Appello ai candidati del collegio di Lecco

AppelloA seguire il testo completo del nostro appello ai candidati lecchesi. A questo link è possibile leggere la risposta di Galimberti (M5S) e le nostre repliche. A questo link è possibile leggere la risposta di Lupi (CDX) e le nostre repliche. A questo link è possibile leggere la risposta di Bartesaghi (CSX) e le nostre repliche. A questo link è possibile leggere la risposta di Stefano Motta (Terzo Polo) e le nostre repliche.

Perché un appello ai candidati del collegio di Lecco? L’associazione lecchese L’Asino di Buridano nasce con l’obiettivo di fornire informazioni utili per fare scelte consapevoli, affinché l’elettore non cada nella trappola di dire “sono tutti uguali” e non rischi di fare la fine, politicamente parlando, dell’asino protagonista dell’apologo del filosofo Giovanni Buridano. Ma noi possiamo solo limitarci a dare informazioni e fornire stimoli, sta ai partiti il compito di dimostrare che sono effettivamente “diversi”. Come? In vista delle elezioni del 25 settembre, abbiamo deciso di lanciare un pubblico appello ai candidati del collegio uninominale di Lecco, invitandoli a fornire una risposta concreta e precisa su 6 temi che, dalla fondazione dell’associazione, sono stati al centro del nostro interesse e delle tante iniziative organizzate con la collaborazione di diversi comuni della nostra provincia: conti pubblici, pensioni, liberalizzazioni, autonomia regionale, nucleare e diritti civili. Chiediamo pertanto ai candidati di Lecco delle quattro coalizioni principali, ossia Laura Bartesaghi (centrosinistra), Giovanni Galimberti (Movimento 5 Stelle), Maurizio Lupi (centrodestra) e Stefano Motta (Azione – Italia Viva), di rispondere alle domande contenute nel nostro appello e di accettare l’invito a dibatterne pubblicamente. L’Asino di Buridano vorrebbe scegliere: mettetelo nelle condizioni di farlo!

1 – CONTI PUBBLICI
Il quadro programmatico del Documento di Economia e Finanza 2022 indica che questo anno si chiuderà con un indebitamento netto dello Stato italiano pari al 5,6% del PIL e con un debito pubblico al 147%. Tali numeri sono sicuramente stati aggravati dalla pandemia, ma evidenziano un’abitudine italiana tale da spingere il direttore dell’Istituto Bruno Leoni Alberto Mingardi a definire l’Italia una “Repubblica fondata sul debito”: il nostro bilancio non è mai stato in pareggio e, dalla fine della Seconda guerra mondiale ad oggi, la spesa pubblica è aumentata di cinquanta volte, passando da circa il 10% del PIL a oltre il 50%. Tale situazione non è più sostenibile e alimenta una dinamica che mette sempre più a rischio il futuro dei giovani. Intende lei impegnarsi affinché il prossimo governo metta mano ai conti pubblici per ridurre deficit e debito? Considerando che, come evidenziato da illustri economisti quali Alesina, Favero e Giavazzi, tagliare le spese è molto meno dannoso che aumentare le tasse (le quali sono già molto elevate in Italia, con una pressione fiscale che nel 2022 si attesta al 43,1%) ed è dimostrato dall’esperienza di paesi come Belgio, Canada e Irlanda che possono esistere programmi di aggiustamento delle finanze pubbliche di successo, intende lei impegnarsi affinché il miglioramento dei conti sia ottenuto mediante tagli alla spesa pubblica anziché aumenti di tasse? Quali spese intende eventualmente impegnarsi a tagliare?

2 – PENSIONI
La sostenibilità di lungo periodo del sistema pensionistico pubblico italiano, come per tutti i sistemi a ripartizione, è messa in pericolo dal progressivo invecchiamento della popolazione, tanto che oggi il futuro pensionistico dei giovani è tutt’altro che roseo. Tutto ciò in un paese in cui l’incidenza della povertà assoluta nel 2021 è stata dell’11,1% nella fascia d’età 18-34 contro il 5,3% della fascia superiore ai 65 anni, con un gap tra le due coorti anagrafiche che è andato crescendo dall’inizio della crisi Covid. Intende lei impegnarsi affinché il sistema pensionistico non venga ulteriormente utilizzato per fini elettorali ai danni delle future generazioni? Premesso che le politiche tese ad invertire le tendenze demografiche sono molto costose e producono effetti solo nel lunghissimo periodo, come intende impegnarsi affinché ai giovani sia garantita una pensione certa e dignitosa?

