Un nuovo ruolo in Europa per i paesi “frugali”?

Un nuovo ruolo in Europa per i paesi frugaliDurante le negoziazioni che hanno portato all’adozione del Next Generation EU sono emerse le posizioni di quelli che nel dibattito pubblico sono stati definiti “i paesi frugali”. Si tratta di un gruppo composto da quattro Stati, precisamente Olanda, Danimarca, Svezia e Austria, ai quali lo scorso anno si è aggiunta la Finlandia, noti per le loro idee piuttosto restrittive in tema di politiche fiscali, per la difesa dei cosiddetti rebates (ossia i meccanismi di correzione dei contributi al bilancio dell’UE a favore di determinati paesi istituiti dal Consiglio di Fontainebleau del 1984) e per l’opposizione agli schemi di redistribuzione e di debito comune europei.
Infatti, i paesi frugali, che sono spesso indicati come eredi della Nuova Lega Anseatica (una formazione nata dopo la Brexit tra alcuni Stati membri sulla base di determinati obiettivi e valori condivisi) scontano una pessima fama, soprattutto in Italia. Questi, anche in seguito alle aspre contrapposizioni nei negoziati europei di luglio, sono stati additati quali elementi di frizione per il processo di integrazione europea. In realtà, partendo da una prospettiva più obiettiva, le cose non stanno esattamente così. Al contrario, i frugali possono potenzialmente ricoprire un prezioso ruolo guida per il motore europeo, in particolare quali strenui difensori di una sana gestione finanziaria e dei principi democratici.
Anzitutto, a dispetto dell’appellativo e come testimonia un sondaggio condotto da Susi Dennison e Pawel Zerka per lo European Council of Foreign Relations del novembre 2020, le preoccupazioni dei cittadini dei paesi frugali sono collegati anzitutto alla gestione dei fondi: solo il 20% degli intervistati in Austria è preoccupata dall’ammontare del bilancio dell’UE, mentre il 48% lo è per i rischi di sprechi e corruzione; in Olanda, tale rapporto è di 24% a 38%; anche i numeri degli altri paesi frugali sono molto simili a quelli rilevati dai sondaggi in Germania, Francia e Polonia. In generale, i cittadini di questi paesi temono che l’influenza dei loro governi sulle decisioni dell’UE stia diminuendo e così anche la capacità di contrastare i malfunzionamenti che si verificheranno nell’attuazione del bilancio pluriennale.
Non solo, anche la popolarità dell’Unione europea ha subito una evidente flessione all’interno di questi Stati membri, che si è acuita come conseguenza degli scarsi risultatati raggiunti in merito alla questione dello Stato di diritto. Si deve ricordare, infatti, che è stato proprio il Premier olandese Rutte ad assumere la posizione più intransigente (supportata poi anche dagli altri paesi frugali) nei confronti dei veti di Polonia e Ungheria, che erano intenzionate a bloccare il collegamento tra meccanismi di condizionalità dello Stato di diritto e bilancio pluriennale europeo.
In ogni caso, è evidente che lo stesso Next Generation EU costituisca una importante opportunità per i paesi frugali al fine di recuperare un ruolo propositivo e, allo stesso tempo, capace di influenzare l’UE dall’interno. A questo proposito, come sottolinea lo stesso rapporto dello ECFR, essi dovrebbero evitare di “cadere nella trappola britannica di incolpare Bruxelles” e “riformulare sé stessi”. È altrettanto chiaro che questa eventualità dipenderà, da un lato, dalle scelte dei leader dei paesi frugali e, dall’altro, dalla capacità di inclusione dell’Unione Europea e dai progressi della stessa.
Per quanto riguarda il primo punto, è quindi necessario che l’azione dei governi dei paesi frugali si concretizzi in una partecipazione attiva all’integrazione europea piuttosto che in sterili proteste, che spesso assumono la forma di retorica elettorale. Fino ad ora, però, i segnali non sono stati troppo incoraggianti: i paesi frugali non hanno avuto alcun ruolo particolare nella definizione del meccanismo di condizionalità dello Stato di diritto (che è un’iniziativa del Parlamento Europeo); essi non si sono resi protagonisti nel supportare le procedure pendenti nei confronti di Polonia e Ungheria e non si sono mai rivolti alla Corte di Giustizia dell’UE; infine, a proposito di lotta alla corruzione, hanno dimostrato uno scarso interesse nei confronti dello strumento della Procura Europea (Svezia e Danimarca non sono nemmeno parti dell’istituzione nata nel 2017).
Per colmare il vuoto ideologico lasciato dalla Gran Bretagna e quello derivante dalla scomparsa di un vero contrappeso “nordico” alla nuova versione dell’asse franco-tedesco, i paesi frugali dovrebbero quindi ritrovare una posizione più partecipativa e, a differenza però di quella britannica, più comunitaria. Questo discorso vale soprattutto per l’Olanda, storico paese fondatore e partecipante a pieno titolo a tutti i pilastri dell’integrazione, ma allo stesso tempo da sempre intrappolato in una perenne indecisione verso l’UE.
Come si accennava, un auspicato risvolto positivo dipenderà anche dalla capacità dell’UE di creare un ambiente credibile e coeso, anzitutto scongiurando i rischi di uno scontro tra paesi meridionali e paesi nordici sulle questioni legate alla gestione delle risorse. In particolare, come ha scritto Mark Leonard, Berlino e Parigi hanno una responsabilità particolare in questo senso. La scarsa sensibilità del format franco-tedesco, si pensi all’insistenza sui cosiddetti “momenti hamiltoniani” e al controverso compromesso raggiunto dalla Merkel sullo Stato di diritto, ha contribuito ad alimentare quella percezione di impotenza e di assenza di controllo sugli affari europei ora molto presente nei paesi frugali. È quindi necessario un maggiore coinvolgimento, che si potrebbe realizzare anche nell’ambito del NGEU con collaborazioni ambiziose in settori molto cari ai frugali come ambiente e digitale (in realtà, un altro esempio è dato dalla stretta partnership che già lega Olanda e Germania nel settore della difesa).
Sarebbe opportuno, in definitiva, uno sforzo condiviso e mutuamente vantaggioso: il supporto dei paesi frugali è fondamentale per rafforzare un’integrazione coerente con i principi e valori cardine dell’UE, che sono alle volte meno popolari in altri Stati membri, e quindi per svolgere un vero e proprio ruolo di contrappeso all’interno del blocco. Ciò però è anche legato alla capacità dell’Unione e dei suoi maggiori decisori di permettere che i cittadini dei paesi frugali tornino (o inizino) a sentirsi protagonisti capaci di influenzare in modo tangibile le politiche dell’UE in un momento storico così decisivo.

