Vietare la plastica non è la soluzione.

Vietare la plastica non è la soluzioneÈ giunto il momento di dirci la verità sull’inquinamento ambientale causato dalla plastica: il problema non è la plastica in sé, bensì l’uomo. Significa dunque che abbiamo perso la nostra fiducia nell’essere umano, ripudiando la sua centralità all’interno del sistema economico? La risposta è no. Si dà il caso sia appunto l’esatto contrario. È proprio alla luce della fiducia nell’attività del singolo individuo come vettore in grado di massimizzare il benessere che riteniamo l’abolizione della plastica una misura inefficace.
Parliamo di inefficacia in quanto è la stessa economia dello sviluppo ambientale a descrivere come qualsiasi errata fissazione di uno standard ambientale causa una perdita di benessere sociale: data la difficoltà per gli attori politici di stimare i costi marginali di inquinamento e di abbattimento dell’inquinamento, la difficoltà nella stima ambientale è insita al processo, e dunque uno standard così restrittivo come l’abolizione della plastica potrebbe provocare dei danni gravi in termini di benessere sociale. In aggiunta a ciò, occorre sottolineare come l’utilizzo di standard non induce i produttori a sviluppare tecnologie meno inquinanti di produzione o – come sarebbe auspicabile nel caso della plastica – di smaltimento e riciclaggio. Dal punto di vista delle imprese poi, esse sono costrette ad allinearsi allo standard prestabilito indipendentemente dai costi da sostenere, riducendo dunque la loro competitività.
Avendo parlato della mancanza di incentivi all’innovazione dovuta alla fissazione di uno standard ambientale, è doveroso ritornare alla tematica dell’attività umana. Quando leggete o sentite parlare di isole di plastica che si formano nei mari vi domandate mai come sia stata possibile la loro formazione? La risposta è semplice, al limite del banale: la responsabilità è dell’uomo e dei suoi modelli di consumo. Quest’ultimi sono cambiati fortemente nel corso degli ultimi decenni, soprattutto sotto la spinta del turismo (è inutile nasconderci dietro a un dito: il turismo genera inquinamento, nella misura in cui il legame che si instaura tra il visitatore e il luogo di accoglienza è meramente temporaneo). Vi sembrerà dunque che stiamo rievocando la storiella del consumismo, ma in questo caso un ragionamento è doveroso farlo. La critica non è rivolta ai consumi in sé, bensì a tutti quei politici che ci riempiono le orecchie con il fatto che la crescita economica possa essere trainata meramente dai consumi. Per la tematica presa in questione, non stiamo auspicando una drastica riduzione dei consumi (e difatti osteggiamo la stessa abolizione della plastica), ma vogliamo proporre un ragionamento che si basi su di un altro paradigma.
Per quanto riguarda le risorse non rinnovabili, Hartwick giunse a sostenere che vi fosse sostituibilità tra capitale naturale e artificiale, e che dunque reinvestendo le rendite dovute allo sfruttamento in capitale industriale, conoscenze e capitale naturale riproducibile si potesse garantire lo stesso livello di benessere alle generazioni future. Ora, nel caso della plastica ovviamente non stiamo parlando di una risorsa non rinnovabile, ma si potrebbe adoperare un ragionamento simile. Non tanto l’abolizione della plastica, ma forti incentivi (sotto forma di sgravi fiscali), così da poter sviluppare nuove tecnologie di riciclaggio e di smaltimento dei rifiuti o – perché no? – tecniche di produzione che consentano di produrre materiali alternativi alla plastica a costi inferiori.
Ovviamente questo non è sufficiente. L’uomo, come elemento centrale del sistema economico, deve contribuire a tutto ciò eliminando qualsiasi forma di comportamento inquinante a lui direttamente dovuto. A ogni modo, abbiamo fiducia nell’uomo e quindi nella sua capacità di risolvere i problemi dell’inquinamento dovuto alla plastica. Molta più fiducia di quella che riponiamo in uno standard fissato dal governo centrale.