
A seguire la riposta al nostro appello del candidato del centrodestra Maurizio Lupi, comprensiva di nostre repliche e valutazione delle risposte. Qui è possibile leggere il testo completo del nostro appello. Sono disponibili anche le risposte degli altri candidati: qui la risposta di Giovanni Galimberti (M5S) e le nostre repliche; qui la risposta di Laura Bartesaghi (CSX) e le nostre repliche; qui la risposta di Stefano Motta (Terzo Polo) e le nostre repliche.
1 – CONTI PUBBLICI
Per quanto riguarda la sostenibilità del debito, occorre puntare su due concetti per proporre soluzioni rapide e concrete: crescita e semplificazione.
Noi dobbiamo aumentare la nostra crescita per assicurare maggiori entrate senza aumentare le tasse. Come ha detto il presidente del Consiglio Mario Draghi nel suo intervento all’Accademia dei Lincei: “Dobbiamo crescere di più di quanto si stima oggi, anche per contenere l’aumento del debito. Se portiamo il tasso di crescita strutturale dell’economia oltre quello che avevamo prima della crisi sanitaria, saremo in grado di aumentare le entrate fiscali abbastanza da bilanciare l’aumento del debito che abbiamo emesso durante la pandemia.”
Ora giustamente direte: “Siamo d’accordo, ma come pensate di aumentare la crescita?”. Innanzitutto, semplificando le procedure amministrative, sia in termini di costi che riguardo al tempo che le imprese devono dedicare alla burocrazia. L’eccesso di burocrazia costa alle aziende circa 57 miliardi di euro (Cgia Mestre) e provoca una perdita di crescita stimata in 70 miliardi (Ufficio studi Confcommercio): in totale si tratta di 127 miliardi, il 7% del Pil, ogni anno. Per avere un’idea delle proporzioni, ricordo che il PNRR vale un totale di circa 220 miliardi. Ora, è evidente che il costo della burocrazia non si può azzerare, ma basterebbe ridurlo del 20% per garantire alle imprese un risparmio di 24 miliardi ogni anno: è una legge di Bilancio in più. Se guardiamo al tempo impiegato, un’impresa deve dedicare in media 312 ore all’anno (Bureaucracy Index 2020) alla compilazione di documenti e alla richiesta di certificazioni e bolli.
Per questo, noi vogliamo alleviare il peso della burocrazia per le imprese e per i liberi professionisti che spesso si trovano a doverne gestire gli eccessi attraverso la riduzione degli enti pubblici coinvolti nella medesima procedura e l’imposizione di indennizzi in caso di ritardi nella conclusione dei procedimenti amministrativi. Serve poi fare un po’ di debito – questo sì – ma debito “buono”, cioè proseguire il percorso di aggiornamento delle competenze della Pubblica Amministrazione, senza il quale qualsiasi progetto di lotta alla burocrazia resterebbe solamente sulla carta.
Per rispondere all’ultima parte della prima domanda, cioè se intendiamo ridurre la spesa pubblica e come, rispondo che noi desideriamo impegnarci innanzitutto a ridurre gli sprechi che risultano dall’elefantiasi amministrativa che pesa non solo sul bilancio dello Stato, ma sul potenziale della nostra economia. Un intervento serio di semplificazione permetterebbe infatti di razionalizzare la spesa e al contempo, come ho già detto, favorire la crescita, così da ridurre il debito pubblico “cattivo”.
LA NOSTRA REPLICA. Il candidato ha brillantemente eluso la domanda. Siamo senza dubbio d’accordo con lui sulla necessità che la dinamica del PIL sia tale da rendere sostenibile un appropriato livello di indebitamento e che la crescita lasci gli attuali livelli da “zero virgola”, ma è altrettanto evidente che oggi il nostro livello di debito pubblico sia eccessivo e che non basti crescere di più per porvi rimedio: come evidenziano Sofia Bernardini, Carlo Cottarelli, Giampaolo Galli e Carlo Valdes nel loro paper “La riduzione del debito pubblico: l’esperienza delle economie avanzate negli ultimi 70 anni”, essa «non è mai stata conseguita attraverso politiche fiscali espansive (riducendo le tasse o aumentando la spesa), con la speranza che questo avrebbe messo in moto una crescita economica sufficientemente forte da determinare una riduzione del debito pubblico (il cosiddetto “approccio del denominatore”). Le evidenze empiriche suggeriscono che, nelle condizioni attuali, un avanzo primario sufficientemente ampio è l’unica opzione praticabile per ridurre il rapporto debito pubblico/PIL».
