In maniera piuttosto comprensibile, nelle ultime settimane, si sono intensificati i dibattiti relativi agli strumenti economici che l’Unione Europea, e in particolare l’eurozona, dovrebbe adottare per far fronte alla crisi: in siffatte circostanze, diviene centrale, e non solo in collegamento al generico appello ai cosiddetti eurobond, l’antico tema dell’unione fiscale europea, sia in modo diretto che, spesso, in modo indiretto. Trattandosi appunto di un tema vecchio almeno quanto lo stesso progetto di integrazione europea, è bene ricordare alcuni elementi essenziali che servono a fornire un quadro di ampio spettro, utile a comprendere la complessità dell’argomento. Naturalmente, essendo altresì un argomento estremamente vasto e generico, in questa sede ci si limiterà ad evidenziare alcuni passaggi ritenuti particolarmente rilevanti per una comprensione generale, in modo estremamente sintetico.
Spesso ci si riferisce all’assenza di una unione fiscale a livello dell’eurozona come ad una notevole anomalia in riferimento a un soggetto giuridico che invece dispone di una completa sovranità monetaria e come ad una fonte di incompletezza istituzionale, con conseguenti ed evidenti ripercussioni sul cosiddetto computo costi-benefici di una unione valutaria, elemento centrale nella Teoria delle Aree Valutarie Ottimali (TAVO). In effetti, ciò è per diversi aspetti veritiero. Del resto, è sufficiente pensare alla crisi dei debiti sovrani per ricordare che l’eurozona assomigliava (e, in parte assomiglia ancora oggi) molto più ad un sistema in regime di cambi fissi piuttosto che ad un’unica economia integrata. Ciò, in realtà, non dipende solo dall’assenza di un un’unione fiscale, ma anche da una serie di ulteriori carenze strutturali e dalla persistente assenza di una strategia cooperativa tra gli Stati Membri; va detto, peraltro, che grandi progressi sono stati fatti a seguito della crisi (si pensi solo all’unione bancaria, anche se ancora non completata).
L’unione fiscale in chiave storica
Fatte queste precisazioni, diviene essenziale chiarire che quando si parla di unione fiscale si entra in un terreno che va ben oltre quello delle unioni valutarie e che sfocia necessariamente nel campo dell’unione politica. Elemento questo estremamente sensibile e che richiede, per usare un concetto tanto caro a Ludwig von Mises, anche una comprensione storica approfondita, per evitare di scadere in confronti che si addicono più a opposte tifoserie piuttosto che a persone che cercano di capire la realtà delle cose. Difatti, sin dalle sue origini e grazie alle brillanti e pragmatiche idee di uno degli uomini più importanti della storia dell’integrazione tra gli Stati europei, ovvero Jean Monnet, il progetto europeo è stato da sempre caratterizzato dal cosiddetto funzionalismo (o metodo dei piccoli passi). In altre parole, e in modo quasi volgarmente sintetico, si è deciso di procedere, per evitare insormontabili impasse politiche, cedendo piccole fette di sovranità degli Stati Membri e passando dalla costruzione di una unione economica prima di raggiungere finalmente una completa unione politica, obiettivo questo comune con la visione federalista contrapposta (che vedeva in Altiero Spinelli la sua figura più rappresentativa) che si distingueva per la scelta dei mezzi da utilizzare. Sarebbe difficile non far ricadere in questo contesto la lunga esperienza dell’integrazione monetaria, iniziata formalmente almeno dal Piano Werner del 1970 e culminata poi con l’adozione della moneta unica. Così facendo, si capisce subito che l’assenza di una unione fiscale non è tanto un fallimento quanto un effetto specifico dell’integrazione comunitaria, che è sostanzialmente un unicum nel mondo (normalmente, infatti, sono le unioni monetarie ad essere conseguenti alle unioni politiche).
Tutto ciò per dire che, seppure esistano colpevoli ritardi e carenze di condivisione politica in diverse aree dell’Unione Europea, l’altra faccia della medaglia di questo storico approccio pragmatico è quello di aver reso possibile una serie importante di cessioni di sovranità che, verosimilmente, altrimenti non lo sarebbero state (e di aver sostanzialmente vincolato i paesi a non abbandonare il percorso intrapreso). La grande intuizione di Monnet fu quella di capire che la presenza degli Stati nazionali era troppo forte per credere realisticamente ad un progetto federale europeo (seppur va detto, il federalismo ha comunque avuto un ruolo non di secondo piano, quantomeno nel creare un autentico sentimento di europeismo). Nell’Europa di oggi, il ruolo degli Stati nazionali è ancora importantissimo e bisogna tenerlo ben presente. L’unione fiscale si inserisce perfettamente in questo quadro (in un certo senso, si potrebbe azzardare che essa occupa oggi, mutatis mutandis, lo spazio mediatico che l’unione di difesa europea occupava negli anni di Monnet) e, di conseguenza, ciò che serve oggi è certamente grande coraggio e una intuizione politica per risolvere l’impasse, esattamente come negli anni Cinquanta, ma per fare ciò non bisogna mai abbandonare il realismo che ha sempre contraddistinto la politica europea, evitando di abbandonarsi a sogni banali e interpretazioni troppo idealizzate della realtà, tenendo così bene a mente l’ampiezza e la lungimiranza del progetto europeo nella sua totalità.
