Scrivemmo in tempi non sospetti sulla necessità di prestare particolare attenzione a una tematica estremamente sensibile quale l’utilizzo della tecnologia finalizzato all’accompagnamento della cosiddetta fase 2 della “lotta al Covid-19”. Da allora, di acqua sotto i ponti ne è passata: le lodi alle strategie sudcoreane e israeliane (a titolo informativo, la Knesset ha da poco sospeso l’utilizzo della sorveglianza per mezzo delle celle telefoniche) e le grida di battaglia contro le “inutili fisime sulla privacy” dei convinti sostenitori del tracciamento sono state rimpiazzate – come era auspicabile che avvenisse – da un approccio più ponderato a una questione che non poteva evidentemente essere ricondotta a quelli che sono dei banali slogan. D’altronde, il diritto alla protezione dei dati personali è tutelato dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea e, sebbene il giudice europeo abbia più volte ribadito come tale protezione non si sostanzi in una prerogativa assoluta, è necessario ricordarci come esso sia sempre più interconnesso all’esercizio e al godimento degli altri diritti e delle altre libertà fondamentali (vedasi il caso Cambridge Analytica).
La scelta del Ministero dell’Innovazione è ricaduta su di un progetto la cui idea di fondo non si discosta da quanto auspicammo all’interno del nostro primo articolo dedicato a suddetta tematica. Arrivati a questo punto sono però necessarie ulteriori considerazioni e precisazioni.
Un modello decentralizzato
Sintetizzandone il funzionamento, l’applicazione scelta dal governo (Immuni) permetterà il tracciamento di prossimità (contact tracing) per mezzo del Bluetooth degli smartphone di coloro che se ne servono. Una soluzione dunque che si pone in antitesi con le dichiarazioni degli sloganisti, dal momento che non ha l’obiettivo di geolocalizzare gli individui per mezzo di un tracciamento continuo (eventualità che sarebbe invece perseguibile con un’applicazione che sfruttasse il GPS).
Il tracciamento di prossimità si sostanzia in una memorizzazione degli identificativi dei cellulari con il quale un dispositivo è venuto in contatto ravvicinato volta a inviare una notifica qualora un individuo sia entrato in contatto con una persona che è poi risultata positiva al Covid-19. Attenzione, a differenza di quanto sostenuto dal perennemente distratto Ministro Di Maio, la segnalazione è ovviamente successiva al contatto.
Laddove un soggetto che ha effettuato il download risultasse positivo, l’applicazione di un altro individuo che è entrato in contatto con il contagiato riconosce il codice identifico di quest’ultimo nella propria memoria e notifica l’utente. Il governo ha dunque optato per un modello decentralizzato che esclude de facto la possibilità che i dati vengano conservati su un server, centralizzato appunto, a cui potrebbero avere quindi accesso anche le autorità statali, le quali potrebbero effettuare il cosiddetto singling out, ovvero l’identificazione tanto dei contagiati quanto di coloro che sono entrati in contatto con questi – si ricordi che ai sensi della normativa dell’Unione è sufficiente la possibilità di individuare dei soggetti, e dunque non per forza di cose la conoscenza delle loro generalità, al fine di poter parlare di trattamento di dati personali –. Si presti attenzione al fatto che, molte compagnie di advertising utilizzano i dispositivi Bluetooth al fine di intercettare gli individui, e dunque, laddove Immuni caricasse i dati su di un server centralizzato accessibile allo Stato, quest’ultimo potrebbe intrecciare questi identificativi con altri dati al fine di tracciare con una certa precisione i movimenti e le interazioni degli individui.
La scelta di un modello decentralizzato è dunque fondamentale tanto al fine di rispettare il principio di minimizzazione dei dati – imprescindibile alla luce dell’elevato valore commerciale dei dati sanitari –, quanto per consentire l’interoperabilità con le altre applicazioni e soprattutto con il sistema ideato da Google e Apple.
Demagogia del tracciamento
Avendo citato le due multinazionali statunitensi è giunto il momento di sfatare un altro mito. Abbiamo sentito e letto parecchie volte affermazioni come “ci facciamo geolocalizzare tutti i giorni da Google, Facebook e simili”. Bene, in primo luogo, si è già detto come Immuni non ha nulla a che vedere con la geolocalizzazione. In secondo luogo, se è vero che spesso i colossi del web effettuano attività di contact tracing e tentano di eseguire delle associazioni tra individui – si pensi per esempio a quanto fa Facebook per mezzo del riconoscimento facciale per quel che concerne le foto pubblicate dagli utenti –, dobbiamo però ricordarci che in questo caso stiamo parlando di dati che, ai sensi della normativa europea, sono considerati sensibili.
