Sistemi a capitalizzazione e sistemi a ripartizione.

Articolo_1Parlare di pensioni non è mai semplice: è un tema che accende gli animi. Basti pensare che Elsa Fornero, la quale ha dato il suo nome ad una delle più recenti riforme del settore, è ancora oggi costretta a muoversi con la scorta a causa delle minacce ricevute, il che – indipendentemente da come la si pensi sul merito del suo operato – dà l’idea di quanto il tema sia delicato.
È quindi necessario partire dalle basi, perché solo in questo modo è possibile intraprendere una discussione seria e consapevole sul tema delle pensioni: così come non parleremmo mai di fisica nucleare ad una persona che non sa nemmeno fare le addizioni, allo stesso modo dobbiamo iniziare col domandarci come funzioni un sistema pensionistico; in caso contrario, ogni ragionamento ed ogni proposta sarebbero privi di senso.
Il primo passo è chiarire la distinzione tra sistemi a capitalizzazione e sistemi a ripartizione. Per alcuni tale differenza pare scontata, ma così non è: se fermassimo un passante per strada e gli chiedessimo “Dove sono i tuoi contributi pensionistici?”, il più delle volte otterremmo come risposta “All’Inps”. Ma la realtà è diversa.

Sistema a capitalizzazione
In un sistema a capitalizzazione, il lavoratore versa i propri contributi ad un fondo pensione e questo li investe per conto del lavoratore in obbligazioni ed altri titoli finanziari, che formano il cosiddetto “montante contributivo”. Quando raggiunge l’età di pensionamento, al lavoratore viene pagato un importo mensile calcolato tenendo conto di quanto complessivamente versato, degli interessi e dell’aspettativa di vita media.
Il punto chiave è che il montante contributivo è reale: quei soldi – per usare un’espressione poco elegante – “sono lì”. In parole semplici: il lavoratore versa, il fondo pensione accumula e alla fine – in un certo senso – restituisce. In questo caso, i contributi previdenziali rappresentano una vera e propria forma di risparmio.10

Sistema a ripartizione
Il sistema pensionistico pubblico italiano, però, non è a capitalizzazione: è a ripartizione. In tale sistema, il lavoratore versa i propri contributi all’Inps, il quale non li investe per conto del lavoratore ma li utilizza immediatamente per pagare le pensioni in essere. Il montante contributivo, in questo caso, è puramente figurativo: è un numero che verrà utilizzato al momento opportuno per calcolare l’importo dell’assegno pensionistico, ma non ha alle sue spalle alcun “tesoretto” fatto di investimenti finanziari.
Alla base del sistema vi è un patto intergenerazionale (che i più cinici paragonano ad una sorta di Catena di Sant’Antonio): il lavoratore versa e l’Inps spende, e il tutto si regge sulla consapevolezza che domani – quando il lavoratore sarà diventato un pensionato – ci sarà una nuova generazione di contributori, i cui soldi permettano di pagare le pensioni in essere.11

E se la popolazione invecchia?
Il meccanismo funziona così per un motivo semplice: quando si è deciso di creare da zero un sistema previdenziale pubblico, era necessario trovare un modo per poter pagare da subito le pensioni a quella fascia di popolazione anziana che per forza di cose non aveva mai versato alcun contributo. Il patto tra generazioni inizia lì. Ma cosa succede se la popolazione invecchia? Quali sono le conseguenze per la stabilità del sistema se – per ragioni demografiche – aumenta sempre di più il numero di pensionati che ricevono pagamenti dall’Inps e parallelamente diminuisce il numero di giovani lavoratori che versano contributi? E quali sono i possibili interventi per evitare che l’intero meccanismo smetta di funzionare? Non sono quesiti banali – come invece si potrebbe supporre guardando le discussioni sul tema nei talk show – e proviamo a rispondere in questo articolo.