Significato di unione fiscale e il caso degli eurobond
Una volta chiarito in modo definitivo che l’unione fiscale è una componente essenziale dell’unione politica, con tutte le necessarie conseguenze, tocca ora capire cosa sia effettivamente l’unione fiscale nel contesto dell’eurozona. Per riprendere ciò che prima si è accennato, una unione monetaria senza unione fiscale è da considerarsi incompleta e tale incompletezza può comportare, in linea teorica, un’elevata fragilità nei mercati dei titoli di stato per quei paesi che sperimentano shock negativi, con la potenzialità di indurli in crisi di solvibilità con meccanismi simili a quelli spiegati con i modelli pensati per i paesi in via di sviluppo che accumulano debito in valuta estera. Nel contesto delle TAVO si è spesso fatto riferimento a questi scenari relativamente agli shock asimmetrici che possono colpire paesi che dispongono di una medesima valuta. In realtà, per rendere il tema più attinente all’esperienza attuale, non vi è particolare differenza rispetto al caso in cui uno shock simmetrico sia nelle condizioni di propagarsi in modo eterogeneo nei vari Stati Membri per via delle differenze in termini di saldi di finanza pubblica.
Cosa si intende però più tecnicamente per unione fiscale? Nell’ambito dell’UE, ma anche in più in generale, quando si richiama la necessità di progredire nella direzione di maggiore integrazione fiscale si fa fondamentalmente riferimento a due maggiori dimensioni. Da una parte c’è infatti il consolidamento dei debiti nazionali (che, ad oggi, sono emessi dagli Stati Membri in una moneta sulla quale non hanno di fatto nessun controllo diretto) in un unico debito comune a livello dell’Unione. Questo implica naturalmente la creazione (o l’identificazione se già esistente) di un’autorità comune che sia preposta all’emissione del debito comune e che abbia il controllo sulla moneta con la quale il debito è denominato, contribuendo così ad evitare, sempre in linea strettamente teorica, il circolo vizioso legato alla sfiducia nei mercati e alle crisi di liquidità. Dall’altra parte e in modo interconnesso, la seconda dimensione riguarda invece l’accentramento dei bilanci pubblici in un unico bilancio e meccanismo di trasferimento comune a livello europeo. Tale passaggio creerebbe un sistema di mutua assicurazione, nel quale le risorse sarebbero trasferite dallo Stato membro non colpito a quello colpito dallo shock negativo, in modo tale da alleviare la portata della recessione (si noti che questo concetto è comunque legato in modo evidente all’eventualità di uno shock asimmetrico; le cose cambiano quando sia i paesi che ricevono i trasferimenti che quelli che li effettuano sono colpiti da una recessione, seppure in forma diversa come nel caso della crisi del Covid-19, poiché in tali circostanze, ad un problema di ordine puramente economico si accompagnerebbe un problema politico, cioè quello di giustificare agli occhi della popolazione meccanismi di solidarietà inevitabilmente impopolari).
Naturalmente, quando nel dibattito pubblico vengono avanzate idee in merito ad una maggiore integrazione fiscale, molto spesso non si intende la necessità di completare l’unione dall’oggi al domani bensì quella di cedere gradualmente pezzi di sovranità nelle due dimensioni della budgetary union di cui si è accennato. Un classico esempio, oggi più che mai attuale, può essere relativo all’idea di emissione di titoli di debito che siano comuni a tutti gli Stati Membri (strumenti che sono ormai noti, appunto, come eurobond). Un’ipotesi di questo tipo non solo si muoverebbe verso la condivisione dei rischi da parte degli Stati Membri riducendo la possibilità del sopraggiungere di crisi di liquidità individuali ma, in modo significativo, avrebbe l’effetto di trasmettere sicurezza ai mercati in merito alla volontà definitiva di non abbandonare la moneta unica da parte dei Paesi che compongono l’area euro.
