Un approccio liberale al Recovery Fund.

Un approccio liberale al recoveryIl Recovery Fund (di cui abbiamo scritto una breve guida introduttiva che potete leggere qui) può rappresentare una grande opportunità per l’Italia, ma allo stesso tempo un cappio attorno al collo di un paese che da tempo pare destinato ad un lento ma inevitabile declino: basti pensare che uno dei più importanti e tangibili vantaggi derivanti dall’ingresso nella moneta unica all’inizio degli Anni Duemila, ossia la drastica riduzione dei tassi di interesse sul debito pagati dal nostro paese (il cosiddetto “dividendo dell’euro”), divenne l’occasione per i governi italiani di aumentare la spesa pubblica corrente anziché rimettere in ordine i conti pubblici ed avviare quelle riforme indispensabili per rilanciare la produttività (negli stessi anni, la Germania adottava l’Agenda 2010, l’ampio pacchetto di riforme che permise a quello che da alcuni anni era considerato il “malato d’Europa” di diventare la “locomotiva d’Europa”). Su un totale di circa 200 miliardi destinati all’Italia, più di 100 sono rappresentati da prestiti e dovranno quindi essere restituiti nel corso di prossimi decenni. Affinché, dunque, il Next Generation non diventi un nuovo peso sulle spalle delle future generazioni, ma piuttosto la scintilla che inneschi il rilancio italiano, è necessario che tali fondi vengano impiegati in riforme utili ad aumentare il potenziale di crescita del nostro paese.

Il motore della libertà
A questo punto è necessario domandarsi se esistano politiche in grado di centrare tale obiettivo. Nell’ultimo “Index of Economic Freedom”, la Heritage Foundation ricorda che gli stati, in qualsiasi fase di sviluppo si trovino, possono alimentare il proprio dinamismo economico adottando politiche che incoraggino una maggiore imprenditorialità, conferendo agli individui e alle imprese maggior libertà d’azione. In particolare, un più elevato grado di libertà economica è associato a: (1) Un maggior livello di PIL pro capite: la media per i paesi classificati come “liberi” è pari a 71.576 dollari, contro i 6.834 dei paesi “prevalentemente non liberi”. (2) Una maggior crescita economica: indipendentemente dall’orizzonte temporale considerato (25, 15 o 5 anni), vi è una relazione positiva tra variazioni del livello di libertà economica e variazioni nella crescita del Pil pro capite. (3) Un maggior dinamismo imprenditoriale: vi è una forte correlazione tra libertà economica e densità di nuove imprese, ossia il numero di società create ex novo ogni 1.000 persone in età lavorativa. Va inoltre sottolineato, a favore dei critici preoccupati dai presunti effetti collaterali del libero mercato, che una maggiore libertà economica si associa altresì ad un minor tasso di povertà e ad una miglior prestazione nel “Environmental Protection Index” dell’Università di Yale, due temi al centro dell’azione del Governo italiano e della Commissione Europa.

La libertà economica in Italia
Come sta l’Italia in termini di libertà economica? Non bene: l’ultimo report posiziona l’Italia al 69° posto in classifica con un punteggio di 64.9, ben lontana dai migliori paesi europei come Irlanda (5° posto con un punteggio di 81.4), Regno Unito (7° posto con un punteggio di 78.4) ed Estonia (8° posto con un punteggio di 78.2) e al di sotto della Germania (29° posto con un punteggio di 72.5) e persino della statalista Francia (64° posto con un punteggio di 65.7). Guardando ai singoli indicatori che compongono l’indice, è possibile verificare i settori in cui il nostro paese è più debole: la tabella, che confronta la performance dell’Italia con quella del miglior paese dell’Unione Europea per ogni singolo settore, ci evidenzia i forti ritardi sui temi della “rule of law” (in particolare efficienza della giustizia e pervasività della corruzione), delle dimensioni dell’intervento governativo nell’economia (pressione fiscale, spesa pubblica e stabilità dei conti pubblici) e delle regolamentazioni che limitano la libertà di impresa e il mercato del lavoro; gli unici settori in cui l’Italia resta al passo dei migliori sono quelli su cui si fa sentire l’influenza di Bruxelles (il punteggio relativo alla libertà di commercio, ad esempio, è lo stesso per tutti i paesi aderenti al mercato unico).

