«In una calda estate, un’allegra cicala cantava sul ramo di un albero, mentre sotto di lei una lunga fila di formiche faticava per trasportare chicchi di grano. Fra una pausa e l’altra del canto, la cicala si rivolge alle formiche: “Ma perché lavorate tanto? Venite qui all’ombra a ripararvi dal sole, potremo cantare insieme!”. Ma le formiche, instancabili, senza fermarsi continuavano il loro lavoro: “Non possiamo! Dobbiamo preparare le provviste per l’inverno! Quando verrà il freddo e la neve coprirà la terra, non troveremo più niente da mangiare e solo se avremo le dispense piene potremo sopravvivere!”. “L’estate è ancora lunga e c’è tempo per fare provviste prima che arrivi l’inverno! Io preferisco cantare! Con questo sole e questo caldo è impossibile lavorare!”. Per tutta l’estate la cicala continuò a cantare e le formiche a lavorare. Ma i giorni passavano veloci, poi le settimane e i mesi. Arrivò l’autunno e gli alberi cominciarono a perdere le foglie e la cicala scese dall’albero ormai spoglio. Anche l’erba diventava sempre più gialla e rada. Una mattina la cicala si svegliò tutta infreddolita, mentre i campi erano coperti dalla prima brina. Il gelo bruciò il verde delle ultime foglie: era arrivato l’inverno. La cicala cominciò a vagare cibandosi di qualche gambo rinsecchito che spuntava ancora dal terreno duro e gelato. Venne la neve e la cicala non trovò più niente da mangiare: affamata e tremante di freddo, pensava con rimpianto al caldo e ai canti dell’estate. Una sera vide una lucina lontana e si avvicinò affondando nella neve: “Aprite! Aprite, per favore! Sto morendo di fame! Datemi qualcosa da mangiare!”. La finestra si aprì e la formica si affacciò: “Chi è? Chi è che bussa?”. “Sono io, la cicala! Ho fame, freddo e sono senza casa!”. “La cicala?! Ah! Mi ricordo di te! Cosa hai fatto durante l’estate, mentre noi faticavamo per prepararci all’inverno?”. “Io? Cantavo e riempivo del mio canto cielo e terra!”. “Hai cantato?” replicò la formica, “Adesso balla!”». La celebre favola di Esopo è la metafora più calzante per raccontare le trattative europee che si stanno svolgendo in questi giorni e le isteriche reazioni di molti politici italiani.
L’Italia è ovviamente la cicala, che per tanti anni ha cantato: ha cantato all’inizio del millennio quando, anziché sfruttare il “dividendo dell’Euro” (ossia il massiccio calo nella spesa per interessi sul debito conseguente all’introduzione della moneta unica) per fare le riforme, ha preferito usarlo per aumentare la spesa pubblica corrente; ha cantato negli anni post crisi del debito sovrano quando, alla possibilità di rimettere i conti in ordine offerta dalla flebile ripresa della crescita, ha opposto i bonus elettorali, i redditi di cittadinanza e le contro-riforme delle pensioni. Di contro, i paesi del Nord Europa (Germania in testa) sono le formiche: dopo l’unificazione il paese teutonico era considerato il “malato d’Europa” ma, mentre noi italiani cantavamo, ha intrapreso un piano di riforme (la cosiddetta Agenda 2010) che le ha permesso di trasformarsi nella “locomotiva d’Europa”; nel frattempo ha continuato, sia informalmente sia ufficialmente (le raccomandazioni annuali della Commissione Europea all’Italia sono lì a dimostrarlo), a spronarci a fare altrettanto. Abbiamo deciso di voltarci e non ascoltare.
Cosa chiede oggi la cicala Italia? Il punto in discussione non riguarda il poter spendere i nostri soldi quanto e come vogliamo: il Patto di Stabilità (da cui derivano i famigerati “vincoli europei”) è stato sospeso e il Presidente della Commissione Ursula Von Der Leyen ha dichiarato che i governi possono pompare nel sistema denaro finché serve. Il punto è che noi non abbiamo denaro da pompare perché lo abbiamo già speso e faremmo fatica ad indebitarci ulteriormente sul mercato perché lo stato delle nostre finanze pubbliche è già pericolante così; il tutto nonostante anni di inviti a sistemare le cose. Oggi chiediamo che i nostri partner europei, le formiche, firmino per noi una cambiale, “spendano” il credito e l’affidabilità duramente conquistati per garantire il nostro debito aggiuntivo; il tutto senza condizionalità, ossia lasciandoci liberi di utilizzare quei soldi come vogliamo, compresi i soliti sprechi. Voi prestereste soldi ad un conoscente rinomato per il suo vizio di giocare alle slot machine? Se la risposta è no – ed è molto probabile che sia così – allora pensateci due volte prima di prendervela con la Germania.
Sia chiaro: oggi l’Europa si trova dinnanzi ad una sfida cruciale e un passo avanti nell’integrazione, compresa la condivisione del rischio, è una soluzione opportuna per il presente e per il futuro; la rigidità dei paesi del Nord Europa potrebbe costare caro al progetto comunitario. Ma la solidarietà e la responsabilità viaggiano di pari passo: pretendere, anche con arroganza e vittimismo, è l’ultima cosa che siamo autorizzati a fare. E la lezione che deve essere imparata e ricordata bene quando ci troveremo nuovamente nella cabina elettorale è una sola: l’irresponsabilità si paga, sempre.
