Se si volge lo sguardo alla storia dell’umanità, dalla proverbiale alba dei tempi fino alla nostra epoca, l’aspetto più inquietante e sconvolgente pare essere costituito dal fatto che l’uomo abbia letteralmente demolito il mito machiavelliano della storia come maestra di vita. La storia non sembra essere riuscita ad insegnare nulla all’uomo, il quale – dopo interi secoli trascorsi nell’oblio più profondo generato da guerre, morte,distruzione, carestie e crisi di ogni sorta – continua, ancora oggi, a perseverare nei medesimi errori. Sarà pur vero che la storia non torna mai indietro, ma certamente essa può ripetersi, e come sul finire della Belle Epoque ottocentesca – quando il nuovo secolo gettò un’ombra di incertezze morali e mise in discussione i valori su cui da sempre si era poggiata la cultura occidentale – così oggigiorno l’Europa sta attraversando una nuova crisi, che mette a dura prova i suoi ideali.
La crisi che interessa oggi l’Europa non ha connotati esclusivamente economici, ma anche politici, sociali e filosofici. Si viaggia sempre di più, ma si studia e si comprende sempre meno la geografia e la geopolitica, problema, questo, che si riflette tanto sull’ elettorato quanto sulla classe dirigente. Il primo corre il rischio di votare per un partito di cui non consoce nemmeno il programma politico, la seconda rischia di compiere azioni o scelte scellerate, perché non è possibile governare a prescindere dalla comprensione del quadro geopolitico e storico del Paese di cui si è a capo. Ed è proprio in questo contesto che emerge un’analogia con l’Europa degli anni ’20 del 1900, poiché oggi come allora – anche se per motivi storici differenti e in un contesto radicalmente mutato – trovano terreno fertile movimenti o partiti che hanno fatto del radicalismo e del populismo il loro credo. Il manifestarsi di un nuovo sentimento nazionalista crea delle autentiche pulsioni disgregatrici sia entro la UE, sia all’interno degli stati nazionali, in cui prendono piede ideologie nazionaliste, antieuropeiste e spesso xenofobe, che trovano linfa vitale nel concetto di identità; un’identità profondamente collegata a una tradizione storico religiosa che assume tratti razzisti. Questo nuovo nazionalismo presenta innumerevoli sfaccettature, e rende l’Europa un autentico mosaico di forze politiche populiste, separatiste, xenofobe, antisemite, e addirittura dichiaratamente fasciste o neonaziste.
Il primo dato interessante è che questo fenomeno è presente in tutto il vecchio continente: pressoché ogni stato ha il suo partito o la sua forza politica di estrema destra. Dall’Italia alla penisola scandinava, dal Portogallo alla Russia, senza tralasciare l’Europa dell’est e la Grecia.
Non tutti i movimenti di estrema destra presentano però le stesse peculiarità: ad esempio, il Fronte Ellenico (Grecia), il Movimento Patriottico Popolare Finlandese e il Partito del Popolo Svizzero, non sono antisemiti, e addirittura il Partito del Popolo Svizzero non si dichiara neppure – almeno in via formale – una organizzazione politica nazionalista. Al contrario, vi sono partiti che sono apertamente antisemiti ma non necessariamente antieuropeisti, come il Partito Nazionalista Slovacco o il Partito della Grande Romania, o come il Fronte Nazionalista e Patriottico Russo, quest’ultimo anche in virtù del fatto che la Russia non è un Paese membro dell’Unione Europea.
D’altro canto va invece sottolineata l’esistenza di un nucleo duro di valori, ideologie e posizioni condivise e assunte da ognuno di questi partiti: in primo luogo il razzismo e la xenofobia, e più in generale una vera e propria avversione nei confronti del diverso, che spesso sfocia anche nell’omofobia; in secondo luogo il nazionalismo, etnico o meno, intriso di patriottismo e di una vera e propria cultura identitaria; in terzo luogo il concetto della nazionalità intesa come autentico vincolo di sangue. I partiti sopracitati che non si riconoscono in ognuno di questi elementi, sono solo pochissime eccezioni ad una regola che negli ultimi anni si è fatta sempre più ferrea nel mondo dell’estrema destra europea.
Questo coacervo di credenze ed elementi hanno la loro fonte nel principio di disuguaglianza presente nella filosofia nietzschiana, in base al quale gli uomini sono per natura diseguali e soltanto una civiltà che affonda le sue radici nel cristianesimo – con la cosiddetta morale del gregge – li ha resi ingiustamente uguali. La storia della moderna civiltà europea sembra dunque essere attraversata da una lotta tra principi antitetici (uguaglianza da un lato e disuguaglianza dall’altro) nonché dalle rispettive derive (omologazione e autoritarismo).
Si dice che ogni epoca abbia il suo fantasma. Per l’estrema destra odierna lo spettro da combattere è rappresentato dall’immigrato, dal clandestino, e da tutti coloro che migrano dal sud verso il nord del mondo, in fuga da scenari drammatici e in cerca di migliori condizioni di vita. Questo nuovo nemico funge anche da collante per tutti gli schieramenti della destra estremista che, per ottenere sempre maggiori consensi, si avvale di una tematica molto delicata, in merito alla quale sia la tradizionale destra cristiana sia la sinistra faticano a trovare una soluzione ragionevole.
Autore: asinoburidano
Come cambia il concetto di cittadinanza.
Il mutamento del concetto di Stato, occorso durante il ‘900, ha indubbiamente avuto una ricaduta sul concetto di cittadinanza stesso. Lo Stato non occupa più solamente un ruolo passivo nella tutela delle libertà dei propri sudditi, ma partecipa attivamente alla loro promozione e garanzia, in quanto la proliferazione di una nuova categoria di diritti – quelli sociali – implica per forza di cose l’avvento dell’interventismo statale nelle sfere private degli individui.
È in questo contesto che il concetto di cittadinanza muta pelle, caratterizzandosi come un’entità duplice: una cittadinanza verticale, ossia la sottoposizione dell’individuo rispetto l’autorità statale, che implica doveri ma allo stesso tempo genera richiesta di diritti; ed una cittadinanza orizzontale, contraddistinta dalla partecipazione ad una comunità di persone, la quale condivide un insieme di valori. Dall’altro lato invece la proliferazione di carte internazionali a tutela dei diritti umani – e le sentenze interpretative delle diverse corti costituzionali – hanno in parte svuotato il concetto di cittadinanza verticale, in quanto ogni Stato deve garantire i diritti dell’individuo ad ogni persona presente sul proprio territorio, e dunque anche ai non cittadini. Aggiungendo a quest’ultimo punto la rilevanza del fenomeno migratorio – e soprattutto l’importanza che oggi giorno esso assume nelle agende politiche – la cittadinanza diventa uno strumento di aggregazione, di accomunanza e di condivisione di valori.