LIBERTà
Pare dunque evidente quale debba essere la strada da perseguire. Non servono ulteriori interventi diretti dello Stato nell’economia, quanto la necessità di utilizzare le risorse a disposizione per implementare quelle riforme finalizzate a creare maggiori margini di libertà per imprese e famiglie. La riforma della giustizia (non intesa come un semplice incremento delle piante organiche dei tribunali), la lotta alla corruzione (che prolifera laddove la burocrazia la rende un inevitabile strumento per accelerare le pratiche od ottenere favori dal pianificatore pubblico), la riforma del fisco (tesa non solo a ridurre la pressione fiscale, ma anche a semplificare e rendere maggiormente trasparente il sistema), il taglio della spesa pubblica corrente (necessario per finanziare la sforbiciata alle tasse di cui sopra, oltre che per rimettere i conti pubblici su un percorso di sostenibilità) e la riforma del mercato del lavoro (finalizzata in particolare a decentrare la contrattazione salariale e a rendere le remunerazioni maggiormente dipendenti dalle dinamiche della produttività): queste devono essere le priorità del governo, che invece negli anni ci ha abituato – salvo rarissime occasioni – all’approccio opposto di stampo dirigista e statalista.

La valutazione delle politiche
C’è infine un ultimo aspetto che deve essere considerato nell’affrontare il tema di un approccio liberale al Recovery Fund: come ha scritto Elisa Serafini nel suo libro “Fuori dal Comune”, «ciò che oggi viene utilizzato come principio di sostegno a una proposta è la sola intenzione. Se l’intenzione è considerata buona, […] allora va tutto bene. Il problema è che le politiche pubbliche non dovrebbero essere basate sulle sole intenzioni: possono essere più che nobili, ma portano a delle conseguenze». È dunque necessario adottare la soluzione recentemente proposta, con riferimento al Next Generation Eu, da Carlo Stagnaro e Guglielmo Barone in un loro articolo su “lavoce.info”: rendere trasparenti e facilmente accessibili i dati affinché ricercatori (accademici e non) in concorrenza tra di loro possano valutare l’efficacia delle riforme adottate (ossia «misurarne l’impatto causale, ovvero la differenza tra il valore della variabile di interesse dopo l’intervento di politica economica e il valore che la stessa variabile avrebbe assunto senza quell’intervento»); intervenire in corso d’opera per migliorare ciò che si sta facendo, anche in considerazione del fatto che i fondi europei non saranno erogati in un’unica soluzione ma a tranche condizionate al raggiungimento di obiettivi specifici, sarebbe il modo migliore per evitare l’ennesimo sperpero dello Stato italiano a danno delle future generazioni.

Libertà economica vo’ cercando.

Libertà economica vo'cercandoLa libertà economica di un Paese è una variabile chiave per poter analizzarne correttamente la situazione e soprattutto le prospettive di sviluppo e di prosperità. Ciò nonostante, è un concetto difficile da definire e troppo spesso ignorato nel dibattito pubblico: tutti ci appassioniamo al tema delle libertà civili, tutti ci indigniamo se un governo limita diritti fondamentali come quelli di parola o di stampa, ma in pochi ci preoccupiamo sul serio di fronte a limitazioni alla libertà economica.
Essa può essere definita, prendendo la cosa molto alla larga, come la libertà di scegliere e di farsi scegliere, per usare un’espressione usata da Alberto Mingardi nel suo libro L’intelligenza del denaro (Marsilio, 2013). Al centro della questione vi è, quindi, l’autonomia dell’individuo, il suo diritto a soddisfare i propri desideri e i propri bisogni nel modo che ritiene più opportuno, guidato dalle proprie priorità e non da quelle del governo.