Sotto tale aspetto, la risposta è assai lacunosa: la promessa di generiche riduzioni degli sprechi, oltretutto nel contesto di una coalizione i cui principali partiti propongono spese aggiuntive tra i 120 e i 160 miliardi di euro, non offre alcuna garanzia circa un impegno concreto alla riduzione del deficit e del debito.
VALUTAZIONE: SEMAFORO ROSSO
2 – PENSIONI
Il capitolo del calo demografico è forse il problema centrale che abbiamo davanti, anche se purtroppo viene spesso trattato come se fosse una “forza naturale” contro la quale non si può fare niente e anzi è inutile da affrontare.
Per quanto riguarda il giudizio sulle singole misure in vigore e gli adeguamenti prossimi, innanzitutto penso che la pensione di cittadinanza, contrariamente al reddito di cittadinanza, sia una misura che garantisce un contrasto concreto alla povertà delle persone anziane, quindi andrebbe confermata. Per il resto vale il programma del centrodestra: un sistema di “flessibilità in uscita dal mondo del lavoro e accesso alla pensione, favorendo il ricambio generazionale”. Per quanto riguarda le pensioni minime, è evidente che vadano adeguate al crescente costo della vita.
Anche per rispondere a questa domanda, mi permetto di riprendere la risposta precedente: non possiamo considerare accettabile il tasso di crescita degli ultimi anni, prima della pandemia. Se vogliamo contrastare le disuguaglianze del Paese, comprese quelle generazionali, dobbiamo tornare ad alcuni fondamentali che abbiamo un po’ lasciato da parte negli ultimi tempi. Primo: i giovani hanno bisogno del lavoro, perché impegnandosi riscoprono la propria dignità e crescono come cittadini e come persone adulte. Il primo modo per garantire in futuro una pensione dignitosa alle nuove generazioni è dunque creare le condizioni per favorire uno sviluppo economico reale, così che le nuove generazioni non debbano contare sull’assistenzialismo di Stato. Per farlo occorre alleviare i pesi che gravano sulle imprese, per esempio detassando il welfare aziendale come proponiamo nel nostro programma. Inoltre, dovremo utilizzare tutta la crescita potenziale aggiuntiva per sostenere la natalità ma, contestualmente, evitare punte di sofferenza e di disagio negli anziani che si ritrovano senza i mezzi di sussistenza sufficienti, per questo motivo ho citato la pensione di cittadinanza.
LA NOSTRA REPLICA. Al di là delle condivisibili considerazioni circa la necessità di affrontare il calo demografico, non disincentivare la partecipazione al mondo del lavoro, creare le condizioni per favorire lo sviluppo economico e potenziare il welfare aziendale, il candidato “cade” in quello che – a nostro parere – rappresenta il grande errore di tutta la coalizione di centrodestra: un approccio al tema pensioni incentrato sulla “flessibilità in uscita” senza tener conto delle condizioni strutturali del sistema pensionistico. In un modello a ripartizione – dove i contributi versati dai lavoratori sono immediatamente spesi per pagare le pensioni in essere e non accantonati a montante contributivo – aumentare la platea di chi riceve somme dall’INPS e ridurre il numero di quelli che versano contributi, rappresenta un pericolo per la sostenibilità del sistema e, dunque, per il futuro pensionistico dei più giovani. Il tutto in un paese in cui la spesa pensionistica è già la più elevata in Europa dopo la Grecia e dove, pertanto, ci si dovrebbe impegnare per eliminare le storture (vedasi alla voce pensioni retributive), ridurre l’ammontare di risorse pubbliche stanziato per tale capitolo di spesa e creare meccanismi di flessibilità in entrata, offrendo maggiore libertà di scelta a chi inizia a lavorare.
