L’emergenza sanitaria causata dalla malattia Covid-19 e le sue conseguenze economiche – come era facilmente intuibile già da diversi giorni – stanno colpendo l’intera Unione Europea ponendo quest’ultima di fronte ad una sfida epocale, per molti aspetti profondamente diversa rispetto alla crisi dei debiti sovrani del 2010. In altre parole, si potrebbe dire che l’UME si trovi oggi ad affrontare uno shock simmetrico, a differenza dello shock asimmetrico che colpì Centro e Periferia a seguito della crisi economico-finanziaria. Questo significa che, oggi più che mai, è necessaria una risposta a livello dell’Unione Europea, evitando così elementi di divergenza tra le politiche degli Stati Membri poiché, per usare l’espressione di Giavazzi e Alesina, “siamo tutti sulla medesima barca”. Ciò significa anche che non è questo il momento per porre condizioni alle politiche fiscali dei diversi paesi, anche comprendendo quanto la comunicazione sia oggi essenziale per evitare uno shock negativo nei consumi (sempre citando Giavazzi e Alesina, “questa è una circostanza in cui promettere di spendere di più oggi se necessario potrebbe, alla fine, rendere le spese non necessarie”).
Più specificamente, è importante che la predisposizione delle risorse addizionali necessarie sia affidata ad un programma europeo di ampio spettro, quantomeno in termini di coordinamento, e non ai singoli Stati Membri in modo totalmente autonomo, con il rischio che emergano differenti punti di vista e che i mercati possano ritrovarsi a dubitare della solvibilità di alcune economie come nel 2010 (è infatti anche per evitare ciò che la BCE ha recentemente ampliato il suo programma di quantitative easing). Naturalmente, gli interventi di politica fiscale che sono oggi inevitabili devono essere, come suggeriscono Gaspar e Mauro, tempestivi, mirati e temporanei. In altre parole, questa crisi non può essere una ragione per una riduzione permanete (o sospensione) della tassazione e un aumento permanente ed indiscriminato della spesa. Anzi, il caso italiano insegna per l’appunto – se ce ne fosse ulteriore bisogno – l’importanza di mantenere una certa disciplina fiscale in tempi “normali” per paesi come il nostro, dove i conti pubblici sono particolarmente sotto stress: difatti, se l’Italia non avesse accumulato un rapporto debito/PIL superiore al 130% in periodi in cui l’economia cresceva, sarebbe oggi possibile spendere molto di più per far fronte a questa situazione di straordinaria eccezionalità.
Ciò richiama anche un’altra circostanza: il ruolo guida della Germania nella stabilizzazione dell’economia europea. Spesso, riferendosi al processo di aggiustamento macroeconomico all’interno dell’UME (che è notoriamente soggetta a pressioni deflazionistiche a causa di un eccesso di risparmio sull’investimento) ci si è appellati al ruolo attivo che i paesi che dispongono di spazio fiscale dovrebbero svolgere nello stimolo agli investimenti, in particolare proprio la Germania. Nella crisi sanitaria che si sta verificando in questi giorni, proprio lo spazio di manovra della Germania, che dispone di un debt ratio molto contenuto rispetto agli standard internazionali, diviene, appunto, fondamentale per tutta l’UE (ma anche per la stessa Germania, tanto più che, proprio l’economia tedesca è oggi notevolmente sotto pressione per via della sua forte dipendenza dalla domanda estera e dal settore industriale).
In generale, è necessario che l’Unione Europea si dimostri coesa e coordinata in un momento come questo e che gli interessi nazionali vengano subordinati a quello europeo. L’unico aspetto positivo di questa crisi è che essa potrebbe rappresentare una grande occasione per un ulteriore importante passo verso quell’integrazione europea spesso criticata (alcune volte comprensibilmente) ma quasi mai compresa fino in fondo per una profonda e generalizzata ignoranza storica. D’altro canto, però, un errore adesso potrebbe costare carissimo al progetto europeo e, più in generale, al futuro del continente.
Categoria: Politica estera
Alla Casa Bianca il caos regna sovrano.
Due settimane fa, Donald Trump, mantenendo fede al suo stile, ha invitato con un tweet John Bolton a dimettersi dalla posizione di Consigliere della Sicurezza Nazionale (CSN) dopo 520 giorni di lavoro. Come del resto è successo per diversi altri importanti ruoli dell’amministrazione durante la Presidenza Trump, in questo caso particolare la tendenza a cambiare frequentemente i vertici della gestione della sicurezza nazionale si distanzia considerevolmente dalle esperienze precedenti. In particolare, se si considera il periodo dalla Presidenza George H.W. Bush in avanti, si ha modo di comprendere come, prima di Trump, il CSN abbia di norma accompagnato il Presidente per tutta la durata del mandato o comunque per diversi anni.
La seguente lista testimonia appieno questa considerazione:
Presidenza George H.W. Bush: Brent Scowcroft – 1461 giorni
Presidenza Clinton: Anthony Lake – 1514 giorni; Sandy Berger – 1408 giorni
Presidenza George W. Bush: Condoleeza Rice – 1464; Stephen Hadley – 1455
Presidenza Barack Obama: James Jones – 626; Tom Dodilon – 997; Susan Rice – 1299
Presidenza Trump: Michael Flynn – 24; Keith Kellogg (ad interim) – 7; H.R McMaster – 412; John Bolton – 520; Robert O’Brien – in carica
Il ruolo di CSN non è previsto dalla legislazione americana e non necessita di una conferma del Senato, come spesso accade, invece, per i ruoli di particolare rilievo. Esso è, sin dalla sua creazione, un’esclusiva prerogativa presidenziale. Il fatto, però, che vi sia una tale differenza tra le esperienze degli ultimi Presidenti USA e quella di Trump non può che suggerire la presenza, in quest’ultima, di una caratteristica tipica che, nella nostra opinione così come per la maggior parte dei commentatori americani, coincide con la preoccupante impreparazione di questa amministrazione: secondo Daalder e Destler di Foreign Affairs, addirittura, “Few presidents had thought less about the management of national security policy the day they entered the White House than Donald J. Trump”. In particolare, la giustificazione di una tale conclusione potrebbe risiedere in due circostanze rilevanti.