L’Index of Economic Freedom
A partire dal 1995, la Heritage Foundation ha messo a disposizione di tutti un indice, l’Index of Economic Freedom, che ci fornisce una visione sintetica del grado di libertà economica di un Paese: più il punteggio è alto, più il Paese è economicamente libero (al primo posto troviamo Hong Kong con 90.2 punti); viceversa più il punteggio è basso, meno il Paese è economicamente libero (l’ultimo posto è occupato dalla Corea del Nord con 5.9 punti). Tale valutazione si basa sull’analisi di quattro macro-aspetti fondamentali: stato di diritto, dimensioni del governo, efficienza normativa e apertura dei mercati.
Come scrive la Heritage Foundation nel suo ultimo report, negli ultimi 25 anni la libertà economica è andata aumentando in tutto il mondo: il punteggio medio globale è aumentato di 3.2 ed oggi si assesta a 60.8, il terzo punteggio più alto da quando è iniziata la rilevazione. In tutto questo periodo, però, l’Italia è rimasta al palo: mentre lo score della Germania saliva da 69.8 a 73.5 (+ 3.7) e quello dell’Europa nel suo complesso da 57.5 a 68.6 (+ 11.1, grazie soprattutto ai Paesi dell’Est), l’Italia si doveva accontentare di migliorare il suo score solamente di un punto (da 61.2 a 62.2, poco al di sopra della media di tutto il mondo). Eccolo, dunque, il grande problema del nostro Paese, di cui nessuno sembra avere interesse ad occuparsi sul serio.FreedomStato di diritto
La valutazione di questa macro-area riguarda tre aspetti: i diritti di proprietà (poiché il rispetto dei contratti e la capacità di accumulare proprietà privata e ricchezza sono caratteristiche vitali di un’economia di mercato ben funzionante), efficacia del sistema giudiziario (al fine di garantire il pieno rispetto delle leggi) e l’integrità del governo (la corruzione sistemica delle istituzioni, il nepotismo e il clientelismo possono, infatti, limitare la libertà economica di un individuo).
Da questo punto di vista, l’Italia soffre di un ritardo dovuto principalmente alla lentezza della giustizia e all’estensione della corruzione (favorita dall’ingombrante burocrazia) che scoraggia gli investimenti e la crescita economica e comporta oltre 60 miliardi all’anno in sprechi di risorse pubbliche (o meglio: risorse del contribuente).

Dimensioni del governo
La valutazione in questo caso riguarda la tassazione (maggiore è la quota di reddito e di ricchezza assorbita dal governo, minore è la ricompensa dell’individuo per la propria attività e dunque minore è l’incentivo a intraprendere un lavoro), la spesa pubblica (la cui espansione distorce l’allocazione delle risorse sul mercato e gli incentivi agli investimenti privati, oltre a comportare un aumento della pressione fiscale) e la stabilità delle finanze pubbliche (poiché deficit e debito crescenti tendono a disturbare la stabilità macroeconomica, a introdurre incertezza e a limitare la libertà economica).
Sotto questi aspetti i problemi del nostro Paese sono enormi: la spesa pubblica pesa circa il 50% del PIL, la pressione fiscale è al 43%, il rapporto deficit/PIL fatica a scendere al di sotto del 2% e il debito pubblico sta al di sopra del 130%. Non sorprende che questa sia la macro-area che più penalizza l’Italia nella valutazione complessiva del suo grado di libertà economica.

Efficienza normativa
L’efficienza normativa di un paese dipende dalla sua libertà d’impresa (la capacità di un individuo di creare e gestire un’impresa senza indebite interferenze da parte dello stato), dalla sua libertà del mercato del lavoro (poiché la rigidità normativa impedisce ai datori di lavoro e ai dipendenti di negoziare liberamente termini e condizioni di lavoro, generando spesso una discrepanza cronica tra domanda e offerta) e dalla sua libertà monetaria (che richiede una valuta stabile e prezzi determinati dal mercato).
Anche in questo caso, eccezion fatta per la libertà monetaria che è di competenza europea, l’Italia non brilla: la creazione e gestione di nuove imprese resta un processo lungo e burocratico e l’inefficienza della pubblica amministrazione ne aumenta il costo in maniera rilevante; inoltre, le carenze sistemiche del mercato del lavoro continuano ad impedire la crescita dell’occupazione.

