Alla Casa Bianca il caos regna sovrano.

Alla Casa Bianca il caos regna sovranoDue settimane fa, Donald Trump, mantenendo fede al suo stile, ha invitato con un tweet John Bolton a dimettersi dalla posizione di Consigliere della Sicurezza Nazionale (CSN) dopo 520 giorni di lavoro. Come del resto è successo per diversi altri importanti ruoli dell’amministrazione durante la Presidenza Trump, in questo caso particolare la tendenza a cambiare frequentemente i vertici della gestione della sicurezza nazionale si distanzia considerevolmente dalle esperienze precedenti. In particolare, se si considera il periodo dalla Presidenza George H.W. Bush in avanti, si ha modo di comprendere come, prima di Trump, il CSN abbia di norma accompagnato il Presidente per tutta la durata del mandato o comunque per diversi anni.
La seguente lista testimonia appieno questa considerazione:
Presidenza George H.W. Bush: Brent Scowcroft – 1461 giorni
Presidenza Clinton: Anthony Lake – 1514 giorni; Sandy Berger – 1408 giorni
Presidenza George W. Bush: Condoleeza Rice – 1464; Stephen Hadley – 1455
Presidenza Barack Obama: James Jones – 626; Tom Dodilon – 997; Susan Rice – 1299
Presidenza Trump: Michael Flynn – 24; Keith Kellogg (ad interim) – 7; H.R McMaster – 412; John Bolton – 520; Robert O’Brien  – in carica
Il ruolo di CSN non è previsto dalla legislazione americana e non necessita di una conferma del Senato, come spesso accade, invece, per i ruoli di particolare rilievo. Esso è, sin dalla sua creazione, un’esclusiva prerogativa presidenziale.  Il fatto, però, che vi sia una tale differenza tra le esperienze degli ultimi Presidenti USA e quella di Trump non può che suggerire la presenza, in quest’ultima, di una caratteristica tipica che, nella nostra opinione così come per la maggior parte dei commentatori americani, coincide con la preoccupante impreparazione di questa amministrazione: secondo Daalder e Destler di Foreign Affairs, addirittura, “Few presidents had thought less about the management of national security policy the day they entered the White House than Donald J. Trump”.  In particolare, la giustificazione di una tale conclusione potrebbe risiedere in due circostanze rilevanti.
In primo luogo, l’anomala frequenza dei licenziamenti non riguarda solo il CSN ma anche altri ruoli fondamentali nell’apparato della sicurezza nazionale, suggerendo così un atteggiamento piuttosto diffuso e generalizzato. Si ricordi in questo senso che durante l’esperienza di Trump, sino ad oggi, sono cambiati i vertici del Segretario di Stato, del General Attorney, del Segretario della Difesa, del Direttore dell’FBI, del Direttore dell’Intelligence Nazionale, del Segretario della Homeland Security, del Capo Gabinetto della Casa Bianca (per ben due volte) e, per cinque volte, il vice CSN. Inoltre, è stato sostituito anche l’Ambasciatore americano presso le Nazioni Unite, oltre a moltissimi altri esperti di sicurezza nazionale di rango inferiore.
In secondo luogo, poi, anche la profonda differenza caratteriale dei tre CSN (escludendo l’esperienza interinale di Kellogg in quanto irrilevante) che si sono susseguiti dimostra una totale assenza di coerenza nelle decisioni presidenziali. Originariamente la scelta di Trump ricadde su Flynn, un generale in pensione con una visione esasperata sulla minaccia terrorista di matrice islamica e, allo stesso tempo, un’idea piuttosto ambigua sulla Russia. Una scelta strana, anche in virtù delle scarse capacità manageriali di Flynn, che finì molto presto il suo lavoro a causa del coinvolgimento nello scandalo russo. Flynn nutriva un rapporto personale piuttosto stretto con Trump e a testimonianza di ciò vi era la sua fitta relazione con figure estremamente vicine al Presidente come Bannon e Kushner, tanto che, al momento del forzato licenziamento, Trump si trovò estremamente impreparato nel scegliere il successore.
Venne scelto McMaster, altro generale, veterano delle guerre irachene e afghane, oltreché dotato di un certo spessore intellettuale nel campo della difesa e apprezzato dalla burocrazia di Washington. McMaster aveva un approccio meticoloso e fortemente anti-ideologico alle questioni legate alla difesa e il suo lavoro era caratterizzato dalla forte inclusione dei vertici della sicurezza nazionale e dall’alto livello di professionalità. Non certo, a giudicare dai casi concreti, lo stile adeguato all’azione di Donald Trump. La sua incapacità di avvicinarsi al Presidente e di stringere legami personali lo hanno progressivamente allontanato dal potere decisionale.
John Bolton, a differenza di McMaster, sia per propensione personale (non essendo particolarmente lontano dall’American Firts), sia per la sua grande esperienza, intuì il tipo di rapporto ideale per entrare nelle grazie del Presidente. Personaggio molto controverso e particolarmente osteggiato dall’establishment, soprattutto in virtù dei suoi atteggiamenti spesso guerrafondai maturati durante la sua longeva esperienza professionale (anche da Ambasciatore all’ONU; fu un grande sostenitore della guerra in Iraq). È stata, però, proprio l’ortodossia di Bolton, da potente ideologo qual è, a mettere in pericolo la sua posizione. Su tutte le questioni, probabilmente, la totale avversione di Bolton nei confronti di un qualsiasi dialogo con la Corea del Nord, così come la forte riluttanza verso il ritiro delle truppe in Afghanistan e l’insistenza nel porre in essere una rappresaglia a seguito dell’abbattimento di un drone americano da parte dell’Iran hanno giocato un ruolo decisivo.