In primo luogo, l’anomala frequenza dei licenziamenti non riguarda solo il CSN ma anche altri ruoli fondamentali nell’apparato della sicurezza nazionale, suggerendo così un atteggiamento piuttosto diffuso e generalizzato. Si ricordi in questo senso che durante l’esperienza di Trump, sino ad oggi, sono cambiati i vertici del Segretario di Stato, del General Attorney, del Segretario della Difesa, del Direttore dell’FBI, del Direttore dell’Intelligence Nazionale, del Segretario della Homeland Security, del Capo Gabinetto della Casa Bianca (per ben due volte) e, per cinque volte, il vice CSN. Inoltre, è stato sostituito anche l’Ambasciatore americano presso le Nazioni Unite, oltre a moltissimi altri esperti di sicurezza nazionale di rango inferiore.
In secondo luogo, poi, anche la profonda differenza caratteriale dei tre CSN (escludendo l’esperienza interinale di Kellogg in quanto irrilevante) che si sono susseguiti dimostra una totale assenza di coerenza nelle decisioni presidenziali. Originariamente la scelta di Trump ricadde su Flynn, un generale in pensione con una visione esasperata sulla minaccia terrorista di matrice islamica e, allo stesso tempo, un’idea piuttosto ambigua sulla Russia. Una scelta strana, anche in virtù delle scarse capacità manageriali di Flynn, che finì molto presto il suo lavoro a causa del coinvolgimento nello scandalo russo. Flynn nutriva un rapporto personale piuttosto stretto con Trump e a testimonianza di ciò vi era la sua fitta relazione con figure estremamente vicine al Presidente come Bannon e Kushner, tanto che, al momento del forzato licenziamento, Trump si trovò estremamente impreparato nel scegliere il successore.
Venne scelto McMaster, altro generale, veterano delle guerre irachene e afghane, oltreché dotato di un certo spessore intellettuale nel campo della difesa e apprezzato dalla burocrazia di Washington. McMaster aveva un approccio meticoloso e fortemente anti-ideologico alle questioni legate alla difesa e il suo lavoro era caratterizzato dalla forte inclusione dei vertici della sicurezza nazionale e dall’alto livello di professionalità. Non certo, a giudicare dai casi concreti, lo stile adeguato all’azione di Donald Trump. La sua incapacità di avvicinarsi al Presidente e di stringere legami personali lo hanno progressivamente allontanato dal potere decisionale.
John Bolton, a differenza di McMaster, sia per propensione personale (non essendo particolarmente lontano dall’American Firts), sia per la sua grande esperienza, intuì il tipo di rapporto ideale per entrare nelle grazie del Presidente. Personaggio molto controverso e particolarmente osteggiato dall’establishment, soprattutto in virtù dei suoi atteggiamenti spesso guerrafondai maturati durante la sua longeva esperienza professionale (anche da Ambasciatore all’ONU; fu un grande sostenitore della guerra in Iraq). È stata, però, proprio l’ortodossia di Bolton, da potente ideologo qual è, a mettere in pericolo la sua posizione. Su tutte le questioni, probabilmente, la totale avversione di Bolton nei confronti di un qualsiasi dialogo con la Corea del Nord, così come la forte riluttanza verso il ritiro delle truppe in Afghanistan e l’insistenza nel porre in essere una rappresaglia a seguito dell’abbattimento di un drone americano da parte dell’Iran hanno giocato un ruolo decisivo.
Il fatto che il licenziamento di Bolton sia avvenuto solo due settimane prima dall’Assemblea Generale dell’Onu certo non rafforza l’idea di una solida strategia presidenziale, e ciò non è reso possibile nemmeno dalle parole di rassicurazione spese da Mnuchin e Pompeo. Anche considerando l’ormai palese divisione su alcuni temi chiave tra gli stessi paesi occidentali (si pensi al cambiamento climatico), è difficile intuire in che direzione di muoveranno gli Stati Uniti.
L’unica cosa evidente è che non c’è null’altro di evidente. La totale rottura con le esperienze storiche statunitensi rendono questa amministrazione estremamente imprevedibile del punto di vista delle decisioni strategiche in merito alla sicurezza nazionale. La sensazione, seppur un po’ forte, è che questi continui cambi nei ruoli chiave cerchino di trasmettere l’idea che qualcosa si stia facendo, quando poi sembra molto verosimile che nulla si stia veramente muovendo.
Il vento di libertà soffia ad Hong Kong.
Il territorio di Hong Kong è stato per oltre un secolo una colonia britannica: dalla Guerra dell’Oppio nella prima metà dell’Ottocento fino al 1997, i cittadini di questo piccolo ma molto popolato fazzoletto di terra hanno potuto godere dello stile di vita occidentale e dei benefici del libero mercato; non a caso, Hong Kong è classificata al primo posto dell’Economic Freedom Index, ha un livello di PIL pro-capite superiore ai 61.000 dollari l’anno (posizionandosi così nella top 10 mondiale) e un tasso di disoccupazione di appena il 3%. Ma la libertà economica va di pari passo con il rispetto dei diritti umani: dalla libertà di religione a quella di espressione e di informazione, Hong Kong si mostra agli occhi del mondo come il terzo paese più libero del globo e il primo nella regione del Sud-est asiatico.