Apertura dei mercati
Dal punto di vista della libertà commerciale, di investimento e finanziaria le cose vanno, invece, molto meglio ma solo grazie all’influenza della tanto odiata Unione Europea.

I benefici della libertà
Ma perché la libertà è tanto importante? La risposta ce la fornisce Friedrich Von Hayek, Premio Nobel per l’Economia e tra i maggiori esponenti della cultura liberale del XX secolo: l’uomo è fondamentalmente ignorante su moltissime cose; ciò che sappiamo e che usiamo consapevolmente è solo una piccola parte di tutta la conoscenza che contribuisce al successo delle nostre azioni. È dunque necessario un “qualcosa” che permetta di mobilitare la conoscenza, che è dispersa, che nessuno possiede per intero e che nessuno può centralizzare: questo “qualcosa” è il libero mercato. Come scrive Hayek ne La società libera (Rubbettino, 2011), «la libertà è essenziale per far posto all’imprevedibile e all’impredicibile; ne abbiamo bisogno perché abbiamo imparato ad aspettarci da essa le occasioni per raggiungere molti dei nostri obiettivi. Siccome ogni individuo sa poco e, in particolare, raramente sa chi di noi sa fare meglio, ci affidiamo agli sforzi indipendenti e concorrenti dei molti, per propiziare la nascita di quel che desidereremo quando lo vedremo».
Guariamo ora ai dati: essi ci dicono che la libertà economica è la causa principale del miglioramento delle condizioni di vita. I Paesi classificati dall’Index of Economic Freedom come più liberi, infatti, hanno un livello medio di PIL pro-capite di gran lunga maggiore rispetto agli altri; più libertà economica significa anche una maggiore felicità (così come misurata nel World Happiness Report delle Nazioni Unite) ed un minor livello di disoccupazione.
Ciò di cui veramente l’Italia avrebbe bisogno è, dunque, un’azione concreta e decisa volta a ridurre il perimetro di intervento dello stato nell’economia. Ma trovare qualche politico che lo proponga seriamente è un’impresa titanica.Liberismo

È tutta colpa del liberismo?

Locandina Mingardi«Non c’è disastro, dall’incendio della Grenfell Tower a Londra al crollo del ponte Morandi a Genova, che non sia “colpa del neoliberismo”. Secondo un importante giornalista, è una specie di calamità che ogni tanto fa deragliare i treni. Per l’ex presidente della Camera dei Deputati Laura Boldrini avrebbe qualche cosa a che fare con la diffusione di Ebola, al pari di quei pipistrelli dell’Africa subsahariana il cui sangue conterrebbe il ceppo del virus. Del resto, c’è chi parla di “intossicazione ideologica” neoliberista: come la salmonella». Così scrive Alberto Mingardi nel suo ultimo libro La verità, vi prego, sul neoliberismo (Marsilio 2019). Ma questo presunto neoliberismo imperante è come l’araba fenice per Metastasio: che vi sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa.
Per dirimere la questione parlando anzitutto con fatti e numeri e sfuggendo alle logiche della propaganda politica, l’associazione L’Asino di Buridano, col patrocinio del Comune di Molteno, organizza “È tutta colpa del liberismo?”, serata di dibattito con l’autore Alberto Mingardi, direttore generale dell’Istituto Bruno Leoni e ricercatore di Storia delle Dottrine Politiche presso l’Università Iulm di Milano. L’evento, ad ingresso libero, si terrà giovedì 17 ottobre dalle ore 20.30 presso la sala consiliare di Molteno e sarà introdotto da Simone Galimberti, presidente dell’associazione L’Asino di Buridano, e da Giuseppe Chiarella, sindaco di Molteno.

Il fardello del debito.