Va però sottolineato come i diritti politici, siano rimasti esclusi da quel meccanismo di tutela precedentemente citato. In poche parole: spetta allo Stato stabilire chi goda o meno di essi, chi possa votare e chi no. Ora, questa non è una questione di poco conto, in quanto è tramite il voto e la partecipazione politica che si concretizza l’appartenenza ad una comunità, che si diventa parte integrante dello Stato, ma soprattutto è tramite esso che si tutela la propria libertà. D’altro canto, la stessa Dicharazione dei diritti della Virginia, alla section 6, sanciva il principio della “no taxation without representation”.
Lo sforzo attuato dagli Stati europei – e, arrancando, da quello italiano, è dunque quello di includere gli stranieri (o meglio i minori) in questo processo. La stessa costituzione italiana, all’art. 4, dice che il cittadino deve poter partecipare al progresso materiale e spirituale della società. Il progetto di legge in discussione al Senato, mira dunque a riconoscere la cittadinanza a quelle nuove generazioni che parteciperanno ad esso.
L’ Italia ha provato ad intraprendere un percorso diverso rispetto agli altri Stati europei: infatti, oltre a garantire lo status di cittadino ai minori nati in Italia e aventi almeno un genitore possedente il permesso di lungo periodo Ue (in linea con la volontà europea di giungere ad una progressiva parificazione di cittadini e soggiornanti di lungo periodo), ha elaborato un nuovo metodo di acquisizione della cittadinanza (sempre per i minori), legato alla frequenza e alla conclusione di un ciclo scolastico. Ecco qui ritrovato il concetto di cittadinanza orizzontale che accomuna gli Stati europei , i quali sono indirizzati a subordinare l’acquisto dello status di cittadino alla conoscenza spesse volte della storia e della struttura costituzionale e dei valori dello Stato concedente. Dall’altro lato però, gli Stati europei hanno rivolto tendenzialmente minore attenzione alle generazioni già presenti sul territorio, e a coloro che si stabiliscono qui (non minori), prevedendo tempi molto lunghi per attivare i processi di concessione della cittadinanza, non tutelando così coloro che per propria volontà si sono stabiliti, insieme alla propria attività, su quel territorio, partecipando al progresso dello Stato. I dieci anni previsti in Italia, sono infatti ben il doppio di quelli che sono stabiliti dalla legislazione americana, che subordina la concessione della cittadinanza al possesso della Green card e al soggiorno sul territorio Usa per un periodo di cinque anni, e ovviamente all’assenza di reati contro la moralità pubblica e alla conoscenza della lingua e al superamento di un test di conoscenza civica.
Indubbiamente la cittadinanza non è un qualcosa che va elargito a chiunque, ma è necessario un bilanciamento tra doveri e diritti, un compromesso tra una “cittadinanza di residenza”, ed una concessa solamente a posteriori, un punto d’incontro tra una partecipazione attiva legata alla condivisione dei valori italiani (o meglio occidentali) ed una conservazione pacifica (citando il padre del liberalismo John Locke) che ruoti intorno al concetto di proprietà e di libertà.
Già l’aquila d’Austria le penne ha cambiato.
Il 15 ottobre scorso si sono tenute in Austria le elezioni legislative per il rinnovo delle due camere di cui si compone il parlamento austriaco, il Nationalrat (la Camera bassa) e il Bundesrat (la Camera alta). Tali elezioni hanno portato alla luce il seguente esito: sul gradino più basso del podio si posiziona Hans-Christian Strache, leader del partito populista di estrema destra FPOE (Partito della Libertà Austriaco), con il 26% delle preferenze e con 51 seggi su 183 a disposizione. In seconda posizione si classifica il Cancelliere uscente Christian Kern, leader di SPOE (Partito Socialdemocratico), con il 26,9% delle preferenze e 52 seggi. Ma il vero protagonista di questa tornata elettorale, trionfante in prima posizione, è Sebastian Kurz, da maggio a capo del OEVP (partito popolare austriaco), che ha totalizzato il 31,5% delle preferenze e si è aggiudicato ben 62 seggi.
Non è stata certo una sorpresa eclatante: già da alcune settimane la notizia di una sua vittoria era nell’aria e i sondaggi non hanno tradito le aspettative. Sebastian Kurz, trentuno anni, viennese, è così divenuto il più giovane Cancelliere della storia austriaca nonché il più giovane capo di governo dell’intero pianeta. Divenuto il nuovo leader del Partito Popolare Austriaco la scorsa primavera, nel giro di pochi mesi si è fatto portatore di un vento di cambiamento che ha soffiato su una forza politica resa debole da troppi anni di coabitazione con i socialdemocratici. Non si è trattato di un caso, quindi, che la sua prima mossa – una volta eletto segretario di partito – sia stata la rottura con i socialdemocratici di Kern, manovra politica che ha portato il Paese ad elezioni anticipate. Ne è uscito vittorioso, a testa alta, e lo scorso venti ottobre ha formalmente ricevuto l’incarico di formare il nuovo governo della Repubblica d’Austria.
Una strategia perfetta, partita dal rinnovamento di un partito snobbato, vecchio e ormai poco credibile, che attingeva i suoi voti da un ristretto bacino elettorale composto per lo più dalla vecchia guardia residente nelle zone rurali del Paese. Grazie a Kurz, l’ OEVP si è velocemente trasformato in un’alternativa politica che punta al consenso di un ceto medio molto più giovane, che fino a questo momento aveva intravisto – benché a malincuore – nell’estrema destra, l’unica via di fuga dalla socialdemocrazia.
