Un approccio liberale al Recovery Fund.

Un approccio liberale al recoveryIl Recovery Fund (di cui abbiamo scritto una breve guida introduttiva che potete leggere qui) può rappresentare una grande opportunità per l’Italia, ma allo stesso tempo un cappio attorno al collo di un paese che da tempo pare destinato ad un lento ma inevitabile declino: basti pensare che uno dei più importanti e tangibili vantaggi derivanti dall’ingresso nella moneta unica all’inizio degli Anni Duemila, ossia la drastica riduzione dei tassi di interesse sul debito pagati dal nostro paese (il cosiddetto “dividendo dell’euro”), divenne l’occasione per i governi italiani di aumentare la spesa pubblica corrente anziché rimettere in ordine i conti pubblici ed avviare quelle riforme indispensabili per rilanciare la produttività (negli stessi anni, la Germania adottava l’Agenda 2010, l’ampio pacchetto di riforme che permise a quello che da alcuni anni era considerato il “malato d’Europa” di diventare la “locomotiva d’Europa”). Su un totale di circa 200 miliardi destinati all’Italia, più di 100 sono rappresentati da prestiti e dovranno quindi essere restituiti nel corso di prossimi decenni. Affinché, dunque, il Next Generation non diventi un nuovo peso sulle spalle delle future generazioni, ma piuttosto la scintilla che inneschi il rilancio italiano, è necessario che tali fondi vengano impiegati in riforme utili ad aumentare il potenziale di crescita del nostro paese.

Il motore della libertà
A questo punto è necessario domandarsi se esistano politiche in grado di centrare tale obiettivo. Nell’ultimo “Index of Economic Freedom”, la Heritage Foundation ricorda che gli stati, in qualsiasi fase di sviluppo si trovino, possono alimentare il proprio dinamismo economico adottando politiche che incoraggino una maggiore imprenditorialità, conferendo agli individui e alle imprese maggior libertà d’azione. In particolare, un più elevato grado di libertà economica è associato a: (1) Un maggior livello di PIL pro capite: la media per i paesi classificati come “liberi” è pari a 71.576 dollari, contro i 6.834 dei paesi “prevalentemente non liberi”. (2) Una maggior crescita economica: indipendentemente dall’orizzonte temporale considerato (25, 15 o 5 anni), vi è una relazione positiva tra variazioni del livello di libertà economica e variazioni nella crescita del Pil pro capite. (3) Un maggior dinamismo imprenditoriale: vi è una forte correlazione tra libertà economica e densità di nuove imprese, ossia il numero di società create ex novo ogni 1.000 persone in età lavorativa. Va inoltre sottolineato, a favore dei critici preoccupati dai presunti effetti collaterali del libero mercato, che una maggiore libertà economica si associa altresì ad un minor tasso di povertà e ad una miglior prestazione nel “Environmental Protection Index” dell’Università di Yale, due temi al centro dell’azione del Governo italiano e della Commissione Europa.

La libertà economica in Italia
Come sta l’Italia in termini di libertà economica? Non bene: l’ultimo report posiziona l’Italia al 69° posto in classifica con un punteggio di 64.9, ben lontana dai migliori paesi europei come Irlanda (5° posto con un punteggio di 81.4), Regno Unito (7° posto con un punteggio di 78.4) ed Estonia (8° posto con un punteggio di 78.2) e al di sotto della Germania (29° posto con un punteggio di 72.5) e persino della statalista Francia (64° posto con un punteggio di 65.7). Guardando ai singoli indicatori che compongono l’indice, è possibile verificare i settori in cui il nostro paese è più debole: la tabella, che confronta la performance dell’Italia con quella del miglior paese dell’Unione Europea per ogni singolo settore, ci evidenzia i forti ritardi sui temi della “rule of law” (in particolare efficienza della giustizia e pervasività della corruzione), delle dimensioni dell’intervento governativo nell’economia (pressione fiscale, spesa pubblica e stabilità dei conti pubblici) e delle regolamentazioni che limitano la libertà di impresa e il mercato del lavoro; gli unici settori in cui l’Italia resta al passo dei migliori sono quelli su cui si fa sentire l’influenza di Bruxelles (il punteggio relativo alla libertà di commercio, ad esempio, è lo stesso per tutti i paesi aderenti al mercato unico).

