Semplificazione, dove sei finita?

Semplificazione, dove sei finitaSemplificare. Lo abbiamo sentito ripetere così spesso che, ormai, sembra aver perso qualsiasi significato reale: la lotta alla burocrazia, infatti, sebbene considerata a parole una priorità da tutti i governi succedutisi negli anni recenti, è sempre rimasta solo sulla carta. Ma cos’è la burocrazia? Nel suo libro “I Sette peccati capitali dell’economia italiana” (Feltrinelli, 2018), Carlo Cottarelli scrive che «esiste una piccola e una grande burocrazia. La piccola burocrazia è quella con cui ci scontriamo tutti i giorni: il modulo difficile da compilare, la coda all’Agenzia delle Entrate, e così via. La grande burocrazia è invece la ragnatela di leggi, norme, regolamenti che avvolge l’Italia e che ostacola il buon funzionamento dell’economia».
Che intervenire per sfoltire l’italico ginepraio di leggi e regolamenti sia una priorità, per noi è un’affermazione banale. Ma, come sempre, fatti e numeri possono darci un quadro più chiaro e oggettivo della situazione. L’indice Doing Businesss 2019 della Banca Mondiale, il quale classifica i paesi in base a quanto l’ambiente normativo è favorevole all’avvio e allo svolgimento di un’impresa, ci pone 59simi, dietro a Romania, Kenya e Kosovo; se si considerano solo i paesi OCSE ad alto reddito, l’Italia scivola al quart’ultimo posto. Secondo l’Osservatorio sulla Semplificazione di Assolombarda Confindustria (Milano e Monza Brianza), il peso della burocrazia sul fatturato di un’impresa può arrivare a pesare fino al 4%: si va da una stima di 108mila euro per una piccola impresa fino ai 710mila di una di medie dimensioni. Complessivamente, la CGIA di Mestre quantifica in 57 miliardi all’anno i costi delle aziende italiane per i rapporti con la pubblica amministrazione.
La tradizione politica italiana di annunciare provvedimenti tesi a ridurre i tentacoli della burocrazia è stata rispettata anche dal Governo Conte, che nei giorni scorsi ha approvato (salvo intese) il “Decreto Semplificazioni” promesso a maggio. Le aspettative sono state, però, ancora una volta deluse e la montagna ha partorito un topolino: Sabino Cassese, intervistato dall’Huffington Post, ha dichiarato che l’esecutivo ha fatto «il meno possibile, sul maggior numero di materie, e quel poco è stato fatto male» e ha sottolineato il paradosso di voler semplificare per mezzo di un decreto composto da 48 articoli e lungo 96 pagine. Anche Carlo Stagnaro, in un articolo pubblicato su Il Foglio dell’8 luglio, ha puntato il dito contro le misure messe in campo con la speranza di velocizzare i tempi di esecuzione delle opere pubbliche: concentrandosi sulla fase di affidamento, che in realtà occupa solo il 14% dei tempi complessivi (stimati in 4,4 anni), sono state aumentate le soglie per l’affidamento diretto e la procedura negoziale, col risultato di sbarazzarsi «dell’unico spazio di trasparenza e confronto concorrenziale in un iter kafkiano».
La pervasività della burocrazia sembra, dunque, un male impossibile da estirpare e diffuso non solo nel nostro Paese: nella sua prefazione a “Per una nuova libertà” di Murray Rothbard (Liberilibri, 2004), Marco Bassani denunciava già nei primi anni Duemila la convinzione che con la legislazione si possa ottenere qualsiasi cosa e scriveva che «la normofilia è ormai la più grave malattia politica contemporanea». Ma perché in Italia è così difficile semplificare? Una risposta a questa domanda si trova nell’articolo scritto da Nicola Rossi per l’inserto “L’Economia” del Corriere della Sera del 29 giugno: «le complicazioni non arrivano da Marte né sono il frutto di una maligna casualità. Le complicazioni – che vengono magnificate da una qualità legislativa in caduta libera ormai da qualche lustro – rispondono ad una esigenza ben precisa: nelle complicazioni nasce, dalle complicazioni si nutre e attraverso le complicazioni si esprime il potere della politica e della burocrazia». Ne consegue che, se si vuole restituire un senso al verbo “semplificare” e procedere concretamente con un taglio della burocrazia, la via maestra passa attraverso una riduzione del perimetro di intervento dello Stato nelle nostre vite e, in particolare, nell’economia. Il resto è vuota retorica.

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