Un Macron che parla tedesco verrebbe da dire, ma in realtà – dati anagrafici esclusi – Sebastian Kurz sorride ad un’idea di Europa che differisce non poco da quella del leader francese. Egli è convinto che, se la UE vuole sopravvivere, deve cedere maggiore sovranità nonchè il potere sottratto agli Stati membri. Kurz guarda più a quello che si potrebbe definire come populismo moderato, che pure presenta punti di contatto con l’estrema destra di Strache: pugno di ferro contro l’immigrazione irregolare e contro il numero eccessivo di migranti che sbarcano sulle coste italiane e dell’Europa meridionale per poi disperdersi in tutto il continente, rivendicazione alla UE di maggiori poteri ai singoli stati nazionali, soprattutto in ambito di sicurezza interna e di controllo. Ma “La virtù sta nel mezzo”, sentenzia una celebre massima latina; Kurz lo sa, e si guarda bene dal predicare soluzioni estremiste tipiche dell’euroscetticismo del FPOE – quali l’ uscita dall’euro o dall’Unione Europea – poco o nulla in linea con l’ideologia di un partito della destra moderata, di cui invece si fa massimo portatore con il suo programma di politica interna: meno tasse per i cittadini austriaci, al fine di investire una cifra pari a circa dodici miliardi di euro nella creazione di nuovi posti di lavoro a vantaggio della classe media, interventismo statale ridotto al minimo e tagli ai sussidi economici per gli stranieri. Moderato in patria, più populista – si fa per dire – nei rapporti con l’Unione Europea e per quanto concerne l’ambito dell’immigrazione, senza mai risultare estremista.
A conferma di questa affermazione, basti pensare al suo operato degli ultimi anni: nel 2013, in qualità di Ministro degli Esteri, ottenne la chiusura della rotta balcanica, si oppose fermamente alla possibilità che la Turchia entrasse a far parte della UE, e, sempre in ottica immigrazione, spinse per ottenere l’analisi delle richieste d’asilo prima che i richiedenti toccassero il suolo europeo e austriaco, quale misura di ridimensionamento dei numeri eccessivi dei migranti, senza dimenticare, infine, le numerose proposte di legge avanzate durante la campagna elettorale contro la radicalizzazione dell’islam nel Paese.
Ora che ha vinto le elezioni e ha ottenuto l’incarico di creare un nuovo governo per l’Austria, Kurz deve fare i conti con il sistema elettorale proporzionale austriaco, un proporzionale che, di fatto, impone ai partiti di formare delle coalizioni. E proprio questo suo muoversi su un duplice binario politico – moderato e con alcune peculiarità tipiche di una destra più estremista, per nulla euroscettico ma nel contempo contrario ad un’eccessiva integrazione europea – potrebbe permettere all’estrema destra di Strache di tornare al governo, dopo un’esperienza di coabitazione tra il 2000 e il 2005 tra conservatori e FPOE, allora capeggiati da Joerg Haider. Non fu un’esperienza felicissima per l’estrema destra, che subì l’imposizione dei conservatori, senza avere realmente voce in capitolo. Memore di quella vicenda, Strache ha già chiarito che questa volta la musica sarà diversa, e che l’FPOE farà di tutto per dettare la propria agenda. Se Kurz strizzerà davvero l’occhio alla destra di Strache – invece che limitarsi a vederla come una scomoda coinquilina al governo – nessuno userà più espressioni come “Il nuovo Macron” o “Il Macron d’Austria”, anzi, l’Austria stessa potrebbe diventare l’ennesima dimostrazione della difficoltà di realizzazione della politica d’integrazione europea promossa dal leader francese, già messa a dura prova dal dilagare dei partiti estremisti in tutta Europa, come testimoniano i forti consensi del Partito della Libertà Olandese e dell’Alternativa per la Germania.
In tutto questo quadro, la sinistra socialdemocratica austriaca – benché arrivata seconda all’ultima tornata elettorale – pare non trovare spazio nel prossimo governo Kurz. Alla disperata quanto vana ricerca di una classe sociale oppressa o presunta tale di cui farsi portavoce, il partito di Christian Kern – come del resto tutte le sinistre europee – non ha trovato argomenti validi e innovativi sui quali basare una solida campagna elettorale, il secondo posto soffiato all’estrema destra pare più dovuto ad uno stigma sociale che non a una reale convinzione di matrice politica e ora trema davanti allo spettro della coabitazione Kurz – Strache. I tempi delle coalizioni a guida socialdemocratica sono finiti. L’Austria si è espressa, e ha scelto la strada che porta a destra.
La riscossa dei liberali.
Anno Domini 2017: gli elettori della quasi totalità dei paesi più importanti d’Europa sono stati chiamati alle urne e i risultati sono stati, per certi versi, sorprendenti e indicativi di un trend che coinvolge l’intero Vecchio Continente: i partiti che tradizionalmente si alternano alla guida del governo – per intenderci: quelli che fanno riferimento alle case europee dei Popolari e dei Socialdemocratici – hanno perso un numero consistente di voti, in alcuni casi toccando il loro minimo storico; i movimenti cosiddetti antisistema, che fanno dell’antieuropeismo e della lotta all’immigrazione e – più in generale – alla società aperta il loro cavallo di battaglia, sono indicati da pressoché tutta la grande stampa come i veri trionfatori; i partiti di ispirazione liberale, nel silenzio dei media, hanno ottenuto risultati di tutto rispetto.
È quest’ultimo il dato che più ci preme sottolineare: le formazioni politiche che – direttamente o indirettamente – fanno riferimento all’ALDE (l’Alleanza dei Liberal-Democratici Europei) sono riuscite quasi ovunque o a mantenere il loro consenso invariato o – nella maggioranza dei casi – ad incrementare considerevolmente il numero di voti ottenuti.
Il trend era già iniziato in Spagna nel 2015 e nel 2016, dove un movimento neonato (Ciudadanos) era riuscito a conquistare, in due tornate elettorali consecutive, una percentuale superiore al 13%.
Questa riscossa è proseguita e si è rafforzata nell’anno che si avvia alla conclusione: nel Regno Unito, i LibDem si sono mantenuti costanti sopra al 7% e, grazie al sistema elettorale basato sui collegi uninominali, sono riusciti a conquistare quattro seggi in più a Westminster; in Germania, l’FDP ha più che raddoppiato i suoi voti, passando dal 4,8% del 2013 all’attuale 10,7%, che probabilmente gli consentirà di essere decisivo per la formazione del nuovo governo della cancelliera Merkel; in Francia, Macron e il suo movimento En Marche! sono riusciti, presentandosi come artefici di un progetto totalmente nuovo, a conquistare l’Eliseo e il 28,2% al primo turno delle legislative; in Olanda, D66 è passato dall’8% al 12,2% e il VVD, pur avendo perso quasi cinque punti percentuali, resta il primo partito dei Paesi Bassi e continua ad esprimerne il primo ministro, Mark Rutte; infine, proprio la settimana scorsa gli austriaci di Neos sono riusciti a confermare il 5% ottenuto nella precedente tornata elettorale.
Nel complesso, dunque, i partiti liberali hanno conquistato quasi il 14% dei voti dei cittadini europei, dato che si riduce solo al 10% nel caso in cui volessimo depurarlo dai risultati ottenuti da En Marche! – in un paese statalista come la Francia essere definiti liberali non significa esserlo per davvero – e dal VVD – che, essendo il partito del primo ministro uscente, godeva per forza di cose di una forte visibilità.