Il fatto che il licenziamento di Bolton sia avvenuto solo due settimane prima dall’Assemblea Generale dell’Onu certo non rafforza l’idea di una solida strategia presidenziale, e ciò non è reso possibile nemmeno dalle parole di rassicurazione spese da Mnuchin e Pompeo. Anche considerando l’ormai palese divisione su alcuni temi chiave tra gli stessi paesi occidentali (si pensi al cambiamento climatico), è difficile intuire in che direzione di muoveranno gli Stati Uniti.
L’unica cosa evidente è che non c’è null’altro di evidente. La totale rottura con le esperienze storiche statunitensi rendono questa amministrazione estremamente imprevedibile del punto di vista delle decisioni strategiche in merito alla sicurezza nazionale. La sensazione, seppur un po’ forte, è che questi continui cambi nei ruoli chiave cerchino di trasmettere l’idea che qualcosa si stia facendo, quando poi sembra molto verosimile che nulla si stia veramente muovendo.

Verso le Midterm Elections.

Verso le Midterm ElectionsLe elezioni di medio termine negli USA rappresentano un momento di straordinaria importanza da un punto di vista politico. Esse comportano un aggiornamento completo della Camera dei Rappresentanti e di un terzo del Senato.
Tra due mesi i Democratici dovranno strappare 23 deputati e 3 senatori ai repubblicani per sovvertire le maggioranze, senza ovviamente perderne. In realtà, da un punto di vista quantitativo, i liberal partono sfavoriti nella camera alta, in quanto dei 33 (su 100) seggi al ballottaggio ne dovranno difendere ben 24 per poi conquistarne almeno 3 dei 9 seggi rossi disponibili. Non solo, secondo un’analisi del New York Times, di questi nove seggi solo uno è veramente a rischio in quanto all’interno di uno stato tradizionalmente democratico, mentre dei 24 seggi democratici ben 4 dovranno essere difesi in terreni storicamente ostili.
Paradossalmente il ribaltone appare più credibile alla Camera, nonostante i seggi da recuperare siano molti di più: seguendo gli studi di The Cook Political Report, mentre 183 sono solid Democratic seats e 148 solid Republican seats, ben 67 seggi sono in bilico: di questi, 10 sarebbero likely Democratic e 27 invece likely Republican, i restanti trenta sono definiti toss-up, ovvero si ritiene che i due partiti abbiamo la stessa probabilità di conquistarli.
Fatta questa necessaria premessa, è doveroso capire come arrivano i due partiti alle Midterms.
Il Gop (Grand Old Party, ossia il Partito Repubblicano) ha il suo maggiore punto di forza nella solida ripresa economica statunitense, rivendicata spesso da Trump, a ragione o a torto, facendo riferimento alle misure comportanti il drastico taglio delle tasse; tutto ciò sommato ovviamente ai temi che già furono efficaci durante la campagna elettorale del 2016, su tutti l’immigrazione ma non solo. Di contro, però, è la figura stessa del presidente a destare le maggiori preoccupazioni: già divisiva alle elezioni del 2016, essa è stata ulteriormente resa controversa e, soprattutto, imprevedibile dagli innumerevoli eventi mediatici di questi due anni, dalle indagini del procuratore speciale Mueller alla notizia più recente dell’anonimo Op-Ed del NYT che ammette l’esistenza di una “resistence” all’interno dell’amministrazione stessa. Anche il fatto che il senatore texano Ted Cruz risulti in gravissima difficoltà nel mantenimento del seggio ha portato Mick Mulvaney e Ronna McDaniel, figure di spessore nel Partito Repubblicano, ad esprimere preoccupazioni per le elezioni che si terranno fra due mesi.
Il Partito Democratico, invece, risulta di difficile valutazione in quanto si trova in una fase che può essere definita di transizione. Nella confusione e frammentazione generale si possono però evidenziare alcuni trend. Anzitutto, a giudicare dai soggetti che hanno prevalso nelle primarie, gli elettori stanno puntando su candidati giovani, eterogenei e decisamente liberal. E’ in corso una sorta di polarizzazione nel confronto con il Gop: candidato emblematico di questa fase è la 29enne Ocasio-Cortez, in corsa per un seggio alla Camera nello Stato di New York. Lei, così come altre nuove figure all’interno del Partito, avanzano proposte molto forti: come l’abolizione del U.S. Immigration and Customs Enforcement (ICE), l’assicurazione sanitaria pubblica a costo fisso e l’impeachment a Trump.
L’energia e l’entusiasmo non bastano però ad oscurare le forti debolezze interne e le evidenti contraddizioni. Anzitutto esiste un gap economico importante tra il Democratic National Commette e il Republican National Commette (116 milioni contro 247) che potrebbe ulteriormente acuirsi determinando pesanti ripercussioni sulle campagne elettorale. Inoltre, secondo i Repubblicani, i liberal non avrebbero un vero e proprio cavallo di battaglia ma sarebbero anarchicamente uniti unicamente dall’odio verso Trump. In realtà, anche secondo le parole di Krugman, il Care Act, e quindi il tema della Sanità, pare essere il leitmotiv di diversi candidati che sembravano spacciati, come O’Rurke in Texas, e invece stanno recuperando terreno, anche se pare difficile francamente dedurre che tale atteggiamento rappresenti una strategia definita e consolidata.
Le contraddizioni più pesanti riguardano però le differenze tra i candidati stessi: personaggi come Nancy Pelosi, ipoteticamente la prossima speaker nel caso di vittoria alla Camera, o Joe Biden, ancora molto influenti nel Partito Democratico, sono decisamente più tradizionali della nuova guardia e potrebbero creare delle divisioni interne difficili da superare.
Pretendere previsioni esatte sull’esito delle tornate elettorali è un’attività fortemente a rischio di errore, soprattutto considerando un contesto così imprevedibile ed esposto ad uragani politici e non. Certo è che, però, si può notare che il Partito Repubblicano, nonostante le grandi esposizioni mediatiche di un presidente molto controverso e divisivo, sembra ancora abbastanza solido e comunque avvantaggiato al Senato. Per quanto riguarda i Democratici, particolare attenzione va riposta nell’attività di un’opposizione spaesata dalla vittoria sovranista e che sta cercando di trovare una linea comune facendo spesso prevalere il “socialismo democratico” di Sanders, a volte simile a un polo antisistema opposto a quello di Trump.