Questo status quo è, però, seriamente in pericolo: nel 1997 è scaduta la cosiddetta “Seconda Convenzione di Pechino”, stipulata nel 1898 e con cui la Cina concedeva l’affitto al Regno Unito per 99 anni. Dal 1° luglio di quell’anno, Hong Kong è tornata sotto la sovranità cinese diventando una regione amministrativa speciale della Repubblica Popolare Cinese e sono iniziati i tentativi della dittatura comunista di Pechino di reprimerne l’autonomia e le libertà: innanzitutto, il capo del governo di Hong Kong non è eletto dai suoi cittadini, ma da un comitato elettorale composto da un ristretto numero di persone e pesantemente influenzato dal governo cinese; nel 2017, è stata annullata l’elezione di due parlamentari che durante la cerimonia di insediamento si erano rifiutati di giurare fedeltà a Pechino; dal 2018 ha chiuso l’ultima libreria che pubblicava libri censurati in Cina.
Negli ultimi mesi la situazione si è aggravata a causa della proposta di emendamento alla legge sull’estradizione che prevede la possibilità di far processare dalle autorità di Pechino gli accusati di gravi crimini: tale intervento legislativo è considerato un grave attentato all’autonomia e alla libertà di Hong Kong, poiché comporterebbe anche l’estradizione degli oppositori politici. Nonostante tale proposta sia stata ritirata, le proteste non accennano a fermarsi, anzi: la richiesta di maggiore democrazia, indispensabile per difendere la società libera, coinvolge ormai tutta la popolazione e nei giorni scorsi sono stati quasi 2 milioni i cittadini di Hong Kong scesi in piazza.
La libertà, declinata in ogni sua forma, è un valore imprescindibile e un prerequisito indispensabile per il benessere economico e sociale: ad Hong Kong lo sanno bene ed è arrivato il momento che l’Occidente si schieri fermamente dalla parte della libertà e contro il socialismo ed ogni forma di collettivismo totalitario.
Il momento della diplomazia.
Dopo la lettera pervenuta, in via del tutto eccezionale, al ministro Tria dalla Commissione Europea, ora l’Italia deve cominciare a pensare alla diplomazia. Se è vero che il tema in questione è squisitamente tecnico, il governo gialloverde, per evitare lo spettro di una procedura di infrazione che potrebbe avere ricadute pesantissime, dovrà concentrare le sue forze nel negoziato politico.
Infatti, seppur la procedura di infrazione sia una misura che colpisce il paese che ne è destinatario, è altrettanto vero che sarebbe piuttosto ingenuo credere che una decisione di questo tipo possa non avere ripercussioni sull’Unione Europea stessa. In particolar modo, verosimilmente parte rilevante dei negoziati tra Roma e Bruxelles si svolgerà nel periodo utile per eleggere i vertici dell’Unione che mai come quest’anno, specialmente per quanto riguarda il capo dell’esecutivo, sono intrappolati in un clima di incertezza.
Certamente l’Italia avrà un ruolo importante all’interno dell’Unione Europea e va da sé che sarà in grado di esercitare un’influenza non trascurabile nelle dinamiche delle nomine dei vertici della “nuova” Unione Europea e, allo stesso tempo, ha necessità di alleati per affrontare un periodo di forte tensione dal punto di vista della disciplina di bilancio.
Ma quali Paesi potrebbero entrare in queste relazioni diplomatiche? Come scrive Dino Pesole sul Sole24ore sarà difficile attendersi particolari sponde dai paesi sovranisti come l’Ungheria ma anche la stessa Austria, i quali si sono sempre dichiarati rigorosi sulla gestione dei conti pubblici italiani. Probabilmente, quindi – e non può essere una novità – saranno Francia e Germania, oltre che le forze politiche europeiste che andranno a costituire la maggioranza, i maggiori interlocutori.
Torna, quindi, un tema che non è nuovo: un governo caratterizzato da un originario atteggiamento di scontro nei confronti dell’Unione, non potendo godere di una vittoria “populista” (che probabilmente nemmeno loro si aspettavano) alle elezioni europee tale da sovvertire favorevolmente gli equilibri, dovrà dialogare necessariamente proprio con gli europeisti più tradizionali, i quali però, dalla loro, sono indeboliti e frammentati.
Certamente, per evitare la procedura di infrazione, non basta il dialogo politico ma sono necessari anche segnali forti da un punto di vista della gestione del disavanzo, campo in cui ci sarà necessariamente meno flessibilità rispetto ai periodi passati. Nonostante ciò, le regole europee hanno dimostrato di avere una certa flessibilità e il rallentamento del PIL dell’Eurozona potrebbe essere in questo senso un elemento importante. Tutti questi discorsi avranno senso se il governo gialloverde riuscirà ad aggiungere un elemento importante alla lista delle sue attività che fino ad oggi non è pervenuto: la diplomazia.
Brexit e le difficoltà di un accordo.