Questi dati non ci sorprendono: è l’ennesima testimonianza di come, in questo periodo di crisi e incertezza, si senta la necessità di qualcuno che difenda valori non negoziabili come la proprietà privata, il libero mercato, la sana concorrenza e l’europeismo.
L’augurio è che in Italia questo trend non sia ignorato e che, finalmente, si possa assistere alla nascita di un vero partito in grado di definirsi autenticamente liberale e liberista: appuntamento al 2018.
Legge elettorale e governabilità.
In questo periodo si discute ampiamente di legge elettorale, sopratutto a seguito della decisione del Governo di porre la fiducia sulla votazione di 3 articoli della Legge Rosato . Il dibattito, però, non verte solo sulla decisione del governo, ma anche in merito al fatto che questa legge elettorale – esattamente come quasi tutte le precedenti – non garantirebbe, per caratteristiche intrinseche, la governabilità.
Proprio riguardo al tema della governabilità, per quanto sia certamente vero che la legge Rosato – considerando i dati attuali dei partiti nelle proiezioni – sembrerebbe lungi dal garantire una situazione di stabilità, si deve comunque riconoscere che, percorrendo brevemente la storia italiana repubblicana, è facile intuire come, indipendentemente dalle leggi elettorali, una situazione di instabilità è sempre stata predominante. Sarebbe utile chiedersi quanto ciò dipenda, prima ancora che dalla legge elettorale in sé, dalla stessa Costituzione.
Per capire più nel dettaglio, è indispensabile fare un breve confronto con l’esperienza tedesca, la quale – a prescindere dal fatto che la Germania presenti una forma di stato federale – è caratteristica, allo stesso modo di quella italiana, di una Repubblica parlamentare con un’esperienza pre-costituzionale dittatoriale e di un sistema che non è mai stato completamente maggioritario ma, anzi, è soprattutto proporzionale.
Certamente, da un punto di vista storico, vi fu, al momento della stesura della Carta fondamentale, un approccio diametralmente opposto da parte dei costituenti italiani rispetto a quelli tedeschi. Infatti, in Germania, dove la costituzione fu redatta in un momento successivo, il ragionamento fu più o meno questo: il nazismo fu il frutto della Repubblica di Weimar, realtà che rappresentava la massima espressione della ingovernabilità e dell’impotenza totale degli esecutivi che portò a un caos dei partiti, ovvero l’impossibilità di trovare maggioranze stabili e, quindi, governi efficaci. Per questo motivo i costituzionalisti tedeschi pensarono di scrivere una costituzione che garantisse la governabilità, partendo anzitutto dal fatto che la fiducia del governo dipende dal solo Bundestag – l’Italia è l’unico paese al mondo con un bicameralismo perfetto in un sistema parlamentare – e poi passando dall’introduzione in Costituzione di due principi: una soglia di sbarramento fissa del 5% e, soprattutto, l’apprezzabilissimo meccanismo della sfiducia costruttiva, attraverso la quale un’opposizione per sfiduciare un governo deve disporre di un’alternativa definita – meccanismo che sarebbe utilissimo in un sistema che soffre di instabilità.
L’esperienza italiana, come detto, è partita da un presupposto contrario: i costituenti posero l’attenzione esclusivamente sulla natura del fascismo e sul fatto che esso governò incontrastatamente in un sistema totalmente privo di partiti e di controlli parlamentari e, di conseguenza, si pensò unicamente ad esautorare il potere esecutivo, privando i governi della stabilità. Ciò, conseguentemente, portò e tuttora porta ad una condizione di onnipotenza dei partiti, la quale, paradossalmente, assomiglia – seppur con le dovute specificazioni – all’esperienza di Weimar. Il fatto è che, poi, la Costituzione italiana viene spesso interpretata senza spirito critico: non raramente è citata dagli stessi italiani – molto probabilmente esageratamente e soggettivamente – come una tra le migliori al mondo e, in occasione di ogni tentativo di modifica nel senso di aumentare la stabilità dei governi, si tende a criticare il tentativo battezzandolo come tendente a un ritorno agli atteggiamenti fascisti.
È abbastanza emblematico pensare, in questo senso, che in Germania – che certo è una democrazia – ci sono leader che – pur essendo tra i più nobili della storia europea contemporanea, come Adenouer, Kohl e la stessa Merkel – hanno esteso i loro esecutivi per 12-16 anni.
È chiaro che, da questo punto di vista, anche la produzione della legge elettorale e la sua approvazione, in un sistema frammentato come quello italiano, diventa molto difficile da scindere dal più largo compromesso. È anche per questo che, spesso, in momenti rilevanti, i governi abusano dello strumento della fiducia, il quale non è affatto un meccanismo “eversivo”, soprattutto se utilizzato dopo il naufragio di un progetto di legge faticosamente mutuato e a pochi mesi dalla scadenza di una legislatura in assenza di una la legge elettorale unitaria per Camera e Senato – camere che, peraltro, solo per il fatto di essere elette una attraverso un’elezione su base regionale e l’altra su base nazionale, già di per sé non possono avere una composizione uguale neanche con la stessa legge.
Come funziona la nuova legge elettorale.
Il progetto di legge elettorale firmato dal deputato Dem Ettore Rosato è chiaramente un compromesso tra forze politiche sia delle maggioranza che dell’opposizione (nello specifico il Partito Democratico, Alterativa Popolare, Forza Italia e Lega) e questo emerge chiaramente della sua struttura.
Ne analizzeremo ora i punti salienti:
– ASSEGNAZIONE DEI SEGGI: vi è un doppio metodo di elezione che comprende i collegi uninominali (225 alla Camera più 6 in Trentino alto Adige e 1 in Valle d’Aosta; 109 al Senato più 6 in Trentino Alto Adige e 1 in Valle d’Aosta) per il 36%, quindi per 1/3 del totale dei parlamentari da eleggere (a differenza del 50% che era stato previsto nella prima legge Rosato, il cosiddetto “tedesco”, anche se in realtà era poco affine al sistema di elezione teutonico, che naufragò a causa del voto all’emendamento Biancofiore da parte del M5S, voto che, teoricamente segreto, fu palesato per errore); il restante 64% è, invece, eletto attraverso il metodo proporzionale (386 eletti nei collegi plurinominali alla Camera e 103 al Senato, con altri 12 deputati e 6 senatori eletti nelle circoscrizioni estere).