Il passo indietro del Sudafrica.

Il passo indietro del SudafricaLa linea politica del nuovo Presidente sudafricano Ramaphosa rischia di gettare letteralmente nella spazzatura l’immenso sforzo compiuto dal compianto – si potrebbe dire: oggi più che mai – Nelson Mandela. Un tentativo di riconciliazione innovativo per il continente africano e per tutto il globo, basato sul rispetto delle vittime, ma che allo stesso tempo non mirava all’umiliazione dei colpevoli, in un’ottica lungimirante di coesistenza tra popolazione nera e bianca. Senza ombra di dubbio le problematiche relative all’accesso alle terre risalgono all’era dell’apartheid e più precisamente al Native Act del 1918. La politica intrapresa da Mandela del willing sellers and willing buyers ha portato a risultati decisamente esigui e infatti tutt’ora la popolazione bianca (che è il 9% del totale) detiene il 72% delle terre.
Secondo il nuovo Presidente la soluzione non può che essere l’espropriazione delle terre nelle mani dei bianchi per distribuirle alla popolazione nera, e questo verrebbe permesso da una riforma costituzionale che consentirebbe al governo di non corrispondere ai proprietari alcun indennizzo. La giustificazione insita al provvedimento di riforma secondo i suoi sostenitori sarebbe la seguente: quelle terre non sono loro.
La questione merita per forza di cose un forte approccio politico, soprattutto dato il forte clima di odio e violenza che si è innescato nei confronti dei bianchi sudafricani, ma la soluzione precedentemente citata rischia potenzialmente di esacerbare il conflitto etnico, tralasciando la palese violazione dei diritti di proprietà spettanti ai proprietari terrieri. Guardando invece alle conseguenze economiche, un tale intervento potrebbe far precipitare il Sud Africa in una crisi economica già sperimentata dallo Zimbabwe successivamente a una misura di portata simile: il trasferimento di terre nelle mani di persone con scarso capitale e soprattutto scarse abilità collegate alle attività terriere e alle tecnologie necessarie per mantenere alti livelli di output hanno fatto precipitare la produttività con un conseguente innalzamento dei prezzi.
Un forte intervento statale non si profila dunque come una delle soluzioni più auspicabili, tanto per il bene del Paese, quanto per il bene della popolazione nera stessa, che nel giro di pochi anni si troverebbe comunque costretta a rivendere i terreni agli stessi bianchi che l’avevano ceduta. Una soluzione resta comunque da trovarsi, ma questa deve per forza di cose essere preceduta da un forte investimento nel capitale umano e successivamente trovare le sue fondamenta nel mercato. Una soluzione potrebbe essere quella del micro-credito, per consentire alla popolazione emarginata di accedere ai servizi finanziari (vedasi l’esempio della Grameen Bank in Bangladesh) e di diventare gradualmente proprietaria terriera. L’astenersi del governo da un intervento di tale portata nell’economia, inoltre, permetterebbe la permanenza di investitori esteri sul territorio, che consentono lo spostamento di parte della popolazione (tra cui quella bianca) in altri settori dell’economia, rendendo disponibili i terreni per nuovi acquirenti. In ogni modo quello che serve oggi è un forte impegno della Comunità Internazionale che vada oltre al singolo tentativo americano di intromettersi in una faccenda di politica interna, e che comunque rischierebbe solamente di aumentare il consenso di cui gode Ramaphosa.

L’Europa e l’estrema destra – Parte II.

L'Europa e l'estrema destra - parte II.PNGCome già scritto nella Parte I, i partiti europei di estrema destra presentano caratteristiche comuni ma anche peculiarità differenti fra loro: all’interno di questo universo politico, infatti, vi sono formazioni politiche molto diverse.
Alla destra più radicale di questo scacchiere politico vi sono le formazioni dichiaratamente naziste o fasciste. Tra questi figurano il partito tedesco Afd – che, per quanto possa sembrare assurdo, nel corso dell’ultima tornata elettorale ha riscosso notevole successo nella regione orientale dello stato tedesco, dove il numero dei tanto detestati migranti è inferiore rispetto al resto del Paese – i partiti italiani Forza Nuova e Fronte sociale nazionale, la spagnola Democrazia nazionale, il Partito nazionale britannico, il Fronte ellenico in Grecia, l’ungherese Partito della giustizia e della vita ed infine il partito fiammingo Vlaams Blok. Altri partiti hanno invece abbandonato, almeno a livello teorico ed ideologico, l’esaltazione politica dei valori storicamente nazifascisti e si sono mossi nella direzione di una sorta di socialismo di destra, con tratti fortemente anti-liberali ed anti-liberisti. In questo secondo raggruppamento figurano partiti quali il francese Fronte nazionale, guidato da Marine Le Pen, e l’Fpö (Partito della Libertà Austriaco).
Negli ultimi anni, inoltre, sono stati fondati movimenti e partiti di tal genere nell’Europa centro settentrionale. Essi uniscono idee populiste (nazionalismo, localismo, anti-europeismo) a sentimenti di odio nei confronti degli immigrati, il tutto in un quadro di consensi verso ideali fascisti, come “Per un’Olanda vivibile”, il Partito del popolo danese, il Partito norvegese del progresso e il Partito del popolo svizzero.
Vi sono poi i partiti dell’Est Europa, regione posta un tempo sotto il cosiddetto blocco sovietico, dove, ironia della sorte, oggi la connotazione ultranazionalista sembra essere nettamente prevalente: vedasi, ad esempio, il Partito della Grande Romania, il Partito nazionalista slovacco, il Partito della destra croata ed il Partito radicale serbo.