3 – LIBERALIZZAZIONI
Se è indubbio che nel corso degli ultimi anni l’Italia ha fatto passi avanti nell’ambito della concorrenza, tanto da salire al quinto posto in Europa nell’”Indice delle liberalizzazioni” curato dall’Istituto Bruno Leoni, la crisi Covid-19 e le sue conseguenze pongono seri problemi e rischiano di far fare passi indietro al nostro paese: dalle telecomunicazioni al servizio postale, passando per l’elettricità e soprattutto i servizi pubblici locali, sono tante le conquiste da difendere e i passi avanti ancora necessari. Le recenti impasse parlamentari sui temi taxi e concessioni balneari lo dimostrano. A ciò si aggiunga che il grado di concorrenza influisce sui prezzi e ulteriori liberalizzazioni in settori quali, per esempio, trasporti e telecomunicazioni, potrebbero risolvere il problema dei prezzi nel lungo termine, riducendo le pressioni inflazionistiche e proteggendo il potere d’acquisto dei salari. Intende lei impegnarsi affinché cresca lo spazio di concorrenza in quei settori in cui ancora manca, senza lasciarsi influenzare da lobby e difensori di rendite di posizione parassitarie? In che modo?

4 – AUTONOMIA REGIONALE
Il 22 ottobre 2017, oltre 3 milioni di elettori lombardi si sono recati alle urne per richiedere che, in coerenza con il terzo comma dell’articolo 116 della Costituzione, a Regione Lombardia siano concesse ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia nell’ambito dell’organizzazione della giustizia di pace, delle norme generali sull’istruzione e della tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali, nonché delle materie di competenza concorrente. A tale richiesta – rimasta inascoltata dal governo e del Parlamento – si sono associate altre regioni, tra cui l’Emilia Romagna guidata dall’esponente PD Stefano Bonaccini, a conferma del fatto che trattasi di tema apartitico. È lei a favore della richiesta di maggiore autonomia regionale? Come intende muoversi affinché si ponga fine allo stallo attuale? Qualora nel corso della prossima legislatura dovesse porsi la questione di una nuova riforma costituzionale, intende impegnarsi affinché essa sia improntata ad una visione federalistica, con maggiore autonomia in capo alle regioni anche in materia fiscale?

5 – NUCLEARE
La transizione green e la necessità di contenere l’aumento delle temperature sono un tema non più prorogabile da parte del governo e del Parlamento italiano. Ciononostante, il dibattito pubblico è ancora troppo imperniato sull’ideologia anziché sui numeri: l’UNECE ha messo nero su bianco che non sarà possibile raggiungere la decarbonizzazione completa entro il 2050 senza ricorrere al nucleare, con cui integrare le intermittenti fonti rinnovabili; l’IEA (International Energy Agency) ha documentato la necessità di raddoppiare la potenza installata nel mondo di nucleare entro il 2050 per rispettare gli obiettivi climatici; il JRC della Commissione europea ha certificato che il nucleare è ecosostenibile e sicuro come o più delle tecnologie rinnovabili. L’Italia, sotto questo aspetto, è ancora bloccata dall’emotività che ha caratterizzato i referendum del 1987 e del 2011. È lei favorevole al ritorno dell’Italia al nucleare? Come eventualmente intende impegnarsi affinché ciò avvenga?

6 – DIRITTI CIVILI
L’estate 2021 è stata caratterizzata dalla grandissima partecipazione popolare alla raccolta firme per i referendum Eutanasia Legale e Cannabis Legale, che hanno raccolto 1 milione e 200 mila firme il primo e 600 mila firme (in poche settimane) il secondo: nonostante la bocciatura da parte della Corte Costituzionale, i sondaggi indicano che la maggioranza della popolazione è a favore di tali temi. Allo stesso tempo, il dibattito sul Ddl Zan ha oscurato l’impegno di molte associazioni a favore dei diritti LGBTQ+, in primis matrimonio egualitario, adozioni e gestazione per altri. È lei a favore di una legislazione che garantisca i diritti civili oggi negati nel nostro paese? Come eventualmente intende muoversi per superare il disinteresse dei partiti e l’inattività del Parlamento?