– COLLEGI UNINOMINALI: i collegi uninominali funzionano attraverso il meccanismo “first past the post”, ovvero vince il candidato (il quale sarà collegato a una o a più determinate liste) con più voti al primo e unico turno, anche se non ha la maggioranza assoluta.
– LISTE E SOGLIE DI SBARRAMENTO: il testo Rosato prevede soglie di sbarramento del 3% per la lista e del 10% per la coalizione (con l’eccezione delle liste relative alle minoranze linguistiche per le quali la soglia è del 20%) e non concorrono alla determinazione della cifra elettorale nazionale di coalizione i voti espressi alle liste collegate che abbiano conseguito su base nazionale una percentuale inferiore all’1%. Le liste saranno bloccate e brevi, con candidati non inferiori a due e non superiori a quattro. Vi è poi la specificazione del capo della forza politica.
– QUOTE DI GENERE: altra caratteristiche della legge è che essa prevede che nel complesso delle liste presentate nei collegi, sia per l’uninominale che per il plurinominale, nessuno dei due generi (nel caso del plurinominale si tratta dei capilista) può essere rappresentato per più del 60%.
– PLURICANDIDATURE: un candidato all’uninominale può candidarsi anche in collegi plurinominali, per un massimo di 5, ma non può però candidarsi in un altro collegio uninominale.
– ASSENZA DEL VOTO DISGIUNTO: la caratteristica più particolare e controversa deriva dal fatto che non esiste la possibilità di voto disgiunto, nello specifico: “Ogni elettore dispone di un voto da esprimere su un’unica scheda recante il nome del candidato nel collegio uninominale e il contrassegno di ciascuna lista, corredato dei nomi dei candidati nel collegio plurinominale”. Ciò appare molto discutibile poiché, in via di fatto, trasformerebbe il voto uninominale in un voto di lista (in questo la Legge Mattarella era diversa, per esempio, in quanto prevedeva due schede separate).
Cina e India: i giganti diversi.
Spesso si fa riferimento alla Cina e all’India come a ipotetici ereditari dell’egemonia mondiale, sottolineando gli elevati ritmi di crescita economica che hanno accompagnato i due sub-continenti negli ultimi decenni e le caratteristiche demografiche comuni, tendendo a paragonarne le evoluzioni moderne e, a volte, a pensare che siano parallele. A dire il vero, Cina e India – due realtà profondamente diverse per tradizioni, storia e cultura – rimangono ancora a rappresentanza di due poli opposti nel contesto asiatico e i rispettivi sentimenti di diffidenza – già presenti in modo preponderante nell’era moderna sin dagli anni che seguirono l’indipendenza indiana e la rivoluzione comunista cinese, culminati con la guerra lampo del 1962 per la questione, mai risolta, dell’Aksai Chin – non appaiono come superati e, anzi, un’ipotetica mutua collaborazione tra i due Giganti Asiatici appare ancora oggi impensabile, a parte in rari e circoscritti casi.
Il fatto abbastanza palese è che, almeno negli ultimi dieci anni, la posizione della Cina primeggi in modo deciso rispetto a quella dell’India, tant’è che proprio la patria di Gandhi, ad oggi, vive maggiormente nel timore di un ipotetico accerchiamento cinese ed è particolarmente preoccupata dal ruolo che i cinesi stanno consolidando nelle relazioni internazionali. Si pensi, a riguardo, alla forte diffidenza dell’India nei confronti del progetto “One Belt, One Road” cinese, caricato dell’intenzione di portare investimenti anche nel Paese indiano, restio, a sua volta, a concedersi – nonostante la forte necessità di infrastrutture – proprio a causa del timore della penetrazione dell’influenza cinese all’interno del proprio territorio, nel contesto del cosiddetto “accerchiamento cinese”. Influenza cinese che, sicuramente, è ampiamente in fase di avanzamento in Pakistan – vicino e storico rivale dell’India sin dalla contemporanea nascita di entrambi gli stati – in Bangladesh (Pakistan Orientale fino al 1971, causa della terza guerra indo-pakistana), in Birmania e in Sri Lanka, stati questi che, invece, sono tradizionalmente sotto l’influenza indiana, la quale rischia oggi di essere spodestata.
Il fatto che la Cina sia, ad oggi, in una posizione diversa rispetto all’India – la Cina è, di fatto, la più grande economia del Mondo in base al potere d’acquisto secondo il FMI sin dal 2014, il più grande produttore del Mondo, il più copioso esportatore e, infine, il paese con le più consistenti riserve valutarie al Globo – e che tale differenza doti la Repubblica Popolare di maggiore potere dipende certamente da una moltitudine di fattori che necessiterebbero di molto tempo e attenzione per essere analizzati appieno ma, quello che verrà descritto in questo caso, potrebbe essere considerato come una discriminante importante da un punto di vista generale e nell’analisi degli eventi.
La differenza presa in considerazione riguarda i sistemi politici dei due paesi e, in particolare, i principi costituzionali effettivi che hanno definito il contesto all’interno del quale le classi dirigenti dei due paesi hanno operato dal dopoguerra in avanti. In realtà, in questo caso, per ciò che riguarda la Cina, bisogna scindere totalmente tra il periodo maoista e il periodo post-maoista e, nello specifico, quello di Deng Xiaoping e successivo alla Costituzione del 1982 (ovvero la IV, dopo quelle del 1954, del 1975 e del 1978). Per ciò che riguarda l’India, certamente è necessario frazionare i diversi periodi politici, ma ciò che risulta evidente è la continuità del suo contesto costituzionale: la costituzione dell’India, risalente al 1950, è un grande esempio di testo democratico, tant’è vero che l’espressione che identifica l’India come la più grande democrazia del Mondo non è affatto una visione distopica della realtà.
I 450 articoli – suddivisi in 22 parti che compongono la fonte primaria indiana e la rendono il più lungo testo costituzionale scritto di un paese indipendente – sono a testimonianza della volontà di inquadrare in modo completo e non affatto esagerato il sub-continente dalle innumerevoli differenze interne. Si pensi, a tale riguardo, che l’India riconosce sì l’inglese e l’hindi come le due lingue ufficiali del governo, ma prevede anche altri 22 idiomi riconosciuti nelle realtà amministrative dei diversi stati. Inoltre l’India è, de jure e de facto, un sistema federale composto da 29 stati e 6 territori (più la capitale Delhi), composti (gli stati) da un parlamento e un governatore (nominato dal presidente dell’Unione) che operano in un contesto di specifica divisione delle materie di competenza, anche queste previste dalla Costituzione. Inutile dire che la previsione dei principi fondamentali come il Principio di uguaglianza, della netta divisione dei poteri e, addirittura, la specificazione di diverse norme programmatiche sottolineano definitivamente la natura democratica dell’India.