Il fardello del debito.PNGL’espressione debito pubblico è ormai entrata nelle nostre vite quotidiane: la leggiamo sui giornali, la sentiamo in televisione e magari ne parliamo anche al bar. Ne siamo talmente assuefatti che tendiamo a dimenticarci due importanti elementi di qualunque fenomeno: le cause e gli effetti.
Scrive Sergio Romano in “Guerre, debiti e democrazia” (Laterza, 2017): «I debiti contratti in tempo di pace con banche o Paesi stranieri vengono spesso negoziati per pagare debiti precedenti e quando il debito dello Stato con i propri cittadini non basta a sostenere la spesa pubblica. In alcuni casi possono essere giustificati da eventi imprevisti, come per l’appunto l’aumento del prezzo degli idrocarburi dopo la guerra del Kippur o una crisi della finanza internazionale. Ma in molti casi sono il risultato di una democrazia che è diventata nelle ultime generazioni sempre più costosa e potenzialmente corrotta. Le elezioni sono una gara di promesse. Partiti e candidati chiedono voti in cambio di un “futuro migliore”; e l’agenda delle promesse si è andata progressivamente caricando, nella seconda metà del secolo scorso, di impegni sempre più onerosi: sanità, pensioni, sussidi di disoccupazione, reddito di cittadinanza, detrazioni fiscali per particolari categorie di cittadini. Le aspettative di un tempo sono diventate diritti, indipendentemente dalle disponibilità del bilancio. Fatte a tutta prima in un clima di relativa prosperità e di aspettative crescenti, le promesse sono diventate sempre più numerose e difficili da mantenere. Ma le regole della democrazia esigono che il potere venga sanzionato dal voto degli elettori e la classe politica ha imparato a trasferire le responsabilità delle proprie decisioni sulle spalle della generazione seguente. Sono queste in buona parte le ragioni per cui il debito pubblico di alcuni Paesi europei, fra cui l’Italia, è andato progressivamente crescendo». Insomma: il debito pubblico come strumento per acquistare il consenso, trasferendone il costo sui cittadini di domani.
Decisamente più controversa e dibattuta è la questione degli effetti. Assistiamo quotidianamente ad un dibattito che coinvolge politici, economisti, giornalisti e commentatori vari, i quali si dividono tra chi ritiene il debito pubblico il male assoluto e chi, invece, la panacea per molti dei problemi italici. Tale dibattito non è certo un fenomeno recente, e come sottolinea Leonida Tedoldi in “Il conto degli errori. Stato e debito pubblico in Italia” (Laterza, 2015) sulla questione ci si divideva già nel Settecento: mentre Alexander Hamilton credeva che il debito fosse una benedizione e un potente cemento per la nazione e che la tassazione per il pagamento degli interessi potesse essere un forte stimolo all’industria, David Hume riteneva fosse un elemento potenzialmente devastante per la nazione poiché consegnava il Paese ad un ceto di finanziari anteponendo l’interesse dei creditori a quello della popolazione.
Lungi da noi l’addentrarci in questioni filosofiche e di principio, vogliamo concentrare la nostra attenzione su qualcosa di innegabile: i numeri e i fatti. E intendiamo farlo traendo qualche lezione dal caso del Giappone. La scelta non è certo casuale: i sovranisti nostrani tendono spesso a presentarcelo come il Paese del bengodi, nonostante un rapporto Debito/Pil superiore al 250%, sostenendo per induzione che basta possedere sovranità monetaria per poter accumulare tutto il debito che si vuole senza alcuna conseguenza.
Ma è proprio così? Ovviamente no. Il Giappone reale è molto diverso da quello della narrazione sovranista e per capirlo facciamo ora riferimento a tre dati importantissimi:

  • Il livello di tassazione: secondo Spectator Index, in Giappone il Personal Income Tax Rate è del 56%, il secondo più alto al mondo preceduto solo dalla Svezia. Per fare un paragone, in Italia, dove giustamente accusiamo lo Stato di imporci una pressione fiscale talmente elevata da assumere i contorni di un vero esproprio, è del 43%;
  • L’età pensionabile: quante volte abbiamo sentito qualche nostro concittadino lamentarsi della Fornero e dell’aumento dell’età pensionabile? I dati OCSE ci dicono che, mentre in Italia l’età di pensionamento effettivo è circa 63 anni, in Giappone è intorno ai 70;
  • La crescita del PIL: il tasso di crescita aritmetico medio annuo del Giappone dal 2009 al 2016 è stato dello 0,69%. Una miseria, nonostante nello stesso periodo il deficit sia stato in media del 7,33%. Ma c’è di più: il grafico qui sotto (per il quale si ringrazia e si consiglia di seguire su Twitter il @SignorErnesto) ci mostra la serie storica del debito e del PIL reale in Germania e in Giappone. Ebbene, è interessante notare una cosa: nel momento in cui il grafico del debito inizia a divaricarsi – aumentando molto di più in Giappone rispetto che in Germania – anche quello del PIL si divarica, ma in direzione opposta – i tedeschi iniziano a crescere molto più dei nipponici.

