Un governo che fa male all’economia.

Un governo che fa male all'economiaÈ vero, i numeri non sempre ci dicono tutto. Però è altrettanto vero che ciò che i numeri ci dicono non può essere ignorato, poiché sono dotati di una loro forza e di una loro inopinabilità che ci permette di usarli – e dopotutto questa è la mission de L’Asino di Buridano – per fissare dei punti fermi utili per orientarsi nello scenario politico.
E in questo contesto, i numeri parlano chiaramente: il governo giallo-verde è dannoso per l’economia italiana.
Partiamo innanzitutto dalla notizia che ha tenuto banco nelle ultime settimane, ossia le decisioni della maggioranza in merito al deficit di bilancio: secondo le previsioni dell’ultimo Documento di Economia e Finanza approvato, il disavanzo pubblico italiano (cioè la differenza tra le uscite e le entrate) avrebbe dovuto essere l’1,6% del PIL nel 2018, lo 0,8% nel 2019 per poi arrivare al pareggio di bilancio nel 2020; il Governo Conte ha però deciso, nonostante le resistenze del Ministro Tria e dei tecnici del Ministero dell’Economia, di portare il deficit al 2,4% del PIL. Ciò significa, in termini strutturali (che poi sono quelli che veramente più contano per il Patto di Stabilità), un peggioramento dello 0,7%, quando l’Italia si era formalmente impegnata per un miglioramento dello 0,7%: stiamo parlando, quindi, di uno scostamento dagli obiettivi di quasi un punto e mezzo. Abbiamo già avuto modo di spiegare brevemente cosa ciò significhi qui: più deficit e più debito non sono altro che una manovra per acquistare il consenso degli elettori scaricandone il costo sulle future generazioni; il che è ancora più grave se guardiamo ciò che tale deficit andrà a finanziare, ossia misure (come il superamento della Fornero, la pensione di cittadinanza, la pace fiscale, ecc) che riguardano prevalentemente i più anziani. È ormai palese la necessità di una sorta di “rivolta generazionale”, di una presa di posizione forte da parte di quella fascia di popolazione (gli under 35) che, nonostante abbiano una probabilità doppia rispetto agli over 65 di finire in condizioni di povertà assoluta, viene sistematicamente ignorata se non addirittura penalizzata dalle scelte di politica economica di questo governo.
Quest’ultima decisione sul deficit, sommata alle tante altre esternazioni e minacce da parte di esponenti di punta della maggioranza di governo (basti pensare al Piano B per l’uscita dall’euro del Ministro Savona o alla proposta per la cancellazione del debito italiano detenuto dalla BCE fatta dal responsabile economico della Lega Claudio Borghi e contenuta nella prima bozza del Contratto di Governo), ha anche un impatto immediato e direttamente percepibile: l’aumento del tanto famigerato spread. Tale indicatore, che misura il differenziale di rendimento tra BTP a 10 anni e Bund tedeschi con la stessa scadenza e che si può considerare come una buona proxy di come i mercati percepiscono l’affidabilità del nostro Paese, è passato dai 122 punti base del 1 aprile ai 285 della chiusura della settimana passata. La tabella qua sotto, che confronta i tassi a 2 e a 10 anni pagati da Italia, Germania, Spagna e Portogallo ci dice che, mentre per tutti gli altri Paesi si è registrato un fisiologico incremento dovuto all’acutizzarsi del “rischio Europa”, l’Italia ha visto raddoppiare il rendimento del BTP decennale, mentre quello a scadenza due anni è passato dal territorio negativo (ossia gli investitori pagavano il nostro Paese per poterci prestare denaro) a quello positivo.
RENDIMENTIPreoccupa ancor di più notare che i rendimenti offerti dai titoli italiani sono più alti di quelli del Portogallo, nonostante quest’ultimo abbia un rating creditizio peggiore: probabilmente i mercati già scontano un futuro declassamento dell’Italia, che potrebbe concretizzarsi già questo mese. È il caso di ricordare che attualmente il nostro Paese è solo due gradini sopra il livello junk (spazzatura), che se raggiunto impedirebbe alla BCE di acquistare i BTP nell’ambito del Quantitative Easing e di accettarli come collaterale nelle operazioni di finanziamento delle banche: un vero e proprio cataclisma per il nostro sistema finanziario.
Anche la borsa in questi mesi non ha avuto vita facile: mentre il DAX di Francoforte e l’IBEX di Madrid hanno perso da maggio ad oggi rispettivamente circa il 5% e l’8%, il FTSE MIB di Milano ha bruciato oltre il 16% della sua capitalizzazione, appesantito dai bancari calati anche di oltre il 25%.
Maggio e giugno sono stati poi i mesi della grande fuga di capitali dall’Italia: la Banca d’Italia ha registrato importanti flussi di uscita negli investimenti di portafoglio, diminutivi complessivamente di 75 miliardi di euro; tale risultato è frutto in particolare della vendita di circa 58 miliardi di titoli di stato italiani. A ciò si aggiunga che alla fine di settembre BofA Merrill Lynch ha diffuso i risultati di un sondaggio globale tra gestori di fondi in cui 20% degli intervistati dichiarava l’intenzione di voler diminuire gli investimenti in Italia.
Si può inoltre dare una veloce carrellata di dati riguardanti luglio: l’Ocse ha abbassato le aspettative per la crescita del PIL italiano nel 2018, che passa da +1,4% a +1,2%; le richieste di disoccupazione sono cresciute del 9,4% rispetto al 2017; i nuovi ordinativi industriali sono scesi del 2,3%; le esportazioni sono calate del 2,6%; la produzione industriale si è ridotta del 1,8%. Ad agosto, poi, il clima di fiducia dei consumatori è sceso dal 116,2 del mese precedente a 115,2 e lo stesso si può dire del clima di fiducia delle imprese (passato da 105,3 a 103,8).
Insomma, i numeri, per quanto freddi e a volte noiosi, dipingono un quadro preoccupante e che non può essere ignorato: questo governo fa male all’economia e servirebbe come il pane un’opposizione che, su questo tema più che su molti altri, sapesse fare il suo mestiere.