LIBERTà
Pare dunque evidente quale debba essere la strada da perseguire. Non servono ulteriori interventi diretti dello Stato nell’economia, quanto la necessità di utilizzare le risorse a disposizione per implementare quelle riforme finalizzate a creare maggiori margini di libertà per imprese e famiglie. La riforma della giustizia (non intesa come un semplice incremento delle piante organiche dei tribunali), la lotta alla corruzione (che prolifera laddove la burocrazia la rende un inevitabile strumento per accelerare le pratiche od ottenere favori dal pianificatore pubblico), la riforma del fisco (tesa non solo a ridurre la pressione fiscale, ma anche a semplificare e rendere maggiormente trasparente il sistema), il taglio della spesa pubblica corrente (necessario per finanziare la sforbiciata alle tasse di cui sopra, oltre che per rimettere i conti pubblici su un percorso di sostenibilità) e la riforma del mercato del lavoro (finalizzata in particolare a decentrare la contrattazione salariale e a rendere le remunerazioni maggiormente dipendenti dalle dinamiche della produttività): queste devono essere le priorità del governo, che invece negli anni ci ha abituato – salvo rarissime occasioni – all’approccio opposto di stampo dirigista e statalista.

La valutazione delle politiche
C’è infine un ultimo aspetto che deve essere considerato nell’affrontare il tema di un approccio liberale al Recovery Fund: come ha scritto Elisa Serafini nel suo libro “Fuori dal Comune”, «ciò che oggi viene utilizzato come principio di sostegno a una proposta è la sola intenzione. Se l’intenzione è considerata buona, […] allora va tutto bene. Il problema è che le politiche pubbliche non dovrebbero essere basate sulle sole intenzioni: possono essere più che nobili, ma portano a delle conseguenze». È dunque necessario adottare la soluzione recentemente proposta, con riferimento al Next Generation Eu, da Carlo Stagnaro e Guglielmo Barone in un loro articolo su “lavoce.info”: rendere trasparenti e facilmente accessibili i dati affinché ricercatori (accademici e non) in concorrenza tra di loro possano valutare l’efficacia delle riforme adottate (ossia «misurarne l’impatto causale, ovvero la differenza tra il valore della variabile di interesse dopo l’intervento di politica economica e il valore che la stessa variabile avrebbe assunto senza quell’intervento»); intervenire in corso d’opera per migliorare ciò che si sta facendo, anche in considerazione del fatto che i fondi europei non saranno erogati in un’unica soluzione ma a tranche condizionate al raggiungimento di obiettivi specifici, sarebbe il modo migliore per evitare l’ennesimo sperpero dello Stato italiano a danno delle future generazioni.

Libertà economica vo’ cercando.

Libertà economica vo'cercandoLa libertà economica di un Paese è una variabile chiave per poter analizzarne correttamente la situazione e soprattutto le prospettive di sviluppo e di prosperità. Ciò nonostante, è un concetto difficile da definire e troppo spesso ignorato nel dibattito pubblico: tutti ci appassioniamo al tema delle libertà civili, tutti ci indigniamo se un governo limita diritti fondamentali come quelli di parola o di stampa, ma in pochi ci preoccupiamo sul serio di fronte a limitazioni alla libertà economica.
Essa può essere definita, prendendo la cosa molto alla larga, come la libertà di scegliere e di farsi scegliere, per usare un’espressione usata da Alberto Mingardi nel suo libro L’intelligenza del denaro (Marsilio, 2013). Al centro della questione vi è, quindi, l’autonomia dell’individuo, il suo diritto a soddisfare i propri desideri e i propri bisogni nel modo che ritiene più opportuno, guidato dalle proprie priorità e non da quelle del governo.

L’Index of Economic Freedom
A partire dal 1995, la Heritage Foundation ha messo a disposizione di tutti un indice, l’Index of Economic Freedom, che ci fornisce una visione sintetica del grado di libertà economica di un Paese: più il punteggio è alto, più il Paese è economicamente libero (al primo posto troviamo Hong Kong con 90.2 punti); viceversa più il punteggio è basso, meno il Paese è economicamente libero (l’ultimo posto è occupato dalla Corea del Nord con 5.9 punti). Tale valutazione si basa sull’analisi di quattro macro-aspetti fondamentali: stato di diritto, dimensioni del governo, efficienza normativa e apertura dei mercati.
Come scrive la Heritage Foundation nel suo ultimo report, negli ultimi 25 anni la libertà economica è andata aumentando in tutto il mondo: il punteggio medio globale è aumentato di 3.2 ed oggi si assesta a 60.8, il terzo punteggio più alto da quando è iniziata la rilevazione. In tutto questo periodo, però, l’Italia è rimasta al palo: mentre lo score della Germania saliva da 69.8 a 73.5 (+ 3.7) e quello dell’Europa nel suo complesso da 57.5 a 68.6 (+ 11.1, grazie soprattutto ai Paesi dell’Est), l’Italia si doveva accontentare di migliorare il suo score solamente di un punto (da 61.2 a 62.2, poco al di sopra della media di tutto il mondo). Eccolo, dunque, il grande problema del nostro Paese, di cui nessuno sembra avere interesse ad occuparsi sul serio.FreedomStato di diritto
La valutazione di questa macro-area riguarda tre aspetti: i diritti di proprietà (poiché il rispetto dei contratti e la capacità di accumulare proprietà privata e ricchezza sono caratteristiche vitali di un’economia di mercato ben funzionante), efficacia del sistema giudiziario (al fine di garantire il pieno rispetto delle leggi) e l’integrità del governo (la corruzione sistemica delle istituzioni, il nepotismo e il clientelismo possono, infatti, limitare la libertà economica di un individuo).
Da questo punto di vista, l’Italia soffre di un ritardo dovuto principalmente alla lentezza della giustizia e all’estensione della corruzione (favorita dall’ingombrante burocrazia) che scoraggia gli investimenti e la crescita economica e comporta oltre 60 miliardi all’anno in sprechi di risorse pubbliche (o meglio: risorse del contribuente).