Come recentemente affermato dall’europarlamentare Guy Verhofstadt, la Brexit potrebbe rivelarsi un evento di una portata tale da garantire la sopravvivenza dell’Unione Europea e la moderazione delle pretese del blocco sovranista. Al netto ovviamente della traumaticità della fuoriuscita dall’UE del Regno Unito, le difficoltà che si sono palesate e continuano a permanere nelle trattative fra i due schieramenti hanno reso evidente ai più come la strada per recedere dai trattati dell’Unione Europea sia particolarmente tortuosa, ed è anche per questo motivo che politici come il sovranista per eccellenza Orbàn nei suoi ultimi interventi non hanno mai menzionato la possibilità di uscire.
Fin da subito le trattative tra il governo di Sua Maestà e la Commissione europea si sono mostrate particolarmente complicate, soprattutto in quanto risulta difficile giungere a compromessi, considerate da un lato la volontà francese di mostrare il pugno duro così da non creare precedenti che potrebbero stimolare future fuoriuscite, dall’altro i delicati equilibri su cui si regge il governo May e l’esigenza di rappresentare quella che è stata la volontà della maggioranza dei britannici in seguito al referendum: “Take back control”. Secondo le ultime indiscrezioni, Theresa May parrebbe orientata a trovare una soluzione che tenga il Regno Unito ancorato al mercato unico europeo sul modello norvegese, con forti limitazioni relative alla possibilità di avere una politica commerciale propria e con controlli sulle merci dirette verso l’Irlanda del Nord.
Procediamo comunque per gradi. Quello che è emerso successivamente all’esito referendario è stata la volontà di giungere a negoziati che garantissero al Regno Unito la possibilità di adottare una politica commerciale propria, un accesso al mercato unico europeo sulla base di un accordo di libero scambio, il mantenimento della partnership euro-britannica riguardante le politiche su sicurezza e lotta al terrorismo (forse l’unico punto su cui c’è una forte unità d’intenti) e il ritorno a una politica migratoria autonoma anche per quando riguarda le migrazioni provenienti dall’Unione Europea, da cui dovrebbero giungere solamente lavoratori altamente qualificati. È evidente, come avviene d’altronde in ogni negoziato, che una parte debba per forza di cose rinunciare ad almeno una delle sue pretese e quindi che sia impossibile per il Regno Unito ottenere una risposta affermativa relativa a tutte le questioni precedentemente citate. È ancor più evidente se si considera che l’Unione Europea non è disposta a scindere le quattro libertà fondamentali alla base del mercato unico, e quindi libertà di circolazione di persone, beni, capitali e servizi. Qualsiasi deroga a quanto precedentemente citato creerebbe un precedente che minerebbe i rapporti tra due paesi, quali Svizzera e Norvegia, e l’Unione Europea.
Altro elemento su cui l’Unione Europea sembrava inizialmente non disposta a cedere è quello che riguarda l’accesso preferenziale al mercato unico da un lato e la possibilità di dotarsi di una politica commerciale autonoma dall’altro, in quanto porterebbe enormi vantaggi per il Regno Unito, che si troverebbe nella situazione di poter attrarre merci sul suo territorio a tariffe più vantaggiose rispetto a quelle applicate dall’Unione continuando allo stesso tempo a commerciare all’interno del mercato unico senza applicare alcuna tariffa.
Le soluzioni profilatesi sono dunque state due: un accordo simile al modello canadese o l’opzione norvegese. La prima soluzione si è da subito dimostrata particolarmente complicata, in quanto avrebbe di fatto significato rinunciare all’Irlanda del Nord (consideriamo inoltre che il governo di Sua Maestà si regge oggi sull’alleanza tra conservatori e il Partito unionista democratico) per poter garantire il rispetto degli accordi del Venerdì Santo, di cui l’Unione Europea è garante, ed evitare la creazione di una nuova frontiera tra Ulster ed Eire. Per questo motivo il governo May si è da subito mosso nella direzione della “Norway option”, che prevede la sottomissione alle regole del mercato unico (senza poterle modificare), la possibilità di siglare accordi commerciali (parzialmente), ma l’obbligo di raccogliere le tariffe dell’Unione Europea per i beni diretti nell’Unione Europea, i quali devono ovviamente rispettare gli standard definiti dalle regole del mercato unico. Senza ombra di dubbio questa soluzione sembra essere un duro colpo per i sostenitori di una hard Brexit e più in generale per i sostenitori del leave, data la limitazione della sovranità in materia commerciale. Sono infatti molte le voci all’interno del partito conservatore che chiedono che questa soluzione sia solamente temporanea, nell’attesa che si trovi una soluzione tecnologica di rilievo per la questione relativa al confine con l’Irlanda.
Come già detto precedentemente, però, in ogni negoziato ogni parte deve compiere un passo nella direzione opposta. È possibile che il governo britannico (un po’ come ormai è consuetudine in tutto il continente) ottenga come contropartita la possibilità di gestire in maniera autonoma le questioni riguardanti le migrazioni dall’Unione Europea, così da accontentare buona parte dei sostenitori del leave e dell’elettorato conservatore, il quale più che a una riduzione totale dell’immigrazione mira al controllo del fenomeno stesso. I dati relativi ai flussi migratori sottolineano infatti come i migranti provenienti da buona parte dell’Unione portino entrate superiori a quelli che sono i costi relativi al loro mantenimento sociale (un’eccezione sono per lo più i cittadini europei provenienti dall’est dell’Unione). Emerge infatti anche dai sondaggi come l’elettorato conservatore sia consapevole che un taglio radicale dell’immigrazione comporterebbe un sostanziale innalzamento delle tasse e che quindi a esso sia preferibile una politica di controllo delle entrate. A dire la verità l’opzione norvegese avrebbe già all’interno del suo pacchetto la soluzione a questa questione. I cittadini europei potrebbero entrare nel Regno Unito solamente per motivi lavorativi e restare solamente per più di tre mesi a condizione di essere in possesso di un lavoro e di mezzi per il proprio sostentamento; per questi tre mesi non potrebbero richiedere sussidi di disoccupazione e dovrebbero provvedere a sottoscrivere una polizza assicurativa privata; se nei primi sei mesi non trovassero un lavoro o non avessero la possibilità concreta di farlo, potrebbero essere espulsi dal territorio britannico; il governo inglese si riserverebbe inoltre la possibilità di sospendere totalmente l’immigrazione proveniente dall’Unione nel caso essa causi difficoltà economiche, sociali o ambientali.