La maggiore ragione per la quale una proposta di questo tipo ha incontrato le resistenze di diversi paesi dell’eurozona risiede nel timore giustificato che essa possa alimentare l’azzardo morale: in altre parole, essendo il sistema degli eurobond intrinsecamente munito di un meccanismo di assicurazione ed essendo l’emissione dei titoli di responsabilità collettiva, alcuni Stati Membri potrebbero essere attratti dall’idea di emettere troppo debito. Un secondo problema, che non è tecnicamente slegato dal primo, è relativo al fatto che alcuni Stati Membri che godono di rating di tripla A sui propri titoli, dovrebbero essere disposti a condividere il debito con altri che presentano condizioni più rischiose e rating meno favorevoli, accettando, di fatto, di pagare tassi di interesse più alti. Naturalmente, poi, è evidente che siffatti meccanismi devono necessariamente essere accompagnati da una capacità di prelievo fiscale che oggi l’Unione Europea non possiede e che, comunque, richiederebbe molto tempo per essere instaurata.
In virtù di tutto ciò, per quanto gli eurobond siano una soluzione non solo auspicabile ma anche inevitabile per il futuro dell’Unione Europea in quanto unione politica, è in ogni caso complicato pensare ad una loro completa realizzazione in una fase di emergenza, in cui sono necessarie risposte immediate. Non è affatto detto, poi, che agli eurobond non ci si possa arrivare in modo graduale, coerentemente con la dottrina del funzionalismo, attraverso una serie di compromessi coraggiosi che costituiscano dei punti di non ritorno, e quindi senza fare crociate nazionali sulla base di concetti talvolta altisonanti ma piuttosto confusi e utopistici.
«In una calda estate, un’allegra cicala cantava sul ramo di un albero, mentre sotto di lei una lunga fila di formiche faticava per trasportare chicchi di grano. Fra una pausa e l’altra del canto, la cicala si rivolge alle formiche: “Ma perché lavorate tanto? Venite qui all’ombra a ripararvi dal sole, potremo cantare insieme!”. Ma le formiche, instancabili, senza fermarsi continuavano il loro lavoro: “Non possiamo! Dobbiamo preparare le provviste per l’inverno! Quando verrà il freddo e la neve coprirà la terra, non troveremo più niente da mangiare e solo se avremo le dispense piene potremo sopravvivere!”. “L’estate è ancora lunga e c’è tempo per fare provviste prima che arrivi l’inverno! Io preferisco cantare! Con questo sole e questo caldo è impossibile lavorare!”. Per tutta l’estate la cicala continuò a cantare e le formiche a lavorare. Ma i giorni passavano veloci, poi le settimane e i mesi. Arrivò l’autunno e gli alberi cominciarono a perdere le foglie e la cicala scese dall’albero ormai spoglio. Anche l’erba diventava sempre più gialla e rada. Una mattina la cicala si svegliò tutta infreddolita, mentre i campi erano coperti dalla prima brina. Il gelo bruciò il verde delle ultime foglie: era arrivato l’inverno. La cicala cominciò a vagare cibandosi di qualche gambo rinsecchito che spuntava ancora dal terreno duro e gelato. Venne la neve e la cicala non trovò più niente da mangiare: affamata e tremante di freddo, pensava con rimpianto al caldo e ai canti dell’estate. Una sera vide una lucina lontana e si avvicinò affondando nella neve: “Aprite! Aprite, per favore! Sto morendo di fame! Datemi qualcosa da mangiare!”. La finestra si aprì e la formica si affacciò: “Chi è? Chi è che bussa?”. “Sono io, la cicala! Ho fame, freddo e sono senza casa!”. “La cicala?! Ah! Mi ricordo di te! Cosa hai fatto durante l’estate, mentre noi faticavamo per prepararci all’inverno?”. “Io? Cantavo e riempivo del mio canto cielo e terra!”. “Hai cantato?” replicò la formica, “Adesso balla!”». La celebre favola di Esopo è la metafora più calzante per raccontare le trattative europee che si stanno svolgendo in questi giorni e le isteriche reazioni di molti politici italiani.
È vero: questa crisi colpirà tutta l’Unione Europea. Per onestà intellettuale dobbiamo anche ammettere che gli Stati membri hanno approcciato questa situazione in condizioni economiche sensibilmente differenti, che di conseguenza permettono una differente risposta. Se da un lato questo non giustifica una mancanza di solidarietà tra Paesi le cui economie sono strettamente interconnesse, dall’altro è necessario affrontare il dibattito con responsabilità e disponibilità al compromesso. Compromesso che ovviamente non deve discostarsi troppo da quella che è la realtà sottesa a questo shock, così da comprendere effettivamente quelle che sono le priorità per arginare e ricostruire.
In questi giorni si sta discutendo molto dell’esigenza che l’Unione Europea faccia la sua parte nella gestione dell’emergenza Covid-19, come d’altra parte abbiamo scritto anche noi