Per le politiche attive serve discontinuità.

Discontinuità. È uno dei vocaboli più in voga da quanto Mario Draghi è stato eletto Presidente del Consiglio dei Ministri. Ma dove è maggiormente necessario che l’esecutivo apporti un cambio di passo? Siamo sicuri che Di Maio e Tridico non saranno d’accordo con noi, ma la discontinuità dell’agenda Draghi non può che partire dal Reddito di cittadinanza. Perché no, “NON abbiamo abolito la povertà”, e quando il divieto dei licenziamenti verrà sospeso rischiamo di trovarci di fronte a una vera è propria bomba sociale. Ma in fondo la parola “discontinuità” rischia di essere riduttiva, laddove è invece necessario un reale cambio di paradigma, il quale non può che avvenire tramite l’adozione di politiche pubbliche la cui concezione è diametralmente opposta a quelle precedenti. Per questo il Reddito di cittadinanza così come concepito dai discepoli di Rousseau dovrà fare spazio alle Politiche attive per il lavoro.
Il Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR), affronta il tema delle Politiche attive del lavoro all’interno della prima componente della missione 5 “Inclusione e Sociale”, a cui vengono allocati 27,63 miliardi. Alla prima componente, la quale è appunto intitolata “Politiche attive del lavoro e sostegno all’occupazione” beneficerà di 7,5 miliardi, articolandosi in quattro pilastri: politiche attive del lavoro e formazione; piano nuove competenze, apprendistato duale, sostegno all’imprenditoria femminile. Il contenuto dei pilastri è in primo luogo esplicativo della volontà di non focalizzarsi esclusivamente sui disoccupati, ma di sviluppare altresì un sistema permanente di formazione, il quale dovrà giocare un ruolo fondamentale per assicurare la transizione di parte della forza lavoro nei settori che garantiranno una maggiore occupabilità – ad oggi solo il 41% della popolazione adulta partecipa a percorsi di formazione –. Viene a tal proposito confermato il Fondo nuove competenze istituito dal decreto Rilancio, nel contesto del quale le organizzazioni sindacali continuano però a ritenere la facoltà di pattuire accordi collettivi con le aziende al fine di rimodulare l’orario di lavoro dei dipendenti al fine di intraprendere attività di formazione. Sono altresì da accogliere positivamente la volontà di rafforzare la formazione terziaria non accademica, nonché l’allocazione di fondi per il cosiddetto apprendimento duale, il quale, sulla base dell’esperienza tedesca, ambisce a complementare la formazione professionale con percorsi sul posto di lavoro.
I sopracitati obiettivi verranno perseguiti rafforzando i centri per l’impiego e affidando al “nuovo” Programma nazionale Garanzia di occupabilità dei lavoratori (GOL) la presa in carico dei disoccupati e delle persone in transizione occupazionale, nonché la profilazione per i servizi al lavoro e per la formazione. Il virgolettato sottende in realtà una tendenziale mancanza di discontinuità, in quanto le misure di rafforzamento dell’occupabilità erano già previste dalla disciplina esistente, esplicandosi nella presa in carico del disoccupato da parte dei centri per l’impiego, il bilancio delle competenze e dell’orientamento professionale, e l’avviamento ai percorsi formativi. Ma per apportare un reale cambio di passo, nel nome della discontinuità, servirà spingersi ben oltre la mera enumerazione di obiettivi, ovvero al timido annuncio della creazione di reti territoriali di servizi di formazione e lavoro tramite partenariati pubblico-privato in forma di “industry accademy”.
La parola d’ordine sarà dunque flessibilità. Se ANPAL ha sino ad oggi dimostrato di non poter garantire quel ruolo di indirizzo, coordinamento e monitoraggio all’interno di un panorama costellato da modelli fra loro differenti, risulta dunque evidente la necessità di delineare un differente modus operandi, il quale dovrà per forza di cose riuscire a conciliare le diverse esigenze regionali. La necessità più impellente è senza dubbio quella di valutare la capacità dei centri per l’impiego di condurre le attività di profilazione per i servizi al lavoro e alla formazione. Abbandonare il tabù dell’esternalizzazione dei servizi per l’impiego potrebbe contribuire ad efficientare tale processo, limitando al soggetto pubblico il compito di garantire la collaborazione tra i diversi providers su scala regionale, e la creazione di un sistema informativo unitario. Sul fronte dell’erogazione dei servizi al lavoro e alla formazione, l’esperienza tedesca insegna che un effettivo coinvolgimento delle parti sociali – e in primo luogo delle Camere di Commercio le quali rappresentano il vero punto di contatto con le dinamiche produttive su scala regionale e locale, e le associazioni dei datori di lavoro – nella definizione dei curricula e degli standard formativi, nonché nella valutazione ex post della qualità dei servizi erogati, permette di far fronte al disallineamento di competenze e fabbisogni delle imprese, il quale si sta ulteriormente esacerbando in questa fase alla luce del rapido sviluppo tecnologico che alcune realtà produttive sono state costrette ad inglobare all’interno dei rispettivi processi aziendali. La stessa volontà di favorire i percorsi di apprendimento duale necessità di un approccio maggiormente flessibile all’interno del mercato del lavoro, in stretta collaborazione con il pilastro relativo al piano per le nuove competenze. La predisposizione di rigidi accordi collettivi tra i sindacati e aziende al fine di rimodulare l’orario di lavoro dei dipendenti per intraprendere percorsi formativi rischia di ostacolare la possibilità dei soggetti che prendono parte ai percorsi di apprendimento duale di essere pienamente coinvolti nella fase di apprendimento sul posto di lavoro. Anche in questo caso il modello tedesco fornisce dei preziosi spunti di riflessione tramite flessibili meccanismi di job rotation per mezzo del quale i dipendenti che intraprendono attività di formazione per il rinnovo delle proprie competenze, cedono momentaneamente il posto agli individui che beneficiano dei servizi alla formazione e del programma di apprendimento duale.
Al fine, dunque, di trasformare i sopracitati obiettivi in azioni concrete, ovvero di garantire che lo stanziamento di ingenti risorse produca effetti tangibili, l’esecutivo dovrà focalizzarsi sulla governance delle politiche attive del lavoro, garantendo che la catena decisionale sia in contatto con le realtà produttive al fine di assicurare un efficace interconnessione dei quattro pilastri della componente “Politiche attive del lavoro e sostegno all’occupazione”.

Un approccio liberale al Recovery Fund.