Qualche considerazione su Nigeria ed Eritrea.

Qualche considerazione su nigeria ed eritreaUno dei più diffusi luoghi comuni sul fenomeno dell’immigrazione riguarda il numero di richiedenti asilo a cui viene riconosciuto effettivamente il diritto a restare sul suolo italiano. Ce ne siamo già in parte occupati qui, analizzando i numeri del Ministero dell’Interno. Ora vogliamo fare qualche breve considerazione in merito alla situazione attuale in due Paesi africani, la Nigeria e l’Eritrea, i cui cittadini, secondo la vulgata del governo grillo-leghista, non scapperebbero da alcuna guerra e dunque sarebbero unicamente migranti economici irregolari.
Innanzitutto, i dati ufficiali sull’immigrazione da quei Paesi: secondo i dati del Viminale sui richiedenti asilo per nazionalità, i nigeriani sono il gruppo più numeroso per arrivi in Italia nel 2017; gli eritrei, invece, l’anno scorso erano al decimo posto, ma bisogna sottolineare che i loro arrivi sono aumentati, tra giugno e luglio 2018, del 137%.
Detto ciò, ora dobbiamo chiederci: qual è la reale situazione in Nigeria ed Eritrea? È vero, come affermano i mezzi della propaganda filo-governativa, che non ci sono basi per affermare che da quei Paesi si scappi a causa della guerra?
Come racconta Matteo Matzuzzi su Il Foglio del 6/7/2018, secondo un rapporto pubblicato dalla Società internazionale per le libertà civili e lo stato di diritto, in tre anni in Nigeria sono stati assassinati ben 16.000 cristiani. Il Paese, come molti sapranno, è da diverso tempo tormentato dal gruppo terroristico Boko Haram, ma quello non è l’unico fronte di tensione. Si moltiplicano, infatti, i massacri perpetrati dai pastori fulani musulmani, tanto che la Conferenza episcopale nigeriana si è spinta fino a parlare di genocidio in stile Ruanda e di una chiara agenda di islamizzazione della Middle Belt nigeriana che avrebbe nel governo il suo principale ispiratore: «Non si può più considerare una mera coincidenza il fatto che i perpetratori di questi crimini odiosi siano della stessa religione di coloro che controllano gli apparati di sicurezza, incluso lo stesso presidente. Le parole non bastano per convincere il resto della cittadinanza che i massacri non facciano parte di un progetto religioso più ampio».
Per quanto riguarda la situazione eritrea, c’è da registrare il commento entusiasta del Ministro Salvini in merito all’apparente pace raggiunta tra il primo ministro etiope Ahmed e il presidente eritreo Afewerki: tale evento, secondo il leader leghista, porrebbe fine alla ventennale guerra tra i due Paesi e sottrarrebbe ai loro cittadini ogni valido motivo per fuggire. Peccato che la realtà sia un’altra: l’Eritrea è tra i dodici peggiori Paesi del mondo (“Worst of the worst”) nel rapporto 2018 di Freedom House e Afewerki l’ha trasformata in quella che molti definiscono la Corea del Nord africana, con una capillare e sistematica repressione del dissenso e senza farsi mancare l’appoggio ai guerriglieri islamisti di al-Shabaab. Un vero e proprio regno del terrore creato attraverso abusi sulla popolazione che potrebbero configurarsi come crimini contro l’umanità. Sicuramente il buon Salvini potrebbe spiegarci, “da padre”, se è un posto in cui manderebbe volentieri qualcuno a vivere.

La strategia della euro-tensione.