VALUTAZIONE: SEMAFORO ROSSO
3 – LIBERALIZZAZIONI
La nostra storia politica recente dimostra che anche sulle liberalizzazioni non è possibile applicare delle regole ideologiche. Da ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti ho vissuto con buoni risultati l’apertura del mercato delle ferrovie nel settore dell’alta velocità, con l’esperienza di Italo – Ntv che ha segnato una novità e un caso di studio per buona parte dei Paesi europei. Adesso abbiamo davanti i nuovi pacchetti di liberalizzazioni, penso – per restare in tema – al trasporto ferroviario regionale: dovremo valutare come favorire condizioni trasparenti e chiare per impedire casi spiacevoli di bandi di gara poi annullati – e trasformati in battaglie in tribunale – come avvenuto recentemente, un vizio che dobbiamo imparare a superare.
Io sono convinto della bontà della concorrenza, sempre nel rispetto degli investimenti pregressi e della tutela dei livelli occupazionali. Per questo dobbiamo portare avanti una progressiva liberalizzazione del mercato per consentire a tutte le imprese, ma non solo per evitare la fuga degli investimenti esteri. Le condizioni del nostro mercato interno devono permettere alle nostre imprese di “allenarsi” per essere competitive a livello internazionale. Sempre più settori stanno affrontando processi di internazionalizzazione, dove la capacità di competizione in diversi Stati – se non in diversi continenti – sta diventando un fattore decisivo della sopravvivenza delle aziende. Se vogliamo utilizzare una formula sintetica, potremmo dire che o si hanno le condizioni per competere su più mercati oppure diventa molto difficile mantenere anche solo lo spazio di mercato che si occupa nel proprio Paese.
Due proposte chiare ed efficaci per impedire che le posizioni di rendita ostruiscano la concorrenza sono in primis la definizione di regole trasparenti per l’ingresso nei mercati, per esempio garantendo che il sistema delle concessioni sia caratterizzato da criteri di equità, con un orizzonte temporale che sfavorisca le sacche di improduttività senza però scoraggiare gli investimenti. Dall’altro, è necessario investire ancor di più nella qualità della Pubblica Amministrazione e nella formazione dei manager pubblici, per permettere alle aziende partecipate dallo Stato o dagli enti locali di restare al passo con i tempi. Per quanto riguarda le lobby, mi si permetta di fare due osservazioni: dobbiamo rilevare che una legge di settore è stata approvata e permette di avere un monitoraggio più nitido del rapporto tra chi lavora nelle istituzioni e rappresentanti di interessi particolari. Però non possiamo ignorare che il taglio dei parlamentari può incidere negativamente su questo punto: se diminuisce in modo importante il numero dei componenti di una commissione parlamentare, è chiaro che l’influenza delle lobby rischia di aumentare.
LA NOSTRA REPLICA. Una risposta tutto sommato buona: bene il riferimento alla “bontà della concorrenza”, alla necessità di liberalizzare il trasporto ferroviario regionale e di “costringere” le imprese a competere a livello internazionale e alla definizione di regole trasparenti per l’accesso ai mercati. Al di là del fatto che ci saremmo aspettati qualche riferimento concreto in più (ad esempio agli altri servizi pubblici locali, in cui al momento la concorrenza è quasi del tutto assente), facciamo notare due punti deboli: (1) Non si può ignorare che il candidato rappresenti, nel collegio uninominale di Lecco, una coalizione che ha diversi problemi con il tema della concorrenza. Si ricordi, per esempio, l’opinione di Matteo Salvini secondo cui il libero mercato sarebbe un “caos” e la recente battaglia di Fratelli d’Italia contro la privatizzazione della fu Alitalia. (2) Esiste un modo molto semplice per risolvere il problema della qualità dei manager: lasciare che siano scelti dal mercato, privatizzando quelle imprese pubbliche di cui ancora lo Stato (mediante MEF e CDP) detiene il controllo, svincolandole da qualunque logica di interesse politico. Su questo punto, nessuna assicurazione da parte del candidato.
