Uno dei più diffusi luoghi comuni sul fenomeno dell’immigrazione riguarda il numero di richiedenti asilo a cui viene riconosciuto effettivamente il diritto a restare sul suolo italiano. Ce ne siamo già in parte occupati qui, analizzando i numeri del Ministero dell’Interno. Ora vogliamo fare qualche breve considerazione in merito alla situazione attuale in due Paesi africani, la Nigeria e l’Eritrea, i cui cittadini, secondo la vulgata del governo grillo-leghista, non scapperebbero da alcuna guerra e dunque sarebbero unicamente migranti economici irregolari.
Innanzitutto, i dati ufficiali sull’immigrazione da quei Paesi: secondo i dati del Viminale sui richiedenti asilo per nazionalità, i nigeriani sono il gruppo più numeroso per arrivi in Italia nel 2017; gli eritrei, invece, l’anno scorso erano al decimo posto, ma bisogna sottolineare che i loro arrivi sono aumentati, tra giugno e luglio 2018, del 137%.
Detto ciò, ora dobbiamo chiederci: qual è la reale situazione in Nigeria ed Eritrea? È vero, come affermano i mezzi della propaganda filo-governativa, che non ci sono basi per affermare che da quei Paesi si scappi a causa della guerra?
Come racconta Matteo Matzuzzi su Il Foglio del 6/7/2018, secondo un rapporto pubblicato dalla Società internazionale per le libertà civili e lo stato di diritto, in tre anni in Nigeria sono stati assassinati ben 16.000 cristiani. Il Paese, come molti sapranno, è da diverso tempo tormentato dal gruppo terroristico Boko Haram, ma quello non è l’unico fronte di tensione. Si moltiplicano, infatti, i massacri perpetrati dai pastori fulani musulmani, tanto che la Conferenza episcopale nigeriana si è spinta fino a parlare di genocidio in stile Ruanda e di una chiara agenda di islamizzazione della Middle Belt nigeriana che avrebbe nel governo il suo principale ispiratore: «Non si può più considerare una mera coincidenza il fatto che i perpetratori di questi crimini odiosi siano della stessa religione di coloro che controllano gli apparati di sicurezza, incluso lo stesso presidente. Le parole non bastano per convincere il resto della cittadinanza che i massacri non facciano parte di un progetto religioso più ampio».
Per quanto riguarda la situazione eritrea, c’è da registrare il commento entusiasta del Ministro Salvini in merito all’apparente pace raggiunta tra il primo ministro etiope Ahmed e il presidente eritreo Afewerki: tale evento, secondo il leader leghista, porrebbe fine alla ventennale guerra tra i due Paesi e sottrarrebbe ai loro cittadini ogni valido motivo per fuggire. Peccato che la realtà sia un’altra: l’Eritrea è tra i dodici peggiori Paesi del mondo (“Worst of the worst”) nel rapporto 2018 di Freedom House e Afewerki l’ha trasformata in quella che molti definiscono la Corea del Nord africana, con una capillare e sistematica repressione del dissenso e senza farsi mancare l’appoggio ai guerriglieri islamisti di al-Shabaab. Un vero e proprio regno del terrore creato attraverso abusi sulla popolazione che potrebbero configurarsi come crimini contro l’umanità. Sicuramente il buon Salvini potrebbe spiegarci, “da padre”, se è un posto in cui manderebbe volentieri qualcuno a vivere.
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Il passo indietro del Sudafrica.
La linea politica del nuovo Presidente sudafricano Ramaphosa rischia di gettare letteralmente nella spazzatura l’immenso sforzo compiuto dal compianto – si potrebbe dire: oggi più che mai – Nelson Mandela. Un tentativo di riconciliazione innovativo per il continente africano e per tutto il globo, basato sul rispetto delle vittime, ma che allo stesso tempo non mirava all’umiliazione dei colpevoli, in un’ottica lungimirante di coesistenza tra popolazione nera e bianca. Senza ombra di dubbio le problematiche relative all’accesso alle terre risalgono all’era dell’apartheid e più precisamente al Native Act del 1918. La politica intrapresa da Mandela del willing sellers and willing buyers ha portato a risultati decisamente esigui e infatti tutt’ora la popolazione bianca (che è il 9% del totale) detiene il 72% delle terre.
Secondo il nuovo Presidente la soluzione non può che essere l’espropriazione delle terre nelle mani dei bianchi per distribuirle alla popolazione nera, e questo verrebbe permesso da una riforma costituzionale che consentirebbe al governo di non corrispondere ai proprietari alcun indennizzo. La giustificazione insita al provvedimento di riforma secondo i suoi sostenitori sarebbe la seguente: quelle terre non sono loro.
La questione merita per forza di cose un forte approccio politico, soprattutto dato il forte clima di odio e violenza che si è innescato nei confronti dei bianchi sudafricani, ma la soluzione precedentemente citata rischia potenzialmente di esacerbare il conflitto etnico, tralasciando la palese violazione dei diritti di proprietà spettanti ai proprietari terrieri. Guardando invece alle conseguenze economiche, un tale intervento potrebbe far precipitare il Sud Africa in una crisi economica già sperimentata dallo Zimbabwe successivamente a una misura di portata simile: il trasferimento di terre nelle mani di persone con scarso capitale e soprattutto scarse abilità collegate alle attività terriere e alle tecnologie necessarie per mantenere alti livelli di output hanno fatto precipitare la produttività con un conseguente innalzamento dei prezzi.
Un forte intervento statale non si profila dunque come una delle soluzioni più auspicabili, tanto per il bene del Paese, quanto per il bene della popolazione nera stessa, che nel giro di pochi anni si troverebbe comunque costretta a rivendere i terreni agli stessi bianchi che l’avevano ceduta. Una soluzione resta comunque da trovarsi, ma questa deve per forza di cose essere preceduta da un forte investimento nel capitale umano e successivamente trovare le sue fondamenta nel mercato. Una soluzione potrebbe essere quella del micro-credito, per consentire alla popolazione emarginata di accedere ai servizi finanziari (vedasi l’esempio della Grameen Bank in Bangladesh) e di diventare gradualmente proprietaria terriera. L’astenersi del governo da un intervento di tale portata nell’economia, inoltre, permetterebbe la permanenza di investitori esteri sul territorio, che consentono lo spostamento di parte della popolazione (tra cui quella bianca) in altri settori dell’economia, rendendo disponibili i terreni per nuovi acquirenti. In ogni modo quello che serve oggi è un forte impegno della Comunità Internazionale che vada oltre al singolo tentativo americano di intromettersi in una faccenda di politica interna, e che comunque rischierebbe solamente di aumentare il consenso di cui gode Ramaphosa.