Per ciò che riguarda la Cina, invece, non è presuntuoso affermare che la Costituzione del 1982 non è altro che un fantoccio, pieno di riferimenti ai principi costituzionali di derivazione occidentale ma non assolutamente in grado di smontare la natura dirigista e a partito unico della Repubblica Popolare. Si può, ad esempio, confrontare i due casi considerando il meccanismo di revisione: in India la possibilità di emendare la Carta è differenziata e, talvolta – soprattutto per ciò che riguarda i principi fondamentali – rigida; la Costituzione Cinese ha, invece, le caratteristica della flessibilità distribuita più o meno indiscriminatamente. Ciò deriva anche dalla diversa forma di governo cinese, dichiaratamente socialista – socialismo comprendente le visioni degli uomini politici cinesi, da Mao a Deng Xiaoping e probabilmente, a breve, a seguito del XIX Congresso del PCC, verrà inserito anche il pensiero di Xi -, basata sui principi della doppia dipendenza e del centralismo democratico e profondamente legata alla struttura del Partito Comunista, spesso preliminare a quella statale – si pensi al Comitato Centrale, alla Commissione Militare Centrale, al Leader e Segretario del Partito ormai coincidente con il Presidente delle Repubblica. Oltre a ciò non esiste una divisione dei poteri, la quale è solo formale: in realtà, a partire dalle Assemblee Nazionali fino alla carica di Presidente della Repubblica Popolare, è sempre il ruolo del Partito Comunista a primeggiare incontrastato – situazioni intuibile se si considera che il PCC è l’unico partito effettivo, tanto che gli altri partiti, per la verità pochi, vengono spesso indicati con l’espressione “vaso di fiori”, per indicarne la loro natura esclusivamente estetica.
Fatte queste necessarie premesse, è ora interessante considerare che proprio tali contesti, uno democratico e l’altro autoritario, hanno profondamente influenzato la gestione dello sviluppo massiccio dei due paesi. L’India è, ad oggi, soggetta ad una discreta alternanza al governo con una crescente importanza dei partiti locali: lo stato indiano è munito di un sistema elettorale e di governo simile a quello della Gran Bretagna (Westminster), con la grande differenza che – oltre al fatto di essere una Repubblica e non una Monarchia -, vi sono sì due grandi partiti che si alternano (BJP e Congress), ma essi necessitano di essere coalizzati con i partiti locali che, quindi, portano un’influenza federale e molto differenziata nel parlamento. Ciò comunque non è sempre stato caratteristico dell’India, che fino agli anni 1970 è stata dominata dal partito Congress di Nehru e Indira Gandhi. È, però, proprio attraverso la figura della Gandhi che si possono apprezzare le garanzie costituzionali indiane: la vita politica della figlia di Nehru venne interrotta per la prima volta – a seguito della sua decisione di dichiarare lo stato di emergenza – proprio dalle libere elezioni. Tutto ciò sarebbe stato impossibile in Cina. Se è vero che la democrazia indiana, la quale comunque non è libera dal fardello della corruzione ma è comunque una democrazia, ha reso possibile l’espansione del pensiero liberale già caro a Nehru e l’alternanza al governo oltre che la crescente decentralizzazione, essa ha paradossalmente impedito alcune tendenze utili, tipiche della Cina: la continuità estrema dell’unica classe politica dominante, la conseguente possibilità di sfruttare appieno la straordinaria lungimiranza dei leader, la possibilità di sacrificare massicciamente diverse aree geografiche e le connesse popolazioni per concentrare il massimo delle risorse nelle zone più significative in termini di potenziale e la metodologia libera da particolari impedimenti nella gestione delle minoranze, soprattutto per ciò che riguarda quelle più destabilizzanti per l’unità cinese.
È difficile immaginare che eventi come quelli della Rivoluzione Culturale, di Piazza Tienanmen, oltre alle azioni attuate nei confronti della popolazione turcofona degli uiguri nello Xinjiang, o della classe politica e spirituale tibetana (emigrata proprio in India, da Lhasa a Dharamsala, nell’Himachal Pradesh), abbiano potuto portare alle stesse conseguenze in India. Se è pur vero che la politica di apertura – riprendendo il concetto di Politica della Porta Aperta in una concezione diversa da quella attribuitagli a seguito delle Guerre dell’Oppio – assunta da Deng – il quale ha trasformato la Cina in un sistema socialista a capitalismo controllato dallo Stato e ha fatto tutto ciò esclusivamente da posizione di potere, senza alcuna rivoluzione interna, liberalizzando e privatizzando parte del mercato ma mantenendo costantemente il totale controllo – è stata il volano decisivo per lo sviluppo straordinario della Cina, assolutamente indispensabile per suo radicale cambiamento culturale e nella concezione del proprio ruolo mondiale; è altrettanto vero che tutto ciò non è stato esente da un importante prezzo da pagare – anche se è chiaro che le differenze costituzionali tra Cina e India sono largamente legate alle loro tradizioni e alla loro storia e, per questo, appare difficile e, soprattutto, inutile fare valutazioni da uno punto di vista morale. Si pensi all’istituzione di entità specifiche disciplinate dalla stessa Costituzione, ovvero le zone economiche speciali (aree che hanno portato gli IDE in Cina) o la costruzione di grandi reti infrastrutturali con lo sviluppo di città cosmopolite e sullo stile delle metropoli occidentali, come Shanghai: sarebbero state possibili senza sacrificare le popolazioni rimaste isolate dell’entroterra, come la Mongolia Cinese? Inoltre, proprio a Deng si deve il rapido mutamento delle competenze professionali del mondo del lavoro cinese e del progresso tecnologico in generale, il quale sarebbe stato difficile, almeno con questa rapidità, senza una continuità indiscriminata nella leadership e il rimpiazzo di grandi altri settori produttivi più tradizionali. Altro esempio è la politica estera della Cina, oggi più che mai ambiziosa, anche se – caratteristica tipicamente cinese – di basso profilo: essa è frutto sì della direzione del partito, ma anche della volontà di un Leader, quello attuale, che tende ad accentrare i poteri in modo ancora maggiore rispetto al passato di Deng, Zemin e Hu Jintao e ritorna, sotto questo punto di vista, all’esperienza maoista.