VALUTAZIONE: SEMAFORO GIALLO
4 – AUTONOMIA REGIONALE
Io mi sono speso personalmente a favore dell’autonomia differenziata, per cui credo sia facile interpretare la mia posizione in merito. Noi moderati appoggia una riforma costituzionale che metta le regioni nelle condizioni di sviluppare al meglio le potenzialità e le peculiarità dei territori. Dobbiamo farlo però senza delegare al livello locale delle funzioni che possono generare nuove disuguaglianze, o accentuarne di antiche. Per questo motivo sono convinto che lo Stato deve mantenere dei poteri di revoca di alcune prerogative delegate alle regioni, perché in questi anni abbiamo visto anche situazioni di degrado e di disuguaglianza che non sono accettabili.
Però vorrei aggiungere un aspetto che ancora una volta viene omesso puntualmente: l’autonomia differenziata non serve solo alle Regioni del Nord, ma serve a tutte le Regioni per metterle nelle condizioni di partire dai propri territori e avere uno Stato che svolge una funzione di coordinamento, senza entrare in materie che possono essere gestite meglio dal livello locale. L’autonomia differenziata è la modalità con cui i singoli cittadini, i territori e le regioni tornano a essere protagonisti di uno Stato che dà pari dignità a tutti, al Nord come al Sud. Per questo sono convinto che potremo trovare forme di sostegno a una riforma in tal senso anche in quelle regioni che oggi sono dipinte come incapaci di camminare con le proprie gambe.
LA NOSTRA REPLICA. Poco da aggiungere. È una buona risposta e ci auguriamo che alle parole seguano i fatti.
VALUTAZIONE: SEMAFORO VERDE
5 – NUCLEARE
Sappiamo che 31 paesi nel mondo ospitano reattori sul loro territorio e che l’Italia è l’unico paese del G7 che non produce energia nucleare. Il pericolo è stato non aver realizzato le centrali, non il contrario. Inoltre, secondo l’Agenzia internazionale dell’energia entro il 2050 il 24% dell’energia mondiale sarà probabilmente prodotta utilizzando l’energia nucleare.
Spesso si agitano degli spettri senza lasciare spazio a uno sguardo complessivo. Pensiamo alla Finlandia, dove un terzo del suo fabbisogno energetico viene soddisfatto dal nucleare e che a dicembre 2021 ha acceso il suo reattore EPR di terza generazione: a regime produce da solo il 15% del suo fabbisogno energetico. È vero che ci sono stati 10 anni di ritardi, ma il beneficio adesso è evidente. C’è anche un fattore geopolitico rilevante, che si chiama indipendenza energetica: la Finlandia dipendeva dal gas russo solo per il 5% del suo fabbisogno, per questo ha potuto rifiutare le forniture di Mosca. Se fosse stata legata mani e piedi, cosa sarebbe successo? Avrebbe potuto chiedere di aderire alla NATO?
Sappiamo che nel 2011 i cittadini italiani hanno espresso un parere contrario all’energia nucleare. Io intendo impegnarmi in una forte azione di mobilitazione a favore sia perché oggi soprattutto le nuove generazioni hanno una sensibilità diversa, meno condizionata da alcuni episodi passati, sia perché la tecnologia attuale garantisce maggiori tutele. E il lato quasi ironico di quest’ultima affermazione è che dal punto di vista scientifico l’Italia forma alcuni dei migliori talenti del settore, che vengono richiesti in tutto il mondo per elaborare soluzioni sempre più sicure ed efficienti.
Dobbiamo tentare di riaprire il dibattito sulla fissione nucleare e verificare la possibilità di un nuovo pronunciamento da parte dei cittadini. Inoltre, occorre evitare che le sperimentazioni sulla fusione nucleare, che richiederanno ancora diversi anni, sia portata a termine solo nel Regno Unito, in Francia o negli Stati Uniti, anche perché una delle imprese italiane più famose al mondo, l’Eni, è protagonista della fusione a contenimento magnetico. Quindi sarebbe un dispiacere non dare ospitalità a un’impresa che ci vede già coinvolti come partner industriale, scientifico e tecnologico.