Un approccio liberale al recoveryIl Recovery Fund (di cui abbiamo scritto una breve guida introduttiva che potete leggere qui) può rappresentare una grande opportunità per l’Italia, ma allo stesso tempo un cappio attorno al collo di un paese che da tempo pare destinato ad un lento ma inevitabile declino: basti pensare che uno dei più importanti e tangibili vantaggi derivanti dall’ingresso nella moneta unica all’inizio degli Anni Duemila, ossia la drastica riduzione dei tassi di interesse sul debito pagati dal nostro paese (il cosiddetto “dividendo dell’euro”), divenne l’occasione per i governi italiani di aumentare la spesa pubblica corrente anziché rimettere in ordine i conti pubblici ed avviare quelle riforme indispensabili per rilanciare la produttività (negli stessi anni, la Germania adottava l’Agenda 2010, l’ampio pacchetto di riforme che permise a quello che da alcuni anni era considerato il “malato d’Europa” di diventare la “locomotiva d’Europa”). Su un totale di circa 200 miliardi destinati all’Italia, più di 100 sono rappresentati da prestiti e dovranno quindi essere restituiti nel corso di prossimi decenni. Affinché, dunque, il Next Generation non diventi un nuovo peso sulle spalle delle future generazioni, ma piuttosto la scintilla che inneschi il rilancio italiano, è necessario che tali fondi vengano impiegati in riforme utili ad aumentare il potenziale di crescita del nostro paese.

Il motore della libertà
A questo punto è necessario domandarsi se esistano politiche in grado di centrare tale obiettivo. Nell’ultimo “Index of Economic Freedom”, la Heritage Foundation ricorda che gli stati, in qualsiasi fase di sviluppo si trovino, possono alimentare il proprio dinamismo economico adottando politiche che incoraggino una maggiore imprenditorialità, conferendo agli individui e alle imprese maggior libertà d’azione. In particolare, un più elevato grado di libertà economica è associato a: (1) Un maggior livello di PIL pro capite: la media per i paesi classificati come “liberi” è pari a 71.576 dollari, contro i 6.834 dei paesi “prevalentemente non liberi”. (2) Una maggior crescita economica: indipendentemente dall’orizzonte temporale considerato (25, 15 o 5 anni), vi è una relazione positiva tra variazioni del livello di libertà economica e variazioni nella crescita del Pil pro capite. (3) Un maggior dinamismo imprenditoriale: vi è una forte correlazione tra libertà economica e densità di nuove imprese, ossia il numero di società create ex novo ogni 1.000 persone in età lavorativa. Va inoltre sottolineato, a favore dei critici preoccupati dai presunti effetti collaterali del libero mercato, che una maggiore libertà economica si associa altresì ad un minor tasso di povertà e ad una miglior prestazione nel “Environmental Protection Index” dell’Università di Yale, due temi al centro dell’azione del Governo italiano e della Commissione Europa.

La libertà economica in Italia
Come sta l’Italia in termini di libertà economica? Non bene: l’ultimo report posiziona l’Italia al 69° posto in classifica con un punteggio di 64.9, ben lontana dai migliori paesi europei come Irlanda (5° posto con un punteggio di 81.4), Regno Unito (7° posto con un punteggio di 78.4) ed Estonia (8° posto con un punteggio di 78.2) e al di sotto della Germania (29° posto con un punteggio di 72.5) e persino della statalista Francia (64° posto con un punteggio di 65.7). Guardando ai singoli indicatori che compongono l’indice, è possibile verificare i settori in cui il nostro paese è più debole: la tabella, che confronta la performance dell’Italia con quella del miglior paese dell’Unione Europea per ogni singolo settore, ci evidenzia i forti ritardi sui temi della “rule of law” (in particolare efficienza della giustizia e pervasività della corruzione), delle dimensioni dell’intervento governativo nell’economia (pressione fiscale, spesa pubblica e stabilità dei conti pubblici) e delle regolamentazioni che limitano la libertà di impresa e il mercato del lavoro; gli unici settori in cui l’Italia resta al passo dei migliori sono quelli su cui si fa sentire l’influenza di Bruxelles (il punteggio relativo alla libertà di commercio, ad esempio, è lo stesso per tutti i paesi aderenti al mercato unico).