Ma in tutto questo non trovano spazio solo sentimenti xenofobi e razzisti: una posizione comune nei partiti di estrema destra, salvo qualche rara eccezione che riguarda però partiti di Stati che non fanno parte dell’Unione Europea (come i movimenti dell’estrema destra russa) è la netta opposizione agli organismi comunitari. Totale rifiuto, quindi, per una maggiore integrazione e per la moneta comune. L’estrema destra predica e vuole fortemente la prevalenza dello stato nazione sui vari organismi comunitari.
Riassumendo, il quadro che si delinea, a livello geografico, è il seguente: a nord del vecchio continente si fanno sempre più forti i partiti estremisti della penisola scandinava. A sud dell’Europa, in Grecia, la situazione non è differente. A est, in Ungheria, in Slovacchia e in Romania, veri e propri partiti fascisti godono da sempre di un certo seguito, accentuatasi dopo il crollo del blocco comunista e in seguito alla fine della Guerra Fredda. A ovest, per finire, l’estrema destra assume forme meno evidenti. Si assiste a un grande rinnovamento della destra legato all’identità, con la creazione di una nuova generazione di partiti di destra radicale.
Pur di ottenere seggi in Parlamento o un sempre maggior numeri di consensi, i leader di questi partiti fanno di tutto per non risultare ed essere definiti estremisti, e per rimanere all’interno del gioco politico democratico. Si preferisce la democrazia diretta a quella rappresentativa, si denuncia la distanza delle élite dalla realtà, la loro chiusura mentale nonché la loro corruzione. Il popolo – affermano le destre – sa quello che le élite non sanno o fingono di non sapere, e Bruxelles è vista come il covo delle classi agiate.
E proprio la tanto odiata Unione Europea può essere vista come uno dei principali motivi del crescente successo dell’estremismo di destra in Europa. Chi vota estrema destra vota contro il processo di costruzione dell’organo sovranazionale europeo, esprimendo disgusto anche nei confronti del modello economico che essa ha proposto.
Le ragioni che permettono di comprendere meglio questo odio nei confronti della comunità europea sono ancorate al concetto di etnia: oggi l’uso più diffuso del termine è quello con coloritura politica, nell’ottica in cui l’affermazione di etnicità corrisponde ad un progetto di matrice ideologica, che ha nella ricerca dell’autenticità il suo fine ultimo. Ciò che è percepito come autentico, infatti, ha insita una dimensione originaria, quasi primordiale, e che si lega alla tradizione: si vuole così rivendicare la propria autenticità etnica, la propria cultura autentica e delle origini, che, oggi come mai, sembra essere perduta per sempre. L’idea di perdita, di distacco dalle proprie origini presuppone un possibile recupero di esse, e costituisce una tematica ricorrente nella politica odierna. Invero, il concetto di autenticità serve a proteggere dal cambiamento. Esprime un bisogno di stabilità e di ordine dinnanzi alle sfide di un mondo anonimo e omologato. Il singolo individuo, per rifuggire dal suo anonimato, cerca conforto in un utopico ed impossibile ritorno alle origini.
Si arriva, in questo modo, al fondamentalismo politico e religioso, che sono i logici ed immediati risultati dell’ideologia politica che propaganda il ritorno alle origini perdute. Ciò che è improntato alla ricerca di una qualche radice, diventa, alla fine, radicalismo. Questo vale tanto per il fondamentalismo religioso quanto quello politico. E se alcuni atteggiamenti possono nascere in modo spontaneo, molti sono cavalcati e guidati da partiti o movimenti politici che hanno interiorizzato questo sentimento mediante il richiamo a quella che si potrebbe definire come una concezione astratta della cultura, pensata come qualcosa di immutabile ed eterno, estranea ad ogni processo evolutivo, ma solo passibile di influenze negative provenienti dal diverso.
Tutto torna, il cerchio si chiude e si completa. Perché “l’altro” odierno è lo straniero, colui che è etnicamente percepito come diverso, e dunque come un nemico.
E la difesa del cosiddetto mondo perduto e dei suoi valori tradizionali persuade tanto i vecchi quanto i giovani. L’Europa intera sprofonda sempre di più in una nuova crisi ideologica e culturale. E, in questo precipitare, i movimenti che fanno dell’identità, del nazionalismo, del radicalismo religioso, della paura del diverso, il loro credo e la loro bandiera politica, ottengono sempre più facili consensi.

L’Europa e l’estrema destra – Parte I.

L'Europa e l'estrema destra - parte ISe si volge lo sguardo alla storia dell’umanità, dalla proverbiale alba dei tempi fino alla nostra epoca, l’aspetto più inquietante e sconvolgente pare essere costituito dal fatto che l’uomo abbia letteralmente demolito il mito machiavelliano della storia come maestra di vita. La storia non sembra essere riuscita ad insegnare nulla all’uomo, il quale – dopo interi secoli trascorsi nell’oblio più profondo generato da guerre, morte,distruzione, carestie e crisi di ogni sorta – continua, ancora oggi, a perseverare nei medesimi errori. Sarà pur vero che la storia non torna mai indietro, ma certamente essa può ripetersi, e come sul finire della Belle Epoque ottocentesca – quando il nuovo secolo gettò un’ombra di incertezze morali e mise in discussione i valori su cui da sempre si era poggiata la cultura occidentale – così oggigiorno l’Europa sta attraversando una nuova crisi, che mette a dura prova i suoi ideali.