Ci auguriamo che il nostro appello ai candidati del collegio di Lecco non resti inascoltato. Tutti – dai semplici cittadini alla stampa locale, passando per i candidati stessi – abbiamo una responsabilità e possiamo giocare un ruolo per far sì che la politica si occupi di temi concreti. Speriamo che non sia l’ennesima occasione persa.

Al referendum L’Asino di Buridano voterà NO.

Al referendum LADB voterà NOIl nome della nostra associazione deriva da una storia allegorica del filosofo Giovanni Buridano: in essa, un asino si ritrova dinnanzi a due mucchi di fieno perfettamente identici e, non avendo elementi per preferire l’uno o l’altro, resta paralizzato dalla sua incapacità di scegliere e muore di fame. La nostra mission, il motivo per cui abbiamo deciso di intraprendere questo progetto, è fornire agli elettori elementi per prendere decisioni consapevoli. Ecco dunque che, in occasione del prossimo referendum costituzionale, non è certo nostra intenzione “fare come l’asino di Buridano”: il 20 e 21 settembre voteremo no e invitiamo tutti voi a fare altrettanto.
I motivi sono fondamentalmente due e sono tra di loro correlati. Il primo non necessita di molte argomentazioni a riguardo: il taglio dei parlamentari comporterà una riduzione della spesa pari a 1,20 euro a italiano ossia, per i più sfortunati, il costo di un caffè. Il secondo è collegato al primo, perché la demagogia è sempre figlia dell’incompetenza o – alternativamente, per i più maliziosi – di piani i cui fini, reconditi ai più, hanno una portata potenzialmente distruttiva: è questo il caso della riforma costituzionale che permetterebbe il taglio dei parlamentari, e le parole del segretario Pd Nicola Zingaretti e di Goffredo Bettini – secondo cui tale intervento diventerebbe pericoloso per mezzo degli effetti di una semplice legge ordinaria, in questo caso della non adozione di una nuova legge elettorale – dovrebbero indurci a una riflessione e spingerci a concludere che la modifica della Costituzione sia stata mal concepita nei suoi contenuti.
Non dimentichiamoci che i proponenti del taglio dei parlamentari sono coloro che si definiscono i paladini della democrazia diretta, che ha la sua massima esplicazione nella piattaforma Rousseau (gestita dall’Associazione Rousseau che fu, tra le altre, multata il 4 aprile dal Garante della Privacy a causa di potenziali problemi concernenti la sicurezza e la segretezza delle votazioni, e della scarsa protezione dei dati dei votanti). È evidente cosa sottenda tale proposta: l’erosione della centralità del Parlamento – che è per altro già in corso se si considera che in questa legislatura sono diventate legge l’1,36% dei ddl presentati dal Parlamento, a fronte del 68,69% per quel che concerne quelle di iniziativa governativa. In questo caso, è necessario argomentare, in quanto le ripercussioni sul funzionamento dell’organo legislativo non possono per forza di cose risultare immediate.
Riducendo il numero dei parlamentari da 945 a 600 si porranno dei seri problemi di rappresentanza in due modi. In primo luogo, l’Italia diventerebbe il Paese UE con il più alto numero di abitanti per deputato (151.210). Un problema non di poco conto, se si considera che esso dovrà per forza di cose trasformarsi in un aumento delle dimensioni dei collegi elettorali, che comporta dunque un ulteriore affievolimento della responsabilità di deputati e senatori nei confronti dei propri elettori.