Ovviamente questo testo ha l’unica ambizione di porre in rilievo una possibile discriminante, peraltro in linea molto generale, tra l’evoluzione dei due paesi più “promettenti” del XXI secolo: esso è lungi dall’essere un’analisi approfondita e tantomeno ambisce a definire una soluzione univoca. Le differenze tra i due paesi sono innumerevoli, a partire dalla burocrazia dello stato fino alle religioni presenti e ai sistemi di divisione interni (si pensi al sistema delle caste ecc).
Peraltro è necessario sottolineare come il futuro sia del tutto incerto. È certamente vero che la distanza tra Cina e India rimane considerevole: l’economia cinese è il quintuplo, in termini reali, di quella indiana e alcuni indicatori importanti sono largamente a favore della Cina, come il tasso di analfabetismo (5% contro 30%), oltre alle infrastrutture in generale, i servizi igienici ecc. Nonostante questo, però, è utile evidenziare che, oltre al fatto che il trend demografico è favorevole all’India, può sorgere un quesito interessante: quanto potrà ancora durare il regime cinese? Per quanto sia impossibile rispondere a questa domanda, molti analisti sottolineano come a certi livelli di crescita economica sia inevitabile una transizione democratica. Ciò, comunque, non è affatto scontato ma certo è che, sin dal 1989, la classe dirigente cinese non vive periodi di grande tranquillità essendo conscia del sentimenti latenti all’interno di una popolazione in continua, seppur leggermente declinante, crescita economica.
Regioni d’Europa in subbuglio: il federalismo si imporrà.
Una delle più apprezzabili caratteristiche di un’idea, di un progetto o di un’analisi è senza alcun dubbio la sua lungimiranza, la sua capacità di imporsi e perpetuarsi in un lasso di tempo che non si limiti al periodo in cui essa venga esposta. Per questo motivo Gianfranco Miglio merita di essere considerato uno dei più grandi giuristi e politologi italiani del ‘900. La sua capacità di prevedere, alla fine della Guerra Fredda, che l’idea di Stato tradizionale sarebbe stata soppiantata dall’emergere di particolarismi in grado di minacciare l’assetto dello stesso, dovrebbe eliminare lo stupore che colpisce tutti noi quando ascoltiamo le notizie riguardanti la “divergenza di vedute” – se così la si vuole chiamare – tra il governo spagnolo e la Catalogna.
A partire dal 1989, infatti, ogni angolo del mondo ha conosciuto queste spinte autonomiste (o secessioniste) e il caso catalano giunge solo dopo quello scozzese, bavarese, basco, “padano” e via discorrendo. Questa lucida previsione di cosa avrebbe portato la fine del mondo bipolare – così come era inteso prima della dissoluzione dell’Urss – spinse l’ex preside della Facoltà di Scienze politiche presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano a sostenere la fine di una visione dello Stato come entità immutabile e la necessità per esso di modificare il suo assetto, al fine di assecondare tali cambiamenti, tramite un patto che ripartisca la sovranità fra due centri di potere, disegnando una struttura federale e mettendo in panchina la supremazia della politica. Quest’ultima caratterizza gli Stati non propriamente federali, quali ad esempio la Spagna stessa, il cui autonomismo differenziato permette al governo centrale e alle dinamiche politiche di prevaricare gli interessi delle comunità autonome stesse. D’altro canto, invece, negli Stati Uniti d’America (forse l’unico vero Stato federale esistente) la sovranità è divisa ed ogni Stato ha la capacità di imporre propri tributi. A differenza di quanto avviene in Spagna, però, il progetto di federalismo fiscale è la conseguenza dell’impianto costituzionale, non una concessione politica del governo centrale attuata mediante una legge organica, la quale può prontamente essere modificata o ritirata dallo stesso in nome dell’unità nazionale.
Inoltre, i cambiamenti che stanno intercorrendo a livello politico – e più in generale a livello globale – vanno tutti nella direzione di un bisogno di assecondare tali particolarismi. Dopo tutto, il partito non è più un produttore di ideologie, ma solo un propositore di figure che possano conciliarsi con la visione di leader che l’elettore vorrebbe. La globalizzazione ha sminuito il ruolo dei parlamenti nazionali, sempre più scavalcati da altri attori nei processi decisionali, e ha distrutto l’antica visione di confine inteso come recinto in grado di contenere un’etnia. Cambiamenti radicali che stravolgeranno i paesi europei, i quali dovranno trarre spunto dall’ esperienza americana, che invece è da sempre stata contraddistinta da tali elementi. Per questo motivo gli Stati devono comprendere il proliferare di queste ricerche di autonomia e cercare di indirizzarle in canali istituzionali, anticipando eventuali problemi come quello catalano – infatti Proudhon definiva il federalismo come un valido “placatore di masse”, in quanto in grado di armare la parte con la forza del tutto contro l’abuso del suo potere -, tramite una revisione del proprio assetto, da unitario a federale, garantendo una maggiore vicinanza tra il centro di potere e la popolazione, in rispetto del sacrosanto principio “no taxation without representation”, che in questo caso si può modificare in: “no taxation without a close representation”. Ecco perché l’Europa degli Stati Nazionali deve trasformarsi nell’Europa delle Macro-regioni, le quali dovranno essere disegnate sulla base di caratteristiche economiche e territoriali omogenee.
Per quanto riguarda l’Italia, il 22 ottobre potrebbe essere una data in grado di portare ad un (ri)inizio di tale procedimento: gli elettori di Lombardia e Veneto voteranno – legittimando i propri governi regionali a trattare con lo Stato – per una richiesta di maggiore autonomia (un trasferimento di competenze dalla sfera statale a quella regionale), da sancire mediante una legge approvata dalle due camere. E’ vero, come ho precedentemente affermato non basta: non basta il trasferimento di competenze per l’acquisizione della possibilità di dotarsi di una propria sovranità tributaria, non basta per giungere ad una rivoluzione dell’assetto statale. Ma i “non basta” sono solo l’inizio di un cambiamento, di un radicale mutamento all’interno del pensare collettivo. D’altronde, come affermava Miglio, “il federalismo si imporrà per forza delle cose”.
L’Asino di Buridano: liberali per essere liberi.
Il celebre apologo del filosofo Giovanni Buridano ha come protagonista un asino, il quale, stanco, assetato e affamato, si trova di fronte a due mucchi di fieno, della medesima qualità e quantità, ciascuno posizionato dinnanzi al proprio secchio d’acqua. L’asino, non sapendo da quale dei due mucchi e secchi iniziare a sfamarsi e dissetarsi, muore di stenti. L’analisi del filosofo francese verte sul fatto che l’intelletto sia sempre in grado di suggerire agli uomini la scelta migliore da prendere a fronte di diverse alternative e se, per assurdo, tale scelta dovesse essere costituita da due elementi perfettamente uguali, la volontà umana rimarrebbe paralizzata, a meno che si decida di non scegliere.