La crisi che interessa oggi l’Europa non ha connotati esclusivamente economici, ma anche politici, sociali e filosofici. Si viaggia sempre di più, ma si studia e si comprende sempre meno la geografia e la geopolitica, problema, questo, che si riflette tanto sull’ elettorato quanto sulla classe dirigente. Il primo corre il rischio di votare per un partito di cui non consoce nemmeno il programma politico, la seconda rischia di compiere azioni o scelte scellerate, perché non è possibile governare a prescindere dalla comprensione del quadro geopolitico e storico del Paese di cui si è a capo. Ed è proprio in questo contesto che emerge un’analogia con l’Europa degli anni ’20 del 1900, poiché oggi come allora – anche se per motivi storici differenti e in un contesto radicalmente mutato – trovano terreno fertile movimenti o partiti che hanno fatto del radicalismo e del populismo il loro credo. Il manifestarsi di un nuovo sentimento nazionalista crea delle autentiche pulsioni disgregatrici sia entro la UE, sia all’interno degli stati nazionali, in cui prendono piede ideologie nazionaliste, antieuropeiste e spesso xenofobe, che trovano linfa vitale nel concetto di identità; un’identità profondamente collegata a una tradizione storico religiosa che assume tratti razzisti. Questo nuovo nazionalismo presenta innumerevoli sfaccettature, e rende l’Europa un autentico mosaico di forze politiche populiste, separatiste, xenofobe, antisemite, e addirittura dichiaratamente fasciste o neonaziste.
Il primo dato interessante è che questo fenomeno è presente in tutto il vecchio continente: pressoché ogni stato ha il suo partito o la sua forza politica di estrema destra. Dall’Italia alla penisola scandinava, dal Portogallo alla Russia, senza tralasciare l’Europa dell’est e la Grecia.
Non tutti i movimenti di estrema destra presentano però le stesse peculiarità: ad esempio, il Fronte Ellenico (Grecia), il Movimento Patriottico Popolare Finlandese e il Partito del Popolo Svizzero, non sono antisemiti, e addirittura il Partito del Popolo Svizzero non si dichiara neppure – almeno in via formale – una organizzazione politica nazionalista. Al contrario, vi sono partiti che sono apertamente antisemiti ma non necessariamente antieuropeisti, come il Partito Nazionalista Slovacco o il Partito della Grande Romania, o come il Fronte Nazionalista e Patriottico Russo, quest’ultimo anche in virtù del fatto che la Russia non è un Paese membro dell’Unione Europea.
D’altro canto va invece sottolineata l’esistenza di un nucleo duro di valori, ideologie e posizioni condivise e assunte da ognuno di questi partiti: in primo luogo il razzismo e la xenofobia, e più in generale una vera e propria avversione nei confronti del diverso, che spesso sfocia anche nell’omofobia; in secondo luogo il nazionalismo, etnico o meno, intriso di patriottismo e di una vera e propria cultura identitaria; in terzo luogo il concetto della nazionalità intesa come autentico vincolo di sangue. I partiti sopracitati che non si riconoscono in ognuno di questi elementi, sono solo pochissime eccezioni ad una regola che negli ultimi anni si è fatta sempre più ferrea nel mondo dell’estrema destra europea.
Questo coacervo di credenze ed elementi hanno la loro fonte nel principio di disuguaglianza presente nella filosofia nietzschiana, in base al quale gli uomini sono per natura diseguali e soltanto una civiltà che affonda le sue radici nel cristianesimo – con la cosiddetta morale del gregge – li ha resi ingiustamente uguali. La storia della moderna civiltà europea sembra dunque essere attraversata da una lotta tra principi antitetici (uguaglianza da un lato e disuguaglianza dall’altro) nonché dalle rispettive derive (omologazione e autoritarismo).
Si dice che ogni epoca abbia il suo fantasma. Per l’estrema destra odierna lo spettro da combattere è rappresentato dall’immigrato, dal clandestino, e da tutti coloro che migrano dal sud verso il nord del mondo, in fuga da scenari drammatici e in cerca di migliori condizioni di vita. Questo nuovo nemico funge anche da collante per tutti gli schieramenti della destra estremista che, per ottenere sempre maggiori consensi, si avvale di una tematica molto delicata, in merito alla quale sia la tradizionale destra cristiana sia la sinistra faticano a trovare una soluzione ragionevole.

Già l’aquila d’Austria le penne ha cambiato.

Già l'Aquila d'Austria le penne ha cambiato.PNGIl 15 ottobre scorso si sono tenute in Austria le elezioni legislative per il rinnovo delle due camere di cui si compone il parlamento austriaco, il Nationalrat (la Camera bassa) e il Bundesrat (la Camera alta). Tali elezioni hanno portato alla luce il seguente esito: sul gradino più basso del podio si posiziona Hans-Christian Strache, leader del partito populista di estrema destra FPOE (Partito della Libertà Austriaco), con il 26% delle preferenze e con 51 seggi su 183 a disposizione. In seconda posizione si classifica il Cancelliere uscente Christian Kern, leader di SPOE (Partito Socialdemocratico), con il 26,9% delle preferenze e 52 seggi. Ma il vero protagonista di questa tornata elettorale, trionfante in prima posizione, è Sebastian Kurz, da maggio a capo del OEVP (partito popolare austriaco), che ha totalizzato il 31,5% delle preferenze e si è aggiudicato ben 62 seggi.
Non è stata certo una sorpresa eclatante: già da alcune settimane la notizia di una sua vittoria era nell’aria e i sondaggi non hanno tradito le aspettative. Sebastian Kurz, trentuno anni, viennese, è così divenuto il più giovane Cancelliere della storia austriaca nonché il più giovane capo di governo dell’intero pianeta. Divenuto il nuovo leader del Partito Popolare Austriaco la scorsa primavera, nel giro di pochi mesi si è fatto portatore di un vento di cambiamento che ha soffiato su una forza politica resa debole da troppi anni di coabitazione con i socialdemocratici. Non si è trattato di un caso, quindi, che la sua prima mossa – una volta eletto segretario di partito – sia stata la rottura con i socialdemocratici di Kern, manovra politica che ha portato il Paese ad elezioni anticipate. Ne è uscito vittorioso, a testa alta, e lo scorso venti ottobre ha formalmente ricevuto l’incarico di formare il nuovo governo della Repubblica d’Austria.