In secondo luogo, si presenteranno altrettanto seri problemi di rappresentanza per quel che concerne gli organi interni del Parlamento, ovvero sul loro funzionamento. Si consideri in particolare il Senato, che, laddove la riforma costituzionale dovesse essere confermata, sarebbe composto da soli 200 senatori. I critici potrebbero argomentare: “Con la riforma Costituzionale del 2016 sarebbero divenuti 148”. È tutto vero, ma non si deve dimenticare che, in questo caso, le funzioni della camera alta del Parlamento rimarrebbero intatte, e con esse dunque la cosiddetta navetta parlamentare. Se le funzioni e il funzionamento rimangono intatti, significa che rimarranno immutate anche le prerogative degli organi del Senato. Avendo sostenuto che l’obiettivo della riforma è la definitiva erosione della centralità del Parlamento, l’attenzione deve spostarsi sul funzionamento delle Commissioni, ossia il vero motore dell’attività parlamentare. Se venisse ridotto il numero dei Senatori, si avrebbero Commissioni composte da 13-14 Senatori (!). Qui sorgono i problemi. Ai sensi dell’articolo 72 della Costituzione, 1/5 dei componenti delle Commissioni può richiedere che un ddl sia discusso e votato dal ramo del Parlamento competente, o alternativamente che sia sottoposto alla sua approvazione finale (ovviamente ad eccezione delle materie coperte da riserva all’assemblea). Matematica alla mano, basterebbero quattro senatori per l’approvazione di una legge all’interno di una Commissione. Commissioni con un ristretto numero di Senatori fanno insorgere altresì problemi di rappresentanza. Il medesimo articolo della Costituzione infatti, prescrive che esse siano composte in modo da rispecchiare la proporzione dei gruppi parlamentari, e dunque si rischierebbe che le forze politiche di minoranza non siano presenti in tutte le Commissioni.
Ecco svelato dunque il piano dei proponenti di questa sciagurata riforma. Al netto dei casi in cui le Commissioni svolgono le proprie attività in sede legislativa o deliberante, ovvero in sede redigente, esse sono il cuore del procedimento legislativo, che, come ormai risulterà più chiaro ai lettori, vuole essere tenuto a debita distanza dalle aule parlamentari. È evidente che per mezzo di questa riforma costituzionale non si sono volute affrontare le problematiche istituzionali che contraddistinguono l’Italia. Non vi è traccia del superamento del bicameralismo perfetto, ma anzi, alla luce del notevole potenziamento delle Commissioni, si corre il rischio di rallentare notevolmente il processo legislativo. Non vi è traccia della necessaria limitazione all’abuso di decreti legislativi, ma anzi, si giustificherà il loro ricorso sulla base del sopracitato rallentamento dell’iter legislativo. Potremmo andare avanti con la lista delle riforme istituzionali che necessiterebbe il nostro Paese, ma ci fermiamo qui. Siamo già abbastanza disgustati dall’ipocrisia di un “partito” che vuole permettere ai cittadini di giocare un ruolo fondamentale per il futuro del Paese, ma che distrugge le fondamenta della democrazia dello stesso. Siamo altrettanto disgustati dall’ipocrisia degli altri partiti che, per garantire la sopravvivenza del Governo, tacciono e rinnegano gli ideali da loro branditi in passato, quando per esempio, ad ogni proposta di riforma della legge elettorale, si erigevano a paladini della rappresentatività.
Bene, questa riforma distrugge tanto il concetto di rappresentatività, quanto quello di accountability. Si rafforzerà meramente il ruolo delle direzioni partiti, pardon, delle personalità che guidano i partiti. Il legame tra territorio e partiti è da anni compromesso, e questa riforma è solo la continuazione di tale processo. Un processo che mira alla creazione di un sistema dove le decisioni sono prese da élite ristrette, rigidamente sottomesse alla volontà del leader di partito, mentre gli spazi di dibattito, all’interno del luogo preposto allo stesso, si restringono.
Benvenuti nel futuro. Siamo ancora in tempo per cambiarlo però. Per questo motivo L’Asino di Buridano, il 20 e il 21 settembre voterà no: fatelo anche voi!