LIBERTà
Pare dunque evidente quale debba essere la strada da perseguire. Non servono ulteriori interventi diretti dello Stato nell’economia, quanto la necessità di utilizzare le risorse a disposizione per implementare quelle riforme finalizzate a creare maggiori margini di libertà per imprese e famiglie. La riforma della giustizia (non intesa come un semplice incremento delle piante organiche dei tribunali), la lotta alla corruzione (che prolifera laddove la burocrazia la rende un inevitabile strumento per accelerare le pratiche od ottenere favori dal pianificatore pubblico), la riforma del fisco (tesa non solo a ridurre la pressione fiscale, ma anche a semplificare e rendere maggiormente trasparente il sistema), il taglio della spesa pubblica corrente (necessario per finanziare la sforbiciata alle tasse di cui sopra, oltre che per rimettere i conti pubblici su un percorso di sostenibilità) e la riforma del mercato del lavoro (finalizzata in particolare a decentrare la contrattazione salariale e a rendere le remunerazioni maggiormente dipendenti dalle dinamiche della produttività): queste devono essere le priorità del governo, che invece negli anni ci ha abituato – salvo rarissime occasioni – all’approccio opposto di stampo dirigista e statalista.

La valutazione delle politiche
C’è infine un ultimo aspetto che deve essere considerato nell’affrontare il tema di un approccio liberale al Recovery Fund: come ha scritto Elisa Serafini nel suo libro “Fuori dal Comune”, «ciò che oggi viene utilizzato come principio di sostegno a una proposta è la sola intenzione. Se l’intenzione è considerata buona, […] allora va tutto bene. Il problema è che le politiche pubbliche non dovrebbero essere basate sulle sole intenzioni: possono essere più che nobili, ma portano a delle conseguenze». È dunque necessario adottare la soluzione recentemente proposta, con riferimento al Next Generation Eu, da Carlo Stagnaro e Guglielmo Barone in un loro articolo su “lavoce.info”: rendere trasparenti e facilmente accessibili i dati affinché ricercatori (accademici e non) in concorrenza tra di loro possano valutare l’efficacia delle riforme adottate (ossia «misurarne l’impatto causale, ovvero la differenza tra il valore della variabile di interesse dopo l’intervento di politica economica e il valore che la stessa variabile avrebbe assunto senza quell’intervento»); intervenire in corso d’opera per migliorare ciò che si sta facendo, anche in considerazione del fatto che i fondi europei non saranno erogati in un’unica soluzione ma a tranche condizionate al raggiungimento di obiettivi specifici, sarebbe il modo migliore per evitare l’ennesimo sperpero dello Stato italiano a danno delle future generazioni.

Breve guida introduttiva al Recovery Fund.