Se si effettua una trasposizione in chiave politica della vicenda poc’anzi narrata, l’asino di Buridano incarna perfettamente la figura dell’elettore moderno, che si sente tradito da una classe politica in cui non si riconosce più e da cui, da troppo tempo, non riceve risposte, circondato da miriadi di mucchi di fieno, ciascuno portatore di un diverso vessillo o colore politico ma, come i covoni dell’asino, nel complesso perfettamente identici nella loro incapacità di difendere valori e ideali di cui sono solo pseudo difensori, e nel loro patetico tentativo di realizzare progetti concreti con cui risollevare le sorti del Paese. Fortunatamente, come direbbe Leibniz, in natura non esistono realtà identiche come accade invece in matematica, pertanto, l’elettore, a differenza dell’asino, avrà sempre la possibilità di scegliere, sia che la scelta riguardi un partito in particolare, una corrente di pensiero o un’ideologia, fermo restando che è sempre possibile optare per la terza via, quella dell’astensionismo, la morte della politica per eccellenza.
Del resto pare proprio quest’ultima la scelta più quotata negli ultimi anni, e invero come dare torto all’elettorato, perennemente alle prese con forze politiche che quotidianamente svelano la loro natura vacua e inconsistente, sia a destra sia a sinistra dello schieramento, senza tralasciare quanti si arrogano il diritto di definirsi gli unici veri interpreti del concetto di antisistema nonché garanti dell’onestà e della trasparenza. Tutto questo si aggiunge ad una crisi dello stato moderno, già analizzata da Gianfranco Miglio nel 1999 nel suo libro intitolato – non a caso – “L’asino di Buridano. Gli italiani alle prese con l’ultima occasione di cambiare il loro destino”. In questa sua opera, Miglio illustrava le numerose problematiche che lo stato avrebbe dovuto fronteggiare in futuro, specie nel garantire servizi efficienti alla popolazione. Il trattato di Miglio offre pertanto una nuova chiave di interpretazione politica dell’omonimo apologo dell’asino, che potrebbe essere così rivisitata: un elettore si trova di fronte a due scelte: da un lato partiti o movimenti in cui non si riconosce e in cui non ripone più alcuna fiducia, dall’altro la crisi dello stato moderno. Non sapendo cosa scegliere, non sceglie e a morire è l’idea stessa di politica.
Consci di queste problematiche e desiderosi di proporre la nostra visione ideologica in ambito politico, economico e culturale, ci siamo dati questo nome – il motivo appare ora evidente – con l’obiettivo principe di restituire allo scenario politico la visibilità e la credibilità che merita, dal momento che il termine politica, dal greco politikè, si riferisce alla pόlis, la città stato, nonché la comunità in cui gli uomini si organizzano e regolano la propria vita. Pertanto non è comprensibile una vita vissuta lontano dalla politica.
Sono quattro le parole che racchiudono la nostra visione e i principi a cui ci ispiriamo: liberalismo, liberismo, europeismo e federalismo.
Liberalismo, il che significa, innanzitutto, difesa della proprietà privata e dei beni in possesso dell’individuo. John Locke, padre dell’empirismo e del pensiero liberale, definisce la proprietà privata come il diritto supremo tra i diritti naturali e afferma che il potere politico non può diminuire né sottrarre la proprietà privata dei cittadini. A sostegno di questa tesi Locke rammenta che nella Bibbia si parla di come Dio abbia creato la terra come risorsa a disposizione dell’uomo, ed egli, mescolando il proprio lavoro alla materia da lui stesso lavorata, ottiene così la proprietà privata, un bene di sua unica proprietà, ed essa è un diritto inviolabile. Considerato però il livello attuale di tassazione, pare che lo stato abbia leso in modo spropositato tale diritto, impedendo all’individuo di godere e disporre dei beni in suo possesso, dimenticandosi forse che la sua stessa esistenza si esplica nella difesa e nella tutela dei diritti degli individui, e non nella loro continua lesione. Il liberalismo, poi, come riscoperta dell’individuo, dei suoi diritti e della sua indipendenza, in opposizione allo strapotere collettivo per antonomasia, lo stato: uno stato paternalista ed eccessivamente interventista, specie in ambito economico. “Il governo migliore è quello che governa di meno” diceva nel XVIII secolo Thomas Jefferson, che nel lontano 4 luglio 1776 fece la storia degli Stati Uniti d’America con la Dichiarazione d’Indipendenza dalla Gran Bretagna, documento ricco di principi liberali.
Liberismo, ovvero il liberalismo applicato all’economia. Alla base della logica liberista vi è la convinzione che per dedurre le leggi economiche più corrette sia sufficiente indagare l’azione dei singoli, la cui sommatoria dà origine alla società. Questo perché le azioni dei singoli individui, che si muovono nell’ottica della realizzazione della massima aspirazione personale, contribuiscono automaticamente e involontariamente al benessere dell’intera società, come spiegato da Adam Smith nella famosa metafora della mano invisibile. Perciò, lo stato deve restringere il proprio margine d’azione e garantire con norme giuridiche lo sviluppo della libera concorrenza e del libero mercato, limitandosi ai bisogni della collettività che i singoli non possono risolvere in piena autonomia.
Europeismo, per un’Europa veramente unita, per l’unione dei popoli d’Europa sotto il profilo politico e non solo economico, col pensiero rivolto al grande sogno degli Stati Uniti d’Europa, federazione di macroregioni che porrà fine alla sovranità dei singoli stati e alla crisi dello stato moderno.
Federalismo, sia in ambito europeo, sia, nel breve periodo, a livello nazionale. Per un duplice assetto di potere che preveda due livelli di governo, con competenze autonome e distinte, e più potere alle regioni nell’ambito dell’auto governo, a scapito dello stato centrale. Federalismo che, ovviamente, sia anche fiscale, per un sistema decentrato di riscossione delle imposte, affinché siano direttamente gli enti locali a poter gestire le entrate per conto dello stato centrale, a cui deve essere versata una percentuale, purché sia ragionevole.
Questa è la nostra visione, che avremo modo di approfondire nel corso del tempo. Questo è il nostro sogno, la nostra più alta aspirazione: un’Europa unita costruita sulla base del federalismo, del liberismo e del liberalismo, quello stesso liberalismo che ha tanto contribuito a fare del Vecchio Continente la culla dei più alti valori e ideali che l’umanità abbia mai conosciuto. Questo è stata l’Europa. Possa essa tornare a difenderli e a diffonderli.