La linea politica del nuovo Presidente sudafricano Ramaphosa rischia di gettare letteralmente nella spazzatura l’immenso sforzo compiuto dal compianto – si potrebbe dire: oggi più che mai – Nelson Mandela. Un tentativo di riconciliazione innovativo per il continente africano e per tutto il globo, basato sul rispetto delle vittime, ma che allo stesso tempo non mirava all’umiliazione dei colpevoli, in un’ottica lungimirante di coesistenza tra popolazione nera e bianca. Senza ombra di dubbio le problematiche relative all’accesso alle terre risalgono all’era dell’apartheid e più precisamente al Native Act del 1918. La politica intrapresa da Mandela del willing sellers and willing buyers ha portato a risultati decisamente esigui e infatti tutt’ora la popolazione bianca (che è il 9% del totale) detiene il 72% delle terre.
Secondo il nuovo Presidente la soluzione non può che essere l’espropriazione delle terre nelle mani dei bianchi per distribuirle alla popolazione nera, e questo verrebbe permesso da una riforma costituzionale che consentirebbe al governo di non corrispondere ai proprietari alcun indennizzo. La giustificazione insita al provvedimento di riforma secondo i suoi sostenitori sarebbe la seguente: quelle terre non sono loro.
La questione merita per forza di cose un forte approccio politico, soprattutto dato il forte clima di odio e violenza che si è innescato nei confronti dei bianchi sudafricani, ma la soluzione precedentemente citata rischia potenzialmente di esacerbare il conflitto etnico, tralasciando la palese violazione dei diritti di proprietà spettanti ai proprietari terrieri. Guardando invece alle conseguenze economiche, un tale intervento potrebbe far precipitare il Sud Africa in una crisi economica già sperimentata dallo Zimbabwe successivamente a una misura di portata simile: il trasferimento di terre nelle mani di persone con scarso capitale e soprattutto scarse abilità collegate alle attività terriere e alle tecnologie necessarie per mantenere alti livelli di output hanno fatto precipitare la produttività con un conseguente innalzamento dei prezzi.
Un forte intervento statale non si profila dunque come una delle soluzioni più auspicabili, tanto per il bene del Paese, quanto per il bene della popolazione nera stessa, che nel giro di pochi anni si troverebbe comunque costretta a rivendere i terreni agli stessi bianchi che l’avevano ceduta. Una soluzione resta comunque da trovarsi, ma questa deve per forza di cose essere preceduta da un forte investimento nel capitale umano e successivamente trovare le sue fondamenta nel mercato. Una soluzione potrebbe essere quella del micro-credito, per consentire alla popolazione emarginata di accedere ai servizi finanziari (vedasi l’esempio della Grameen Bank in Bangladesh) e di diventare gradualmente proprietaria terriera. L’astenersi del governo da un intervento di tale portata nell’economia, inoltre, permetterebbe la permanenza di investitori esteri sul territorio, che consentono lo spostamento di parte della popolazione (tra cui quella bianca) in altri settori dell’economia, rendendo disponibili i terreni per nuovi acquirenti. In ogni modo quello che serve oggi è un forte impegno della Comunità Internazionale che vada oltre al singolo tentativo americano di intromettersi in una faccenda di politica interna, e che comunque rischierebbe solamente di aumentare il consenso di cui gode Ramaphosa.