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MES, Eurobond o Coronabond?
In questi giorni si sta discutendo molto dell’esigenza che l’Unione Europea faccia la sua parte nella gestione dell’emergenza Covid-19, come d’altra parte abbiamo scritto anche noi qui, sottolineando la necessità di una risposta europea omogenea. L’opinione pubblica e la politica stanno rivolgendo la propria attenzione a due temi: gli Eurobond (o i Coronabond) e il Meccanismo Europeo di Stabilità. Cerchiamo quindi di capire di cosa si tratta.
Euro/Corona Bond
Gli Eurobond sono un tema spinoso e non nuovo in ambito europeo, considerando che furono proposti per la prima volta dall’ex Presidente della Commissione Europea Jacques Delors (in carica dal 1985 al 1995): si tratta di titoli di debito pubblico europei e presuppongono, quindi, una forma di mutualizzazione del debito, poiché la responsabilità ed il rischio sarebbero condivisi da tutti gli Stati membri. I Coronabond sono uno strumento del tutto simile, ma di carattere una tantum (ossia verrebbero emessi solo questa volta e non in maniera continuativa), finalizzato unicamente a far fronte all’emergenza in atto.
Perché non c’è accordo a livello europeo sulla loro introduzione? I profili di criticità sono principalmente due: (1) Essi non sono ritenuti una soluzione per l’immediato, in particolare a causa di questioni tecniche come l’eventuale modifica dei trattati o anche solo la creazione di un’apposita istituzione che si incarichi di emetterli. (2) La mutualizzazione del debito è una questione molto spinosa dal momento che i principali beneficiari sono paesi come il nostro che approfittano della crisi per inserire nei decreti emergenziali regalie e sprechi come gli ennesimi 700 milioni ad Alitalia.
Meccanismo Europeo di Stabilità
Il Meccanismo Europeo di Stabilità (MES, detto anche Fondo salva-stati) è una sorta di assicurazione comunitaria creata al fine di salvaguardare la stabilità finanziaria dell’eurozona, sostenendo i Paesi in difficoltà finanziarie. Nonostante le tante bufale sul tema propagandate nell’ultimo anno da partiti sia della maggioranza che dell’opposizione, oggi potrebbe rivelarsi lo strumento migliore per affrontare l’emergenza: come hanno scritto Lorenzo Codogno e Giampaolo Galli in un articolo sul Sole24Ore intitolato “Dal MES deve arrivare un salvagente per l’Italia”, l’Italia potrebbe avvalersi subito di una delle due linee di credito precauzionali previste per paesi che sono colpiti da shock avversi che sono al di fuori del loro controllo.
Il problema, però, è analogo a quello visto prima: le regole del MES prevedono la sottoscrizione di un “memorandum di intesa” (che richiede che il paese si sottoponga ad un programma di riforme e di aggiustamento dei conti pubblici), ma l’Italia e i paesi del Sud Europa stanno cercando di ottenere che l’accesso sia incondizionato. Gli altri partner europei possono fidarsi? Non sarebbe il caso, mentre chiediamo all’Europa di fare un passo avanti e venire incontro alle nostre richieste, di fare a nostra volta un passo di responsabilità ed affidabilità verso di loro, magari partendo – come proposto da Alberto Mingardi – da un gesto simbolico come l’abolizione di Quota 100?
Una proposta alternativa
Gianluca Codagnone e Thomas Manfredi, cofondatori di Liberi Oltre Le Illusioni, hanno lanciato una possibile soluzione alternativa in un loro articolo intitolato “Una Autorità sanitaria europea e un salute bond per battere Covid19” e apparso sul blog Econopoly. La proposta prevede la creazione di un’autorità sanitaria europea (EHA) che lanci un programma di emissioni obbligazionarie EHA COVID19 ABS con durata da 10-30 anni (la sigla ABS sta ad indicare titoli cosiddetti asset-backed, ossia garantiti dalle attività dell’autorità stessa). Il ricavato della vendita di tali obbligazioni verrebbe usato per strutture e attrezzature mediche (ospedali, laboratori, impianti di produzione di ventilatori, unità di terapia intensiva e tutti gli altri materiali che potrebbero essere necessari per affrontare una diffusione epidemica) e ogni Stato sarebbe lasciato libero di acquistare beni o servizi dalla rete EHA.
I vantaggi di tale proposta sono principalmente due: (1) Innanzitutto la natura dei titoli lascia molta flessibilità, dal momento che a crisi finita si potrebbe benissimo decidere di dismettere l’EHA, vendere i suoi asset e ripagare le obbligazioni anticipatamente. (2) Il fatto di essere specificatamente mirati a sostenere le spese per la sanità elimina l’eccessiva discrezionalità, evitando il rischio che i paesi meno seri possano approfittare dell’emissione di debito comune per finanziare misure clientelari.