Dovremmo invece, in una certa misura, essere grati ad Apple e Google, in quanto la tempestività con cui essi hanno proposto una strategia di intervento, ovvero la crucialità dell’interoperabilità delle diverse applicazioni, ha di fatto evitato che il governo optasse per un modello centralizzato. La nostra non è una “semplice fisima sulla privacy” o “un’ingiustificata avversione nei confronti dello Stato”. Laddove per esempio Google e Apple avessero deciso di consentire ai governi centrali di raccogliere i dati degli utenti, tale eventualità sarebbe divenuta perseguibile in tutti i Paesi, compresi quelli autoritari. L’interoperabilità tra le diverse applicazioni sarà poi fondamentale al fine di una riapertura delle frontiere dell’Unione Europea e per tornare a godere pienamente dei benefici che derivano dalle 4 libertà fondamentali dell’ordinamento europeo, dando altresì linfa vitale a tutte le economie del Vecchio continente.
Volontarietà o coercizione?
Avendo parlato di modello decentralizzato è a questo punto necessaria un’altra precisazione. Lo Stato rimane ad ogni modo il titolare del trattamento, mentre il gestore dell’applicazione agirà in qualità di responsabile del trattamento. Saranno dunque riconducibili allo Stato tutti gli obblighi che gravano sul titolare ai sensi della normativa dell’Unione, compreso quello di condurre la valutazione d’impatto sulla protezione dei dati personali al fine di valutare e comunicare il rischio che potrà originare da tale trattamento per i diritti e le libertà fondamentali di coloro che utilizzano l’applicazione, ma non solo. Va ricordato che stiamo approcciando la fase 2 e che auspicabilmente dovrà altresì in un futuro non troppo lontano cessare lo stato di emergenza, e sarà dunque fondamentale che l’utilizzo di Immuni non divenga un pretesto al fine di inficiare l’esercizio e il godimento di altri diritti.
Questo esplica il motivo per cui, tanto il Garante europeo, quanto il Parlamento Europeo, hanno precisato che l’utilizzo di qualsiasi applicazione dovrà essere volontario e che il godimento di altre libertà costituzionalmente garantite non potrà essere subordinato al download di queste – si pensi per esempio alla libertà di circolazione, e a quanti auspicavano che Immuni fungesse anche da autocertificazione digitale –.
Si rende necessaria un’altra chiarificazione. Utilizzo volontario non implica che la base giuridica atta a legittimare il trattamento sia il consenso degli interessati. Se è vero che l’articolo 9 del GDPR permette il trattamento dei dati sensibili laddove l’interessato presti il proprio esplicito consenso, è parimenti vero che, considerando che ai sensi della normativa dell’Unione il consenso deve, tra le altre, sostanziarsi in una manifestazione di volontà liberamente espressa, risulta evidente come l’eventuale presenza di coercizioni laddove l’individuo non acconsenta al trattamento si ponga come un ostacolo alla validità del consenso. L’asimmetria di potere che contraddistingue le relazioni tra Stato e individui esacerba ulteriormente le criticità che deriverebbero dall’impossibilità di sottrarsi a suddette coercizioni. Ecco spiegato perché risulta fondamentale che la base giuridica giaccia nel contenuto dell’articolo 23 del GDPR, ovvero nell’adozione di misure legislative atte a limitare il godimento del diritto alla protezione dei dati personali.
Come specificato all’interno dello stesso regolamento, e come richiesto per qualsiasi restrizione di diritti e libertà costituzionalmente garantiti, le limitazioni devono risultare proporzionate e necessarie – la stessa valutazione d’impatto che lo Stato condurrà dovrà contenere una disamina di suddetti requisiti in relazione al trattamento posto in essere –. In parole molto povere, la strategia deve dimostrarsi essere la meno restrittiva e la più appropriata al raggiungimento dell’obiettivo prefissato.
Il trade-off tra sicurezza e libertà
Qual è dunque l’obiettivo perseguito dal governo? Il debellamento del virus? L’azzeramento dei contagi? Per buona pace degli sloganisti, niente di tutto ciò. È stato lo stesso Ministero dell’Innovazione ad affermare che Immuni non assicurerà l’interruzione della riproduzione epidemica, ma contribuirà in modo più o meno irrilevante a efficientare e velocizzare il tracciamento tradizionale degli infetti. Per onestà intellettuale si dovrebbe inoltre ammettere che la scelta di optare per un modello decentralizzato e di garantire la volontarietà nell’utilizzo dell’applicazione testimoniano, al netto della volontà di garantire la massima protezione dei dati personali, un certo pragmatismo. Le cosiddette “3 T” impongono che la fase successiva al tracciamento sia la conduzione di test su color che sono entrati in contatto con una persona che ha contratto il virus. È evidentemente utopistico ritenere che lo Stato possa essere in grado di effettuare tamponi a un elevatissimo numero di individui, considerando inoltre che Immuni non permetterà di registrare la qualità dei contatti tra gli individui, segnalando per esempio se essi indossavano mascherine o se erano per esempio all’interno delle rispettive automobili bloccati nel traffico.