Una strategia perfetta, partita dal rinnovamento di un partito snobbato, vecchio e ormai poco credibile, che attingeva i suoi voti da un ristretto bacino elettorale composto per lo più dalla vecchia guardia residente nelle zone rurali del Paese. Grazie a Kurz, l’ OEVP si è velocemente trasformato in un’alternativa politica che punta al consenso di un ceto medio molto più giovane, che fino a questo momento aveva intravisto – benché a malincuore – nell’estrema destra, l’unica via di fuga dalla socialdemocrazia.
Un Macron che parla tedesco verrebbe da dire, ma in realtà – dati anagrafici esclusi – Sebastian Kurz sorride ad un’idea di Europa che differisce non poco da quella del leader francese. Egli è convinto che, se la UE vuole sopravvivere, deve cedere maggiore sovranità nonchè il potere sottratto agli Stati membri. Kurz guarda più a quello che si potrebbe definire come populismo moderato, che pure presenta punti di contatto con l’estrema destra di Strache: pugno di ferro contro l’immigrazione irregolare e contro il numero eccessivo di migranti che sbarcano sulle coste italiane e dell’Europa meridionale per poi disperdersi in tutto il continente, rivendicazione alla UE di maggiori poteri ai singoli stati nazionali, soprattutto in ambito di sicurezza interna e di controllo. Ma “La virtù sta nel mezzo”, sentenzia una celebre massima latina; Kurz lo sa, e si guarda bene dal predicare soluzioni estremiste tipiche dell’euroscetticismo del FPOE – quali l’ uscita dall’euro o dall’Unione Europea – poco o nulla in linea con l’ideologia di un partito della destra moderata, di cui invece si fa massimo portatore con il suo programma di politica interna: meno tasse per i cittadini austriaci, al fine di investire una cifra pari a circa dodici miliardi di euro nella creazione di nuovi posti di lavoro a vantaggio della classe media, interventismo statale ridotto al minimo e tagli ai sussidi economici per gli stranieri. Moderato in patria, più populista – si fa per dire – nei rapporti con l’Unione Europea e per quanto concerne l’ambito dell’immigrazione, senza mai risultare estremista.
A conferma di questa affermazione, basti pensare al suo operato degli ultimi anni: nel 2013, in qualità di Ministro degli Esteri, ottenne la chiusura della rotta balcanica, si oppose fermamente alla possibilità che la Turchia entrasse a far parte della UE, e, sempre in ottica immigrazione, spinse per ottenere l’analisi delle richieste d’asilo prima che i richiedenti toccassero il suolo europeo e austriaco, quale misura di ridimensionamento dei numeri eccessivi dei migranti, senza dimenticare, infine, le numerose proposte di legge avanzate durante la campagna elettorale contro la radicalizzazione dell’islam nel Paese.
Ora che ha vinto le elezioni e ha ottenuto l’incarico di creare un nuovo governo per l’Austria, Kurz deve fare i conti con il sistema elettorale proporzionale austriaco, un proporzionale che, di fatto, impone ai partiti di formare delle coalizioni. E proprio questo suo muoversi su un duplice binario politico – moderato e con alcune peculiarità tipiche di una destra più estremista, per nulla euroscettico ma nel contempo contrario ad un’eccessiva integrazione europea – potrebbe permettere all’estrema destra di Strache di tornare al governo, dopo un’esperienza di coabitazione tra il 2000 e il 2005 tra conservatori e FPOE, allora capeggiati da Joerg Haider. Non fu un’esperienza felicissima per l’estrema destra, che subì l’imposizione dei conservatori, senza avere realmente voce in capitolo. Memore di quella vicenda, Strache ha già chiarito che questa volta la musica sarà diversa, e che l’FPOE farà di tutto per dettare la propria agenda. Se Kurz strizzerà davvero l’occhio alla destra di Strache – invece che limitarsi a vederla come una scomoda coinquilina al governo – nessuno userà più espressioni come “Il nuovo Macron” o “Il Macron d’Austria”, anzi, l’Austria stessa potrebbe diventare l’ennesima dimostrazione della difficoltà di realizzazione della politica d’integrazione europea promossa dal leader francese, già messa a dura prova dal dilagare dei partiti estremisti in tutta Europa, come testimoniano i forti consensi del Partito della Libertà Olandese e dell’Alternativa per la Germania.
In tutto questo quadro, la sinistra socialdemocratica austriaca – benché arrivata seconda all’ultima tornata elettorale – pare non trovare spazio nel prossimo governo Kurz. Alla disperata quanto vana ricerca di una classe sociale oppressa o presunta tale di cui farsi portavoce, il partito di Christian Kern – come del resto tutte le sinistre europee – non ha trovato argomenti validi e innovativi sui quali basare una solida campagna elettorale, il secondo posto soffiato all’estrema destra pare più dovuto ad uno stigma sociale che non a una reale convinzione di matrice politica e ora trema davanti allo spettro della coabitazione Kurz – Strache. I tempi delle coalizioni a guida socialdemocratica sono finiti. L’Austria si è espressa, e ha scelto la strada che porta a destra.

Cina e India: i giganti diversi.

Cina e india - i giganti diversiSpesso si fa riferimento alla Cina e all’India come a ipotetici ereditari dell’egemonia mondiale, sottolineando gli elevati ritmi di crescita economica che hanno accompagnato i due sub-continenti negli ultimi decenni e le caratteristiche demografiche comuni, tendendo a paragonarne le evoluzioni moderne e, a volte, a pensare che siano parallele. A dire il vero, Cina e India – due realtà profondamente diverse per tradizioni, storia e cultura – rimangono ancora a rappresentanza di due poli opposti nel contesto asiatico e i rispettivi sentimenti di diffidenza – già presenti in modo preponderante nell’era moderna sin dagli anni che seguirono l’indipendenza indiana e la rivoluzione comunista cinese, culminati con la guerra lampo del 1962 per la questione, mai risolta, dell’Aksai Chin – non appaiono come superati e, anzi, un’ipotetica mutua collaborazione tra i due Giganti Asiatici appare ancora oggi impensabile, a parte in rari e circoscritti casi.