La strategia della euro-tensioneFin dalla nascita del governo giallo-verde, numerosi commentatori hanno evidenziato le numerose incongruenze e le possibili linee di divergenza all’interno della maggioranza. Al vicepresidente di due vicepresidenti – per usare un’efficace definizione di Vittorio Sgarbi – Giuseppe Conte veniva affidato il delicato incarico di tenere insieme istanze potenzialmente conflittuali: le teorie da decrescita felice con le esigenze del Nord produttivo, il movimentismo “de sinistra” alla Di Battista con la propaganda della paura di Salvini, il reddito di cittadinanza con la Flat Tax, e tutti gli altri punti programmatici che spingevano Roberto Fico a dichiarare che la Lega e il Movimento 5 Stelle sono «geneticamente diversi».
Il vero collante della compagine di governo, il sentimento a cui fare ricorso ogni qualvolta sia necessario appianare i conflitti, è uno solo: l’anti-europeismo, o più in generale quel sistematico fastidio nei confronti dei «vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali» che, è bene ricordarlo ai difensori della Costituzione a targhe alterne, sono codificati dall’art. 117 della nostra Carta fondamentale.
Il 22 agosto di quest’anno, in piena “crisi Diciotti”, il Presidente della Camera Roberto Fico, esponente di punta dell’ala movimentista dei Cinque Stelle, scriveva su Twitter: «La giusta contrattazione con i Paesi dell’Unione Europea può continuare senza alcun problema, adesso però le 177 persone – tra cui minori non accompagnati – devono poter sbarcare». Una linea, quella di Fico, totalmente in contraddizione con quella dell’alleato di governo Matteo Salvini. Come fare, dunque, per superare una tale divergenza apparentemente inconciliabile e ritrovare compattezza? Semplice: spostare l’attenzione altrove. E su chi? Altrettanto semplice: sul nemico numero uno, l’Unione Europea. Sono degli stessi giorni, infatti, da un lato le minacce del vicepremier Di Maio di sospendere i finanziamenti all’UE, dall’altro il piagnisteo di Salvini corroborato dalla solita retorica del “ci hanno lasciati soli” (che, peraltro, abbiamo già avuto modo di smentire qui). Con poche dichiarazioni, l’attenzione dell’elettorato era già altrove, l’indignazione canalizzata verso Bruxelles e la maggioranza ricompattata sotto le insegne del sovranismo straccione.
Pochi giorni prima, il 17 di agosto, a Genova si era verificata la tragedia del crollo del Ponte Morandi. L’irruenza dilettantesca del Movimento 5 Stelle portò, in poche ore, a individuare e gettare alla gogna il presunto colpevole (Autostrade per l’Italia) e a presentare la soluzione perfetta: la nazionalizzazione. Tutti d’accordo? Nemmeno per sogno: «La statalizzazione delle autostrade, con le regole che abbiamo oggi, sarebbe un suicidio, un bagno di sangue. E d’altra parte perché si sia privatizzato, ce lo ricordiamo tutti: le società pubbliche erano diventate un ricettacolo di malaffare ed erano economicamente un colabrodo. Se si vuol tornare a quei tempi lì, si deve essere chiari con i cittadini: si torna all’epoca in cui si pensava un ponte e per farlo ci volevano vent’anni». Così dichiarò, a stretto giro, Luca Zaia, governatore leghista del Veneto. Anche in questo caso, però, la strategia adottata fu la stessa: che senso avrebbero, in caso contrario, le grida di dolore contro “l’austerità che uccide” subito lanciate, a volte in maniera criptica, da diversi esponenti della maggioranza come il senatore Bagnai? Stesso discorso per la dichiarazione del Ministro Salvini: «Viene prima il diritto alla sicurezza dei cittadini italiani o il rispetto dei vincoli europei? Per me, molto prima dello zero virgola dettato dall’Unione europea».
Questi due semplici esempi servono per delineare i contorni di una vera e propria strategia della euro-tensione portata avanti in maniera sistematica e coordinata. L’individuazione di un nemico esterno (l’Unione Europea o, più in generale, la comunità internazionale), infatti, consente di canalizzare la rabbia dell’opinione pubblica al di fuori dei confini nazionali, di compattare il “popolo” contro una sorta di invasore esterno da combattere e di far credere che l’origine dei problemi italici non sia un male endogeno bensì esogeno e che quindi non serva alcun sacrifico per combatterlo: basta un vaffanculo.

Il fardello del debito.

Il fardello del debito.PNGL’espressione debito pubblico è ormai entrata nelle nostre vite quotidiane: la leggiamo sui giornali, la sentiamo in televisione e magari ne parliamo anche al bar. Ne siamo talmente assuefatti che tendiamo a dimenticarci due importanti elementi di qualunque fenomeno: le cause e gli effetti.
Scrive Sergio Romano in “Guerre, debiti e democrazia” (Laterza, 2017): «I debiti contratti in tempo di pace con banche o Paesi stranieri vengono spesso negoziati per pagare debiti precedenti e quando il debito dello Stato con i propri cittadini non basta a sostenere la spesa pubblica. In alcuni casi possono essere giustificati da eventi imprevisti, come per l’appunto l’aumento del prezzo degli idrocarburi dopo la guerra del Kippur o una crisi della finanza internazionale. Ma in molti casi sono il risultato di una democrazia che è diventata nelle ultime generazioni sempre più costosa e potenzialmente corrotta. Le elezioni sono una gara di promesse. Partiti e candidati chiedono voti in cambio di un “futuro migliore”; e l’agenda delle promesse si è andata progressivamente caricando, nella seconda metà del secolo scorso, di impegni sempre più onerosi: sanità, pensioni, sussidi di disoccupazione, reddito di cittadinanza, detrazioni fiscali per particolari categorie di cittadini. Le aspettative di un tempo sono diventate diritti, indipendentemente dalle disponibilità del bilancio. Fatte a tutta prima in un clima di relativa prosperità e di aspettative crescenti, le promesse sono diventate sempre più numerose e difficili da mantenere. Ma le regole della democrazia esigono che il potere venga sanzionato dal voto degli elettori e la classe politica ha imparato a trasferire le responsabilità delle proprie decisioni sulle spalle della generazione seguente. Sono queste in buona parte le ragioni per cui il debito pubblico di alcuni Paesi europei, fra cui l’Italia, è andato progressivamente crescendo». Insomma: il debito pubblico come strumento per acquistare il consenso, trasferendone il costo sui cittadini di domani.
Decisamente più controversa e dibattuta è la questione degli effetti. Assistiamo quotidianamente ad un dibattito che coinvolge politici, economisti, giornalisti e commentatori vari, i quali si dividono tra chi ritiene il debito pubblico il male assoluto e chi, invece, la panacea per molti dei problemi italici. Tale dibattito non è certo un fenomeno recente, e come sottolinea Leonida Tedoldi in “Il conto degli errori. Stato e debito pubblico in Italia” (Laterza, 2015) sulla questione ci si divideva già nel Settecento: mentre Alexander Hamilton credeva che il debito fosse una benedizione e un potente cemento per la nazione e che la tassazione per il pagamento degli interessi potesse essere un forte stimolo all’industria, David Hume riteneva fosse un elemento potenzialmente devastante per la nazione poiché consegnava il Paese ad un ceto di finanziari anteponendo l’interesse dei creditori a quello della popolazione.
Lungi da noi l’addentrarci in questioni filosofiche e di principio, vogliamo concentrare la nostra attenzione su qualcosa di innegabile: i numeri e i fatti. E intendiamo farlo traendo qualche lezione dal caso del Giappone. La scelta non è certo casuale: i sovranisti nostrani tendono spesso a presentarcelo come il Paese del bengodi, nonostante un rapporto Debito/Pil superiore al 250%, sostenendo per induzione che basta possedere sovranità monetaria per poter accumulare tutto il debito che si vuole senza alcuna conseguenza.
Ma è proprio così? Ovviamente no. Il Giappone reale è molto diverso da quello della narrazione sovranista e per capirlo facciamo ora riferimento a tre dati importantissimi:

  • Il livello di tassazione: secondo Spectator Index, in Giappone il Personal Income Tax Rate è del 56%, il secondo più alto al mondo preceduto solo dalla Svezia. Per fare un paragone, in Italia, dove giustamente accusiamo lo Stato di imporci una pressione fiscale talmente elevata da assumere i contorni di un vero esproprio, è del 43%;
  • L’età pensionabile: quante volte abbiamo sentito qualche nostro concittadino lamentarsi della Fornero e dell’aumento dell’età pensionabile? I dati OCSE ci dicono che, mentre in Italia l’età di pensionamento effettivo è circa 63 anni, in Giappone è intorno ai 70;
  • La crescita del PIL: il tasso di crescita aritmetico medio annuo del Giappone dal 2009 al 2016 è stato dello 0,69%. Una miseria, nonostante nello stesso periodo il deficit sia stato in media del 7,33%. Ma c’è di più: il grafico qui sotto (per il quale si ringrazia e si consiglia di seguire su Twitter il @SignorErnesto) ci mostra la serie storica del debito e del PIL reale in Germania e in Giappone. Ebbene, è interessante notare una cosa: nel momento in cui il grafico del debito inizia a divaricarsi – aumentando molto di più in Giappone rispetto che in Germania – anche quello del PIL si divarica, ma in direzione opposta – i tedeschi iniziano a crescere molto più dei nipponici.

DEBITO E PIL IN GERMANIA E GIAPPONE - FRED

Cosa ci insegnano, dunque, queste piccole lezioni dal caso giapponese? Semplice: che il debito pubblico è un fardello. Il fatto che uno Stato abbia una sua moneta forte – e bisogna sottolineare la parola forte: non stiamo parlando della liretta da svalutare – forse consente una maggiore sostenibilità di debiti pubblici elevati, ma non cambia il fatto che il debito pubblico sia un peso che si scarica sui cittadini e sulla crescita.

Verso le Midterm Elections.

Verso le Midterm ElectionsLe elezioni di medio termine negli USA rappresentano un momento di straordinaria importanza da un punto di vista politico. Esse comportano un aggiornamento completo della Camera dei Rappresentanti e di un terzo del Senato.
Tra due mesi i Democratici dovranno strappare 23 deputati e 3 senatori ai repubblicani per sovvertire le maggioranze, senza ovviamente perderne. In realtà, da un punto di vista quantitativo, i liberal partono sfavoriti nella camera alta, in quanto dei 33 (su 100) seggi al ballottaggio ne dovranno difendere ben 24 per poi conquistarne almeno 3 dei 9 seggi rossi disponibili. Non solo, secondo un’analisi del New York Times, di questi nove seggi solo uno è veramente a rischio in quanto all’interno di uno stato tradizionalmente democratico, mentre dei 24 seggi democratici ben 4 dovranno essere difesi in terreni storicamente ostili.
Paradossalmente il ribaltone appare più credibile alla Camera, nonostante i seggi da recuperare siano molti di più: seguendo gli studi di The Cook Political Report, mentre 183 sono solid Democratic seats e 148 solid Republican seats, ben 67 seggi sono in bilico: di questi, 10 sarebbero likely Democratic e 27 invece likely Republican, i restanti trenta sono definiti toss-up, ovvero si ritiene che i due partiti abbiamo la stessa probabilità di conquistarli.
Fatta questa necessaria premessa, è doveroso capire come arrivano i due partiti alle Midterms.
Il Gop (Grand Old Party, ossia il Partito Repubblicano) ha il suo maggiore punto di forza nella solida ripresa economica statunitense, rivendicata spesso da Trump, a ragione o a torto, facendo riferimento alle misure comportanti il drastico taglio delle tasse; tutto ciò sommato ovviamente ai temi che già furono efficaci durante la campagna elettorale del 2016, su tutti l’immigrazione ma non solo. Di contro, però, è la figura stessa del presidente a destare le maggiori preoccupazioni: già divisiva alle elezioni del 2016, essa è stata ulteriormente resa controversa e, soprattutto, imprevedibile dagli innumerevoli eventi mediatici di questi due anni, dalle indagini del procuratore speciale Mueller alla notizia più recente dell’anonimo Op-Ed del NYT che ammette l’esistenza di una “resistence” all’interno dell’amministrazione stessa. Anche il fatto che il senatore texano Ted Cruz risulti in gravissima difficoltà nel mantenimento del seggio ha portato Mick Mulvaney e Ronna McDaniel, figure di spessore nel Partito Repubblicano, ad esprimere preoccupazioni per le elezioni che si terranno fra due mesi.
Il Partito Democratico, invece, risulta di difficile valutazione in quanto si trova in una fase che può essere definita di transizione. Nella confusione e frammentazione generale si possono però evidenziare alcuni trend. Anzitutto, a giudicare dai soggetti che hanno prevalso nelle primarie, gli elettori stanno puntando su candidati giovani, eterogenei e decisamente liberal. E’ in corso una sorta di polarizzazione nel confronto con il Gop: candidato emblematico di questa fase è la 29enne Ocasio-Cortez, in corsa per un seggio alla Camera nello Stato di New York. Lei, così come altre nuove figure all’interno del Partito, avanzano proposte molto forti: come l’abolizione del U.S. Immigration and Customs Enforcement (ICE), l’assicurazione sanitaria pubblica a costo fisso e l’impeachment a Trump.
L’energia e l’entusiasmo non bastano però ad oscurare le forti debolezze interne e le evidenti contraddizioni. Anzitutto esiste un gap economico importante tra il Democratic National Commette e il Republican National Commette (116 milioni contro 247) che potrebbe ulteriormente acuirsi determinando pesanti ripercussioni sulle campagne elettorale. Inoltre, secondo i Repubblicani, i liberal non avrebbero un vero e proprio cavallo di battaglia ma sarebbero anarchicamente uniti unicamente dall’odio verso Trump. In realtà, anche secondo le parole di Krugman, il Care Act, e quindi il tema della Sanità, pare essere il leitmotiv di diversi candidati che sembravano spacciati, come O’Rurke in Texas, e invece stanno recuperando terreno, anche se pare difficile francamente dedurre che tale atteggiamento rappresenti una strategia definita e consolidata.
Le contraddizioni più pesanti riguardano però le differenze tra i candidati stessi: personaggi come Nancy Pelosi, ipoteticamente la prossima speaker nel caso di vittoria alla Camera, o Joe Biden, ancora molto influenti nel Partito Democratico, sono decisamente più tradizionali della nuova guardia e potrebbero creare delle divisioni interne difficili da superare.
Pretendere previsioni esatte sull’esito delle tornate elettorali è un’attività fortemente a rischio di errore, soprattutto considerando un contesto così imprevedibile ed esposto ad uragani politici e non. Certo è che, però, si può notare che il Partito Repubblicano, nonostante le grandi esposizioni mediatiche di un presidente molto controverso e divisivo, sembra ancora abbastanza solido e comunque avvantaggiato al Senato. Per quanto riguarda i Democratici, particolare attenzione va riposta nell’attività di un’opposizione spaesata dalla vittoria sovranista e che sta cercando di trovare una linea comune facendo spesso prevalere il “socialismo democratico” di Sanders, a volte simile a un polo antisistema opposto a quello di Trump.