Siamo una Repubblica fondata sui sondaggi?

Siamo una repubblica fondata sui sondaggi.PNGSi è già parlato in un altro recente articolo di come la volatilità dei consensi sia uno dei problemi maggiormente da prendere in considerazione sulla scena politica contemporanea. Si è anche già abbondantemente trattato di come, da un punto di vista costituzionale, richiedere elezioni ogni anno sia contrario ai principi della democrazia parlamentare. Abbiamo dunque deciso di depotenziare, attraverso l’uso di dati, tutti quegli argomenti che affermano che sia necessario recarsi alle urne data la mutata situazione politica: più nello specifico, vogliamo mostrarvi come, nell’arco della legislatura, i risultati delle tornate elettorali e le previsioni dei sondaggi dimostrano che il consenso verso le forze politiche sia in continuo divenire.
Immediatamente dopo le elezioni del 2018, contestualmente alla formazione del Governo Conte, la Lega registrò un forte balzo in avanti nei sondaggi, fino ad arrivare al 25%, mentre a luglio aveva praticamente raggiunto il Movimento 5 stelle. Gli equilibri tra le forze governative erano dunque già mutati dopo solamente tre mesi. Si sarebbero dunque dovute sciogliere le Camere per recarsi immediatamente alle urne? Alle elezioni europee questo mutamento era divenuto ancora più evidente, e lo scarto tra Lega e M5S andò rinforzandosi. Lo scenario antecedente alla crisi di governo nei sondaggi era infatti il seguente: Lega 38%, Pd 23%, M5S 17%, Forza Italia 7%. Questa dunque la situazione che giustificherebbe le pretese delle forze di centro-destra nella richiesta di nuove elezioni.
Quello che però è evidente dagli ultimi sondaggi – che come tutti i sondaggi andrebbero presi con le pinze – è che in una sola settimana il consenso alle forze politiche è cambiato in maniera repentina: la Lega avrebbe infatti perso il 7% dei consensi (!), mentre il M5S sarebbe tornato sopra quota 20%. Vi verrà da chiedervi se siamo appassionati di sondaggi, e potreste inoltre affermare che stiamo ragionando secondo la stessa ottica utilizzata dalle forze politiche. La risposta è ovviamente negativa. Questo grafico si limita a dimostrare come il consenso muti repentinamente: è avvenuto immediatamente dopo le elezioni del 2018, e si è ripetuto durante questi scenari di crisi.Volatilità.png
Quindi, anche risparmiandoci le lezioni di diritto costituzionale, determinate pretese di voto anticipato sono e saranno insensate fino a quando ovviamente non verrà constatata l’inesistenza di una maggioranza alternativa in parlamento. La stabilità delle istituzioni è un principio troppo importante, che non può dunque essere sacrificato sull’altare dei sondaggi elettorali: il rischio è quello di cadere in un perenne stato di campagna elettorale. I sondaggi sono senza dubbio uno strumento importante, ma si inseriscono in quell’ottica per cui gli elettori vogliono sentirsi sempre e profondamente raggiungibili. Proprio per questo, i sondaggi permettono di cogliere quale sia il comune sentire sull’implementazione di determinante politiche. Allo stesso tempo però, essi non devono diventare uno strumento di ricatto nelle mani delle forze politiche, e non dovranno mai minare le basi della democrazia parlamentare.

Già l’aquila d’Austria le penne ha cambiato.