Breve guida introduttiva al RFIl tema del Recovery Fund si appresta ad essere tra i più importanti di tutta l’agenda europea dell’anno corrente. Tradotto in lingua italiana con il termine “Fondo di recupero”, esso è uno dei più noti e discussi strumenti europei ideato per porre un freno alla crisi economica generata dal Sars-CoV-2. Per meglio comprenderne la genesi, nonché i meccanismi di funzionamento, occorre fare un passo indietro.
Primavera 2020. Stretti tra chiusure e pesanti restrizioni imposte dalla malattia pandemica, i Paesi della Ue si ritrovano a fare i conti con una nuova crisi, che da sanitaria muta presto in economica. L’Unione non perde tempo e corre subito ai ripari, dimostrando un forte spirito di adattamento – alla luce della nuova situazione – nell’applicare con flessibilità la normativa inerente al bilancio. Inizialmente si pensa allo stanziamento di un fondo emergenziale di 540 miliardi di euro, sperando in una rapida quanto definitiva scomparsa del virus. Non passa molto prima che ci si renda conto della vitale importanza di una soluzione più articolata e duratura nel lungo periodo. Si arriva così alla presentazione, nel maggio dello scorso anno, di un vero e proprio Piano per la ripresa dell’Ue, che trova però una prima intesa solo dopo tre mesi. A luglio, infatti, i vertici dell’Unione concordano un piano economico per la ripresa – a titolo provvisorio – di ben 2.364,3 miliardi di euro. Dopo una nuova ed estenuante trattativa tra i Paesi membri, a dicembre arriva l’intesa. In seguito al voto favorevole del Parlamento e all’adozione da parte del Consiglio dell’Ue – rispettivamente in data 9 ed 11 febbraio 2021 – del relativo regolamento, viene ufficialmente approvato il Piano economico per la ripresa. Esso viene così strutturato: i sopracitati 540 miliardi del pacchetto inizialmente previsto quale sostegno alle imprese e ai lavoratori dei Paesi membri più colpiti; 1.074,3 miliardi del quadro finanziario pluriennale; 750 miliardi di un piano denominato “Next Generation EU”. Questo fondo di 750 miliardi – di cui 360 sotto forma di prestiti e 390 di sovvenzioni – finanziato quasi esclusivamente con l’emissione di titoli sui mercati per opera della Commissione europea, ha come obiettivi principali la ripresa economica degli Stati membri e il sostegno agli investimenti privati.
Lo strumento maggiormente incisivo del NGEU è costituito, per l’appunto, dal cosiddetto “Recovery and Resilience Facility”, o, più semplicemente: Recovery Fund. Esso è infatti il più corposo dei sette programmi di cui si compone Next Generation EU, ed è composto da 672,5 miliardi di euro, così ripartiti: 360 miliardi in prestiti e 312,5 in sovvenzioni. Riguardo a queste ultime, il 70% dovrà essere impiegato nel biennio 2021-22 nel rispetto di alcuni specifici criteri e parametri (tasso di disoccupazione nel periodo 2015-19; inverso del Pil pro capite; quota di popolazione). Il 30% dovrà di contro essere impiegato entro il termine del 2023, sempre nel rispetto di specifici criteri (calo del Pil reale nell’anno 2020; calo del Pil reale nel biennio 2020-21; inverso del Pil pro capite; quota di popolazione). Inoltre, ogni singolo Stato membro dovrà redigere e consegnare – entro la fine di aprile dell’anno corrente – un Piano nazionale personalizzato all’interno