Dunque, il governo inglese sembra aver fatto il primo passo, vedremo quali saranno le mosse dell’Unione Europea. Quest’ultima riuscirebbe a mantenere all’interno del mercato unico un paese che ha un disavanzo commerciale nei confronti di tutti i paesi membri eccetto Danimarca, Irlanda e Svezia. Spetta ora all’Unione Europea stessa fare delle concessioni alle pretese britanniche. In ogni caso la lezione imparata dalla Brexit è che un accordo con l’Unione, così come tutti gli accordi, presenta delle difficoltà quasi insormontabili, che qualsiasi governo sovranista e populista si troverebbe a dover spiegare ai propri sostenitori. Si spera che la classe politica italiana abbia appreso la lezione.
Qualche considerazione su Nigeria ed Eritrea.
Uno dei più diffusi luoghi comuni sul fenomeno dell’immigrazione riguarda il numero di richiedenti asilo a cui viene riconosciuto effettivamente il diritto a restare sul suolo italiano. Ce ne siamo già in parte occupati qui, analizzando i numeri del Ministero dell’Interno. Ora vogliamo fare qualche breve considerazione in merito alla situazione attuale in due Paesi africani, la Nigeria e l’Eritrea, i cui cittadini, secondo la vulgata del governo grillo-leghista, non scapperebbero da alcuna guerra e dunque sarebbero unicamente migranti economici irregolari.
Innanzitutto, i dati ufficiali sull’immigrazione da quei Paesi: secondo i dati del Viminale sui richiedenti asilo per nazionalità, i nigeriani sono il gruppo più numeroso per arrivi in Italia nel 2017; gli eritrei, invece, l’anno scorso erano al decimo posto, ma bisogna sottolineare che i loro arrivi sono aumentati, tra giugno e luglio 2018, del 137%.
Detto ciò, ora dobbiamo chiederci: qual è la reale situazione in Nigeria ed Eritrea? È vero, come affermano i mezzi della propaganda filo-governativa, che non ci sono basi per affermare che da quei Paesi si scappi a causa della guerra?
Come racconta Matteo Matzuzzi su Il Foglio del 6/7/2018, secondo un rapporto pubblicato dalla Società internazionale per le libertà civili e lo stato di diritto, in tre anni in Nigeria sono stati assassinati ben 16.000 cristiani. Il Paese, come molti sapranno, è da diverso tempo tormentato dal gruppo terroristico Boko Haram, ma quello non è l’unico fronte di tensione. Si moltiplicano, infatti, i massacri perpetrati dai pastori fulani musulmani, tanto che la Conferenza episcopale nigeriana si è spinta fino a parlare di genocidio in stile Ruanda e di una chiara agenda di islamizzazione della Middle Belt nigeriana che avrebbe nel governo il suo principale ispiratore: «Non si può più considerare una mera coincidenza il fatto che i perpetratori di questi crimini odiosi siano della stessa religione di coloro che controllano gli apparati di sicurezza, incluso lo stesso presidente. Le parole non bastano per convincere il resto della cittadinanza che i massacri non facciano parte di un progetto religioso più ampio».
Per quanto riguarda la situazione eritrea, c’è da registrare il commento entusiasta del Ministro Salvini in merito all’apparente pace raggiunta tra il primo ministro etiope Ahmed e il presidente eritreo Afewerki: tale evento, secondo il leader leghista, porrebbe fine alla ventennale guerra tra i due Paesi e sottrarrebbe ai loro cittadini ogni valido motivo per fuggire. Peccato che la realtà sia un’altra: l’Eritrea è tra i dodici peggiori Paesi del mondo (“Worst of the worst”) nel rapporto 2018 di Freedom House e Afewerki l’ha trasformata in quella che molti definiscono la Corea del Nord africana, con una capillare e sistematica repressione del dissenso e senza farsi mancare l’appoggio ai guerriglieri islamisti di al-Shabaab. Un vero e proprio regno del terrore creato attraverso abusi sulla popolazione che potrebbero configurarsi come crimini contro l’umanità. Sicuramente il buon Salvini potrebbe spiegarci, “da padre”, se è un posto in cui manderebbe volentieri qualcuno a vivere.
Verso le Midterm Elections.
Le elezioni di medio termine negli USA rappresentano un momento di straordinaria importanza da un punto di vista politico. Esse comportano un aggiornamento completo della Camera dei Rappresentanti e di un terzo del Senato.
Tra due mesi i Democratici dovranno strappare 23 deputati e 3 senatori ai repubblicani per sovvertire le maggioranze, senza ovviamente perderne. In realtà, da un punto di vista quantitativo, i liberal partono sfavoriti nella camera alta, in quanto dei 33 (su 100) seggi al ballottaggio ne dovranno difendere ben 24 per poi conquistarne almeno 3 dei 9 seggi rossi disponibili. Non solo, secondo un’analisi del New York Times, di questi nove seggi solo uno è veramente a rischio in quanto all’interno di uno stato tradizionalmente democratico, mentre dei 24 seggi democratici ben 4 dovranno essere difesi in terreni storicamente ostili.