DEBITO E PIL IN GERMANIA E GIAPPONE - FRED

Cosa ci insegnano, dunque, queste piccole lezioni dal caso giapponese? Semplice: che il debito pubblico è un fardello. Il fatto che uno Stato abbia una sua moneta forte – e bisogna sottolineare la parola forte: non stiamo parlando della liretta da svalutare – forse consente una maggiore sostenibilità di debiti pubblici elevati, ma non cambia il fatto che il debito pubblico sia un peso che si scarica sui cittadini e sulla crescita.

Le autostrade in Italia e il libero mercato.

Le autostrade in Italia e il libero mercato.PNGIl liberismo è il male assoluto; l’austerità uccide; il libero mercato persegue il profitto a discapito di sicurezza e dignità umana. Sono solo alcune delle frasi molto in voga in questo periodo in cui per ogni evento tragico, dagli incendi in Grecia al crollo del ponte Morandi di Genova, il colpevole mediaticamente più appetibile è sempre lo stesso: il liberismo brutto e cattivo.
Prima di tutto, alcuni dati per smentire luoghi comuni molto diffusi. Un articolo del 23 agosto su Leoni Blog ha messo in fila una serie di numeri che mostrano chiaramente l’inconsistenza dell’affermazione secondo cui sull’altare del profitto sarebbero stati sacrificati i diritti e la tutela dei consumatori: è infatti falso che le autostrade in Italia siano le più care d’Europa (il pedaggio medio per chilometro percorso è inferiore a quello di Francia, Spagna e Portogallo) ed è altrettanto errato sostenere che il concessionario Autostrade per l’Italia non investa in sicurezza (nel 2016 ha addirittura speso il 2,3% in più di quanto inizialmente previsto dal Piano economico e finanziario).
Ma veniamo alla domanda più importante: quanto liberismo c’è nella vicenda delle autostrade? Ebbene, la risposta parrà ad alcuni sorprendente, ma è inequivocabile: poco. La società Autostrade S.p.a. fu privatizzata nel 1999 con trattativa privata e ad aggiudicarsi la quota più rilevante del capitale fu una società riconducibile ai Benetton, famiglia da sempre ben inserita nelle stanze del potere politico e molto generosa nelle elargizioni a tutti i partiti; la concessione per la gestione non è mai stata messa a gara pubblica, scade nel 2042 e buona parte dei suoi termini sono secretati. Di liberismo, di concorrenza, di libero mercato in tutto questo contesto ce n’è ben poco. Piuttosto, pare il classico schema all’italiana: la privatizzazione senza liberalizzazione così da poter garantire la prosecuzione, sotto le mentite spoglie dell’intervento privato, dello pseudo-capitalismo monopolistico di Stato.
Certo, c’è di peggio. Il problema è che questo “peggio” è esattamente ciò che ha in mente il Governo giallo-verde: la nazionalizzazione, portando totalmente il controllo delle autostrade nelle mani del nostro elefantiaco, burocratico ed inefficiente Stato; lo stesso Stato che in questi anni non ha avuto nemmeno le capacità di vigilare, come avrebbe dovuto fare attraverso la Direzione generale per la vigilanza delle concessioni autostradali dipendente dal Ministero dei Trasporti. Dichiara Lorenzo Saltari, professore di Diritto pubblico all’Università di Palermo e coautore del libro “Il regime giuridico della autostrade”, a Il Foglio del 25 e 26 agosto: «Il segmento maggiore della rete autostradale una gestione diretta statale non l’ha mai avuta, sarebbe una novità. Inoltre abbiamo un benchmark tra il modello di gestione – manutenzione – costruzione concessorio e quello in gestione diretta che è la Salerno – Reggio Calabria, appunto gestita dall’Anas». Insomma, se il Governo Conte proseguisse sulla strada annunciata, il futuro sarebbe il modello della Salerno – Reggio Calabria esportato in tutta Italia: il classico livellamento degli standard verso il basso che si vorrebbe perseguire anche quando ci si scaglia contro il sistema sanitario misto lombardo o le scuole paritarie. Ma l’esempio della eternamente in costruzione autostrada del Sud Italia non è un caso isolato, ma il sintomo più evidente della malattia rappresentata dalla mala gestio pubblica, che di certo non ci ha risparmiato eventi tragici: basti pensare ai crolli del viadotto lungo la Palermo – Catania nel 2015, del cavalcavia di Annone Brianza (Lecco) nel 2016 e di quello di Fossano (Cuneo) nel 2017.
La risposta alle inefficienze è, come sempre, una sola: più concorrenza, più libero mercato!