LA NOSTRA REPLICA. Anche in questo caso, una buona risposta. Apprezziamo in particolare l’impegno del candidato ad intraprendere un’azione di mobilitazione sul tema: Einaudi scriveva «conoscere per deliberare» e se vogliamo fare passi avanti sul tema del nucleare, abbandonando l’emotività e consentendo ai cittadini di farsi un’opinione basata su numeri e dati di fatto, la sensibilizzazione su questo argomento deve essere la priorità nel breve periodo.
VALUTAZIONE: SEMAFORO VERDE
6 – DIRITTI CIVILI
I diritti civili sono forse il tema che è stato più preda di spettacolarizzazioni mediatiche che poco hanno avuto a che fare con il merito delle proposte, per esempio nel caso del DDL Zan. Più volte abbiamo richiamato al ruolo fondamentale del Parlamento per evitare che la società sia spinta a radicalizzare la propria posizione. Ne è stato un esempio il lavoro minuto che è avvenuto nella Commissione Affari Sociali della Camera dei Deputati riguardo al testo base sulla morte volontaria medicalmente assistita, soprattutto se paragonato al clima da “tifoseria” a cui abbiamo assistito in occasione del dibattito sul referendum riguardo la depenalizzazione dell’omicidio del consenziente, erroneamente rinominata “eutanasia legale”. Solo un Parlamento forte e che funziona sa evitare che la politica si radicalizzi: la soluzione non è semplicemente rincorrere il consenso, ma dimostrare che oggi le istituzioni democratiche sanno affrontare i temi, confrontarsi e decidere assumendosi le proprie responsabilità.
La mia posizione personale è abbastanza chiara e l’ho ribadita più volte in aula, quando sono intervenuto in occasione dei lavori parlamentari. Sul DDL Zan noi ci siamo espressi contro l’introduzione del concetto di identità di genere, senza per questo – ovviamente – avvallare alcuna forma di violenza che colpisce la persona. La legge prevede già delle tutele importanti in grado di proteggere da atti violenti verbali e fisici. Per quanto riguarda i diritti LGBTQ+, sono convinto che la legge sulle unioni civili sia il limite adeguato, senza prevedere la stepchild adoption oppure promuovere il matrimonio egualitario. Anche riguardo la coltivazione e l’uso della cannabis, non sono favorevole ad allentare le maglie perché dopo molti anni è acclarato l’effetto nocivo per la salute e per la salute mentale, soprattutto dei giovani.
LA NOSTRA REPLICA. Anzitutto una premessa: siamo concordi sull’importanza del ruolo del Parlamento ed è per questo che abbiamo inserito il tema dei diritti civili nel nostro appello; è però evidente che se il Parlamento decide di ignorare pervicacemente le istanze che provengono dalla società (vedasi legge di iniziativa popolare sull’eutanasia mai discussa dal 2013 ad oggi e l’inerzia delle Camere ad intervenire sul suicidio assistito nonostante i richiami della Corte Costituzionale), è giusto e financo doveroso che i cittadini si attivino in prima persona usando gli strumenti che la Costituzione mette a loro disposizione.
Dopodiché, passiamo al merito di quanto scritto dal candidato. La sua è una risposta che ci aspettavamo vista la sua storia politica e personale e che, pur non condividendo, rispettiamo. Ci piacerebbe però sapere: (1) Perché garantire alle coppie LGBTQ+ gli stessi diritti delle coppie eterosessuali in termini di matrimonio sarebbe oltre il “limite adeguato”. (2) Perché, se la posizione sulla cannabis è dettata da preoccupazioni circa la salute dei più giovani, allora non ci si impegna in una conseguente battaglia per vietare anche l’alcol e il tabacco che, come rilevato da numerosi studi (su tutti: Nutt, King, Saulsbury e Blakemore, “Development of a rational scale to assess the harm of drugs of potential misuse”), creano maggior danno fisico e maggior dipendenza dei cannabinoidi.
VALUTAZIONE: SEMAFORO ROSSO