Già l'Aquila d'Austria le penne ha cambiato.PNGIl 15 ottobre scorso si sono tenute in Austria le elezioni legislative per il rinnovo delle due camere di cui si compone il parlamento austriaco, il Nationalrat (la Camera bassa) e il Bundesrat (la Camera alta). Tali elezioni hanno portato alla luce il seguente esito: sul gradino più basso del podio si posiziona Hans-Christian Strache, leader del partito populista di estrema destra FPOE (Partito della Libertà Austriaco), con il 26% delle preferenze e con 51 seggi su 183 a disposizione. In seconda posizione si classifica il Cancelliere uscente Christian Kern, leader di SPOE (Partito Socialdemocratico), con il 26,9% delle preferenze e 52 seggi. Ma il vero protagonista di questa tornata elettorale, trionfante in prima posizione, è Sebastian Kurz, da maggio a capo del OEVP (partito popolare austriaco), che ha totalizzato il 31,5% delle preferenze e si è aggiudicato ben 62 seggi.
Non è stata certo una sorpresa eclatante: già da alcune settimane la notizia di una sua vittoria era nell’aria e i sondaggi non hanno tradito le aspettative. Sebastian Kurz, trentuno anni, viennese, è così divenuto il più giovane Cancelliere della storia austriaca nonché il più giovane capo di governo dell’intero pianeta. Divenuto il nuovo leader del Partito Popolare Austriaco la scorsa primavera, nel giro di pochi mesi si è fatto portatore di un vento di cambiamento che ha soffiato su una forza politica resa debole da troppi anni di coabitazione con i socialdemocratici. Non si è trattato di un caso, quindi, che la sua prima mossa – una volta eletto segretario di partito – sia stata la rottura con i socialdemocratici di Kern, manovra politica che ha portato il Paese ad elezioni anticipate. Ne è uscito vittorioso, a testa alta, e lo scorso venti ottobre ha formalmente ricevuto l’incarico di formare il nuovo governo della Repubblica d’Austria.
Una strategia perfetta, partita dal rinnovamento di un partito snobbato, vecchio e ormai poco credibile, che attingeva i suoi voti da un ristretto bacino elettorale composto per lo più dalla vecchia guardia residente nelle zone rurali del Paese. Grazie a Kurz, l’ OEVP si è velocemente trasformato in un’alternativa politica che punta al consenso di un ceto medio molto più giovane, che fino a questo momento aveva intravisto – benché a malincuore – nell’estrema destra, l’unica via di fuga dalla socialdemocrazia.
Un Macron che parla tedesco verrebbe da dire, ma in realtà – dati anagrafici esclusi – Sebastian Kurz sorride ad un’idea di Europa che differisce non poco da quella del leader francese. Egli è convinto che, se la UE vuole sopravvivere, deve cedere maggiore sovranità nonchè il potere sottratto agli Stati membri. Kurz guarda più a quello che si potrebbe definire come populismo moderato, che pure presenta punti di contatto con l’estrema destra di Strache: pugno di ferro contro l’immigrazione irregolare e contro il numero eccessivo di migranti che sbarcano sulle coste italiane e dell’Europa meridionale per poi disperdersi in tutto il continente, rivendicazione alla UE di maggiori poteri ai singoli stati nazionali, soprattutto in ambito di sicurezza interna e di controllo. Ma “La virtù sta nel mezzo”, sentenzia una celebre massima latina; Kurz lo sa, e si guarda bene dal predicare soluzioni estremiste tipiche dell’euroscetticismo del FPOE – quali l’ uscita dall’euro o dall’Unione Europea – poco o nulla in linea con l’ideologia di un partito della destra moderata, di cui invece si fa massimo portatore con il suo programma di politica interna: meno tasse per i cittadini austriaci, al fine di investire una cifra pari a circa dodici miliardi di euro nella creazione di nuovi posti di lavoro a vantaggio della classe media, interventismo statale ridotto al minimo e tagli ai sussidi economici per gli stranieri. Moderato in patria, più populista – si fa per dire – nei rapporti con l’Unione Europea e per quanto concerne l’ambito dell’immigrazione, senza mai risultare estremista.
A conferma di questa affermazione, basti pensare al suo operato degli ultimi anni: nel 2013, in qualità di Ministro degli Esteri, ottenne la chiusura della rotta balcanica, si oppose fermamente alla possibilità che la Turchia entrasse a far parte della UE, e, sempre in ottica immigrazione, spinse per ottenere l’analisi delle richieste d’asilo prima che i richiedenti toccassero il suolo europeo e austriaco, quale misura di ridimensionamento dei numeri eccessivi dei migranti, senza dimenticare, infine, le numerose proposte di legge avanzate durante la campagna elettorale contro la radicalizzazione dell’islam nel Paese.
Ora che ha vinto le elezioni e ha ottenuto l’incarico di creare un nuovo governo per l’Austria, Kurz deve fare i conti con il sistema elettorale proporzionale austriaco, un proporzionale che, di fatto, impone ai partiti di formare delle coalizioni. E proprio questo suo muoversi su un duplice binario politico – moderato e con alcune peculiarità tipiche di una destra più estremista, per nulla euroscettico ma nel contempo contrario ad un’eccessiva integrazione europea – potrebbe permettere all’estrema destra di Strache di tornare al governo, dopo un’esperienza di coabitazione tra il 2000 e il 2005 tra conservatori e FPOE, allora capeggiati da Joerg Haider. Non fu un’esperienza felicissima per l’estrema destra, che subì l’imposizione dei conservatori, senza avere realmente voce in capitolo. Memore di quella vicenda, Strache ha già chiarito che questa volta la musica sarà diversa, e che l’FPOE farà di tutto per dettare la propria agenda. Se Kurz strizzerà davvero l’occhio alla destra di Strache – invece che limitarsi a vederla come una scomoda coinquilina al governo – nessuno userà più espressioni come “Il nuovo Macron” o “Il Macron d’Austria”, anzi, l’Austria stessa potrebbe diventare l’ennesima dimostrazione della difficoltà di realizzazione della politica d’integrazione europea promossa dal leader francese, già messa a dura prova dal dilagare dei partiti estremisti in tutta Europa, come testimoniano i forti consensi del Partito della Libertà Olandese e dell’Alternativa per la Germania.
In tutto questo quadro, la sinistra socialdemocratica austriaca – benché arrivata seconda all’ultima tornata elettorale – pare non trovare spazio nel prossimo governo Kurz. Alla disperata quanto vana ricerca di una classe sociale oppressa o presunta tale di cui farsi portavoce, il partito di Christian Kern – come del resto tutte le sinistre europee – non ha trovato argomenti validi e innovativi sui quali basare una solida campagna elettorale, il secondo posto soffiato all’estrema destra pare più dovuto ad uno stigma sociale che non a una reale convinzione di matrice politica e ora trema davanti allo spettro della coabitazione Kurz – Strache. I tempi delle coalizioni a guida socialdemocratica sono finiti. L’Austria si è espressa, e ha scelto la strada che porta a destra.