Il passo indietro del Sudafrica.

Il passo indietro del SudafricaLa linea politica del nuovo Presidente sudafricano Ramaphosa rischia di gettare letteralmente nella spazzatura l’immenso sforzo compiuto dal compianto – si potrebbe dire: oggi più che mai – Nelson Mandela. Un tentativo di riconciliazione innovativo per il continente africano e per tutto il globo, basato sul rispetto delle vittime, ma che allo stesso tempo non mirava all’umiliazione dei colpevoli, in un’ottica lungimirante di coesistenza tra popolazione nera e bianca. Senza ombra di dubbio le problematiche relative all’accesso alle terre risalgono all’era dell’apartheid e più precisamente al Native Act del 1918. La politica intrapresa da Mandela del willing sellers and willing buyers ha portato a risultati decisamente esigui e infatti tutt’ora la popolazione bianca (che è il 9% del totale) detiene il 72% delle terre.
Secondo il nuovo Presidente la soluzione non può che essere l’espropriazione delle terre nelle mani dei bianchi per distribuirle alla popolazione nera, e questo verrebbe permesso da una riforma costituzionale che consentirebbe al governo di non corrispondere ai proprietari alcun indennizzo. La giustificazione insita al provvedimento di riforma secondo i suoi sostenitori sarebbe la seguente: quelle terre non sono loro.
La questione merita per forza di cose un forte approccio politico, soprattutto dato il forte clima di odio e violenza che si è innescato nei confronti dei bianchi sudafricani, ma la soluzione precedentemente citata rischia potenzialmente di esacerbare il conflitto etnico, tralasciando la palese violazione dei diritti di proprietà spettanti ai proprietari terrieri. Guardando invece alle conseguenze economiche, un tale intervento potrebbe far precipitare il Sud Africa in una crisi economica già sperimentata dallo Zimbabwe successivamente a una misura di portata simile: il trasferimento di terre nelle mani di persone con scarso capitale e soprattutto scarse abilità collegate alle attività terriere e alle tecnologie necessarie per mantenere alti livelli di output hanno fatto precipitare la produttività con un conseguente innalzamento dei prezzi.
Un forte intervento statale non si profila dunque come una delle soluzioni più auspicabili, tanto per il bene del Paese, quanto per il bene della popolazione nera stessa, che nel giro di pochi anni si troverebbe comunque costretta a rivendere i terreni agli stessi bianchi che l’avevano ceduta. Una soluzione resta comunque da trovarsi, ma questa deve per forza di cose essere preceduta da un forte investimento nel capitale umano e successivamente trovare le sue fondamenta nel mercato. Una soluzione potrebbe essere quella del micro-credito, per consentire alla popolazione emarginata di accedere ai servizi finanziari (vedasi l’esempio della Grameen Bank in Bangladesh) e di diventare gradualmente proprietaria terriera. L’astenersi del governo da un intervento di tale portata nell’economia, inoltre, permetterebbe la permanenza di investitori esteri sul territorio, che consentono lo spostamento di parte della popolazione (tra cui quella bianca) in altri settori dell’economia, rendendo disponibili i terreni per nuovi acquirenti. In ogni modo quello che serve oggi è un forte impegno della Comunità Internazionale che vada oltre al singolo tentativo americano di intromettersi in una faccenda di politica interna, e che comunque rischierebbe solamente di aumentare il consenso di cui gode Ramaphosa.

Le autostrade in Italia e il libero mercato.