Paradossalmente il ribaltone appare più credibile alla Camera, nonostante i seggi da recuperare siano molti di più: seguendo gli studi di The Cook Political Report, mentre 183 sono solid Democratic seats e 148 solid Republican seats, ben 67 seggi sono in bilico: di questi, 10 sarebbero likely Democratic e 27 invece likely Republican, i restanti trenta sono definiti toss-up, ovvero si ritiene che i due partiti abbiamo la stessa probabilità di conquistarli.
Fatta questa necessaria premessa, è doveroso capire come arrivano i due partiti alle Midterms.
Il Gop (Grand Old Party, ossia il Partito Repubblicano) ha il suo maggiore punto di forza nella solida ripresa economica statunitense, rivendicata spesso da Trump, a ragione o a torto, facendo riferimento alle misure comportanti il drastico taglio delle tasse; tutto ciò sommato ovviamente ai temi che già furono efficaci durante la campagna elettorale del 2016, su tutti l’immigrazione ma non solo. Di contro, però, è la figura stessa del presidente a destare le maggiori preoccupazioni: già divisiva alle elezioni del 2016, essa è stata ulteriormente resa controversa e, soprattutto, imprevedibile dagli innumerevoli eventi mediatici di questi due anni, dalle indagini del procuratore speciale Mueller alla notizia più recente dell’anonimo Op-Ed del NYT che ammette l’esistenza di una “resistence” all’interno dell’amministrazione stessa. Anche il fatto che il senatore texano Ted Cruz risulti in gravissima difficoltà nel mantenimento del seggio ha portato Mick Mulvaney e Ronna McDaniel, figure di spessore nel Partito Repubblicano, ad esprimere preoccupazioni per le elezioni che si terranno fra due mesi.
Il Partito Democratico, invece, risulta di difficile valutazione in quanto si trova in una fase che può essere definita di transizione. Nella confusione e frammentazione generale si possono però evidenziare alcuni trend. Anzitutto, a giudicare dai soggetti che hanno prevalso nelle primarie, gli elettori stanno puntando su candidati giovani, eterogenei e decisamente liberal. E’ in corso una sorta di polarizzazione nel confronto con il Gop: candidato emblematico di questa fase è la 29enne Ocasio-Cortez, in corsa per un seggio alla Camera nello Stato di New York. Lei, così come altre nuove figure all’interno del Partito, avanzano proposte molto forti: come l’abolizione del U.S. Immigration and Customs Enforcement (ICE), l’assicurazione sanitaria pubblica a costo fisso e l’impeachment a Trump.
L’energia e l’entusiasmo non bastano però ad oscurare le forti debolezze interne e le evidenti contraddizioni. Anzitutto esiste un gap economico importante tra il Democratic National Commette e il Republican National Commette (116 milioni contro 247) che potrebbe ulteriormente acuirsi determinando pesanti ripercussioni sulle campagne elettorale. Inoltre, secondo i Repubblicani, i liberal non avrebbero un vero e proprio cavallo di battaglia ma sarebbero anarchicamente uniti unicamente dall’odio verso Trump. In realtà, anche secondo le parole di Krugman, il Care Act, e quindi il tema della Sanità, pare essere il leitmotiv di diversi candidati che sembravano spacciati, come O’Rurke in Texas, e invece stanno recuperando terreno, anche se pare difficile francamente dedurre che tale atteggiamento rappresenti una strategia definita e consolidata.
Le contraddizioni più pesanti riguardano però le differenze tra i candidati stessi: personaggi come Nancy Pelosi, ipoteticamente la prossima speaker nel caso di vittoria alla Camera, o Joe Biden, ancora molto influenti nel Partito Democratico, sono decisamente più tradizionali della nuova guardia e potrebbero creare delle divisioni interne difficili da superare.
Pretendere previsioni esatte sull’esito delle tornate elettorali è un’attività fortemente a rischio di errore, soprattutto considerando un contesto così imprevedibile ed esposto ad uragani politici e non. Certo è che, però, si può notare che il Partito Repubblicano, nonostante le grandi esposizioni mediatiche di un presidente molto controverso e divisivo, sembra ancora abbastanza solido e comunque avvantaggiato al Senato. Per quanto riguarda i Democratici, particolare attenzione va riposta nell’attività di un’opposizione spaesata dalla vittoria sovranista e che sta cercando di trovare una linea comune facendo spesso prevalere il “socialismo democratico” di Sanders, a volte simile a un polo antisistema opposto a quello di Trump.
Il passo indietro del Sudafrica.
La linea politica del nuovo Presidente sudafricano Ramaphosa rischia di gettare letteralmente nella spazzatura l’immenso sforzo compiuto dal compianto – si potrebbe dire: oggi più che mai – Nelson Mandela. Un tentativo di riconciliazione innovativo per il continente africano e per tutto il globo, basato sul rispetto delle vittime, ma che allo stesso tempo non mirava all’umiliazione dei colpevoli, in un’ottica lungimirante di coesistenza tra popolazione nera e bianca. Senza ombra di dubbio le problematiche relative all’accesso alle terre risalgono all’era dell’apartheid e più precisamente al Native Act del 1918. La politica intrapresa da Mandela del willing sellers and willing buyers ha portato a risultati decisamente esigui e infatti tutt’ora la popolazione bianca (che è il 9% del totale) detiene il 72% delle terre.