L’Asino di Buridano: liberali per essere liberi.

L'Asino di Buridano - Liberali per essere liberiIl celebre apologo del filosofo Giovanni Buridano ha come protagonista un asino, il quale, stanco, assetato e affamato, si trova di fronte a due mucchi di fieno, della medesima qualità e quantità, ciascuno posizionato dinnanzi al proprio secchio d’acqua. L’asino, non sapendo da quale dei due mucchi e secchi iniziare a sfamarsi e dissetarsi, muore di stenti. L’analisi del filosofo francese verte sul fatto che l’intelletto sia sempre in grado di suggerire agli uomini la scelta migliore da prendere a fronte di diverse alternative e se, per assurdo, tale scelta dovesse essere costituita da due elementi perfettamente uguali, la volontà umana rimarrebbe paralizzata, a meno che si decida di non scegliere.
Se si effettua una trasposizione in chiave politica della vicenda poc’anzi narrata, l’asino di Buridano incarna perfettamente la figura dell’elettore moderno, che si sente tradito da una classe politica in cui non si riconosce più e da cui, da troppo tempo, non riceve risposte, circondato da miriadi di mucchi di fieno, ciascuno portatore di un diverso vessillo o colore politico ma, come i covoni dell’asino, nel complesso perfettamente identici nella loro incapacità di difendere valori e ideali di cui sono solo pseudo difensori, e nel loro patetico tentativo di realizzare progetti concreti con cui risollevare le sorti del Paese. Fortunatamente, come direbbe Leibniz, in natura non esistono realtà identiche come accade invece in matematica, pertanto, l’elettore, a differenza dell’asino, avrà sempre la possibilità di scegliere, sia che la scelta riguardi un partito in particolare, una corrente di pensiero o un’ideologia, fermo restando che è sempre possibile optare per la terza via, quella dell’astensionismo, la morte della politica per eccellenza.
Del resto pare proprio quest’ultima la scelta più quotata negli ultimi anni, e invero come dare torto all’elettorato, perennemente alle prese con forze politiche che quotidianamente svelano la loro natura vacua e inconsistente, sia a destra sia a sinistra dello schieramento, senza tralasciare quanti si arrogano il diritto di definirsi gli unici veri interpreti del concetto di antisistema nonché garanti dell’onestà e della trasparenza. Tutto questo si aggiunge ad una crisi dello stato moderno, già analizzata da Gianfranco Miglio nel 1999 nel suo libro intitolato – non a caso – “L’asino di Buridano. Gli italiani alle prese con l’ultima occasione di cambiare il loro destino”. In questa sua opera, Miglio illustrava le numerose problematiche che lo stato avrebbe dovuto fronteggiare in futuro, specie nel garantire servizi efficienti alla popolazione. Il trattato di Miglio offre pertanto una nuova chiave di interpretazione politica dell’omonimo apologo dell’asino, che potrebbe essere così rivisitata: un elettore si trova di fronte a due scelte: da un lato partiti o movimenti in cui non si riconosce e in cui non ripone più alcuna fiducia, dall’altro la crisi dello stato moderno. Non sapendo cosa scegliere, non sceglie e a morire è l’idea stessa di politica.
Consci di queste problematiche e desiderosi di proporre la nostra visione ideologica in ambito politico, economico e culturale, ci siamo dati questo nome – il motivo appare ora evidente – con l’obiettivo principe di restituire allo scenario politico la visibilità e la credibilità che merita, dal momento che il termine politica, dal greco politikè, si riferisce alla pόlis, la città stato, nonché la comunità in cui gli uomini si organizzano e regolano la propria vita. Pertanto non è comprensibile una vita vissuta lontano dalla politica.