Questo dibattito ci ha dunque riportato sul pianeta Terra. D’altronde, gli americani non sono stati i primi ad arrivare sulla Luna per mezzo di semplici slogan. Questa vicenda testimonia ancora una volta come lo Stato non deve, e ad ogni modo non può, avere la piena disponibilità e il pieno controllo sugli individui, e come le soluzioni più efficaci derivino sempre da scelte individuali per mezzo delle quali ognuno, agendo nel proprio interesse, tutela l’intera collettività (a prescindere dall’utilizzo o meno di un’applicazione come Immuni, è nell’interesse di ogni individuo evitare di contagiare le persone a lui più care).
La tecnologia, se è vero che può fornire un prezioso aiuto nel contenimento del virus, deve essere utilizzata con parsimonia ed esclusivamente in modo funzionale alla finalità perseguita. Non sarà possibile sconfiggere il Covid-19 per mezzo dell’utilizzo di Immuni, nemmeno se il fatidico 60% della popolazione decidesse di scaricarla (utopistico pensare che si possa arrivare a una tale percentuale in assenza di incentivi, i quali come detto si sostanzierebbero in realtà in coercizioni e restrizioni sul godimento di altre libertà). Fornirebbe di sicuro un prezioso ausilio, ma persisterebbero le lacune strutturali di sistema e l’impossibilità di comprendere la qualità dei contatti. Il rischio di generare un maggiore allarmismo è dunque alto. Ecco perché una comunicazione politica di qualità è imprescindibile in questa situazione. Una comunicazione politica che assuma i limiti insiti nell’utilizzo di tale tecnologia, e che rimarchi l’importanza e la maggiore efficienza dell’azione dei singoli individui. Parimenti sarà fondamentale che l’applicazione non fornisca esclusivamente messaggi automatizzati, permettendo invece ai singoli utenti di interagire con il personale sanitario.
Comunicare che, nel caso non si palesassero dei risultati ritenuti positivi, si renderebbero necessarie ulteriori restrizioni del diritto alla protezione dei dati personali, vorrebbe dire automaticamente assumere un mutamento nell’obiettivo perseguito dal governo sebbene qualsiasi strategia alternativa non permetterebbe comunque di sconfiggere il virus – e no, invocare il successo conseguito dalla Corea del Sud per mezzo di applicazioni che, a differenza di Immuni, consentono la geolocalizzazione tramite GPS sarebbe un’altra semplificazione della realtà, nella misura in cui tali informazioni venivano combinate con i controlli sulle carte di credito e le registrazioni delle telecamere a corto circuito –. Si assuma per esempio la possibilità di adottare un modello centralizzato, ovvero di preferire un’applicazione che geolocalizza gli individui. Cosa farebbe il governo in tal caso? Si attiverebbe per testare tutte le persone entrate in contatto con coloro che sono risultati positivi? Istituirebbe nuovamente delle zone rosse esclusivamente sulla base di un elevato numero di contatti tra contagiati e non senza al contempo poter registrare, come si è detto prima, la qualità dei contatti, ovvero poter conoscere quale fosse la percentuale degli immuni all’interno di questo ipotetico focolaio? Ancora, siamo nel campo dell’utopia. Un’errata comunicazione sulla necessità di limitare i diritti fondamentali degli individui causerebbe danni irreparabili nel lungo periodo. È infatti estremamente difficile regredire da regimi restrittivi delle libertà fondamentali laddove si fosse erroneamente ritenuto che tali abbiano giocato un ruolo nel raggiungimento dell’obiettivo prefissatosi – si pensi alle persistenti criticità concernenti le normative in materia di privacy statunitensi adottate successivamente all’11 settembre 2001.
Siamo una democrazia liberale, ricordiamocelo. Non giochiamo con i diritti degli individui, responsabilizziamoli, forniamogli un’informazione onesta e di qualità, e assumiamo la bontà dei singoli interessi individuali per il perseguimento del bene comune.
“Vi controlliamo attraverso le celle telefoniche”. Queste le parole pronunciate dall’assessore al Welfare della Lombardia, Giulio Gallera, dopo aver riscontrato, per mezzo dei dati raccolti dagli operatori telefonici, che nella Regione quattro persone su dieci continuano a muoversi nonostante i divieti del governo. Un numero che è ovviamente allarmante – considerando soprattutto che, sulla base delle stesse informazioni, si riscontra che prima che scoppiasse l’emergenza le percentuali non si discostavano di molto da quelle sopracitate – e che testimonia probabilmente come il messaggio non sia stato recepito dai cittadini. Un’affermazione, quella di Gallera, che deve essere interpretata come un monito, e non come un’effettiva sorveglianza sui cittadini. Mettiamo le cose in chiaro: tali dati non permettono l’identificazione dei singoli individui, ma sono esclusivamente concernenti il tracciamento degli spostamenti in generale.