del quale definire la propria agenda per il periodo 2021-2023. Questi Piani saranno successivamente esaminati dalla Commissione europea. Per poter superare il controllo finale del Consiglio dietro proposta della Commissione, e sbloccare i relativi fondi, essi dovranno avere specifiche peculiarità: adozione di una linea d’azione coerente con le raccomandazioni dell’Ue, impegno costante nella creazione di posti di lavoro, attenzione all’ambito socioeconomico e alla transizione ecologica e digitale.
Per quanto riguarda l’Italia, ad oggi il Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) consta di 6 pilastri, dette anche macromissioni o aree di investimento: digitalizzazione/innovazione/competitività – cultura; rivoluzione verde e transizione ecologica; infrastrutture per la mobilità sostenibile; istruzione e ricerca; inclusione e sociale; salute. Dopo la consegna del suddetto Piano, in caso di approvazione, i Paesi Ue otterranno subito (a partire dal secondo semestre del 2021) il 13% della cifra loro spettante. Il rimanente sarà loro erogato con cadenza semestrale, sempre e comunque sulla base valutativa della Commissione per ciò che concerne gli obiettivi elencati e previsti all’interno del Piano stesso.
Tuttavia, il processo che ha prodotto quanto esposto sin qui non è stato privo di imprevisti e neppure di opposizioni. Alcuni Paesi membri dell’Ue, infatti, dimostrano tuttora molto scetticismo nei confronti del Recovery Fund, soprattutto per quanto riguarda il modo in cui i fondi erogati saranno spesi. Come ben evidenziato in un recente sondaggio del Consiglio europeo per le relazioni estere (ECFR), questi Stati temono lo spreco di risorse e il rischio corruzione ad esse legato molto più di quanto non temano l’ammontare del bilancio dell’intera Unione. Susi Dennison e Pawel Zerka, autori del rapporto, hanno ben dimostrato come alcuni Paesi Ue, detti “frugali”, non siano per nulla convinti del grado di affidabilità dei maggiori beneficiari del Fondo di recupero. Per Austria, Finlandia, Svezia, Danimarca e Paesi Bassi, alla paura di perdere peso politico in seno all’Unione si aggiungono lo spettro di un colossale spreco di denaro nonché il timore di una fraudolenta spartizione delle risorse economiche. Il rapporto dei due studiosi indica che questi malumori e paure rischiano di condurre l’intera Ue nella direzione opposta a quella della reciproca collaborazione, specialmente in un momento di grande difficoltà generale, da cui nessuno Stato membro è risparmiato. Ci sono due differenti modi di interpretare le difficoltà: limitarsi a vederle come tali oppure leggerle come opportunità. È quello che i cosiddetti frugali sono chiamati a fare, ovvero intravedere nel Recovery Fund la chance di riprogrammare il proprio ruolo europeo, ponendosi come nuove guide potenziali dell’Unione e facendosi ancor più sostenitori di quei principi che – a loro detta – gli altri Stati non stanno più considerando: democrazia, lotta alla corruzione, sicurezza, difesa dei valori dello Stato di diritto. La ferita inferta dalla “Brexit” non si è ancora rimarginata. In un contesto perennemente emergenziale, il Recovery Fund, sia pure non perfetto e con limiti, può essere quella svolta liberale tanto auspicata e di cui l’intera Unione europea ha bisogno, forse ora più che mai.