Il fatto abbastanza palese è che, almeno negli ultimi dieci anni, la posizione della Cina primeggi in modo deciso rispetto a quella dell’India, tant’è che proprio la patria di Gandhi, ad oggi, vive maggiormente nel timore di un ipotetico accerchiamento cinese ed è particolarmente preoccupata dal ruolo che i cinesi stanno consolidando nelle relazioni internazionali. Si pensi, a riguardo, alla forte diffidenza dell’India nei confronti del progetto “One Belt, One Road” cinese, caricato dell’intenzione di portare investimenti anche nel Paese indiano, restio, a sua volta, a concedersi – nonostante la forte necessità di infrastrutture – proprio a causa del timore della penetrazione dell’influenza cinese all’interno del proprio territorio, nel contesto del cosiddetto “accerchiamento cinese”. Influenza cinese che, sicuramente, è ampiamente in fase di avanzamento in Pakistan – vicino e storico rivale dell’India sin dalla contemporanea nascita di entrambi gli stati – in Bangladesh (Pakistan Orientale fino al 1971, causa della terza guerra indo-pakistana), in Birmania e in Sri Lanka, stati questi che, invece, sono tradizionalmente sotto l’influenza indiana, la quale rischia oggi di essere spodestata.
Il fatto che la Cina sia, ad oggi, in una posizione diversa rispetto all’India – la Cina è, di fatto, la più grande economia del Mondo in base al potere d’acquisto secondo il FMI sin dal 2014, il più grande produttore del Mondo, il più copioso esportatore e, infine, il paese con le più consistenti riserve valutarie al Globo – e che tale differenza doti la Repubblica Popolare di maggiore potere dipende certamente da una moltitudine di fattori che necessiterebbero di molto tempo e attenzione per essere analizzati appieno ma, quello che verrà descritto in questo caso, potrebbe essere considerato come una discriminante importante da un punto di vista generale e nell’analisi degli eventi.
La differenza presa in considerazione riguarda i sistemi politici dei due paesi e, in particolare, i principi costituzionali effettivi che hanno definito il contesto all’interno del quale le classi dirigenti dei due paesi hanno operato dal dopoguerra in avanti. In realtà, in questo caso, per ciò che riguarda la Cina, bisogna scindere totalmente tra il periodo maoista e il periodo post-maoista e, nello specifico, quello di Deng Xiaoping e successivo alla Costituzione del 1982 (ovvero la IV, dopo quelle del 1954, del 1975 e del 1978). Per ciò che riguarda l’India, certamente è necessario frazionare i diversi periodi politici, ma ciò che risulta evidente è la continuità del suo contesto costituzionale: la costituzione dell’India, risalente al 1950, è un grande esempio di testo democratico, tant’è vero che l’espressione che identifica l’India come la più grande democrazia del Mondo non è affatto una visione distopica della realtà.
I 450 articoli – suddivisi in 22 parti che compongono la fonte primaria indiana e la rendono il più lungo testo costituzionale scritto di un paese indipendente – sono a testimonianza della volontà di inquadrare in modo completo e non affatto esagerato il sub-continente dalle innumerevoli differenze interne. Si pensi, a tale riguardo, che l’India riconosce sì l’inglese e l’hindi come le due lingue ufficiali del governo, ma prevede anche altri 22 idiomi riconosciuti nelle realtà amministrative dei diversi stati. Inoltre l’India è, de jure e de facto, un sistema federale composto da 29 stati e 6 territori (più la capitale Delhi), composti (gli stati) da un parlamento e un governatore (nominato dal presidente dell’Unione) che operano in un contesto di specifica divisione delle materie di competenza, anche queste previste dalla Costituzione. Inutile dire che la previsione dei principi fondamentali come il Principio di uguaglianza, della netta divisione dei poteri e, addirittura, la specificazione di diverse norme programmatiche sottolineano definitivamente la natura democratica dell’India.
Per ciò che riguarda la Cina, invece, non è presuntuoso affermare che la Costituzione del 1982 non è altro che un fantoccio, pieno di riferimenti ai principi costituzionali di derivazione occidentale ma non assolutamente in grado di smontare la natura dirigista e a partito unico della Repubblica Popolare. Si può, ad esempio, confrontare i due casi considerando il meccanismo di revisione: in India la possibilità di emendare la Carta è differenziata e, talvolta – soprattutto per ciò che riguarda i principi fondamentali – rigida; la Costituzione Cinese ha, invece, le caratteristica della flessibilità distribuita più o meno indiscriminatamente. Ciò deriva anche dalla diversa forma di governo cinese, dichiaratamente socialista – socialismo comprendente le visioni degli uomini politici cinesi, da Mao a Deng Xiaoping e probabilmente, a breve, a seguito del XIX Congresso del PCC, verrà inserito anche il pensiero di Xi -, basata sui principi della doppia dipendenza e del centralismo democratico e profondamente legata alla struttura del Partito Comunista, spesso preliminare a quella statale – si pensi al Comitato Centrale, alla Commissione Militare Centrale, al Leader e Segretario del Partito ormai coincidente con il Presidente delle Repubblica. Oltre a ciò non esiste una divisione dei poteri, la quale è solo formale: in realtà, a partire dalle Assemblee Nazionali fino alla carica di Presidente della Repubblica Popolare, è sempre il ruolo del Partito Comunista a primeggiare incontrastato – situazioni intuibile se si considera che il PCC è l’unico partito effettivo, tanto che gli altri partiti, per la verità pochi, vengono spesso indicati con l’espressione “vaso di fiori”, per indicarne la loro natura esclusivamente estetica.