Dimensioni del governo
La valutazione in questo caso riguarda la tassazione (maggiore è la quota di reddito e di ricchezza assorbita dal governo, minore è la ricompensa dell’individuo per la propria attività e dunque minore è l’incentivo a intraprendere un lavoro), la spesa pubblica (la cui espansione distorce l’allocazione delle risorse sul mercato e gli incentivi agli investimenti privati, oltre a comportare un aumento della pressione fiscale) e la stabilità delle finanze pubbliche (poiché deficit e debito crescenti tendono a disturbare la stabilità macroeconomica, a introdurre incertezza e a limitare la libertà economica).
Sotto questi aspetti i problemi del nostro Paese sono enormi: la spesa pubblica pesa circa il 50% del PIL, la pressione fiscale è al 43%, il rapporto deficit/PIL fatica a scendere al di sotto del 2% e il debito pubblico sta al di sopra del 130%. Non sorprende che questa sia la macro-area che più penalizza l’Italia nella valutazione complessiva del suo grado di libertà economica.

Efficienza normativa
L’efficienza normativa di un paese dipende dalla sua libertà d’impresa (la capacità di un individuo di creare e gestire un’impresa senza indebite interferenze da parte dello stato), dalla sua libertà del mercato del lavoro (poiché la rigidità normativa impedisce ai datori di lavoro e ai dipendenti di negoziare liberamente termini e condizioni di lavoro, generando spesso una discrepanza cronica tra domanda e offerta) e dalla sua libertà monetaria (che richiede una valuta stabile e prezzi determinati dal mercato).
Anche in questo caso, eccezion fatta per la libertà monetaria che è di competenza europea, l’Italia non brilla: la creazione e gestione di nuove imprese resta un processo lungo e burocratico e l’inefficienza della pubblica amministrazione ne aumenta il costo in maniera rilevante; inoltre, le carenze sistemiche del mercato del lavoro continuano ad impedire la crescita dell’occupazione.

Apertura dei mercati
Dal punto di vista della libertà commerciale, di investimento e finanziaria le cose vanno, invece, molto meglio ma solo grazie all’influenza della tanto odiata Unione Europea.

I benefici della libertà
Ma perché la libertà è tanto importante? La risposta ce la fornisce Friedrich Von Hayek, Premio Nobel per l’Economia e tra i maggiori esponenti della cultura liberale del XX secolo: l’uomo è fondamentalmente ignorante su moltissime cose; ciò che sappiamo e che usiamo consapevolmente è solo una piccola parte di tutta la conoscenza che contribuisce al successo delle nostre azioni. È dunque necessario un “qualcosa” che permetta di mobilitare la conoscenza, che è dispersa, che nessuno possiede per intero e che nessuno può centralizzare: questo “qualcosa” è il libero mercato. Come scrive Hayek ne La società libera (Rubbettino, 2011), «la libertà è essenziale per far posto all’imprevedibile e all’impredicibile; ne abbiamo bisogno perché abbiamo imparato ad aspettarci da essa le occasioni per raggiungere molti dei nostri obiettivi. Siccome ogni individuo sa poco e, in particolare, raramente sa chi di noi sa fare meglio, ci affidiamo agli sforzi indipendenti e concorrenti dei molti, per propiziare la nascita di quel che desidereremo quando lo vedremo».
Guariamo ora ai dati: essi ci dicono che la libertà economica è la causa principale del miglioramento delle condizioni di vita. I Paesi classificati dall’Index of Economic Freedom come più liberi, infatti, hanno un livello medio di PIL pro-capite di gran lunga maggiore rispetto agli altri; più libertà economica significa anche una maggiore felicità (così come misurata nel World Happiness Report delle Nazioni Unite) ed un minor livello di disoccupazione.
Ciò di cui veramente l’Italia avrebbe bisogno è, dunque, un’azione concreta e decisa volta a ridurre il perimetro di intervento dello stato nell’economia. Ma trovare qualche politico che lo proponga seriamente è un’impresa titanica.Liberismo