, non siano per nulla convinti del grado di affidabilità dei maggiori beneficiari del Fondo di recupero. Per Austria, Finlandia, Svezia, Danimarca e Paesi Bassi, alla paura di perdere peso politico in seno all’Unione si aggiungono lo spettro di un colossale spreco di denaro nonché il timore di una fraudolenta spartizione delle risorse economiche. Il rapporto dei due studiosi indica che questi malumori e paure rischiano di condurre l’intera Ue nella direzione opposta a quella della reciproca collaborazione, specialmente in un momento di grande difficoltà generale, da cui nessuno Stato membro è risparmiato. Ci sono due differenti modi di interpretare le difficoltà: limitarsi a vederle come tali oppure leggerle come opportunità. È quello che i cosiddetti frugali sono chiamati a fare, ovvero intravedere nel Recovery Fund la chance di riprogrammare il proprio ruolo europeo, ponendosi come nuove guide potenziali dell’Unione e facendosi ancor più sostenitori di quei principi che – a loro detta – gli altri Stati non stanno più considerando: democrazia, lotta alla corruzione, sicurezza, difesa dei valori dello Stato di diritto. La ferita inferta dalla “Brexit” non si è ancora rimarginata. In un contesto perennemente emergenziale, il Recovery Fund, sia pure non perfetto e con limiti, può essere quella svolta liberale tanto auspicata e di cui l’intera Unione europea ha bisogno, forse ora più che mai.

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