Fatte queste necessarie premesse, è ora interessante considerare che proprio tali contesti, uno democratico e l’altro autoritario, hanno profondamente influenzato la gestione dello sviluppo massiccio dei due paesi. L’India è, ad oggi, soggetta ad una discreta alternanza al governo con una crescente importanza dei partiti locali: lo stato indiano è munito di un sistema elettorale e di governo simile a quello della Gran Bretagna (Westminster), con la grande differenza che – oltre al fatto di essere una Repubblica e non una Monarchia -, vi sono sì due grandi partiti che si alternano (BJP e Congress), ma essi necessitano di essere coalizzati con i partiti locali che, quindi, portano un’influenza federale e molto differenziata nel parlamento. Ciò comunque non è sempre stato caratteristico dell’India, che fino agli anni 1970 è stata dominata dal partito Congress di Nehru e Indira Gandhi. È, però, proprio attraverso la figura della Gandhi che si possono apprezzare le garanzie costituzionali indiane: la vita politica della figlia di Nehru venne interrotta per la prima volta – a seguito della sua decisione di dichiarare lo stato di emergenza – proprio dalle libere elezioni. Tutto ciò sarebbe stato impossibile in Cina. Se è vero che la democrazia indiana, la quale comunque non è libera dal fardello della corruzione ma è comunque una democrazia, ha reso possibile l’espansione del pensiero liberale già caro a Nehru e l’alternanza al governo oltre che la crescente decentralizzazione, essa ha paradossalmente impedito alcune tendenze utili, tipiche della Cina: la continuità estrema dell’unica classe politica dominante, la conseguente possibilità di sfruttare appieno la straordinaria lungimiranza dei leader, la possibilità di sacrificare massicciamente diverse aree geografiche e le connesse popolazioni per concentrare il massimo delle risorse nelle zone più significative in termini di potenziale e la metodologia libera da particolari impedimenti nella gestione delle minoranze, soprattutto per ciò che riguarda quelle più destabilizzanti per l’unità cinese.
È difficile immaginare che eventi come quelli della Rivoluzione Culturale, di Piazza Tienanmen, oltre alle azioni attuate nei confronti della popolazione turcofona degli uiguri nello Xinjiang, o della classe politica e spirituale tibetana (emigrata proprio in India, da Lhasa a Dharamsala, nell’Himachal Pradesh), abbiano potuto portare alle stesse conseguenze in India. Se è pur vero che la politica di apertura – riprendendo il concetto di Politica della Porta Aperta in una concezione diversa da quella attribuitagli a seguito delle Guerre dell’Oppio – assunta da Deng – il quale ha trasformato la Cina in un sistema socialista a capitalismo controllato dallo Stato e ha fatto tutto ciò esclusivamente da posizione di potere, senza alcuna rivoluzione interna, liberalizzando e privatizzando parte del mercato ma mantenendo costantemente il totale controllo – è stata il volano decisivo per lo sviluppo straordinario della Cina, assolutamente indispensabile per suo radicale cambiamento culturale e nella concezione del proprio ruolo mondiale; è altrettanto vero che tutto ciò non è stato esente da un importante prezzo da pagare – anche se è chiaro che le differenze costituzionali tra Cina e India sono largamente legate alle loro tradizioni e alla loro storia e, per questo, appare difficile e, soprattutto, inutile fare valutazioni da uno punto di vista morale. Si pensi all’istituzione di entità specifiche disciplinate dalla stessa Costituzione, ovvero le zone economiche speciali (aree che hanno portato gli IDE in Cina) o la costruzione di grandi reti infrastrutturali con lo sviluppo di città cosmopolite e sullo stile delle metropoli occidentali, come Shanghai: sarebbero state possibili senza sacrificare le popolazioni rimaste isolate dell’entroterra, come la Mongolia Cinese? Inoltre, proprio a Deng si deve il rapido mutamento delle competenze professionali del mondo del lavoro cinese e del progresso tecnologico in generale, il quale sarebbe stato difficile, almeno con questa rapidità, senza una continuità indiscriminata nella leadership e il rimpiazzo di grandi altri settori produttivi più tradizionali. Altro esempio è la politica estera della Cina, oggi più che mai ambiziosa, anche se – caratteristica tipicamente cinese – di basso profilo: essa è frutto sì della direzione del partito, ma anche della volontà di un Leader, quello attuale, che tende ad accentrare i poteri in modo ancora maggiore rispetto al passato di Deng, Zemin e Hu Jintao e ritorna, sotto questo punto di vista, all’esperienza maoista.
Ovviamente questo testo ha l’unica ambizione di porre in rilievo una possibile discriminante, peraltro in linea molto generale, tra l’evoluzione dei due paesi più “promettenti” del XXI secolo: esso è lungi dall’essere un’analisi approfondita e tantomeno ambisce a definire una soluzione univoca. Le differenze tra i due paesi sono innumerevoli, a partire dalla burocrazia dello stato fino alle religioni presenti e ai sistemi di divisione interni (si pensi al sistema delle caste ecc).
Peraltro è necessario sottolineare come il futuro sia del tutto incerto. È certamente vero che la distanza tra Cina e India rimane considerevole: l’economia cinese è il quintuplo, in termini reali, di quella indiana e alcuni indicatori importanti sono largamente a favore della Cina, come il tasso di analfabetismo (5% contro 30%), oltre alle infrastrutture in generale, i servizi igienici ecc. Nonostante questo, però, è utile evidenziare che, oltre al fatto che il trend demografico è favorevole all’India, può sorgere un quesito interessante: quanto potrà ancora durare il regime cinese? Per quanto sia impossibile rispondere a questa domanda, molti analisti sottolineano come a certi livelli di crescita economica sia inevitabile una transizione democratica. Ciò, comunque, non è affatto scontato ma certo è che, sin dal 1989, la classe dirigente cinese non vive periodi di grande tranquillità essendo conscia del sentimenti latenti all’interno di una popolazione in continua, seppur leggermente declinante, crescita economica.