Sono quattro le parole che racchiudono la nostra visione e i principi a cui ci ispiriamo: liberalismo, liberismo, europeismo e federalismo.
Liberalismo, il che significa, innanzitutto, difesa della proprietà privata e dei beni in possesso dell’individuo. John Locke, padre dell’empirismo e del pensiero liberale, definisce la proprietà privata come il diritto supremo tra i diritti naturali e afferma che il potere politico non può diminuire né sottrarre la proprietà privata dei cittadini. A sostegno di questa tesi Locke rammenta che nella Bibbia si parla di come Dio abbia creato la terra come risorsa a disposizione dell’uomo, ed egli, mescolando il proprio lavoro alla materia da lui stesso lavorata, ottiene così la proprietà privata, un bene di sua unica proprietà, ed essa è un diritto inviolabile. Considerato però il livello attuale di tassazione, pare che lo stato abbia leso in modo spropositato tale diritto, impedendo all’individuo di godere e disporre dei beni in suo possesso, dimenticandosi forse che la sua stessa esistenza si esplica nella difesa e nella tutela dei diritti degli individui, e non nella loro continua lesione. Il liberalismo, poi, come riscoperta dell’individuo, dei suoi diritti e della sua indipendenza, in opposizione allo strapotere collettivo per antonomasia, lo stato: uno stato paternalista ed eccessivamente interventista, specie in ambito economico. “Il governo migliore è quello che governa di meno” diceva nel XVIII secolo Thomas Jefferson, che nel lontano 4 luglio 1776 fece la storia degli Stati Uniti d’America con la Dichiarazione d’Indipendenza dalla Gran Bretagna, documento ricco di principi liberali.
Liberismo, ovvero il liberalismo applicato all’economia. Alla base della logica liberista vi è la convinzione che per dedurre le leggi economiche più corrette sia sufficiente indagare l’azione dei singoli, la cui sommatoria dà origine alla società. Questo perché le azioni dei singoli individui, che si muovono nell’ottica della realizzazione della massima aspirazione personale, contribuiscono automaticamente e involontariamente al benessere dell’intera società, come spiegato da Adam Smith nella famosa metafora della mano invisibile. Perciò, lo stato deve restringere il proprio margine d’azione e garantire con norme giuridiche lo sviluppo della libera concorrenza e del libero mercato, limitandosi ai bisogni della collettività che i singoli non possono risolvere in piena autonomia.
Europeismo, per un’Europa veramente unita, per l’unione dei popoli d’Europa sotto il profilo politico e non solo economico, col pensiero rivolto al grande sogno degli Stati Uniti d’Europa, federazione di macroregioni che porrà fine alla sovranità dei singoli stati e alla crisi dello stato moderno.
Federalismo, sia in ambito europeo, sia, nel breve periodo, a livello nazionale. Per un duplice assetto di potere che preveda due livelli di governo, con competenze autonome e distinte, e più potere alle regioni nell’ambito dell’auto governo, a scapito dello stato centrale. Federalismo che, ovviamente, sia anche fiscale, per un sistema decentrato di riscossione delle imposte, affinché siano direttamente gli enti locali a poter gestire le entrate per conto dello stato centrale, a cui deve essere versata una percentuale, purché sia ragionevole.
Questa è la nostra visione, che avremo modo di approfondire nel corso del tempo. Questo è il nostro sogno, la nostra più alta aspirazione: un’Europa unita costruita sulla base del federalismo, del liberismo e del liberalismo, quello stesso liberalismo che ha tanto contribuito a fare del Vecchio Continente la culla dei più alti valori e ideali che l’umanità abbia mai conosciuto. Questo è stata l’Europa. Possa essa tornare a difenderli e a diffonderli.