Il fardello del debito.

Il fardello del debito.PNGL’espressione debito pubblico è ormai entrata nelle nostre vite quotidiane: la leggiamo sui giornali, la sentiamo in televisione e magari ne parliamo anche al bar. Ne siamo talmente assuefatti che tendiamo a dimenticarci due importanti elementi di qualunque fenomeno: le cause e gli effetti.
Scrive Sergio Romano in “Guerre, debiti e democrazia” (Laterza, 2017): «I debiti contratti in tempo di pace con banche o Paesi stranieri vengono spesso negoziati per pagare debiti precedenti e quando il debito dello Stato con i propri cittadini non basta a sostenere la spesa pubblica. In alcuni casi possono essere giustificati da eventi imprevisti, come per l’appunto l’aumento del prezzo degli idrocarburi dopo la guerra del Kippur o una crisi della finanza internazionale. Ma in molti casi sono il risultato di una democrazia che è diventata nelle ultime generazioni sempre più costosa e potenzialmente corrotta. Le elezioni sono una gara di promesse. Partiti e candidati chiedono voti in cambio di un “futuro migliore”; e l’agenda delle promesse si è andata progressivamente caricando, nella seconda metà del secolo scorso, di impegni sempre più onerosi: sanità, pensioni, sussidi di disoccupazione, reddito di cittadinanza, detrazioni fiscali per particolari categorie di cittadini. Le aspettative di un tempo sono diventate diritti, indipendentemente dalle disponibilità del bilancio. Fatte a tutta prima in un clima di relativa prosperità e di aspettative crescenti, le promesse sono diventate sempre più numerose e difficili da mantenere. Ma le regole della democrazia esigono che il potere venga sanzionato dal voto degli elettori e la classe politica ha imparato a trasferire le responsabilità delle proprie decisioni sulle spalle della generazione seguente. Sono queste in buona parte le ragioni per cui il debito pubblico di alcuni Paesi europei, fra cui l’Italia, è andato progressivamente crescendo». Insomma: il debito pubblico come strumento per acquistare il consenso, trasferendone il costo sui cittadini di domani.
Decisamente più controversa e dibattuta è la questione degli effetti. Assistiamo quotidianamente ad un dibattito che coinvolge politici, economisti, giornalisti e commentatori vari, i quali si dividono tra chi ritiene il debito pubblico il male assoluto e chi, invece, la panacea per molti dei problemi italici. Tale dibattito non è certo un fenomeno recente, e come sottolinea Leonida Tedoldi in “Il conto degli errori. Stato e debito pubblico in Italia” (Laterza, 2015) sulla questione ci si divideva già nel Settecento: mentre Alexander Hamilton credeva che il debito fosse una benedizione e un potente cemento per la nazione e che la tassazione per il pagamento degli interessi potesse essere un forte stimolo all’industria, David Hume riteneva fosse un elemento potenzialmente devastante per la nazione poiché consegnava il Paese ad un ceto di finanziari anteponendo l’interesse dei creditori a quello della popolazione.
Lungi da noi l’addentrarci in questioni filosofiche e di principio, vogliamo concentrare la nostra attenzione su qualcosa di innegabile: i numeri e i fatti. E intendiamo farlo traendo qualche lezione dal caso del Giappone. La scelta non è certo casuale: i sovranisti nostrani tendono spesso a presentarcelo come il Paese del bengodi, nonostante un rapporto Debito/Pil superiore al 250%, sostenendo per induzione che basta possedere sovranità monetaria per poter accumulare tutto il debito che si vuole senza alcuna conseguenza.
Ma è proprio così? Ovviamente no. Il Giappone reale è molto diverso da quello della narrazione sovranista e per capirlo facciamo ora riferimento a tre dati importantissimi:

  • Il livello di tassazione: secondo Spectator Index, in Giappone il Personal Income Tax Rate è del 56%, il secondo più alto al mondo preceduto solo dalla Svezia. Per fare un paragone, in Italia, dove giustamente accusiamo lo Stato di imporci una pressione fiscale talmente elevata da assumere i contorni di un vero esproprio, è del 43%;
  • L’età pensionabile: quante volte abbiamo sentito qualche nostro concittadino lamentarsi della Fornero e dell’aumento dell’età pensionabile? I dati OCSE ci dicono che, mentre in Italia l’età di pensionamento effettivo è circa 63 anni, in Giappone è intorno ai 70;
  • La crescita del PIL: il tasso di crescita aritmetico medio annuo del Giappone dal 2009 al 2016 è stato dello 0,69%. Una miseria, nonostante nello stesso periodo il deficit sia stato in media del 7,33%. Ma c’è di più: il grafico qui sotto (per il quale si ringrazia e si consiglia di seguire su Twitter il @SignorErnesto) ci mostra la serie storica del debito e del PIL reale in Germania e in Giappone. Ebbene, è interessante notare una cosa: nel momento in cui il grafico del debito inizia a divaricarsi – aumentando molto di più in Giappone rispetto che in Germania – anche quello del PIL si divarica, ma in direzione opposta – i tedeschi iniziano a crescere molto più dei nipponici.

DEBITO E PIL IN GERMANIA E GIAPPONE - FRED

Cosa ci insegnano, dunque, queste piccole lezioni dal caso giapponese? Semplice: che il debito pubblico è un fardello. Il fatto che uno Stato abbia una sua moneta forte – e bisogna sottolineare la parola forte: non stiamo parlando della liretta da svalutare – forse consente una maggiore sostenibilità di debiti pubblici elevati, ma non cambia il fatto che il debito pubblico sia un peso che si scarica sui cittadini e sulla crescita.

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