Secondo il nuovo Presidente la soluzione non può che essere l’espropriazione delle terre nelle mani dei bianchi per distribuirle alla popolazione nera, e questo verrebbe permesso da una riforma costituzionale che consentirebbe al governo di non corrispondere ai proprietari alcun indennizzo. La giustificazione insita al provvedimento di riforma secondo i suoi sostenitori sarebbe la seguente: quelle terre non sono loro.
La questione merita per forza di cose un forte approccio politico, soprattutto dato il forte clima di odio e violenza che si è innescato nei confronti dei bianchi sudafricani, ma la soluzione precedentemente citata rischia potenzialmente di esacerbare il conflitto etnico, tralasciando la palese violazione dei diritti di proprietà spettanti ai proprietari terrieri. Guardando invece alle conseguenze economiche, un tale intervento potrebbe far precipitare il Sud Africa in una crisi economica già sperimentata dallo Zimbabwe successivamente a una misura di portata simile: il trasferimento di terre nelle mani di persone con scarso capitale e soprattutto scarse abilità collegate alle attività terriere e alle tecnologie necessarie per mantenere alti livelli di output hanno fatto precipitare la produttività con un conseguente innalzamento dei prezzi.
Un forte intervento statale non si profila dunque come una delle soluzioni più auspicabili, tanto per il bene del Paese, quanto per il bene della popolazione nera stessa, che nel giro di pochi anni si troverebbe comunque costretta a rivendere i terreni agli stessi bianchi che l’avevano ceduta. Una soluzione resta comunque da trovarsi, ma questa deve per forza di cose essere preceduta da un forte investimento nel capitale umano e successivamente trovare le sue fondamenta nel mercato. Una soluzione potrebbe essere quella del micro-credito, per consentire alla popolazione emarginata di accedere ai servizi finanziari (vedasi l’esempio della Grameen Bank in Bangladesh) e di diventare gradualmente proprietaria terriera. L’astenersi del governo da un intervento di tale portata nell’economia, inoltre, permetterebbe la permanenza di investitori esteri sul territorio, che consentono lo spostamento di parte della popolazione (tra cui quella bianca) in altri settori dell’economia, rendendo disponibili i terreni per nuovi acquirenti. In ogni modo quello che serve oggi è un forte impegno della Comunità Internazionale che vada oltre al singolo tentativo americano di intromettersi in una faccenda di politica interna, e che comunque rischierebbe solamente di aumentare il consenso di cui gode Ramaphosa.
Processo a Boko Haram: un rischio per la democrazia?
4 magistrati per 6670 militanti. Questi i numeri del super processo che vedrà luce per assicurare alla giustizia i membri di Boko Haram, responsabili dell’uccisione di 20 000 persone in Nigeria. Processo che si terrà in strutture militari, le quali hanno precedentemente accolto un numero immenso di arrestati, di cui alcuni morti durante la detenzione.
Diverse organizzazioni internazionali che operano nel campo della tutela dei diritti umani, ed Amnesty International in primo luogo, si sono però soffermate sulla composizione delle persone che verranno sottoposte a giudizio. In particolare: sarebbero presenti un ingente numero di bambini e donne prelevati dai loro villaggi senza alcun motivo, ma soprattutto una grande quantità di persone che hanno agito come militanti del gruppo terroristico, ma sostanzialmente sotto costrizione.
In tutto ciò la comunità internazionale e l’Unione europea tentennano. La seconda ha approntato un progetto diviso in due fasi, volto a rafforzare il sistema giudiziario e la legislazione nell’ottica di una più effettiva risposta al terrorismo, ma i fondi possono definirsi esigui, così come la durata del progetto stesso. La prima invece pare colta da miopia, il tutto testimoniato dal fatto che il processo si svolgerà nell’oscurità mediatica, e senza osservatori internazionali. L’indagine avviata dall’ufficio del procuratore della Corte internazionale penale (CIP) è ad oggi sospesa, dopo aver constatato che si possa parlare di crimini contro l’umanità, che quindi ricadrebbero sotto la sua giurisdizione. Giurisdizione che la CIP dovrebbe arrogarsi, invertendo per una volta la ratio della sua creazione: in questo caso la necessità non è garantire che vengano puniti i responsabili del reato, bensì limitare una volontà di punire volta più che altro a sedare l’opinione pubblica, così da assicurare alla giustizia i reali responsabili di tali atti.
La giustizia non deve diventare uno strumento di guerra, e soprattutto se vogliamo che in un conflitto tra valori liberali e valori illiberali i primi abbiano successo, allora dobbiamo far si che gli stessi vengano rispettati. Solo così la democrazia liberale si imporrà legittimamente tra le popolazioni di tutto il globo.
L’Europa e l’estrema destra – Parte II.
Come già scritto nella Parte I, i partiti europei di estrema destra presentano caratteristiche comuni ma anche peculiarità differenti fra loro: all’interno di questo universo politico, infatti, vi sono formazioni politiche molto diverse.
Alla destra più radicale di questo scacchiere politico vi sono le formazioni dichiaratamente naziste o fasciste. Tra questi figurano il partito tedesco Afd – che, per quanto possa sembrare assurdo, nel corso dell’ultima tornata elettorale ha riscosso notevole successo nella regione orientale dello stato tedesco, dove il numero dei tanto detestati migranti è inferiore rispetto al resto del Paese – i partiti italiani Forza Nuova e Fronte sociale nazionale, la spagnola Democrazia nazionale, il Partito nazionale britannico, il Fronte ellenico in Grecia, l’ungherese Partito della giustizia e della vita ed infine il partito fiammingo Vlaams Blok. Altri partiti hanno invece abbandonato, almeno a livello teorico ed ideologico, l’esaltazione politica dei valori storicamente nazifascisti e si sono mossi nella direzione di una sorta di socialismo di destra, con tratti fortemente anti-liberali ed anti-liberisti. In questo secondo raggruppamento figurano partiti quali il francese Fronte nazionale, guidato da Marine Le Pen, e l’Fpö (Partito della Libertà Austriaco).