Le autostrade in Italia e il libero mercato.PNGIl liberismo è il male assoluto; l’austerità uccide; il libero mercato persegue il profitto a discapito di sicurezza e dignità umana. Sono solo alcune delle frasi molto in voga in questo periodo in cui per ogni evento tragico, dagli incendi in Grecia al crollo del ponte Morandi di Genova, il colpevole mediaticamente più appetibile è sempre lo stesso: il liberismo brutto e cattivo.
Prima di tutto, alcuni dati per smentire luoghi comuni molto diffusi. Un articolo del 23 agosto su Leoni Blog ha messo in fila una serie di numeri che mostrano chiaramente l’inconsistenza dell’affermazione secondo cui sull’altare del profitto sarebbero stati sacrificati i diritti e la tutela dei consumatori: è infatti falso che le autostrade in Italia siano le più care d’Europa (il pedaggio medio per chilometro percorso è inferiore a quello di Francia, Spagna e Portogallo) ed è altrettanto errato sostenere che il concessionario Autostrade per l’Italia non investa in sicurezza (nel 2016 ha addirittura speso il 2,3% in più di quanto inizialmente previsto dal Piano economico e finanziario).
Ma veniamo alla domanda più importante: quanto liberismo c’è nella vicenda delle autostrade? Ebbene, la risposta parrà ad alcuni sorprendente, ma è inequivocabile: poco. La società Autostrade S.p.a. fu privatizzata nel 1999 con trattativa privata e ad aggiudicarsi la quota più rilevante del capitale fu una società riconducibile ai Benetton, famiglia da sempre ben inserita nelle stanze del potere politico e molto generosa nelle elargizioni a tutti i partiti; la concessione per la gestione non è mai stata messa a gara pubblica, scade nel 2042 e buona parte dei suoi termini sono secretati. Di liberismo, di concorrenza, di libero mercato in tutto questo contesto ce n’è ben poco. Piuttosto, pare il classico schema all’italiana: la privatizzazione senza liberalizzazione così da poter garantire la prosecuzione, sotto le mentite spoglie dell’intervento privato, dello pseudo-capitalismo monopolistico di Stato.
Certo, c’è di peggio. Il problema è che questo “peggio” è esattamente ciò che ha in mente il Governo giallo-verde: la nazionalizzazione, portando totalmente il controllo delle autostrade nelle mani del nostro elefantiaco, burocratico ed inefficiente Stato; lo stesso Stato che in questi anni non ha avuto nemmeno le capacità di vigilare, come avrebbe dovuto fare attraverso la Direzione generale per la vigilanza delle concessioni autostradali dipendente dal Ministero dei Trasporti. Dichiara Lorenzo Saltari, professore di Diritto pubblico all’Università di Palermo e coautore del libro “Il regime giuridico della autostrade”, a Il Foglio del 25 e 26 agosto: «Il segmento maggiore della rete autostradale una gestione diretta statale non l’ha mai avuta, sarebbe una novità. Inoltre abbiamo un benchmark tra il modello di gestione – manutenzione – costruzione concessorio e quello in gestione diretta che è la Salerno – Reggio Calabria, appunto gestita dall’Anas». Insomma, se il Governo Conte proseguisse sulla strada annunciata, il futuro sarebbe il modello della Salerno – Reggio Calabria esportato in tutta Italia: il classico livellamento degli standard verso il basso che si vorrebbe perseguire anche quando ci si scaglia contro il sistema sanitario misto lombardo o le scuole paritarie. Ma l’esempio della eternamente in costruzione autostrada del Sud Italia non è un caso isolato, ma il sintomo più evidente della malattia rappresentata dalla mala gestio pubblica, che di certo non ci ha risparmiato eventi tragici: basti pensare ai crolli del viadotto lungo la Palermo – Catania nel 2015, del cavalcavia di Annone Brianza (Lecco) nel 2016 e di quello di Fossano (Cuneo) nel 2017.
La risposta alle inefficienze è, come sempre, una sola: più concorrenza, più libero mercato!

L’immigrazione tra realtà e propaganda.