La riscossa dei liberali.

La riscossa dei liberaliAnno Domini 2017: gli elettori della quasi totalità dei paesi più importanti d’Europa sono stati chiamati alle urne e i risultati sono stati, per certi versi, sorprendenti e indicativi di un trend che coinvolge l’intero Vecchio Continente: i partiti che tradizionalmente si alternano alla guida del governo – per intenderci: quelli che fanno riferimento alle case europee dei Popolari e dei Socialdemocratici – hanno perso un numero consistente di voti, in alcuni casi toccando il loro minimo storico; i movimenti cosiddetti antisistema, che fanno dell’antieuropeismo e della lotta all’immigrazione e – più in generale – alla società aperta il loro cavallo di battaglia, sono indicati da pressoché tutta la grande stampa come i veri trionfatori; i partiti di ispirazione liberale, nel silenzio dei media, hanno ottenuto risultati di tutto rispetto.
È quest’ultimo il dato che più ci preme sottolineare: le formazioni politiche che – direttamente o indirettamente – fanno riferimento all’ALDE (l’Alleanza dei Liberal-Democratici Europei) sono riuscite quasi ovunque o a mantenere il loro consenso invariato o – nella maggioranza dei casi – ad incrementare considerevolmente il numero di voti ottenuti.
Il trend era già iniziato in Spagna nel 2015 e nel 2016, dove un movimento neonato (Ciudadanos) era riuscito a conquistare, in due tornate elettorali consecutive, una percentuale superiore al 13%.
Questa riscossa è proseguita e si è rafforzata nell’anno che si avvia alla conclusione: nel Regno Unito, i LibDem si sono mantenuti costanti sopra al 7% e, grazie al sistema elettorale basato sui collegi uninominali, sono riusciti a conquistare quattro seggi in più a Westminster; in Germania, l’FDP ha più che raddoppiato i suoi voti, passando dal 4,8% del 2013 all’attuale 10,7%, che probabilmente gli consentirà di essere decisivo per la formazione del nuovo governo della cancelliera Merkel; in Francia, Macron e il suo movimento En Marche! sono riusciti, presentandosi come artefici di un progetto totalmente nuovo, a conquistare l’Eliseo e il 28,2% al primo turno delle legislative; in Olanda, D66 è passato dall’8% al 12,2% e il VVD, pur avendo perso quasi cinque punti percentuali, resta il primo partito dei Paesi Bassi e continua ad esprimerne il primo ministro, Mark Rutte; infine, proprio la settimana scorsa gli austriaci di Neos sono riusciti a confermare il 5% ottenuto nella precedente tornata elettorale.
Nel complesso, dunque, i partiti liberali hanno conquistato quasi il 14% dei voti dei cittadini europei, dato che si riduce solo al 10% nel caso in cui volessimo depurarlo dai risultati ottenuti da En Marche! – in un paese statalista come la Francia essere definiti liberali non significa esserlo per davvero – e dal VVD – che, essendo il partito del primo ministro uscente, godeva per forza di cose di una forte visibilità.
Questi dati non ci sorprendono: è l’ennesima testimonianza di come, in questo periodo di crisi e incertezza, si senta la necessità di qualcuno che difenda valori non negoziabili come la proprietà privata, il libero mercato, la sana concorrenza e l’europeismo.
L’augurio è che in Italia questo trend non sia ignorato e che, finalmente, si possa assistere alla nascita di un vero partito in grado di definirsi autenticamente liberale e liberista: appuntamento al 2018.