Negli ultimi anni, inoltre, sono stati fondati movimenti e partiti di tal genere nell’Europa centro settentrionale. Essi uniscono idee populiste (nazionalismo, localismo, anti-europeismo) a sentimenti di odio nei confronti degli immigrati, il tutto in un quadro di consensi verso ideali fascisti, come “Per un’Olanda vivibile”, il Partito del popolo danese, il Partito norvegese del progresso e il Partito del popolo svizzero.
Vi sono poi i partiti dell’Est Europa, regione posta un tempo sotto il cosiddetto blocco sovietico, dove, ironia della sorte, oggi la connotazione ultranazionalista sembra essere nettamente prevalente: vedasi, ad esempio, il Partito della Grande Romania, il Partito nazionalista slovacco, il Partito della destra croata ed il Partito radicale serbo.
Ma in tutto questo non trovano spazio solo sentimenti xenofobi e razzisti: una posizione comune nei partiti di estrema destra, salvo qualche rara eccezione che riguarda però partiti di Stati che non fanno parte dell’Unione Europea (come i movimenti dell’estrema destra russa) è la netta opposizione agli organismi comunitari. Totale rifiuto, quindi, per una maggiore integrazione e per la moneta comune. L’estrema destra predica e vuole fortemente la prevalenza dello stato nazione sui vari organismi comunitari.
Riassumendo, il quadro che si delinea, a livello geografico, è il seguente: a nord del vecchio continente si fanno sempre più forti i partiti estremisti della penisola scandinava. A sud dell’Europa, in Grecia, la situazione non è differente. A est, in Ungheria, in Slovacchia e in Romania, veri e propri partiti fascisti godono da sempre di un certo seguito, accentuatasi dopo il crollo del blocco comunista e in seguito alla fine della Guerra Fredda. A ovest, per finire, l’estrema destra assume forme meno evidenti. Si assiste a un grande rinnovamento della destra legato all’identità, con la creazione di una nuova generazione di partiti di destra radicale.
Pur di ottenere seggi in Parlamento o un sempre maggior numeri di consensi, i leader di questi partiti fanno di tutto per non risultare ed essere definiti estremisti, e per rimanere all’interno del gioco politico democratico. Si preferisce la democrazia diretta a quella rappresentativa, si denuncia la distanza delle élite dalla realtà, la loro chiusura mentale nonché la loro corruzione. Il popolo – affermano le destre – sa quello che le élite non sanno o fingono di non sapere, e Bruxelles è vista come il covo delle classi agiate.
E proprio la tanto odiata Unione Europea può essere vista come uno dei principali motivi del crescente successo dell’estremismo di destra in Europa. Chi vota estrema destra vota contro il processo di costruzione dell’organo sovranazionale europeo, esprimendo disgusto anche nei confronti del modello economico che essa ha proposto.
Le ragioni che permettono di comprendere meglio questo odio nei confronti della comunità europea sono ancorate al concetto di etnia: oggi l’uso più diffuso del termine è quello con coloritura politica, nell’ottica in cui l’affermazione di etnicità corrisponde ad un progetto di matrice ideologica, che ha nella ricerca dell’autenticità il suo fine ultimo. Ciò che è percepito come autentico, infatti, ha insita una dimensione originaria, quasi primordiale, e che si lega alla tradizione: si vuole così rivendicare la propria autenticità etnica, la propria cultura autentica e delle origini, che, oggi come mai, sembra essere perduta per sempre. L’idea di perdita, di distacco dalle proprie origini presuppone un possibile recupero di esse, e costituisce una tematica ricorrente nella politica odierna. Invero, il concetto di autenticità serve a proteggere dal cambiamento. Esprime un bisogno di stabilità e di ordine dinnanzi alle sfide di un mondo anonimo e omologato. Il singolo individuo, per rifuggire dal suo anonimato, cerca conforto in un utopico ed impossibile ritorno alle origini.
Si arriva, in questo modo, al fondamentalismo politico e religioso, che sono i logici ed immediati risultati dell’ideologia politica che propaganda il ritorno alle origini perdute. Ciò che è improntato alla ricerca di una qualche radice, diventa, alla fine, radicalismo. Questo vale tanto per il fondamentalismo religioso quanto quello politico. E se alcuni atteggiamenti possono nascere in modo spontaneo, molti sono cavalcati e guidati da partiti o movimenti politici che hanno interiorizzato questo sentimento mediante il richiamo a quella che si potrebbe definire come una concezione astratta della cultura, pensata come qualcosa di immutabile ed eterno, estranea ad ogni processo evolutivo, ma solo passibile di influenze negative provenienti dal diverso.
Tutto torna, il cerchio si chiude e si completa. Perché “l’altro” odierno è lo straniero, colui che è etnicamente percepito come diverso, e dunque come un nemico.
E la difesa del cosiddetto mondo perduto e dei suoi valori tradizionali persuade tanto i vecchi quanto i giovani. L’Europa intera sprofonda sempre di più in una nuova crisi ideologica e culturale. E, in questo precipitare, i movimenti che fanno dell’identità, del nazionalismo, del radicalismo religioso, della paura del diverso, il loro credo e la loro bandiera politica, ottengono sempre più facili consensi.