L'immigrazione tra realtà e propagandaViviamo in un’epoca in cui la percezione dei fatti tende a diventare, spesso e volentieri, più importante della realtà. Ciò ha un impatto su diversi aspetti del vivere civile, ma influisce in maniera devastate su uno in particolare: il voto.
Tale fenomeno è fortemente riscontrabile per quanto riguarda il tema dell’immigrazione, rappresentato da molti partiti politici come “il Problema”, quello che più di ogni altro necessita di qualunque sforzo – anche al limite della legalità – pur di essere risolto. Cerchiamo, quindi, di mettere in fila numeri e fatti, smontando alcuni dei luoghi comuni più diffusi e dimostrando che gran parte degli elettori è vittima di una distorta percezione della realtà.
Primo luogo comune: è in corso un’invasione. Per dimostrare la falsità di questa affermazione basta prendere tre dati dell’Unhcr sulla situazione nel Mediterraneo: 1) Gli sbarchi in Italia da gennaio ad agosto 2018 sono stati 19.442, con una drastica diminuzione rispetto a 2017, quando furono complessivamente 119.369; 2) L’Italia non è il paese più colpito dal fenomeno sbarchi: da inizio anno, infatti, la Spagna ha dovuto affrontare ben 28.201 arrivi via mare. 3) Anche negli anni passati il nostro Paese non è stato il solo a fronteggiare gli sbarchi: nel 2015 in Grecia arrivarono dal Mediterraneo 856.723 immigrati, contro 153.842 sbarcati in Italia. Allargando lo sguardo dal numero degli sbarchi via mare alla percentuale di immigrati presenti nel Paese, le cose certo non cambiano: i dati Eurostat ci dicono che, tra i 28 Paesi dell’Unione Europea, ben 16 hanno una percentuale di immigrati sul totale della popolazione superiore alla nostra (da noi è circa il 7%; in Grecia, Spagna, Regno Unito, Francia e Germania è superiore all’8%; in Austria, Lituania, Croazia, Svezia ed Estonia è superiore al 10%). Gli stessi dati Eurostat, visibili nel grafico sotto, ci dicono anche una cosa molto più interessante: il nostro è il Paese con la percezione sul fenomeno più distorta, ossia con la maggior differenza tra il rapporto immigrati/popolazione percepito (24%) e quello reale (7%).
IMMIGRAZIONE REALE E PERCEPITA - EUROSTATSecondo luogo comune: più del 90% degli immigrati che sbarcano non ha diritto a rimanere. Anche questa affermazione è falsa. Infatti, se è vero che nel 2017 solo nell’8% dei casi analizzati è stato riconosciuto lo status di rifugiato, ci si dimentica di dire che esistono altre due fattispecie in base alle quali si ha diritto a rimanere sul suolo italiano: la protezione umanitaria (che nel 2017 è stata concessa nel 25% dei casi) e quella sussidiaria (concessa nell’8% dei casi analizzati). Ecco che quindi, considerando tutte queste circostanze, le proporzioni cambiano molto.
Terzo luogo comune: il Governo Conte ha fatto molto di più degli esecutivi precedenti per contrastare il fenomeno. In questo caso entriamo in un terreno più scivoloso, quello dell’analisi politica. Ciò nonostante, alcuni numeri e fatti ci permettono di dire che anche questa affermazione è falsa. Innanzitutto, i dati del Ministero dell’Interno mostrano che, al momento dell’entrata in carica dell’attuale esecutivo, gli sbarchi erano già diminuiti del 77,5% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. In secondo luogo, la tanto sbandierata “grande vittoria” di Conte al Consiglio Europeo sui migranti del 28 – 29 giugno 2018 si è rivelata, come prevedibile, una bufala: molti degli osservatori più esperti si erano accorti che i documenti ufficiali parlavano unicamente di ricollocamenti dei migranti su base volontaria, cambiando ben poco le cose rispetto alla situazione pre-vertice; ciò non impedì comunque a diversi mezzi di informazione e all’apparato di propaganda del Governo di raccontare con toni quasi agiografici dell’intrepido Presidente del Consiglio che, finalmente, era riuscito a farsi rispettare; la vicenda recente della Diciotti e le esternazioni del Ministro dell’Interno Salvini e di altri esponenti della maggioranza hanno confermato che di fake news di trattava. Infine, c’è un ultimo aspetto che deve essere considerato e che attiene al tema delle alleanze internazionali del Governo grillo-leghista: i dati Ispi ci dicono che dei migranti ricollocati dall’Italia, la maggior parte è andata a Germania, Svezia, Paesi Bassi e Spagna; sapete quanti ne ha accettati l’Ungheria di Orban? Zero. E la Polonia? Zero. Ecco, forse sarebbe il caso di interrogarsi su come sia possibile affermare di voler fare di tutto affinché l’Italia non diventi il “campo profughi d’Europa” e poi stringere alleanze con chi vorrebbe proprio una cosa del genere.
Ci fermiamo qui, anche se ci sarebbero molti altri luoghi comuni da sfatare. Ma ormai il senso di tutto ciò pare chiaro: ci sono partiti che, a fronte della loro totale inadeguatezza nell’affrontare i veri dossier caldi (vedi l’economia), fanno di tutto per creare un clima di paura e una percezione distorta del reale fenomeno dell’immigrazione, così da capitalizzare nell’urna elettorale. E l’opposizione non solo è incapace di spiegare la realtà delle cose, ma si presta al gioco della maggioranza, scendendo sul suo terreno e sfidandola su un tema in cui la sconfitta è certa. Speriamo che qualcuno riesca a riportare l’attenzione dell’opinione pubblica sui problemi reali, ché la discussione su temi cruciali come la Nota di aggiornamento del Documento di Economia e Finanza e la Legge di Bilancio è ormai alle porte.

Processo a Boko Haram: un rischio per la democrazia?

Processo a Boko Haram4 magistrati per 6670 militanti. Questi i numeri del super processo che vedrà luce per assicurare alla giustizia i membri di Boko Haram, responsabili dell’uccisione di 20 000 persone in Nigeria. Processo che si terrà in strutture militari, le quali hanno precedentemente accolto un numero immenso di arrestati, di cui alcuni morti durante la detenzione.
Diverse organizzazioni internazionali che operano nel campo della tutela dei diritti umani, ed Amnesty International in primo luogo, si sono però soffermate sulla composizione delle persone che verranno sottoposte a giudizio. In particolare: sarebbero presenti un ingente numero di bambini e donne prelevati dai loro villaggi senza alcun motivo, ma soprattutto una grande quantità di persone che hanno agito come militanti del gruppo terroristico, ma sostanzialmente sotto costrizione.
In tutto ciò la comunità internazionale e l’Unione europea tentennano. La seconda ha approntato un progetto diviso in due fasi, volto a rafforzare il sistema giudiziario e la legislazione nell’ottica di una più effettiva risposta al terrorismo, ma i fondi possono definirsi esigui, così come la durata del progetto stesso. La prima invece pare colta da miopia, il tutto testimoniato dal fatto che il processo si svolgerà nell’oscurità mediatica, e senza osservatori internazionali. L’indagine avviata dall’ufficio del procuratore della Corte internazionale penale (CIP) è ad oggi sospesa, dopo aver constatato che si possa parlare di crimini contro l’umanità, che quindi ricadrebbero sotto la sua giurisdizione. Giurisdizione che la CIP dovrebbe arrogarsi, invertendo per una volta la ratio della sua creazione: in questo caso la necessità non è garantire che vengano puniti i responsabili del reato, bensì limitare una volontà di punire volta più che altro a sedare l’opinione pubblica, così da assicurare alla giustizia i reali responsabili di tali atti.
La giustizia non deve diventare uno strumento di guerra, e soprattutto se vogliamo che in un conflitto tra valori liberali e valori illiberali i primi abbiano successo, allora dobbiamo far si che gli stessi vengano rispettati. Solo così la democrazia liberale si imporrà legittimamente tra le popolazioni di tutto il globo.

L’Europa e l’estrema destra – Parte II.

L'Europa e l'estrema destra - parte II.PNGCome già scritto nella Parte I, i partiti europei di estrema destra presentano caratteristiche comuni ma anche peculiarità differenti fra loro: all’interno di questo universo politico, infatti, vi sono formazioni politiche molto diverse.
Alla destra più radicale di questo scacchiere politico vi sono le formazioni dichiaratamente naziste o fasciste. Tra questi figurano il partito tedesco Afd – che, per quanto possa sembrare assurdo, nel corso dell’ultima tornata elettorale ha riscosso notevole successo nella regione orientale dello stato tedesco, dove il numero dei tanto detestati migranti è inferiore rispetto al resto del Paese – i partiti italiani Forza Nuova e Fronte sociale nazionale, la spagnola Democrazia nazionale, il Partito nazionale britannico, il Fronte ellenico in Grecia, l’ungherese Partito della giustizia e della vita ed infine il partito fiammingo Vlaams Blok. Altri partiti hanno invece abbandonato, almeno a livello teorico ed ideologico, l’esaltazione politica dei valori storicamente nazifascisti e si sono mossi nella direzione di una sorta di socialismo di destra, con tratti fortemente anti-liberali ed anti-liberisti. In questo secondo raggruppamento figurano partiti quali il francese Fronte nazionale, guidato da Marine Le Pen, e l’Fpö (Partito della Libertà Austriaco).
Negli ultimi anni, inoltre, sono stati fondati movimenti e partiti di tal genere nell’Europa centro settentrionale. Essi uniscono idee populiste (nazionalismo, localismo, anti-europeismo) a sentimenti di odio nei confronti degli immigrati, il tutto in un quadro di consensi verso ideali fascisti, come “Per un’Olanda vivibile”, il Partito del popolo danese, il Partito norvegese del progresso e il Partito del popolo svizzero.
Vi sono poi i partiti dell’Est Europa, regione posta un tempo sotto il cosiddetto blocco sovietico, dove, ironia della sorte, oggi la connotazione ultranazionalista sembra essere nettamente prevalente: vedasi, ad esempio, il Partito della Grande Romania, il Partito nazionalista slovacco, il Partito della destra croata ed il Partito radicale serbo.
Ma in tutto questo non trovano spazio solo sentimenti xenofobi e razzisti: una posizione comune nei partiti di estrema destra, salvo qualche rara eccezione che riguarda però partiti di Stati che non fanno parte dell’Unione Europea (come i movimenti dell’estrema destra russa) è la netta opposizione agli organismi comunitari. Totale rifiuto, quindi, per una maggiore integrazione e per la moneta comune. L’estrema destra predica e vuole fortemente la prevalenza dello stato nazione sui vari organismi comunitari.
Riassumendo, il quadro che si delinea, a livello geografico, è il seguente: a nord del vecchio continente si fanno sempre più forti i partiti estremisti della penisola scandinava. A sud dell’Europa, in Grecia, la situazione non è differente. A est, in Ungheria, in Slovacchia e in Romania, veri e propri partiti fascisti godono da sempre di un certo seguito, accentuatasi dopo il crollo del blocco comunista e in seguito alla fine della Guerra Fredda. A ovest, per finire, l’estrema destra assume forme meno evidenti. Si assiste a un grande rinnovamento della destra legato all’identità, con la creazione di una nuova generazione di partiti di destra radicale.
Pur di ottenere seggi in Parlamento o un sempre maggior numeri di consensi, i leader di questi partiti fanno di tutto per non risultare ed essere definiti estremisti, e per rimanere all’interno del gioco politico democratico. Si preferisce la democrazia diretta a quella rappresentativa, si denuncia la distanza delle élite dalla realtà, la loro chiusura mentale nonché la loro corruzione. Il popolo – affermano le destre – sa quello che le élite non sanno o fingono di non sapere, e Bruxelles è vista come il covo delle classi agiate.
E proprio la tanto odiata Unione Europea può essere vista come uno dei principali motivi del crescente successo dell’estremismo di destra in Europa. Chi vota estrema destra vota contro il processo di costruzione dell’organo sovranazionale europeo, esprimendo disgusto anche nei confronti del modello economico che essa ha proposto.
Le ragioni che permettono di comprendere meglio questo odio nei confronti della comunità europea sono ancorate al concetto di etnia: oggi l’uso più diffuso del termine è quello con coloritura politica, nell’ottica in cui l’affermazione di etnicità corrisponde ad un progetto di matrice ideologica, che ha nella ricerca dell’autenticità il suo fine ultimo. Ciò che è percepito come autentico, infatti, ha insita una dimensione originaria, quasi primordiale, e che si lega alla tradizione: si vuole così rivendicare la propria autenticità etnica, la propria cultura autentica e delle origini, che, oggi come mai, sembra essere perduta per sempre. L’idea di perdita, di distacco dalle proprie origini presuppone un possibile recupero di esse, e costituisce una tematica ricorrente nella politica odierna. Invero, il concetto di autenticità serve a proteggere dal cambiamento. Esprime un bisogno di stabilità e di ordine dinnanzi alle sfide di un mondo anonimo e omologato. Il singolo individuo, per rifuggire dal suo anonimato, cerca conforto in un utopico ed impossibile ritorno alle origini.
Si arriva, in questo modo, al fondamentalismo politico e religioso, che sono i logici ed immediati risultati dell’ideologia politica che propaganda il ritorno alle origini perdute. Ciò che è improntato alla ricerca di una qualche radice, diventa, alla fine, radicalismo. Questo vale tanto per il fondamentalismo religioso quanto quello politico. E se alcuni atteggiamenti possono nascere in modo spontaneo, molti sono cavalcati e guidati da partiti o movimenti politici che hanno interiorizzato questo sentimento mediante il richiamo a quella che si potrebbe definire come una concezione astratta della cultura, pensata come qualcosa di immutabile ed eterno, estranea ad ogni processo evolutivo, ma solo passibile di influenze negative provenienti dal diverso.
Tutto torna, il cerchio si chiude e si completa. Perché “l’altro” odierno è lo straniero, colui che è etnicamente percepito come diverso, e dunque come un nemico.
E la difesa del cosiddetto mondo perduto e dei suoi valori tradizionali persuade tanto i vecchi quanto i giovani. L’Europa intera sprofonda sempre di più in una nuova crisi ideologica e culturale. E, in questo precipitare, i movimenti che fanno dell’identità, del nazionalismo, del radicalismo religioso, della paura del diverso, il loro credo e la loro bandiera politica, ottengono sempre più facili consensi.